Ritratti di ignoti

Giugno 6, 2009

APPUNTI – OCCHI DI TIGRE

Archiviato in: Poesie, appunti — Tag:, , , , — sbloggato @ 12:27 pm

“Ma ogni storia ha la stessa illusione, la sua conclusione,
e il peccato fu creder speciale una storia normale.
Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,
sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a affrontare ogni impresa;
siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa”

(Francesco Guccini)

Sequenza degli eventi:
non me la sento,
non te la senti.
E poi noi.

Schizzi di vernice
per te sono arte,
per me niente.

Il rumore
di un motore.

E’ notte,
si sveglia, urla.

Altipiani, monti
mari, città,
il pieno ogni mattina
ogni sera.

Occhi di tigre,
di cani e pinguini.

Saluti, addii,
urli, schiamazzi,
e poi ritorni.
Sempre ritorni.

Tu, vita agreste,
poi malandata,
sofisticata,
a volte sfortunata.

E chi siamo noi?
I migliori,
i peggiori,
i distruttori.

E poi qua e là,
che dobbiamo esser soli.
Solo noi,
sempre solo noi.

E io che sono troppo,
troppo poco,
abbastanza.

E le tue carogne
che richiami ai tuoi calcagni
a sentir le tue filosofie
che poi eran tutte solo mie.

Tu lettrice,
colta.
La tua vita che non c’è,
dove stai bene
anche senza di me.
La tua vita impegnata
dove hai tempo
solo per qualche telefonata,
giusto quattro o cinque ore,
e poi ancora,
riparte quel motore.

Le tue parole
mai uguali,
mai banali.
Ferir la mattina
per riparar la sera
e uccider la notte.
E poi a cambiar verso.
Quante possibilità!

E nessuno va bene,
un mondo in rivolta
contro di te,
un mondo ingiusto.

Tu al centro
e tutti attorno.
“Io al centro
e tutti morti”.

E le tue carogne
mi hanno venduto.
Il prezzo del riscatto
troppo alto.

Perdere il centro
di una vita che non c’è.
Forse non sarò mai abbastanza uomo,
ma sono fiero di essere quantomeno più donna di te.

Grazie a te
oggi sono fiero di me.


—————-
Now playing: Giovanni Lindo Ferretti – Neukölln
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Nota: per tutti gli appassionati, non c’è da preoccuparsi! Presto affronteremo l’argomento infanzia di Gian Galeazzo! E’ solamente un ritardo tecnico!

Giugno 1, 2009

APPUNTI – FLUSSI E RIFLUSSI

Archiviato in: Cazzeggiare, Poesie, appunti — Tag:, , , , , — sbloggato @ 2:42 pm

Tu mi presti la tua macchina e non mi dici che ha un angolo morto!?!?
(Biff Tannen)

Alla vita,
perchè alla fin fine
per quante volte puoi rifarla
esce sempre uguale.
Come la proprietà commutativa dell’addizione
cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.
O, per dirla alla me:
da ‘na mela ‘n’ ci può ’scì ‘na pera.

Ritrovare il tempo.
Il flusso, il flusso.

Trovarmi e ritrovarmi
lì dove ho venduto
i miei pensieri.

Restano parole dette.
Parole scritte.
Cerca in quelle taciute
in quelle non scritte.
Guarda dove è rimasto.
Il tempo, intendo.
Lascia perdere quel cazzo d’orologio.

In un pub irlandese
brindo con i miei nemici.
Offro io.
Pago con cose già dette
con cose già scritte.
Restano a terra
con cicche di sigaretta.
Spazziamole via.
Anzi, spazzale.
A me non va.

Si vende, si compra.
Compriamo, vendiamo.
Diocane, decidiamolo
sto cazzo di prezzo.
Una volta per tutte.
Dov’è la dignità?
In ciò che non si dice
per amor proprio?
La dignità
non è forse la verità?

O siamo tutti nanetti?
Ma dove cazzo vai?
Giovani bionde
attirano vecchi stempiati.
Io, giovane stempiato,
taccio.

E tu dove vai?
Stanchezza.
Hai ragione,
anch’io sono stanco.

Parole non dette,
parole non scritte.
Il silenzio non fa la storia.
La storia finisce
se non la compri.

Chi lo fa il prezzo?

Dormiamo.
Dormiamo.
Dormiamo.

Eccole le parole non dette.
Ecco le parole non scritte.
Parlano.
Leggi.

Leggi che non esisto.

Versi patetici,
sgrammaticati,
senza rime
senza metrica.
Senza un senso.

Ciò che non è non fa ombra.
Non puoi più ripararti
dietro di me.
Nè dal sole
nè dal vento.
E dove vanno a finire chi lo sa.

E tu che cazzo vuoi?
Non chiedermelo!
Non lo so!
E che cazzo!

