Marvin aprì gli occhi e restò immobile. Si sentì quasi schiacciato dalle ombre accalcate attorno al suo letto. Strabuzzò gli occhi, cercando di riconoscere qualche viso amico. Non trovando niente, li richiuse.
Mi ha sempre divertito crear coppie, non avendo possibilità di trovare un’altra metà per me. Li accoppio e poi li lascio andare per la loro strada, ognuno decida per sé. Non posso fare di più.
Trovai l’occasione per far conoscere Marvin e Lisa facendoli scontrare all’interno di un bagno pubblico in un inverno freddo. Si incontrarono, si scontrarono, si amarono. E si odiarono, poi. Erano due testoni, non potevo farci niente.
Non so bene come andarono le cose. Troppi impegni. Mi disinteressai della vicenda per un po’. Ma le continue invettive di Marvin contro di me mi costrinsero a gettare un occhio su di lui molto più frequentemente di quanto potessi, in realtà, concedermi.
I due erano ormai lontani da un po’, quando rincontrai Marvin. Una notte mi costrinse ad ascoltare un suo lungo monologo. Non sapeva più dove fosse quella ragazza di Corisco. Il ragazzo aveva deciso di rendersi irreperibile per lei solamente. C’era riuscito. Quella notte, Marvin, mi fornì un quadro più chiaro della vicenda. Era innamorato e ferito, null’altro.
Marvin voleva fare lo scrittore. Non che lo interessasse più di tanto il mondo della letteratura, detestava gli scrittori e gli unici che amava erano morti o probabilmente stavano per farlo. Non sapeva scrivere bene ma sapeva di avere il senso della frase. Non aveva proprietà lessicale né della punteggiatura, aveva scoperto tardi la poesia capendo che era ciò che gli veniva meglio. Non che fossero vere liriche. Erano storielle, come quelle che scriveva in prosa. Senza rime, senza metrica. Senza niente di niente. In realtà, Marvin non sapeva scrivere.
Riusciva, tuttavia, inspiegabilmente, a piazzare qualche pezzo qua e là, qualche romanzetto, qualche racconto, qualche poesia.
In ogni protagonista, che si trattasse di una pastorella o di un boxeur, di un impiegato o di una prostituta, di una dama di corte o di un tamarro, inseriva parti di Lisa. Nel carattere, nel fisico, nelle storie. L’isolana dell’Atlantico sopravviveva nella sua mente senza alcuna spiegazione.
Riuscì anche a vincere un premio internazionale di poesia che gli diede breve e scarsa notorietà. Al momento della premiazione, pensava solamente a lei. L’avrebbe saputo? L’avrebbe pensato? Cosa avrebbe sentito?
Lisa l’aveva umiliato, tradito, deluso, scaricato. Ma soprattutto aveva deriso l’unica passione che Marvin aveva e questo, anche per una testa dura come lui, era inaccettabile.
Aveva trovato un lavoretto che gli permetteva di girare il mondo e di trovare il tempo per scrivere qualcosa. E intanto passavano gli anni, molti.
Era felice, Marvin. Quella ragazza scura aveva anche perso il nome. Tuttavia, probabilmente, qualcosa di lei sopravviveva e vagabondava tra una parete e l’altra del suo testone.
Dico questo perché Marvin amò molte donne e tutte molto diverse tra loro. Ma in tutte queste donne, per le strade di ogni città, ogni nazione, ogni continente, andava a cercare la moretta che l’aveva mollato molti anni prima, incontrandola ed amandola ovunque.
La incontrò nel sorriso di una ragazza di San Cristóbal de La Laguna. Un palato inferiore che sembrava un puzzle e due labbra grandi che si aprivano fino ai lobi quando rideva, mantenendo sempre, inspiegabilmente, un’espressione imbronciata.
La rintracciò negli occhi di una giovane di Paraty. Due grandi occhi neri che sembravano uscir fuori dalle orbite e pronti ad esplodere in ogni momento.
La trovò nell’odore della pelle di una donna di Bjärred. Un forte odore di pelle, fastidioso all’olfatto, di cui però non poteva fare a meno.
E poi continuò ad imbattersi in lei in una con la passione per l’arte a Binghamton, nella voglia di vivere di un’altra a Larabanga, nella pazzia di una donna di Kaifeng, nelle bugie di una ragazza di Roseau, nei mignoli asimmetrici di un’altra a Pis-Emmwar, nel modo di camminare di una giovane di Da Nang, in delle orecchie minuscole incontrate a Papakura, nei capelli di una cambogiana di Battambang e negli strani seni di una poveraccia di Ségou.
Marvin faticava a respirare, ma aveva voglia di una sigaretta e del quaderno sul quale stava scrivendo la storia della sua vita. Aveva pensato molte volte al fatto che, probabilmente, quella storia non avrebbe mai avuto fine, se non altro per l’impossibilità evidente di descrivere la sua morte.
Cercò con la mano sul comodino sigarette ed accendino, ma più tentava, più non trovava niente. Riaprì gli occhi ma non riuscì ad alzare la testa. Di nuovo le ombre ad opprimerlo.
Voleva richiudere gli occhi per addormentarsi, ma la curiosità fu più forte. Con uno sforzo sovraumano cercò di concentrarsi e, d’un tratto, fu tutto più chiaro.
Nel vedere, attorno al suo letto, quei dodici pezzi di lui e di Lisa tutti assieme, sorrise.
Richiuse gli occhi e regalai un ultimo momento di eternità al vecchio Marvin, con quella ventenne che veniva dal centro dell’oceano, la Lisa tutta intera.
Io, da par mio, presi la mia Stratocaster e la suonai per loro.
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Now playing: The Jimi Hendrix Experience – Moon, Turn the Tides… gently gently away
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