Quando la scatola è più importante del contenuto.
Un esempio semplice, per restare al passo con questi tempi, potrebbero essere i debiti contratti per acquistare un televisore al plasma grande come una parete. Per poi accenderlo e guardare Maria De Filippi.
Il male di quest’Italia della prima parte di questo secolo lungo è appunto questo, a mio modo di vedere.
I contenitori.
Silvio Berlusconi, uomo di grande ingegno, è riuscito ad imporre a tutto il Paese una visione del mondo manichea, prendendo spunto dall’intuizione gramsciana dell’occupazione degli spazi di produzione culturale.
Con me o contro di me. Il bene contro il male. I difensori della libertà contro i comunisti. Ché poi questa lotta per la libertà è ad uso e consumo del solo grande padrone. Una libertà sconfinata contrapposta a quella propugnata da Martin Luther King, uomo che per la libertà di un popolo oppresso è andato a morire: “la mia libertà finisce dove comincia la vostra“. Il pastore afro-americano non voleva, così dicendo, imporre una limitazione di libertà a qualcuno, ma semplicemente garantire le stesse possibilità a tutti. Martin Luther King non era un comunista.
Ma questa concezione del libero agire di ognuno non è stata limitata alla cerchia del consenso all’attuale Presidente del Consiglio. L’individualismo di massa è esteso a tutti gli strati della società italiana, più che mai tra “i comunisti” che inseguono il grande sogno della sconfitta del nemico.
Il “comunismo” è un’altra scatola, l’ennesimo contenitore vuoto che dà sfoggio di sé. Se la generazione di giovani italiani uscita dagli anni sessanta e settanta era assolutamente impreparata al futuro, la mia generazione e quella successiva non lo è di meno. Se l’opposizione ad un regime passa per le stesse regole imposte da chi detiene il potere non vi è futuro. Se ci si dice “comunisti” solo per aver scelto una fazione invece che un’altra, senza conoscere Marx nè, tantomeno, la storia del comunismo italiano, ma solamente, forse, Dan Brown e Harry Potter, fondatori della “elite culturale” del Paese futuro, questa nazione non ha speranze.
Non esiste una società civile. Ogni membro della società civile è politico in quanto partecipa alle decisioni dello Stato. Gli appelli a questa “società” inesistente sono ridicoli quanto inutili. E’ l’ennesimo contenitore, bello a vedersi, di false speranze. “Cambiare l’Italia”, questo il programma dell’opposizione, è scritto su manifesti affissi per tutta Roma. Cambiare, ma cosa?
“Scusami eh, ma tu non la vuoi cambiare l’Italia?”
Riponetemi la domanda, per favore. Ecco, ditemi come la volete cambiare l’Italia. “Il Paese è a disagio”. Non me ne ero accorto. “Lotteremo contro la precarietà”. Sì, ma come?
Non ci sono risposte certe a queste domande, l’unica cosa certa è che sì, l’Italia può cambiare, cominciando dal rivedere la concezione comune di libertà, attraverso l’assunzione di responsabilità di quella che, se vi piace, potete chiamare “società civile”. Un’associazione di pochi uomini “saggi” di generazioni diverse prenda per le palle il Paese, faccia tabula rasa delle istituzioni. Ricominci da capo, dando più importanza al contenuto della scatola, regalando spazio alle idee e asfissiando gli affaristi e gli imbroglioni. Lasciando da parte gli egoismi personali.
Far fallire questo Paese per fondarne uno nuovo è l’unica via di salvezza. Ma siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità? O siamo tutti Silvio Berlusconi?
* Appunti del 12 febbraio 2011