Il flusso mi riporta lì
dove ho venduto me stesso,
dove mi hai portato via
le parole non dette
quelle non scritte.

Quando ho venduto
la mia dignità
in cambio di un po’ di tranquillità
per la mia autostima.
Lì c’era una spiaggia
una palma
e un chioschetto.

Oggi che ci torno,
oggi che il tempo non c’è.
Oggi c’è una statale.

Miriana al bordo della strada
per l’ultima volta ballerina
alza una gamba
salta
e viene spazzata via.
Un tir carico di frutta.
Un cieco rimane inorridito alla vista.
Un sordomuto mena il cieco.
Un bambino mangia un hotdog.

Ecco cosa mi hai lasciato.
Parole non dette e non scritte
di pensieri senza alcuna logica.

—————-
Now playing: Giorgio Canali & Rossofuoco – Lezioni di poesia
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Maggio 28, 2009

LA FANTASTICA VITA DI GIAN GALEAZZO – IL CONCEPIMENTO E LA NASCITA

Archiviato in: La fantastica vita di Gian Galeazzo — Tag:, — sbloggato @ 12:32 am

Mario e Maria avevano seppellito padre e madre da appena due giorni. Infilati sotto da un camion impazzito, c’era stato poco da fare. Prima uno, poi l’altra. Tutti al creatore. Mario e Maria avevano appena 19 anni ed erano gemelli dizigoti. Quella notte, presi da chissà cosa, tristezza, solitudine… fecero l’amore. Un’unica volta. Un mese dopo Maria era incinta. Disperati, Maria per più di otto mesi si fece prendere a calci sul pancione per ben tre volte al giorno da Mario. Niente da fare. Quel bambino era più forte di qualsiasi cosa. Al nono mese, in dirittura d’arrivo, decisero che quel bambino si doveva fare. Sarebbe stato di padre ignoto e pace fatta.

Maria partorì nel nosocomio pubblico “Santissima Trinità Maria Annunziata Addolorata”. Mario era lì vicino a lei e a chi gli chiedeva se fosse il padre diceva – No no, non sia mai… io sono il fratello… capito? Lo zio, il fratello, non il padre –.

La Contessa era ormai abituata ad avere figli. Quello era il tredicesimo. Una famiglia ricca, amorevole. Il Conte era un noto filantropo. Ma quel giorno qualcosa andò storto. Una complicazione e la Contessa morì nel dare alla luce l’ennesimo figlio. E il Conte perse la testa.

Accadde nel frattempo che una levatrice distratta scambiasse il figlio dell’incesto e il figlio della contessa ormai passata a miglior vita.

Il Conte aveva perso la testa, dicevamo. Un medico gli si avvicinò e gli disse – So che non è il momento… ma devo parlarle della salute di suo figlio… suo figlio è affetto dalla rara sindrome di Up, manca di un cromosoma, quello della bellezza. Suo figlio sarà brutto. Possiamo…–

Il conte lo interruppe – Non mi interessa, fate quello che credete. Ammazzatelo se volete. Non mi interessa –

– E… e come volete chiamarlo? –

– Non mi interessa, chiamatelo come volete –

E il medico lo registrò con il nome di Gian Galeazzo.

Si ringraziano sentitamente Mammooth e Baffenda

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Now playing: George Thorogood & The Destroyers – One Bourbon, One Scotch, One Beer
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Maggio 19, 2009

IGNOTO NUMERO 62 – A

Archiviato in: Ignoti, Racconti — Tag:, , , , , , — sbloggato @ 7:29 pm

“C’è un osteria in fondo al paese. Un’osteria che a passarci davanti di notte, si vede sempre la faccia dell’oste rossa e grassa, dietro la piccola finestra con la tendina blu a pallini bianchi. Che cosa faccia quell’uomo non si sa. Pare soltanto che aspetti. E aspetta sempre che giunga qualcuno per stappare una bottiglia là dietro il banco, dove una lampada a petrolio è posata a far luce alle bottiglie impolverate e unite dalle ragnatele”
(Antonio Delfini – L’osteria senza avventori)

“That’s one small step for a man, one giant leap for mankind”
(Neil Armstrong)

Sul marciapiede antistante la stazione, Adele cammina avanti e indietro con molta calma. Dieci passi avanti e dieci indietro. Sguardo basso, guarda le sue scarpe da tennis una volta bianche e lucide. Adele aspetta ed ora è stanca. Si avvicina lentamente al bordo del marciapiede. Si siede piano e sente una fitta alla gamba. Non ha mai imparato a sedersi come sua madre vorrebbe e il vento lascia intravedere ai passanti le sue vergogne. Adele tira fuori dalla borsetta una spazzola e si pettina i lunghi capelli neri. Si dice che suo padre starà per arrivare. Nell’attesa gioca con le dita. Suo padre arriverà e la prenderà per mano. Prenderanno un treno e andranno via di lì. Mano nella mano suo padre la condurrà tra gli uomini. Tra gli uomini Adele non sa ancora camminare.

