Repubblica.it lo ricorda così:
E’ morto don Enzo Mazzi animatore della Comunità dell’Isolotto e che domani (domenica) nella sede di via degli Aceri 1 alle ore 10,30 lo ricorderà. il sindaco Matteo Renzi ha detto: “Con Mazzi se ne va una figura fortemente legata alla città e in particolare al quartiere dell’Isolotto, dove il suo impegno si è protratto fino agli ultimi giorni. Ai familiari e alla sua comunità vanno le nostre sentite condoglianze”. Nato nel 1927, fu nominato parroco dell’Isolotto, uno dei grandi quartieri popolari di Firenze, nato del Dopoguerra. La nuova chiesa ospitava un gruppo di sacerdoti e laici che risentiva del clima del Concilio Vaticano II sulla scia del pensiero di Giorgio La Pira, Ernesto Balducci e Lorenzo Milani… La Comunità abolì la separazione fra ricchi e poveri, clero e laici: in canonica furono alloggiati tre nuclei familiari, ex carcerati, disabili. La Comunità solidarizzava con quell’area cattolica che non si riconosceva più nella Dc. Don Mazzi contribuì a realizzare dentro la canonica un asilo, una piccola fabbrica, un laboratorio per invalidi. Le sue posizioni erano sempre più in contrasto con la curia fino ad arrivare allo scontro dell’autunno del 1968 quando un’assemblea della Comunità richiamò 10mila persone e la vicenda divenne un caso internazionale. Il cardinale Ermenegildo Florit, decise di reprimere duramente il dissenso: intimò a Mazzi e ai suoi collaboratori di lasciare la chiesa sostituendolo con un nuovo parroco. Cinque sacerdoti e tre laici furono incriminati dalla magistratura. Da quel momento don Mazzi continua a lavorare, ma dentro la sua comunità di base che si riunisce in piazza dell’Isolotto proprio davanti alla chiesa. Soltanto alla fine degli Anni ’80 si è avviata una normalizzazione dei rapporti grazie all’intervento del cardinale Silvano Piovanelli.
Personalmente, non sono credente. Tuttavia, credo che esista un cristianesimo oltre la Chiesa che sta alla base di tutta la civiltà occidentale di cui noi oggi ci vantiamo. Gli sviluppi sono stati diversi, condizionati dall’incontro con altre culture e dallo sviluppo della conoscenza: alcuni buoni alcuni meno, certi che tendevano all’integralismo, altri che si sono spinti verso l’ateismo. E se qualcuno all’interno della Chiesa si è fatto carico di onorare quel cristianesimo di base, quello da cui tutti partiamo, se qualcuno è stato così intelligente da farlo e non recriminare, questo va solo onorato. Per questo riporto qui sotto un suo scritto per tutti, pubblicato su L’Unità del 22 ottobre 2003. Wojtyla non era ancora morto e non ancora “subito santo”.
Come la Chiesa di Giovanni Paolo II ha trattato la “diversità” al suo interno? È la domanda pertinente, ma quasi completamente disattesa, a cui ha cercato di rispondere l’agenzia d’informazione religiosa Adista pubblicando un dossier, fresco di stampa, sul numero impressionante di casi di repressione intraecclesiale.
Non credo che ci sia un metro più giusto ed efficace di questo per giudicare la qualità e lo stato di salute della istituzione ecclesiastica nel suo complesso. La misura è universalmente valida. È applicabile a tutte le istituzioni, di ogni tipo, tempo e luogo: dalla famiglia alla scuola allo stato e, appunto, alla chiesa.
Una società che valorizza la diversità come speranza progettuale è una società sana e creativa, è come una tenda, capace di espandersi per rispondere agli impulsi vitali che premono per venire alla luce. Al contrario, una società omologante e repressiva mentre riempie di ‘diversi’ le carceri al tempo stesso impone a tutti la dimensione carceraria dell’esistenza: è malata, insicura, blindata, infelice, incapace di favorire socialità e relazioni. Questo vale anche per la Chiesa cattolica.
“Aprite le porte a Cristo: non abbiate paura”, disse venticinque anni fa, appena eletto papa. Fu un messaggio di speranza. In realtà Cristo, il ‘diverso’ (il Vangelo è tutto un grande inno alla diversità), è rimasto escluso: al posto di Cristo è entrata dappertutto la grande star mediatica papale. La Chiesa tutta vive della sua luce, della sua popolarità e della sua forza. È anche per questo che la corte vaticana tende a spremere impudicamente l’esistenza di Wojtyla fino all’ultima goccia di energia.
Diversamente si era comportato Papa Giovanni. Aveva valorizzato i segni dei tempi, il fluire della storia sotto la spinta creatrice dello Spirito, fino a indire il Concilio cedendo alla vita e alla storia una parte del suo ruolo di maestro. Ha messo in cattedra non solo i vescovi ma soprattutto i movimenti di riforma dal basso delle cui istanze ed esperienze era portatore un manipolo di vescovi il quale via via divenne trainante per la maggioranza.
