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Archivio per la categoria ‘Racconti’

IGNOTO NUMERO 66 – ARTE FATUA

Novembre 14, 2009 sbloggato Lascia un commento

- Bello il locale, non trovi?

Tu avresti preferito scolarti tre o quattro Brugal in una qualsiasi bettola, ma non puoi fare a meno di annuire. Un grande salone, pareti ricoperte di librerie che si erigono dal pavimento fin sopra il soffitto. Libri che forse nessuno avrà aperto negli ultimi cinquant’anni, pensi tu, pieni di polvere e null’altro che ad aprirli rischi quasi di farli sgretolare tra le tue mani. Su un piccolo soppalco, un ragazzo che avrà all’incirca la tua età cerca, in una grande scatola di legno, qualche singolo da inserire nel giradischi 45 giri portatile, collegato, non sai come, a due grandi casse, utilizzate tuttavia neanche al trenta percento della loro potenza.

Ti siedi e lei, senza chiederti niente, ordina all’anziana e rotonda cameriera, richiamante la servitù inglese dell’epoca vittoriana, due “Earl gray”. Tu non sai cosa sia, speri sia un qualche genere di scotch, in realtà è un thè, dei più banali per giunta.

Il ragazzo ha un 45 giri in mano, sembra pronto per cambiare, l’”Hallelujah” di John Cale è all’ultima strofa, forse la penultima.

Lei ti fa – Mario, mi è sempre piaciuta questa canzone di Jeff Buckley

Tu queste cose non le accetti e non puoi fare a meno di ribattere, velando la stizza con un sorriso che la faccia sentire un’ebete – Cara, questo è Cale ed è solo una cover, non di Buckley Junior, di Cohen…

- Non li conosco e comunque sono certa sia di Jeff. Jeff è morto giovane sai?

- La gente muore ogni giorno. Dunque, sentiamo, sostieni anche che Cobain, in quanto morto, abbia scritto l’uomo che vendette il mondo?

- L’uomo che? Ha scritto una canzone in italiano? Durante la permanenza a Roma, quando tentò il suicidio?

Tu stai per rispondere, ancora in modo stizzoso. Nel frattempo la serva inglese del secolo scorso è arrivata con i due thè e il discorso si interrompe. Non è facile con quel giradischi cambiare disco, ma il ragazzo pare allenato e non ci vogliono più di dieci secondi di silenzio. Parte “Satellite of love” nella versione solista di Lou Reed. Forse il ragazzo ha una particolare propensione per i Velvet Underground, ma tu non pensi a questo in quel momento: hai solamente paura che lei dica “che bella canzone d’amore”.

Tuttavia lei non dice niente, tu guardi il tuo thè, prendi il cucchiaino per la parte concava e con il manico cominci a disegnare. E’ un regalo per lei. La sua vita, come la vorrebbe lei. La sua vita come sarà, è il tuo regalo.

Lei ti dice – Cosa fai? Prendi bene quel cucchiaino, non fare il pazzo, non mi far vergognare.

Tu la ignori, stai facendo qualcosa per lei. Un casolare in campagna, colline, un fiume vicino. Forse sei un po’ influenzato dalle pubblicità della Mulino Bianco, ma è quella la vita che vorrebbe lei.

- Guarda – fai tu

- Cosa? -

- Quello che ho disegnato, per te -

- Non fare lo scemo -

- Guarda, il casolare, le colline, il fiume, i bambini a pascolare in giardino

- A pascolare?!?

- A giocare, scusa

- Io non vedo niente. Tu stai uscendo matto

La cameriera vittoriana, passando di lì, getta un occhio e dice – Che meraviglia! Cosa sono quelle? Capre?

E tu sei imbarazzato, perchè nella tua mente dovevano essere bambini, i vostri bambini, ma non puoi fare a meno di annuire e dire – Sì!

Lei vi guarda come foste matti, getta di soppiatto due zollette di zucchero nel tuo thè e ti dice di girarlo e di smettere di fare il cretino.

Tu ti alzi chiedendo scusa e vai in bagno. Ti getti dell’acqua fredda in faccia, ti guardi allo specchio e ti dici – Perchè è tutto così invisibile per lei e lei solo? Potrebbe scambiare colline per giraffe, casolari per pianeti. Mi andrebbe anche bene, ma perchè lei e lei solo non vede niente?