Alfredo ha indossato il suo vestito migliore. A quarantacinque anni ha ereditato un’intera palazzina dai suoi genitori. Vive solo e stamattina ha riscosso gli affitti. Come ogni giorno va alla stazione dei treni. Nota seduta al bordo del marciapiede una vecchia che si pettina i capelli. Pensa di gettarle qualche spicciolo, poi preferisce tenerseli in tasca. Per una birra al bar della stazione. Apre la birra con i denti e si siede su una panca in una banchina. Beve con lentezza. Guarda i treni partire ed arrivare. Guarda gli uomini che vengono e vanno. Dal niente, nel niente. Alfredo non ha mai lasciato la sua città e non riesce nemmeno ad immaginare cosa ci sia al di fuori. Non gli interessa.

Amjad viene dal Senegal. Ha in mano diverse varietà di calzini e staziona da circa un anno sulle banchine da dove partono i treni ad alta velocità. I treni dei ricchi. I treni degli italiani, per lui. Vede un uomo elegante bere una birra ed aspettare il treno. Si avvicina per chiedergli di comprare qualcosa. O, meglio, di regalargli un euro. Non fa in tempo a sfoggiare il suo sorriso migliore che il signore di mezza età si alza e scappa. Corre. Amjad non capisce. Aspetta. Qualcuno con un buon cuore arriverà.

Dal treno che viene dal nord scende Alice. Bella, un fisico da mozzare il fiato. Il vero nome di Alice è Alfio, ma guai a chiamarla così. Scende per prima dal treno ed è sicura che il suo lui sia lì ad aspettarla. Un fine settimana insieme, finalmente. E forse, chissà, le chiederà di trasferirsi da lui. Con lui. Alice spera. Dimentica Alfio e spera in Angelo. Scende per prima e si trova davanti un nero con dei calzini in mano. Fa cenno di no con la mano e si dilegua in mezzo agli altri passeggeri.

Antonio è seduto al bar della stazione. Legge il giornale distrattamente mentre osserva avvicinarsi un’avvenente donna di un metro e ottanta con gli zigomi piuttosto pronunciati. Si rituffa nel suo giornale e rimane meravigliato. Gli sembra ieri che c’era la guerra e si mangiavano insetti per combatter la fame. Ieri non si vedeva il futuro. Non c’era futuro. Ed oggi è già futuro. L’uomo ha messo piede sulla luna. Oggi è il 22 luglio 1969. Ogni giorno per Antonio è il 22 luglio 1969. Alla sera, di ritorno dal lavoro, suo figlio Alberto, pendolare, scenderà dal treno, lo prenderà per mano e lo porterà a casa giusto in tempo per la cena. Come ogni giorno. Come ogni maledetto 22 luglio 1969.
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Now playing: The Velvet Underground – Pale Blue Eyes
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Aprile 22, 2009

IGNOTO NUMERO 61 – TOTONNO E IL SUO LETTO APPROSSIMATIVO

“…quel sonno mirabile, di cui dormono solo i fortunati che non sanno che siano né emorroidi, né pulci, né troppo elevate capacità intellettuali”
(Nikolaj Vasil’evič Gogol’)

Il letto io lo preparo al principio di ogni settimana. Perfetto. Già passato il primo giorno, ogni mattina mi rifiuto di rimetterlo in sesto e la notte vado a dormire con l’incubo di non riuscire a prender sonno. L’incubo delle lenzuola aggrovigliate, del coprimaterasso che si sfila e delle gambe che raspano. E’ l’incubo del pigiama – se così possono esser definiti un paio di pantaloncini e una maglietta di un decennio fa -, spiegazzato, rimasto tra i panni gettati sul letto al mattino e rigettati sulla sedia alla sera. Una montagna di panni. Che puzzano.

Infilatomi con il mio “pigiama” in questo letto approssimativo prendo a leggere una, due, tre pagine di qualsiasi libro io abbia poggiato sulla mensola sopra il letto. Ci sono libri che non so perché leggo. Non mi piacciono, li detesto. Ma mi sento obbligato.

Cerco una posizione consona alla lettura. Difficile in quell’intrico di stoffe, peli e pelle. Mi chiedo perché leggo. Ho riempito la mia testa di parole, di frasi. Di libri, canzoni, film e quant’altro. Ho riempito la mia testa di parole di altri uomini, convincendomi quasi che la vita sia tutta quella che avviene nella testa. Tra il dire e il fare mi avete costretto a scegliere il dire. Convincendomi che l’unica grande paura nella vita è quella di morire senza aver detto un cazzo. Rifletto mentre leggo: l’unica grande paura nella mia vita è quella di morire senza aver fatto un cazzo.

