LeChuck era morto, o almeno credevo. Per non rischiare di incontrare ancora una volta il mio fratello maledetto salpai definitivamente da Monkey Island.
Attraversato l’Atlantico, passate in modo indenne le colonne d’Ercole, la mia nave affondò nel bel mezzo del Mediterraneo. Io affondai con essa e, grazie alla mia capacità di trattenere a lungo il respiro, cominciai a correre risalendo il fondale marino.
Quando risalii sulla terra ferma c’erano dei colleghi pirati (li riconobbi dal cappello), vestiti in modo alquanto eccentrico, ad attendermi.
- Salve. Il mio nome è Guybrush Threepwood e sono un temibile pirata
Scoppiarono in una fragorosa risata. Odio quando ridono del mio nome.
Parlavano una lingua che non conoscevo. Mi ammanettarono. Ero stato fatto prigioniero.
Mi guidarono in un’abitazione dalle alte mura. Lì trovai tanti straccioni, maschi e femmine, vecchi e bambini. Ma nessuno parlava la mia lingua. Ripetevo continuamente : – Sono Guybrush Threepwood, un temibile pirata -. Ma niente. Passai intere giornate ad attendere che i pirati mi portassero il pranzo e poi iniziare l’attesa del pranzo successivo. Ad avere una bambola voodoo… ma non l’avevo, solo pensieri.
Finché un giorno non mi scelsero. Fui scelto, legato e caricato su un carro a motore. Eravamo venti, forse trenta. Ormai abbattuto, attendevo la certa morte. Chi era il loro capo? LeChuck mi aveva seguito fin lì? Cosa potevo prendere? Cosa potevo usare? Con chi potevo parlare questa volta per risolvere la situazione? Niente, il vuoto attorno a me. Venti o trenta inutili persone.
Ci scaricarono. Due uomini, non straccioni né pirati, ci accolsero. Ci diedero dei nuovi vestiti. Rinunciai al mio abito da temibile pirata. Ci sfamarono. Chiesi del grog, ma nessuno comprendeva la mia lingua. Sogni ad occhi aperti.
Dopo cena ci legarono e ci fecero dormire in una capanna. La mattina seguente al cantar del gallo ci misero in piedi ancora legati ai polsi e ci portarono in un campo di pomodori sulla riva del mare. Una volta sul campo avevo un uomo dietro di me. Mi slegò. Lo ringraziai. Lui probabilmente non capì e cominciò a frustarmi. Una, due, tre volte. Pensai : – Ero Guybrush Threepwood, ero un temibile pirata -. Non capivo cosa fare, cosa prendere, cosa usare. Mi voltai e presi una frustata in pieno viso. Poi una seconda. Non pensai più. Iniziai a correre, verso il mare. E corsi ancora in mare, corsi sul fondo trattenendo il respiro per ore alla ricerca di un’altra isola dove essere ancora un temibile pirata.
Uno stupido racconto, dedicato a Guybrush Threepwood, temibile pirata, e a tutte le persone che non dovremmo mai dimenticare.

















racconto orrido ma la foto è davvero una chicca, bravo!
Commento di bafs — Ottobre 9, 2007 @ 3:59 pm