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Archivio per la categoria ‘Ignoti’

IGNOTO NUMERO 65 – PER GIOVE

Novembre 3, 2009 sbloggato Lascia un commento

Me ne stavo seduto in panca durante il funerale, vicino alla mia donna ascoltavo il cardinale.

I raggi attraversavano il rosone, lì in alto sull’altare. Il porporato parlava di bene e male, la luce arrivava fin sulle due bare e io chiudevo gli occhi fingendo di pregare.

Si parava dinnanzi a me, nel frattempo, una figura d’uomo somigliante a me più vecchio, barba canuta e lunga, nella mano sinistra un fulmine luccicante.

Prese a sè la mia donna, le alzò la gonna e prese a toccarla scompostamente, quasi fosse roba sua. Lei lo lasciò fare indifferente ed egli mi disse: “Te,
proprio te, cosa fai qui ad ossequiare questi riti pagani? Come hai potuto dimenticarti di me padre di tutti voi cani? Come puoi essere qui a venerare chi non c’è? Come hai potuto dimenticarti di Giove, o Zeus, che dir si voglia,  di tutti gli dei il re, 0ssia di me? Dovresti esser in tempio a sacrificare. O,  essere empio, ti dovrò purificare!”.

Possedette la mia donna carnalmente, compiuto l’atto mi salutò esclamando: “Attento alle gambe, deficiente!”.

Teso aspettai la fine della funzione: le gambe restarono sedute, finii busto e faccia a terra. Il cardinale gridò al miracolo. Io ero nella merda.

Questa non è solo la storia di come persi le gambe, di come finii a muovermi in carriola, di come diventai padre di un Satiro che mi rompe i coglioni da mattina a sera con il suo flauto.

C’è un intrinseca morale nella mia triste storia: mai affidarsi a falsi culti,
mai dimenticare il padre di tutti gli dei. Io per dar retta a voi ho perso non solo le gambe ma, per giustizia divina, anche la mia Gina.

Lei ora sta con lui ogni notte. Con Giove, padre di tutti gli dei. In casa mia, mentre il mio piccolo satiro non la smette mai con quel suo stramaledetto flauto.

Salvatevi dalla rabbia divina finchè siete in tempo. Non fate del bene, ma onorate gli dei. Quelli giusti.

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Now playing: Vangelis – End Titles From “Blade Runner”
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IGNOTO NUMERO 64 – 27 POLLICI TUBO CATODICO

Ottobre 29, 2009 sbloggato Lascia un commento

Televisione, televisione. 17 pollici ellecciddì. 24 pollici tubo catodico. 30 pollici ellecciddì. 26 plasma. Alex, Alex, manca il plasma. 26 plasma. Manca qua. Manca manca. Ok sto calmo. Grazie Alex. Quante televisioni. Televisioni, televisioni. 42 pollici ellecciddì. Grande, grande. Grande televisione. La più grande. Una festa. Sì alex, una festa. La mia festa. Sì, la festa di Alex. Alex. Casa di Alex. C’è la televisione? Sì Alex. Grande, grande. Quante televisioni ha Alex. Grazie Alex. Alex ha tante televisioni. Vorrei abbracciare forte forte Alex. Quante televisioni ha Alex. Grazie Alex. Grazie. Televisione. 35 pollici ellecciddì.

 

Che festa mesta, ‘na bella festa sto cazzo. Sì, ridi brutta troia. Ridi. Un’ora e vado, un’ora e me la do. E poi qua che cazzo ci sto a fare? Ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho. Tutti miei. Lui no. Quello vicino a quel televisore del cazzo. Ridi troia che sto stronzo de fori è mio.

- Ciao, piaciere, me chiamo Sergia -

 

Sergia, Sergia. Alex ha tanti televisori. 48 pollici ellecciddì. Grande, grande.

 

- Grande -

 

Grande Alex.

 

Sì, spiritoso. Grande sto cazzo. Che cazzo di nome. Mi madre stava sotto agli acidi. Sergia, che nome del cazzo. Su vieni co mme. Vieni qua ddentro.

- Grande davvero -

 

Grande, grande. Televisione. Alex. 42 pollici ellecciddì.

 

- 27 pollici tubo catodico -

 

- E nun te vantà… -

E buttate a terra stronzo. Ecco, grande. Bravo. Sta giù bbuono ce penso io.

 

42 pollici ellecciddì. 35 pollici plasma. 17 pollici tubo catodico.  —————–

 

Manco venticinque secondi, e che cazzo!

- Me sei durato meno de quello stronzo de Alex -

 

Alex, Alex. 27 pollici ellecciddì, 17 pollici plasma.

 

- Resta qqua, viè dopo de là, a ‘mbecille -

 

Mbecille, mbecille. Sergia, Sergia. 18 pollici tubo catodico.