Tre pagine lette alla meno peggio, saltando qua e là tra parole che attirano il mio interesse. Non penso di aver mai letto tutte le parole di un libro. Ci sono frasi che sono assolutamente inutili, alcune talmente inutili che sono quelle che alla fine mi colpiscono di più. Quando capisco che un periodo è inutile lo salto. Quando capisco che quel periodo è totalmente inutile lo leggo e lo rileggo.

Prendo sonno a difficoltà. Chiudo gli occhi.

Sarà passato qualche minuto ed ecco il primo colpo di tosse. Dovrò decidermi prima o poi di smettere di fumare ma la mia coscienza me lo impedisce. Le sigarette sono lì a ricordarmi che c’è anche un corpo.

E’ strana la vita di chi è sempre “troppo”. Totonno è sempre stato troppo. Troppo intelligente, troppo “intellettuale”. In un certo qual modo, egocentrico. Totonno sa colpire le altre persone, le colpisce nell’intimo. Ma Totonno è troppo. Uno così se la sa sempre cavare. E alla fine si trova solo perché lui non ha bisogno di aiuto. E nessuno lo vuole aiutare. C’è sempre chi ha più bisogno di lui. C’è sempre chi è più di lui. Totonno è un mediocre ma bravo. Un bravo ragazzo. Un ragazzo geniale. Integro. Ricco. O meglio, un povero con soldi. Totonno non ha bisogno di nessuno.

E alla fine è sempre lì, in quel letto approssimativo. Sul letto approssimativo ha tempo per se stesso. Pensa. In realtà Totonno pensa molto poco a se stesso. Anche quando pensa a se stesso pensa alle altre persone. A volte a uno scherzo da fare, a volte come colpire, come attirare l’attenzione. Totonno attira l’attenzione, sa come fare. Totonno sa cosa interessa agli altri, di cosa parlare, come comportarsi. E’ un animale sociale che riesce a farsi amare od odiare a suo piacimento. Come vuole lui.

Totonno vive nell’incubo di ritrovarsi da solo. Non si compiace di se stesso. Ha titoli che valgono come carta straccia. Sa dire ma non fare. Non fare abbastanza. Totonno si accontenterà di una vita da precario? Totonno ha bisogno di qualcosa. Totonno cerca il cambiamento.

Totonno parla in terza persona come fanno gli imbecilli. Ma sono poi tanto intelligente?

Non credo. Ecco perché i miei titoli, le mie qualità sono carta straccia, come dicono gli invidiosi finché quei titoli, quelle qualità non le hanno pure loro e le guardano avidamente da lontano.

Nella lotta di classe io mi metto dalla parte dei sensibili. E siamo pochi. I sensibili non danno a vedere la loro sensibilità, se la tengono per loro e la cacciano nei momenti consoni. E la sfogano in quelli inopportuni. Quelli che non hanno mai fatto ciò e si ritengono sensibili, si chiamano “cretini”. Non sono insensibili, sono una terza categoria. Compito del sensibile è poi imparare a gestire la sua sensibilità. Io ancora non ci riesco. Ci provo.

La lotta della mia classe per la conquista del mondo non ha alcuna possibilità di vittoria.

Mi riaddormento a questo pensiero con la faccia sul cuscino reclinata di lato, con la paura di non dire o non fare abbastanza.

Dormo e nel sogno c’è una persona che mi scuote urlando “che cazzo stai dicendo?”.

Apro gli occhi di colpo e tutto trema attorno a me. Il cellulare dalla mensola mi cade in testa. La lampadina trema come così tutto attorno. Ci metto un po’ per capire che “trattasi di terremoto”. Non ne sentivo uno così dal 1984 ma allora ero troppo piccolo e non ricordo assolutamente. Comincio a pensare a tutte le regole da seguire in questi casi: architrave portante, niente scale… mentre sciorino al povero arredamento della mia stanza ricordi annebbiati di qualche antica lezione scolastica la scossa è terminata. A questo punto mi alzo e vado in cucina.

Mi accendo una sigaretta, guardo dalla finestra e gli alberi sono ancora in piedi. Ho sognato tutto.

Accendo la televisione e il telegiornale dice : “Scossa di terremoto a Roma”. La mia casa è andata, penso io. Me la sono scampata ancora una volta. Forse perché ho ancora molto da dire, o ancora molto da fare. Non so perché ma penso. Penso che forse è vero che non si deve fare filosofia sui sentimenti. Forse è vero che sono proprio stronzo. Poi le persone che ami scompaiono e non fai nemmeno in tempo a dir loro che era filosofia a fin di bene. E non lo sapranno mai. Alcune situazioni sono irrimediabili.

