Questo è il sequel di “Chiacchiere da bar“. O meglio, un riadattamento di quello che doveva essere il racconto originario. Distinti saluti
L’indice tremava – il dito indice della mia mano destra, tengo a precisare. Da quel giorno della partita, del bar e dell’aranciata amara erano passati due lunghissimi mesi. Come arrivai a quel punto non lo so. O meglio, lo so ma vorrei nasconderlo a me stesso.
Dopo una notte insonne, il giorno dopo e quello dopo ancora vagai senza meta nella speranza di rincontrarla. Spesso credevo di riconoscerla, ma non era lei. Fino a quando, tre giorni dopo, la scovai in uno di quei negozi d’abbigliamento che spacciano stracci di bassa qualità per capi d’abito di grande marca. Lei lavorava lì, almeno così intuii dal fatto che ripiegava dei maglioni scuri. Entrai. Lei alzò lo sguardo ma fece finta di non riconoscermi. Probabilmente, pensandoci ora, non mi riconobbe. E perché avrebbe dovuto? Un’altra commessa si avvicinò a me. Volevo vedere dei maglioni. Scuri. Me li mostrò. Mi finsi interessato. Mi ritrovai a litigare sui prezzi. – Uno straccetto di lana sintetica per cento euro? – gridai. Si girarono tutti. Ero abbastanza alticcio. Buttai tutto in aria ed uscii incazzato. Non per il finto maglione ma per la figura – lasciatemelo dire – di merda. Entrai in un bar lì vicino e ricominciai a bere. Fino all’ora di chiusura del negozio.
Da quel giorno quel bar diventò il mio bar (e mi chiedevo: cosa faceva in quel bar quel giorno? A questa domanda ancora oggi non ho risposta) . Non parlavo con nessuno ma bevevo a lungo. Aspettavo l’ora di chiusura del negozio, mi affacciavo sulla porta fingendo di fumare una sigaretta e la guardavo mentre se ne andava da sola. A piedi. Non ebbi mai il coraggio di seguirla. O meglio, non lo ebbi per lungo tempo. Ogni giorno la stessa storia. E appena lei svaniva dietro l’angolo, io mi avviavo a piedi verso casa mia.
Un’ora e mezzo di cammino che mi servivano. Per immaginare cosa lei avrebbe fatto, quale libro aveva letto, quale film aveva visto, quale disco ascoltava quando voleva sognare. E mi incazzavo con lei perché la vedevo mentre ascoltava l’ultimo disco di Tiziano Ferro e leggeva Moccia. E cercavo di spiegarle che avrebbe dovuto leggere Bukowski o Fante, o Edgar Lee Master e che, se proprio la musica angloamericana degli anni ’70 non le piaceva, se proprio i testi non riusciva a comprenderli… beh, che avrebbe potuto ascoltare Conte, Guccini o De Andrè. Questo nella mia mente.
Nella realtà, quando tornavo a casa, era sempre la stessa storia. Mal di testa. Una forte emicrania. Forse dovuta all’alcool, forse alla consapevolezza che non potevo andare avanti così. Non potevo. Erano passati due mesi. Ero steso sul divano come sempre. Chissà perché mai comprai un letto. Ad ogni modo, ero sul divano. Il giorno dopo non sarei andato al bar. Era deciso. Dovevo rientrare nella mia vita, ne avevo già persa troppa per una sgualdrina che non sapevo neanche come si chiamava. Mi svegliai tardi, dopo tanto tempo – mi svegliavo presto, giusto in tempo per arrivare al bar prima dell’apertura del suo negozio del cazzo. Si, sono ancora incazzato. Mi svegliai.
Volevo andare. Andare, vedere, scoprire. Allora presi il fucile lasciatomi da mio padre. Lo infilai in uno zaino da campeggio. Uscii di casa, a piedi, come sempre. Aspettai la fine del suo turno di lavoro e la seguii per almeno duecento metri. Chissà dove cazzo abitava. E con chi cazzo abitava. Ad un certo punto presi a correre, con quello zaino sulle spalle che conteneva la mia arma di liberazione. La superai. Mi chiesi cosa stessi facendo. Mi voltai, tornai indietro. La guardai. Lei mi guardò. Non mi riconobbe neanche quella volta, credo. Non ero per lei il tizio del bar. Non ero per lei quello che imprecava contro i prezzi di quegli schifosi maglioni. Non ero per lei, soprattutto, quello che la aspettava sull’uscio del bar tutte le sere. La sorpassai di nuovo, mi voltai e la presi alle spalle. Lei si agitò. Io mi agitai. Lei svenne. Per fortuna per strada, tranne poche automobili, non si vedeva nessuno.
La portai dentro un vicolo, sfondai il portone di una vecchia cantina. Quanta forza hai quando non capisci niente. Oggi non sarei capace. La cantina puzzava ed era quasi completamente buia. La stesi per terra. Non si riprendeva. Aprii lo zaino, rimontai il fucile e lo caricai. Le infilai la canna in bocca. L’indice cominciò a tremare. Tremavo tutto, a dir la verità. Lei non si riprendeva. Due, tre minuti. Forse era già morta, chi lo sa. Un infarto? Difficile, donna e troppo giovane. Troppo giovane anche per me. Non sparai. Poggiai il fucile, lo zaino. Scappai.
Questo era ieri. Oggi sono qui, in questo bar, a cento chilometri da dove si svolsero i fatti che vi ho raccontato. Sono qui a raccontarvi le mie fantasie e la mia ossessione per un po’ di compagnia ed un buon bicchiere di rum.

















questo è il tuo miglior racconto, pari quasi a quello della morte.
Anche se il personaggio sopracitato non sei tu, sarebbe bello che almeno una volta il protagonista si scopasse qualcuno, cazzo…
Commento di bafs — Ottobre 2, 2007 @ 11:06 pm