Esci dal bagno e lei con le sue zollette ha distrutto la tua piccola opera d’arte. Lei già beve il thè, sai già che lei si aspetta tu inizi a mescolare, invece riprendi il cucchiaino in mano e ricominci. Disegni. Nervoso, incazzato. Disegni. Scrivi. Espressionismo. Molto naif, a dir la verità.

Lei ti dice – Guarda che si fredda… non è Estathè

E tu vorresti ribattere che quello non era Jeff Buckley e che lei lo conosce solo perchè è morto, ma ti interessa di più esprimerti. E disegni.

Nel frattempo è giunta quasi alla fine un’altra canzone di Bob Dylan, “Just like a woman”. Per fortuna, a quanto ricordi, nessun morto ne ha mai fatta una cover, almeno lei non interverrà in campi che non le competono. Tuttavia pensi che in quei momenti ci vorrebbe una canzone di qualcosa tipo i Melvins, tanto rumore e tanta rabbia, perchè interpretano bene il tuo stato d’animo e perchè hai un modo per non sentire il silenzio o affrontarlo per finta, perchè tanto nessuno comprenderebbe cosa stai dicendo. Conversazioni mute. Ma il silenzio, quello spaventa.

Disegni, scrivi. Un’opera rabbiosa. La cameriera torna al tavolo accompagnata da un suo collega vittoriano che realmente avrà duecento anni. Lei gli dice – Vedi? Guarda cosa fa questo ragazzo…

E lui – Io queste opere d’arte contemporanee non le capisco proprio…

- Ma non vedi quanta rabbia c’è? Solo un grande amore, o un grande odio, possono esprimere qualcosa del genere

Tu la guardi e le strizzi l’occhio. Un po’ te ne penti, vista la mole e l’età della donna. Certamente non potrà essere una forma di tradimento verso quella donna davanti a te che non ti vede, non ti sente e non vede niente nel tuo thè.

Eppure sai che la ami, non sai perchè ma è così. E allora ti sforzi, le avvicini piano la tazza del thè cercando di non smuoverla troppo per non rovinare il tuo lavoro, mentre il ragazzo al giradischi ha inserito il “Blues di Tom Traubert” di Tom Waits e tu hai paura che lei dirà qualcosa tipo “ah, Waltzing Matilda” o, peggio ancora, “ah, Matilda” e tu dovrai spiegarle che la prima è una canzone popolare australiana, la seconda una rumba di Belafonte e che Waits ha sicuramente fatto riferimento alla prima, ma per parlare di guerra.

Lei non dice niente, per fortuna. Forse non immagina neanche chi sia Tom Waits e per te, in questo, non c’è niente di grave. Tuttavia, c’è qualcosa di grave se lei non legge neanche nel tuo secondo disegno qualcosa. Una minima cosa. Scambiare la rabbia per amore, sarebbe già un passo avanti. Niente. Per lei tu sei un matto che ha trovato due persone sciroccate a dargli retta. Lei prende il suo cucchiaino e dice – Va bene, basta con le buffonate. Il thè te lo giro io

Tu chiedi permesso e dici – Vado in bagno, ho dei problemi con lo stomaco

E lei – Se non la smetti con questi Brugal, farai una brutta fine!

“La brutta fine la farò io” pensi tu, ma non dici niente, vai in bagno, ti getti dell’acqua in faccia e ti guardi allo specchio e parli a te stesso – Che uomo sono io se non so dare il mio amore, se non so dare il mio odio? Che uomo sono io se i miei sentimenti sono intellegibili a tutti e non a lei? Che uomo sono io se per parlare di me ho bisogno di disegnare o di bere almeno tre o quattro Brugal?

E pensi che non vale la pena di far la guerra, chè in guerra non c’è mai vincitore. Ci sono uomini che parlano lingue diverse che si guardano e si sparano senza alcun motivo. Gli uomini muoiono, come Jeff Buckley. Gli uomini si amano e si odiano. Si odiano amandosi, si amano odiandosi. Non si conoscono. Vale la pena ballare un ultimo valzer con Matilda, vale la pena invitarla ad un ultimo ballo?