Torno a letto. Non riesco a prender sonno. Il letto è ormai irrimediabilmente approssimativo. Non tutte le situazioni sono irrimediabili. Solo alla morte non vi è rimedio, ma non sono neanche sicuro che sia così. So ad esempio di persone che si risvegliano. A volte sono chiuse nelle loro bare sotto terra. Poveri loro.

Mi faccio una promessa. Poco dire e molto fare. Ma come fare da solo?

Mi giro nel letto, faccia rivolta verso il muro. Mi torna in mente qualche pubblicità della televisione di quando ero piccolo (un Grunding, chissà se esiste più). Qualche canzoncina. La sigla del “Pranzo è servito” con Corrado. Chissà perché. Sorrido. La notte quando sono a letto vorrei che arrivasse qualcuno a rimettermi il coprimaterasso in ordine. Così, che io non me ne accorga. Le lenzuola belle stese. Della maglietta spiegazzata non me ne frega granché, posso sempre prenderne un’altra. Dall’armadio. Ne è pieno zeppo. E’ a due passi. E’ un attimo.

Penso che non è una notte da incubo, ce ne sono state di peggiori. Il cellulare è ancora sul letto da quando è caduto. Lo sento sotto la pancia, tra la maglietta e il cosiddetto coprimaterasso.

Lo prendo in mano per vedere l’ora. Sono già le cinque del mattino, non ho pensato né detto né fatto grandi cose neanche questa notte. Nessuna chiamata, nessun messaggino del cazzo. Non è l’ora né il caso di farne. E penso quando una volta Totonno era a letto e giocava con lei – lo stato di dormiveglia gli da la sensazione di averla addosso, ancora-. E lei poi disse di lasciarla dormire. E lui cominciò a parlare. E poi dormirono. E poi lei la mattina gli disse che quella notte era stato proprio bravo… a parlare. Prima non gli veniva da ridere né da piangere. Ora sì, tutte e due le cose. E non la sente più addosso. Quasi dorme. Quasi.

Spersonalizzazione. Così si chiama parlare in terza persona di se stessi.

Ecco, ha trovato il termine. Per dire. Non per fare.

Io, da solo, spossato, cerco di dormire. Cerco aiuto da me stesso.

Aprile 21, 2009

APPUNTI – LA TESTA A META’

Archiviato in: Cazzeggiare, appunti — Tag:, , , , — sbloggato @ 12:04 am

E’ stato un tempo il mondo giovane e forte,
odorante di sangue fertile
Dimora della carne, riserva di calore,
sapore e familiare odore
Il nostro mondo adesso debole e vecchio,
puzza il sangue versato infetto
(”Del Mondo”, Consorzio Suonatori Indipendenti)

Riesumati da una notte di festività pasquali

La testa spaccata

Va un pezzo a destra
uno a sinistra

Guarda di lato
e dice la vita
guarda davanti
e dice la morte

La destra non sente
la sinistra non parla

Gode e si addolora
carica e scarica

Ed era il mondo un tempo pieno di sangue fertile
ed è il mondo oggi pieno di sangue infetto

Ed è difficile far sopravvivere i propri sogni
ed è difficile far sognare la propria vita

Aprile 20, 2009

LOBOTOMIA, OVVERO DELLE SEGHE MENTALI

Archiviato in: Riflettere ma non troppo, Vita pensante — Tag:, , , — sbloggato @ 10:00 pm

Linda: Potrei avere un’aspirina? Mi sta venendo un po’ di mal di testa.
Allan: Le aspirine le ho finite. Vuoi un Darvon?
Linda: Sì, va bene. Anzi, una volta il mio analista me l’ha consigliato contro l’emicrania.
Allan: Anch’io soffrivo di emicranie, ma il mio analista mi ha guarito. Adesso, mi vengono tremendi raffreddori.
Linda: Io ne soffro ancora. Emicranie pazzesche, da tensione nervosa.
Allan: Io non credo che l’analisi possa aiutarmi. Mi ci vorrebbe una lobotomia.
Linda: Quando il mio analista va in vacanza, mi sento paralizzata.
Dick: Vi dovreste sposare, voi due, e traslocare in un ospedale.
Allan: Ci vuoi acqua minerale, con il Darvon?
Linda: Se non hai succo di mele…
Allan: Oh, succo di mele e Darvon sono fantastici insieme.
Linda: Hai mai preso il Librium con succo di pomodoro?
Allan: Personalmente, no. Ma un mio amico nevrotico m’ha detto che sono la fine del mondo.
(dialogo da “Provaci ancora, Sam”)