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Now playing: Tre allegri ragazzi morti – In amore con tutti
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IGNOTO NUMERO 63 – L’ULTIMO UOMO AL MONDO

Settembre 10, 2009 sbloggato 2 commenti

“L’uomo è una creatura che sa presto, ma mette in pratica tardi”
(Johann Wolfgang Goethe)

Salendo le scale di casa sua l’ultimo uomo al mondo sentì un peso nelle gambe. Acido lattico, si disse. Da una tasca sfilò le chiavi di casa. Caddero pochi spiccioli, gli stessi che da una vita aveva nei medesimi vecchi pantaloni. Entrò dentro casa, sistemò le sue cose. Mise su un cd e prese a dormire. L’estate era finita ed era quasi fresco. Libero di vivere nella sua casa impolverata, l’ultimo uomo al mondo respirava un’aria differente. L’aria di chi non ha niente più da perdere e di chi sa che niente tornerà. L’aria di chi, occhi chiusi e mani sul petto, vive la vita come la vuole.

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Now playing: Vangelis – Chariots of Fire
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IGNOTO NUMERO 62 – A

Maggio 19, 2009 sbloggato 3 commenti

“C’è un osteria in fondo al paese. Un’osteria che a passarci davanti di notte, si vede sempre la faccia dell’oste rossa e grassa, dietro la piccola finestra con la tendina blu a pallini bianchi. Che cosa faccia quell’uomo non si sa. Pare soltanto che aspetti. E aspetta sempre che giunga qualcuno per stappare una bottiglia là dietro il banco, dove una lampada a petrolio è posata a far luce alle bottiglie impolverate e unite dalle ragnatele”
(Antonio Delfini – L’osteria senza avventori)

“That’s one small step for a man, one giant leap for mankind”
(Neil Armstrong)

Sul marciapiede antistante la stazione, Adele cammina avanti e indietro con molta calma. Dieci passi avanti e dieci indietro. Sguardo basso, guarda le sue scarpe da tennis una volta bianche e lucide. Adele aspetta ed ora è stanca. Si avvicina lentamente al bordo del marciapiede. Si siede piano e sente una fitta alla gamba. Non ha mai imparato a sedersi come sua madre vorrebbe e il vento lascia intravedere ai passanti le sue vergogne. Adele tira fuori dalla borsetta una spazzola e si pettina i lunghi capelli neri. Si dice che suo padre starà per arrivare. Nell’attesa gioca con le dita. Suo padre arriverà e la prenderà per mano. Prenderanno un treno e andranno via di lì. Mano nella mano suo padre la condurrà tra gli uomini. Tra gli uomini Adele non sa ancora camminare.

Alfredo ha indossato il suo vestito migliore. A quarantacinque anni ha ereditato un’intera palazzina dai suoi genitori. Vive solo e stamattina ha riscosso gli affitti. Come ogni giorno va alla stazione dei treni. Nota seduta al bordo del marciapiede una vecchia che si pettina i capelli. Pensa di gettarle qualche spicciolo, poi preferisce tenerseli in tasca. Per una birra al bar della stazione. Apre la birra con i denti e si siede su una panca in una banchina. Beve con lentezza. Guarda i treni partire ed arrivare. Guarda gli uomini che vengono e vanno. Dal niente, nel niente. Alfredo non ha mai lasciato la sua città e non riesce nemmeno ad immaginare cosa ci sia al di fuori. Non gli interessa.

Amjad viene dal Senegal. Ha in mano diverse varietà di calzini e staziona da circa un anno sulle banchine da dove partono i treni ad alta velocità. I treni dei ricchi. I treni degli italiani, per lui. Vede un uomo elegante bere una birra ed aspettare il treno. Si avvicina per chiedergli di comprare qualcosa. O, meglio, di regalargli un euro. Non fa in tempo a sfoggiare il suo sorriso migliore che il signore di mezza età si alza e scappa. Corre. Amjad non capisce. Aspetta. Qualcuno con un buon cuore arriverà.

Dal treno che viene dal nord scende Alice. Bella, un fisico da mozzare il fiato. Il vero nome di Alice è Alfio, ma guai a chiamarla così. Scende per prima dal treno ed è sicura che il suo lui sia lì ad aspettarla. Un fine settimana insieme, finalmente. E forse, chissà, le chiederà di trasferirsi da lui. Con lui. Alice spera. Dimentica Alfio e spera in Angelo. Scende per prima e si trova davanti un nero con dei calzini in mano. Fa cenno di no con la mano e si dilegua in mezzo agli altri passeggeri.

Antonio è seduto al bar della stazione. Legge il giornale distrattamente mentre osserva avvicinarsi un’avvenente donna di un metro e ottanta con gli zigomi piuttosto pronunciati. Si rituffa nel suo giornale e rimane meravigliato. Gli sembra ieri che c’era la guerra e si mangiavano insetti per combatter la fame. Ieri non si vedeva il futuro. Non c’era futuro. Ed oggi è già futuro. L’uomo ha messo piede sulla luna. Oggi è il 22 luglio 1969. Ogni giorno per Antonio è il 22 luglio 1969. Alla sera, di ritorno dal lavoro, suo figlio Alberto, pendolare, scenderà dal treno, lo prenderà per mano e lo porterà a casa giusto in tempo per la cena. Come ogni giorno. Come ogni maledetto 22 luglio 1969.
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Now playing: The Velvet Underground – Pale Blue Eyes
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