Ti guardi nello specchio, sei tranquillo. Tom Waits sta finendo il suo lamentoso inno alla pace, tu appoggi le mani sullo specchio, tiri la testa indietro. Poi di colpo, una botta avanti e tutto si rompe.

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Now playing: Charlotte Gainsbourg & Calexico – Just Like a Woman
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IGNOTO NUMERO 65 – PER GIOVE

Novembre 3, 2009 sbloggato Lascia un commento

Me ne stavo seduto in panca durante il funerale, vicino alla mia donna ascoltavo il cardinale.

I raggi attraversavano il rosone, lì in alto sull’altare. Il porporato parlava di bene e male, la luce arrivava fin sulle due bare e io chiudevo gli occhi fingendo di pregare.

Si parava dinnanzi a me, nel frattempo, una figura d’uomo somigliante a me più vecchio, barba canuta e lunga, nella mano sinistra un fulmine luccicante.

Prese a sè la mia donna, le alzò la gonna e prese a toccarla scompostamente, quasi fosse roba sua. Lei lo lasciò fare indifferente ed egli mi disse: “Te,
proprio te, cosa fai qui ad ossequiare questi riti pagani? Come hai potuto dimenticarti di me padre di tutti voi cani? Come puoi essere qui a venerare chi non c’è? Come hai potuto dimenticarti di Giove, o Zeus, che dir si voglia,  di tutti gli dei il re, 0ssia di me? Dovresti esser in tempio a sacrificare. O,  essere empio, ti dovrò purificare!”.

Possedette la mia donna carnalmente, compiuto l’atto mi salutò esclamando: “Attento alle gambe, deficiente!”.

Teso aspettai la fine della funzione: le gambe restarono sedute, finii busto e faccia a terra. Il cardinale gridò al miracolo. Io ero nella merda.

Questa non è solo la storia di come persi le gambe, di come finii a muovermi in carriola, di come diventai padre di un Satiro che mi rompe i coglioni da mattina a sera con il suo flauto.

C’è un intrinseca morale nella mia triste storia: mai affidarsi a falsi culti,
mai dimenticare il padre di tutti gli dei. Io per dar retta a voi ho perso non solo le gambe ma, per giustizia divina, anche la mia Gina.

Lei ora sta con lui ogni notte. Con Giove, padre di tutti gli dei. In casa mia, mentre il mio piccolo satiro non la smette mai con quel suo stramaledetto flauto.

Salvatevi dalla rabbia divina finchè siete in tempo. Non fate del bene, ma onorate gli dei. Quelli giusti.

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Now playing: Vangelis – End Titles From “Blade Runner”
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IGNOTO NUMERO 64 – 27 POLLICI TUBO CATODICO

Ottobre 29, 2009 sbloggato Lascia un commento

Televisione, televisione. 17 pollici ellecciddì. 24 pollici tubo catodico. 30 pollici ellecciddì. 26 plasma. Alex, Alex, manca il plasma. 26 plasma. Manca qua. Manca manca. Ok sto calmo. Grazie Alex. Quante televisioni. Televisioni, televisioni. 42 pollici ellecciddì. Grande, grande. Grande televisione. La più grande. Una festa. Sì alex, una festa. La mia festa. Sì, la festa di Alex. Alex. Casa di Alex. C’è la televisione? Sì Alex. Grande, grande. Quante televisioni ha Alex. Grazie Alex. Alex ha tante televisioni. Vorrei abbracciare forte forte Alex. Quante televisioni ha Alex. Grazie Alex. Grazie. Televisione. 35 pollici ellecciddì.

 

Che festa mesta, ‘na bella festa sto cazzo. Sì, ridi brutta troia. Ridi. Un’ora e vado, un’ora e me la do. E poi qua che cazzo ci sto a fare? Ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho. Tutti miei. Lui no. Quello vicino a quel televisore del cazzo. Ridi troia che sto stronzo de fori è mio.

- Ciao, piaciere, me chiamo Sergia -

 

Sergia, Sergia. Alex ha tanti televisori. 48 pollici ellecciddì. Grande, grande.

 

- Grande -

 

Grande Alex.

 

Sì, spiritoso. Grande sto cazzo. Che cazzo di nome. Mi madre stava sotto agli acidi. Sergia, che nome del cazzo. Su vieni co mme. Vieni qua ddentro.