  • Io mi sa che mi faccio troppe seghe (mentali).
  • Io arrivo sempre in ritardo. O in anticipo
  • La mia mente si arrovella su questioni che sono più semplici di quanto sembrano.
  • Io subisco. Non agisco. Poi scoppio. E ricomincio il ciclo.
  • Io non affronto. Io aspetto. E al massimo cambio.
  • Io, se una cosa va bene, la cambio. Perché non mi interessa più.
  • Ecco, io cambio interessi continuamente.
  • E’ una fuga, però sono testardo. E ciò che ho mollato non lo mollo del tutto.
  • A me piace star male.
  • Vittimista.
  • Finto sfigato.
  • Mi piace circondarmi di persone che stanno peggio di me e che possono darmi poco.
  • Mi ricompensa il dare agli altri ma disprezzo il solo pensiero di farlo.
  • Non so dire di no se non per stanchezza (nei confronti di chi mi fa la domanda).
  • Alle persone piace starmi a sentire. E lo so.
  • Un tuttologo. Mi interesso perlopiù di argomenti che non interessano nessun altro. So molto di musica, cinema, arti in generale. Libri, storia, filosofia, politica, religione. Leggo giornali. Non ho una vena artistica. Non ho un mio pensiero originale. Il mio pensiero è stato creato dagli eventi e dagli incontri, mischiando ciò che mi ha colpito qui e là e, ogni giorno, con l’esperienza, il mio pensare muta e si contraddice.
  • Però piaccio.
  • Perché faccio ridere.
  • E a volte anche piangere.
  • E a volte lascio perplessi.
  • Io sono un uomo ridicolo.
  • Io sono scontroso. Io odio. Io amo.
  • Io voglio bene.
  • Io, in realtà, non mi voglio bene.
  • Io so dare consigli.
  • Io non so darmene.
  • Io non ho bisogno di uno psicanalista.
  • Io ho una forte memoria uditiva. Non ricorderò bene le caratteristiche fisiche né le macchine sulle quali le persone viaggiano. Ma ditemi qualcosa o fatemi leggere qualcosa o fatemi ascoltare una musica… e ricorderò tutto. Se non ricordo, non me l’avete detto, non ho letto o non conosco la musica che ascoltate voi.
  • Nonostante ciò ho un principio di sordità.
  • Questo ricordarmi tutto mi fa entrare spesso in contrasto con le persone.
  • Le persone non danno peso alle parole.
  • “Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!!!”
  • Io non trovo le parole giuste ma le trovo per gli altri.
  • E’ tutto molto paradossale.
  • Mi piace viaggiare, mi piace incontrare nuova gente.
  • Mi piace tornare.
  • Devo scoprire me stesso.
  • Io mi manco.
  • Io mi sa che non sono depresso.
  • Io mi faccio troppe seghe (mentali).
  • Ma so’ testardo.
  • E allora vivo.

Aprile 15, 2009

IGNOTO NUMERO 60 – BIANCANEVE, IL TRICHECO, I NANI E LE POVERE OSTRICHE

Archiviato in: Ignoti, Racconti — Tag:, , , , , , , — sbloggato @ 3:06 am

Strega: Tutta sola, piccina?
Biancaneve: Sì, sono sola.
Strega: E… i nanetti non ci sono?
Biancaneve: No, non ci sono.
Strega: Fai una torta?
Biancaneve: Sì, la torta di mirtilli.
Strega: Ma è la torta di mele il dolce preferito dagli uomini!
(dialogo da “Biancaneve e i sette nani”)

“Smetti quest’abito da santa” dice lui. Lei nel frattempo si dondola su un’altalena appoggiata approssimativamente ad un salice, ignorandolo.

“Smetti quest’abito da santa!” urla lui. Lei va avanti e indietro sempre più velocemente.

Lui inizia a canticchiare parole senza senso. Qualche ricordo di canzoni, emozioni, chissà. Lei non lo ascolta e va avanti per la sua strada, segnata dall’avanti e indietro di una stupida seggiola che la porterà sempre al punto di partenza.

Lui si volta, guarda la strada e le automobili passare. Lei guarda avanti, ferma. Immobile scruta un mondo che non c’è.

Lei sogna, lui no. Nani da giardino che si animano e vanno a lavorare in miniera gridando “Ehi-ooo”. Ricordi da ragazzini. La nostra vita. Ancorato alla terra, lui non vede nient’altro che sé stesso.

Dove arriverà? Dove andrà? Lui non lo sa, non lo saprà mai, probabilmente.

Una borsa a tracolla, attende lei finire il suo andirivieni.

Lui con la borsa a tracolla che non gli appartiene e non gli apparterrà mai guarda indietro. Lei lascia la borsa indietro e guarda avanti. La miniera è là, i nani cantano il loro motivetto, felici di tornare a casa la sera.

Lui canta canzoni stonate che nessuno vorrà mai ascoltare.
Nessuno vorrà ma sarà costretto.
E questo qualcuno ne morirà.
Di otite o quant’altro.

E lui ne morirà di dolore. O di invidia.

