“A me questa più che àgua de março me pare pioggia di Santa Rosa”
(cit. Marvin a Rio De Janeiro, marzo 2008)
Non le senti pulsare
le vene del cielo
solleva lo sguardo
e non avere paura
se il rombo di un tuono
irromperà ancora
sulla scena di una notte
che non cammina veloce
come te che fuggi scartando
un mondo incantato
imbarcato su un aereo
saccheggiato da sciacalli
cui volti le spalle
bagnate da gocce
che suonano sui tetti
di una città abbandonata
da Dio e dagli uomini
una musica che non ascolti
vita che scappa e se ne va
tra le pieghe di un culo grasso
caduto in disgrazia
pieno di vaghi ricordi
di alte onde ingrossate
dalle tempeste
passate sotto silenzio
sopra case rette in bilico
su cime dirupate di monti bianchi
che attendono ciechi
il primo giorno di sole
per svestirsi ed accorgersi
in ritardo che stupide maschere
stanno celando una bellezza
che c’è sempre stata
e che per strani meccanismi
di meteorologia distruttiva
non può essere apprezzata
fino a quando una vecchia
spremuta e stanca vacca
non decide di andare lì
a depositare l’ultimo mattone
per deturpare il nascondiglio
di quell’uomo che passeggiando
sotto una pioggia fina e fitta
non si era ancora accorto
di essere bellissimo ed amato
perchè zuppo da capo a piedi
Ora febbricitante e delirante
si mette in marcia dietro
a carcasse che marciscono
e gli promettono di tornare
ad antichi splendori
illusione di una musica
da suonare di notte
e che non vuoi ascoltare
perchè ti spaventa
guardare l’uomo morto
coperto dai tuoi panni
ancora bagnati
E ti accorgerai ancora in ritardo
di un nuovo cielo e un nuovo sole
perso ad inseguire nubi gonfie
di piogge acide portate da un vento
che non ti invita mai a non avere paura
Nel mentre le tempere si sciolgono
i colori dalla tela cadono a terra
si mescolano a ritmo di samba
e danno vita ad un nuovo giorno
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Now playing: Antônio Carlos Jobim & Elis Regina – Águas de Março
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