Wojtyla ha oscurato i segni dei tempi col suo protagonismo. I movimenti sono da lui accettati anzi potenziati e coccolati se restano nel suo cono di luce, sotto le sue ali materne. Altrimenti c’è la denigrazione e la condanna. Le comunità di base, la teologia della liberazione, il femminismo, la valorizzazione della diversità in campo sessuale, le esperienze di partecipazione dei laici alla vita ecclesiale su un piano di parità, la ricerca teologica che si ispira ai movimenti: tutto questo è demonizzato. E non c’è esagerazione in ciò che dico.
Sono ormai centinaia i pronunciamenti di condanna e le censure contro esperienze di base, contro l’autonomia dei teologi e contro la ‘diversità’ perfino di alcuni vescovi. Le condanne e le esclusioni più eclatanti, di cui gli stessi lettori dell’Unità posso avere avvertita almeno un’eco, sono state le seguenti:
- la condanna delle comunità di base latinoamericane e mondiali, formulata in varie occasioni ma nel modo più sconvolgente a conclusione del viaggio nel Cile di Pinochet, nel 1987, quando Wojtyla diede al popolo cileno martoriato e oppresso da una dittatura sanguinaria una inaudita consegna: «O Cile, disse, resisti a coloro che ideologizzano la fede e a quelli che pretendono di costruire una ‘chiesa popolare’ che non è la Chiesa di Cristo»,
- la condanna, specialmente nella persona di padre Leonardo Boff, nel 1984/85, della teologia della liberazione che alle comunità di base e alla chiesa popolare si ispirava,
- la rimozione del vescovo di Evreux in Francia, Jacques Gaillot, nel 1995, per la sua vicinanza ai movimenti di base sospetti, ai gay, ai clochard, agli immigrati,
- la scomunica contro padre Tissa Balasuriya, comminata tre anni fa per la ricerca di questo grande teologo dello Sri Lanka orientata verso la salvezza che viene dal basso, dalle vene della storia, dagli inferni del mondo, scomunica poi ritirata dopo una umiliante ritrattazione formale degli errori,
- più di recente e per gli stessi motivi, la riduzione allo stato laicale di don Franco Barbero, prete di Pinerolo, e la rimozione da parroco di don Vitaliano Della Sala, il ‘prete no-global’,
- la demonizzazione dell’impegno delle donne per vincere l’aborto valorizzando l’autonomia femminile come unica forza capace di incidere e di offrire sbocchi praticabili alle sfide e ai drammi della vita riproduttiva,
- per non parlare della politica di accentramento interno di tutto il potere. A livello politico e pubblico le cose non vanno diversamente.
Prendiamo ad esempio la condanna verso gli aspetti più distruttivi e violenti del capitalismo liberista. È una pagina alta dell’attuale pontificato dopo il contributo alla caduta del regime comunista. Ma è sempre lui, il papa, che accentra su di sé l’attenzione. Un’altra pagina alta è stata scritta da questo papa in occasione delle guerre cosiddette umanitarie. Il movimento pacifista però veniva considerato quasi come un’appendice.
‘Con Bush o col Papa?’ fu il manifesto-inchiesta di Famiglia Cristiana in prossimità della guerra contro l’Iraq. In questi giorni c’è stato il messaggio papale alla marcia Perugia-Assisi. È la prima volta. Si tratta di una svolta? Lo sperano in molti. Non si salva nulla del pontificato wojtyliano? La questione è posta male. Wojtyla in quanto fenomeno mediatico porta con sé, io ritengo, il sostanziale fallimento del messaggio evangelico. Gesù è stato oscurato dalla star pontificia. E la Chiesa, nell’immagine che ne danno i media, è stata ridotta a un gregge di fans. Una coltre di ghiaccio paralizzante sembra aver coperto la vita ecclesiale.
Paralizzante? Su questo interrogativo, anche su questo, si gioca la valutazione critica del pontificato Wojtyliano. C’è un Wojtyla oltre Wojtyla. In fondo siamo un po’ tutti strumenti di una realtà che ci sovrasta, comunque la si voglia chiamare. ‘Sotto la neve pane’ dicevano i nostri vecchi che s’intendevano di freddo e di fame. I segni dei tempi, come i semi, hanno una forza vitale intrinseca, la covano sotto la neve e gemmano ad ogni disgelo. La primavera prima o poi arriva. E non di rado viene all’improvviso, di sorpresa, specialmente in questa epoca meteorologicamente impazzita. Tale forza vitale usa anche la coltre gelida e in sé paralizzante del potere per alimentare la vita.
È una valutazione consolatoria? La ritengo piuttosto una grande scommessa esistenziale. Se volete potete anche chiamarla fede. Forse l’attenzione non va posta tanto alla massificazione che si ripete, favorita da questo capolavoro mediatico che è il papa attuale, quanto alla nascita nonostante tutto, anzi grazie anche al gelo wojtyliano, di nuove forme di autonomia, creatività e socialità che sono disattese dai media ma costituiscono il bandolo del futuro. È la chiesa viva oltre la Chiesa papale. È la società viva oltre la globalizzazione omologante.