O umiliato. Da lei. Dai nani. Da chi l’avrà ascoltato.

O più probabilmente da quanto questa sporca vita avrà da offrirgli.

Lei scende dall’altalena. Il salice piange. Lui si volta e sale in macchina.
Lei al suo fianco stende il sedile. Un’altra giornata è andata.
I nani sono rientrati dalla miniera e attendono Biancaneve rientrare a casa.

Biancaneve non rientra a piedi. Il pedaggio autostradale lo paga sempre lui.

E la principessa dice: “Ma no… questa sera pago io… ma cosa dici… i nani? Ma dai…”

Lui è zitto. Paga e muto.

La lascia fuori casa, lei preparerà a mangiare.
Va via il tricheco accendendosi un sigaro. Va a prendersi le povere ostriche in fondo al mare.

Beccandosi l’epatite.

Febbraio 16, 2009

IGNOTO NUMERO 59 – LE ULTIME VOLONTA’ DI UN CONDANNATO A VIVERE

Archiviato in: Ignoti, Racconti — Tag:, , , — sbloggato @ 11:16 pm

“…gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro”
(Un matto – Fabrizio De Andrè)

Eppure non me l’avevano descritta così. La vita, intendo.

Quando ero bambino credevo di diventare chissà chi, chissà cosa. Quando ero ragazzo credevo tutto fosse a portata di mano. Da uomo ho capito che non era poi così tutto vero. Oggi che sono vecchio credo di non averla mai capita abbastanza. La vita, intendo.

Eppure me l’avevano detto tanto bene. La vita è bella. E’ meravigliosa. Hanno fatto pure dei film per ricordarcelo, per ribadircelo. Ed era bella la vita. Fino a ieri quando finalmente l’ho capita.

Una vita da spettatore. Oggi sono vecchio e cadente, non so tornare indietro, non posso. Una vita da spettatore, dicevo. Intensa di emozioni. Per una vita mi sono nutrito delle emozioni, delle sensazioni, delle gioie e dei dolori degli altri. E ne ho fatta di strada. Ne ho fatte centomila. Sempre ad ascoltare, sempre a parlare. E a fare. Fare tanto.

Io sono il prototipo dell’uomo cristiano. Sconto il senso di colpa, la necessità della sofferenza per l’espiazione delle proprie colpe. Le mie colpe generano il male negli altri. Le mie azioni possono recuperare le mie colpe. Io faccio qualcosa per gli altri per recuperare una mia colpa.

Eppure ho sempre rinnegato queste mie origini, questo mondo così buono. Forse ho affrontato la vita con eccessivo cinismo, alla mia veneranda età posso dirlo. Il cinismo che si può avere quando non si ha una vita propria, una vita vera. Quando non c’è niente da perdere.

Sono stato un oggetto, per alcuni solo un mezzo, il che è ancor peggio. Loro vivevano ed io osservavo, intervenivo. Ma chi per me? Quale era il mio mezzo?

Il mio mezzo per sopravvivere sono stati coloro per cui vivevo, per cui mi spezzavo. Come seduto su un divano a guardare il mio personale “spettacolo della realtà” loro andavano avanti. Ed io? Raggiunto quasi il secolo d’età sono ancora un ometto. E voi intorno a me ve ne andate uno ad uno. Uscendo da me stesso, dalla vita che avevo ed ho rifiutato per le vostre, sono diventato eterno.

Ma che senso ha l’eternità? Non ha senso il bene se fine a se stesso: dare il bene per rinchiudere dentro sé tutto il male non ha senso. Non ha senso se il male continua a vivere ed è infinito.

E voi con il bene che vi ho dato dove siete finiti? Dove siete ora che ho bisogno di voi?

Dove siete ora che vorrei cominciare la mia di vita e, anche da vecchio, sono ancora troppo giovane per farlo?

Non chiedo una finalità per me, chiedo la “finità”. Me la potete concedere? Posso riprendermela?

Febbraio 13, 2009

FAKE PLASTIC TREES

Archiviato in: Riflettere ma non troppo, Vita pensante — Tag:, , , , — sbloggato @ 4:06 am

Non mi si portino i soliti argomenti astratti, tipo la sacralità della vita: nessuno contesta il diritto di ognuno a disporre della propria vita, non vedo perché gli si debba contestare il diritto a scegliere la propria morte
(Indro Montanelli)

Cara amica,
perdona il mio modo di essere con te così confidenziale, ma tale ti considero dopo tutto questo tempo.. dopo tutto questo tempo.. non sai cosa ti sei persa.. forse non avresti mai creduto di diventare così centrale nella vita di tutti noi. Eppure oggi sei così, volente o nolente.. una gioia effimera, in pochi giorni sarai dimenticata ma perlomeno resterai un tassello fondamentale della vita di noi tutti, centro di emozioni, rabbie e pianti. Centro di discussone, di confronto. Ed è tanto al giorno d’oggi.

