IGNOTO NUMERO 67 – DIES IRAE

Lisa è solita indossare occhi neri e scarpe blu col tacco ed è quanto di più lontano possa immaginarsi dallo stereotipo della principessa caduta dal cielo.

Anche quel giorno indossava occhi neri e scarpe blu col tacco, finito il pranzo cominciò a pulir la cucina e a preparare la macchinetta per il caffè, mentre io che non ero andato a lavorare cercavo di battere qualche tasto sulla macchina da scrivere. Quel giorno Lisa indossava un vestitino chiazzato color del grano e del fuoco di qualche taglia fa, ed era facile notarlo anche a chi non l’avesse mai conosciuta, il suo personale strabordava in ogni dove e le dava un’aria che ritenevo, personalmente, volgare.

Mi disse “Marvin, accendi il fornello sotto la macchinetta e controlla il caffè, io ho da fare”.

In piedi davanti al divano si spogliò completamente restando vestita solo di un completo intimo rosso, anche quello di un po’ di taglie fa ma per fortuna, per il momento, di quello potevo accorgermi soltanto io. Quel giorno avevo deciso di ascoltare solamente il Dies Irae del Requiem di Mozart, pensavo mi avrebbe ispirato per continuare quel romanzo che da due anni mi tormentava e, per il quale, spesso rifiutavo di andare a lavorare. Ero fortunato, il padrone del magazzino dove lavoravo era il padre di lei.

Lisa si sedette sul divano, io controllavo il caffè e la vedevo mentre si depilava. Non doveva farlo da molto, aveva dei lunghi peli sulle gambe, comunque sempre più corti di quelli sulle braccia, per sua fortuna poco visibili per via della carnagione scura.

Io continuavo ad osservare la macchinetta del caffè che sbuffava, lanciando un occhio verso Lisa che si depilava e tenendo un orecchio al Dies Irae. Ad un certo punto Lisa mi disse “Marvin, vieni qua”. Mi disse “Mangiami qua” indicandomi un punto alla base del collo.

Io presi a mangiarla e continuai addentandola verso il basso, fin tra i due seni dove teneva una pietra che le regalò il mio capo, che poi era suo padre, tanti anni fa. Lei diceva che era una pietra miracolosa. Arrivato fin lì mi disse “Basta, devo andare a lavoro”.

Lisa mi scostò pesantemente. Andò in camera nostra a vestirsi. Tornò vestita completamente di nero, abbigliamento da funerale, lo chiamo io, ma era un vestito adatto alla sua taglia, il che, perlomeno, la rendeva meno volgare e forse anche più sensuale. Nel frattempo avevo dimenticato il caffè che era bruciato con tutta la macchinetta. Lei mi diede qualche vestito da stirarle. Mi disse “Marvin, non torno a cena. Devo uscire con certi pazzi, un giorno te li farò conoscere. Vorrei tanto una sera poter stare qui, ma sai, ci vuole tempo per organizzare queste mostre e…”. Bla bla bla. Io in realtà già dopo il “non torno a cena” ero più concentrato sul Requiem. Disse “E impegnati su questo libro. Sarà un successo e finalmente potremo metter su famiglia, comprare quella casa che ci piace tanto…”. Bla bla bla. Piacerà a te forse. Requiem.

Uscita di casa lei, cominciai a bere. Partii da delle birre. Ero davanti alla macchina da scrivere e non battevo niente. All’ora di cena cominciai a scolarmi due bottiglie di Passerina. Ormai sbronzo, sentivo il mondo che girava attorno a me. Battei giusto qualche parola “La Passerina aperta, se non bevuta subito, diventa aceto”. E con il romanzo non c’entrava niente.

Gettatomi sul letto quasi esanime, la sentii rientrare. L’acida Lisa sapeva che ogni sera mi avrebbe trovato sbronzo. Io facevo finta di dormire. Con gli occhi chiusi, mi lasciavo a peso morto e mi facevo spostare dalla mia parte del letto. Mi copriva con una coperta mentre che l’uomo che aveva beccato quella sera si spogliava. Lei lo gettava sulla sua parte di letto, gli saliva sopra rumorosamente e si lasciava andare, urlava, convinta che non mi sarei mai svegliato. Io ascoltavo e pensavo che il giorno dopo non sarei andato a lavorare. Nella mia mente passava ancora il Dies Irae.

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