Era già mattino quando la tramontana prese a spazzar via le nubi che da qualche settimana opprimevano non solo il cielo ma anche le strade e la viabilità della capitale.
La sveglia suonava incessantemente da qualche minuto ma pareva non sentirla, neanche un accenno di movimento. Il sole prese ad entrare nella stanza attraverso le fessure delle tapparelle. Allo stesso modo un proiettile di vento infranse la sicurezza della vecchia finestra rattoppata e lo colpiva sulla fronte, un leggero fastidio proprio sopra il sopracciglio sinistro. Strinse il viso sul cuscino, muovendosi svegliò la donna che dormiva accanto a lui. La sveglia continuava a suonare, il vento gli trapanava il cranio, la donna lo spintonò pesantemente, non vai a lavorare oggi, gli chiese.
Si voltò, per un attimo la tramontana gli invase l’occhio, se lo stropicciò prontamente, guardò la lama che la donna portava sulla guancia. Continuava a fissarla quella cicatrice, sebbene la donna vivesse nella sua stessa casa, se si poteva chiamarla casa quella poi, da molto tempo. Lasciarono continuare a dormire il bambino ai piedi del letto, la donna preparò la colazione, l’uomo si vestì senza andare in bagno. Prese il suo caffè, diede un bacio alla sua donna, scomparve dietro la porta.
Il mondo esterno portava ancora addosso i segni delle piogge che si erano abbattute su Roma nei giorni precedenti, per strada un sacco di gente.
Nel frattempo, un maresciallo si presentava alla sua porta, la sua donna apriva, lui, il carabiniere, le diceva signora, questa casa è ora dello stato, avete tre ore per lasciarla. Lui, per strada, si incamminava verso la metropolitana per scoprire che questa era chiusa. Decise quindi di aspettare un autobus. Alla fermata persone urlanti che lui non aveva alcuna voglia di ascoltare. Litigavano, ne nacque una zuffa terribile. Un uomo solo restò a terra. Un vecchio.
La sua donna in casa preparava le valigie, le lacrime le scendevano dagli occhi mentre guardava il suo bambino dormire ancora tranquillo. La televisione accesa diceva di non preoccuparsi, è una situazione momentanea, va tutto bene. Non c’è niente che non va.
Macchine ferme per strada, l’autobus non poteva arrivare in tempo, un vecchio a terra, lui stava lì ed aspettava ancora, si accese una sigaretta e tutti cominciarono a chiederne. Prendete e fumatene tutti, avrebbe detto, avesse saputo quel che stava succedendo. Le radio ne parlavano tutte, sebbene in termini troppo tecnici per lui, bancarotta, niente più stipendi, inflazione dei prezzi.
Un panico generalizzato avvolgeva la città, quella mattina, svegliata da un sole che nell’ultima settimana aveva dimenticato. Alla fermata dell’autobus arrivò un uomo con undici buoni motivi per farsi saltare in aria. In un giorno normale lui sarebbe tornato a casa la sera, suo figlio lo avrebbe preso a calci agli stinchi per manifestargli il suo affetto, per dirgi babbo, sono qui, ci sono anch’io. La sua donna con la sua lama sul volto sarebbe stata lì, come sempre, e non avrebbero avuto niente da dirsi. Sarebbero andati a dormire tutti nello stesso letto, come erano costretti a fare.
L’uomo con gli undici buoni motivi per farsi saltare in aria strinse le spalle per farsi coraggio. Sorrise, esplose.
La donna dormì sulle scale di una chiesa, quella notte, con suo figlio stretto tra le braccia. La tramontana svanì alle quattro del mattino. Una bella notte d’autunno piena di stelle. Al mattino il prete le diede a mangiare un po’ di pane e un po’ di vino. Tenne il vino per sè, diede il pane al figlio. Poi si gettò nelle strade piene di gente che non aveva più niente da fare. Urla, spari, botte. Non c’è niente che non va, disse una voce dal cielo. La voce ripeté la stessa frase mille e poi mille volte. Tutti dormirono beatamente. Il cielo si scurì, la pioggia ricominciò a scendere portando via il malessere di quella giornata. Dormite bambini, quando vi sveglierete sarà tutto finito, potremo tornare a giocare.