Da quando tu non ci sei più molte cose sono cambiate e Dio solo sa se saresti stata da una parte o dall’altra. Oggi sei un simbolo e niente di più. Come Cristo sulla croce, tu, Eluana, sei stata qualcosa di unico per noi. Come Cristo sulla croce sacrifica la sua vita per il mondo intero, tu, Eluana, hai dato la tua “vita” per noi. Per noi che crediamo ancora nella dignità dell’essere umano.

Chi non darebbe la vita per il proprio padre, chi non darebbe la vita per i propri figli. Io non ho certezze sulla vita e sulla morte. Non ne ho e nessuno potrebbe averne. Disprezzo perciò chi si sente tanto sicuro di fronte a situazioni del genere.

Possiamo piangere e possiamo riderne, come in una cena tra amici. Possiamo pensare a quel che vorremmo per noi. Possiamo pensare a quello che vorremmo gli altri facessero per noi. Quel che vogliamo accade poche volte nella vita. Nella “non vita” ancora di meno: non possiamo più intendere o volere e nessuno lo saprà mai.

Quel che so, cara amica, è che tu sei “vittima sacrificale”, simbolo di ciò che non sarà più: di una liberazione che tutti noi vorremmo ma che pochi hanno il coraggio di chiedere. La vita è bella perchè è una sola. Punto e basta. Quando non è più vita cosa significa?

Lo chiedo, lo chiediamo ai signori che hanno certezze. Io non ne ho ma ho ben in mente cosa sia la vita, cosa sia la dignità umana. Io Eluana non l’ho vista in un letto, non l’ho vista mai. Ho visto la gente soffrire, vivere, morire, come quasi tutti noi. Chiunque abbia un’esperienza della vita non troppo superficiale od “interessata” non vi saprà dare certezze su cosa sia giusto.

E invece alcuni hanno certezze, quei signori che dicevo poco prima. Quegli stessi signori che per loro non risparmiano mai scorciatoie. Quegli stessi signori che si richiamano ai valori del cristianesimo in nome di un cattolicesimo che non è altro che una rendita economica millenaria. E’ la Chiesa di Wojtila, di Ratzinger che è pari a quella dei Borgia, dei Medici e dei Farnese. E’ la Chiesa che non vale niente, quella che travisa il messaggio originale e fondamentale del Cristo: l’amore tra gli uomini, l’amore per la vita. La Chiesa che dice sì alla vita quando vita non è già o quando vita non è più. La Chiesa che dice no al preservativo e sì alla sofferenza. Macchina da soldi, niente più.

Ma la Chiesa non rappresenta i cristiani. La Chiesa non rappresenta gli uomini. I cristiani e gli uomini sono ancora peggio. I cristiani e gli uomini disprezzano gli altri cristiani ma soprattutto gli altri uomini. E allora non c’è niente da scandalizzarsi se esistono “ronde cittadine”. Legali. Ma non armate, beninteso.

E’ il razzismo strisciante. E’ il mondo che non avanza. E’ la società che galleggia. Siamo noi in balia di questo vento che ci porta di qua e di là. Siamo noi che non possiamo reagire. Siamo noi che, anche se razzisti, per senso civico e di sopravvivenza dovremmo opporci al dovere per un medico di denunciare un clandestino.

Ma noi siamo gli stessi che ci lamentiamo della giustizia e non ci accorgiamo che le stesse persone che noi abbiamo votato hanno allungato i tempi dei processi a dismisura. Siamo noi che non ci accorgiamo che il processo è sempre più garantista. Siamo noi che vogliamo sempre più giustizialismo… ma per gli altri.

Sono io quello che vorrebbe andarsene via da qui. Per vergogna. Perchè mi vergogno a doverti scrivere questo. Mi vergogno di essere parte di questo genere italico che non ha rispetto neanche per se stesso. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che scheda i barboni. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che non si rende parte del mondo. Mi vergogno di essere parte di uno Stato in cui nessuno ha interesse dell’altro e in cui la maggior parte delle persone non ragioneranno mai sulla loro vita e i loro problemi se non attraverso il filtro della televisione. Mi vergogno di essere parte di uno Stato in cui non si può neanche vivere il proprio dolore in pace perchè qualcuno deve distogliere l’interesse del suo popolo dalla crisi sociale, culturale ed economica che sta vivendo e perchè qualcun’altro deve mantenere un potere che non dovrebbe avere più già da migliaia di anni. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che non ha avuto rispetto, non solo per se stesso, ma neanche per te e per il dolore tuo e della tua famiglia.

Per questo ti saluto cara amica, oggi che, di noi amici, già quasi non ti pensa più nessuno. Le menti sono rivolte già al derby o alla pizza del sabato sera.

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