- Grande davvero -

 

Grande, grande. Televisione. Alex. 42 pollici ellecciddì.

 

- 27 pollici tubo catodico -

 

- E nun te vantà… -

E buttate a terra stronzo. Ecco, grande. Bravo. Sta giù bbuono ce penso io.

 

42 pollici ellecciddì. 35 pollici plasma. 17 pollici tubo catodico.  —————–

 

Manco venticinque secondi, e che cazzo!

- Me sei durato meno de quello stronzo de Alex -

 

Alex, Alex. 27 pollici ellecciddì, 17 pollici plasma.

 

- Resta qqua, viè dopo de là, a ‘mbecille -

 

Mbecille, mbecille. Sergia, Sergia. 18 pollici tubo catodico.

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Now playing: Tre allegri ragazzi morti – In amore con tutti
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IGNOTO NUMERO 63 – L’ULTIMO UOMO AL MONDO

Settembre 10, 2009 sbloggato 2 commenti

“L’uomo è una creatura che sa presto, ma mette in pratica tardi”
(Johann Wolfgang Goethe)

Salendo le scale di casa sua l’ultimo uomo al mondo sentì un peso nelle gambe. Acido lattico, si disse. Da una tasca sfilò le chiavi di casa. Caddero pochi spiccioli, gli stessi che da una vita aveva nei medesimi vecchi pantaloni. Entrò dentro casa, sistemò le sue cose. Mise su un cd e prese a dormire. L’estate era finita ed era quasi fresco. Libero di vivere nella sua casa impolverata, l’ultimo uomo al mondo respirava un’aria differente. L’aria di chi non ha niente più da perdere e di chi sa che niente tornerà. L’aria di chi, occhi chiusi e mani sul petto, vive la vita come la vuole.

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Now playing: Vangelis – Chariots of Fire
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LA FANTASTICA VITA DI GIAN GALEAZZO – IL CONCEPIMENTO E LA NASCITA

Maggio 28, 2009 sbloggato Lascia un commento

Mario e Maria avevano seppellito padre e madre da appena due giorni. Infilati sotto da un camion impazzito, c’era stato poco da fare. Prima uno, poi l’altra. Tutti al creatore. Mario e Maria avevano appena 19 anni ed erano gemelli dizigoti. Quella notte, presi da chissà cosa, tristezza, solitudine… fecero l’amore. Un’unica volta. Un mese dopo Maria era incinta. Disperati, Maria per più di otto mesi si fece prendere a calci sul pancione per ben tre volte al giorno da Mario. Niente da fare. Quel bambino era più forte di qualsiasi cosa. Al nono mese, in dirittura d’arrivo, decisero che quel bambino si doveva fare. Sarebbe stato di padre ignoto e pace fatta.

Maria partorì nel nosocomio pubblico “Santissima Trinità Maria Annunziata Addolorata”. Mario era lì vicino a lei e a chi gli chiedeva se fosse il padre diceva – No no, non sia mai… io sono il fratello… capito? Lo zio, il fratello, non il padre –.

La Contessa era ormai abituata ad avere figli. Quello era il tredicesimo. Una famiglia ricca, amorevole. Il Conte era un noto filantropo. Ma quel giorno qualcosa andò storto. Una complicazione e la Contessa morì nel dare alla luce l’ennesimo figlio. E il Conte perse la testa.

Accadde nel frattempo che una levatrice distratta scambiasse il figlio dell’incesto e il figlio della contessa ormai passata a miglior vita.

Il Conte aveva perso la testa, dicevamo. Un medico gli si avvicinò e gli disse – So che non è il momento… ma devo parlarle della salute di suo figlio… suo figlio è affetto dalla rara sindrome di Up, manca di un cromosoma, quello della bellezza. Suo figlio sarà brutto. Possiamo…–

Il conte lo interruppe – Non mi interessa, fate quello che credete. Ammazzatelo se volete. Non mi interessa –

– E… e come volete chiamarlo? –

– Non mi interessa, chiamatelo come volete –

E il medico lo registrò con il nome di Gian Galeazzo.

Si ringraziano sentitamente Mammooth e Baffenda

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Now playing: George Thorogood & The Destroyers – One Bourbon, One Scotch, One Beer
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