APPUNTI FREUDIANI

Dunque, se ho ben capito. La noia è dovuta ad un vuoto di passioni. La ricerca di passioni per colmare il vuoto di queste crea un discostamento dalla realtà, perchè si tende a caricare di aspettative ogni passione che si può creare (con passione si intende qualcosa di molto ampio, che può nascere, ad esempio, da un’azione come da un oggetto, da un libro come da una donna). Ma queste passioni, nonostante ne esistano già le (inconscie) aspettative, non si creano perchè il rischio di restarne delusi ne blocca la nascita in partenza. Il rischio e l’inconscia paura di restare delusi crea un discostamento dalla realtà, perchè si tende a bloccare ogni emozione che può ricavarsi da qualsiasi passione. E questo isolamento emotivo genera per ogni azione che si è compiuta (o, peggio, si sta compiendo) un senso di “già visto”, “già fatto”, “già vissuto”. Dunque, si torna alla noia, il punto di partenza.

In soldoni: non c’è niente che non si possa risolvere con una scopata. Anche la noia. Parola del dottore.

APPUNTI – IL TOPOLINO PARLANTE

Quando ero piccolo mi innamoravo di tutto, correvo dietro alle reclames televisive (rif. F.D.A.).

Avevo poco più di cinque anni, già passati il natale ed il mio compleanno. Mi innamorai del “Topolino parlante”, un gioco per bambini di tre anni. Nella mia immaginazione doveva essere il Topolino vero e proprio, quello dei cartoni animati. Un mio nuovo compagno di gioco. Lo volevo e doveva essere mio, in barba a quello che volevano Topolino ed i miei genitori.

Mia madre e mio padre ritenevano il mio un capriccio, e a ragione. Sparsero “in giro” la voce che dalle nostre parti, nel giro commerciale ernico, quel Topolino non fosse in vendita.

Mia nonna si chiamava Nazarena e non aveva alcun vincolo di sangue con me. Aveva speso una vita nel lavoro dando un futuro a sua figlia e a mia madre.

Mia nonna Nena non poteva assistere insensibile alle mie urla di dolore per la mancanza di quel giocattolo. Accompagnata da mio nonno, partì per Roma, la capitale, alla ricerca del Topolino Parlante.

Giunse la sera a casa mia con un pacco gigantesco. Era lui. Un pupazzo grande quanto me che quasi mi terrorizzava. Era brutto, muoveva bocca ed occhi a scatti e l’unica sua funzione era quella di mangianastri. Deluso, passato un giorno lo misi in un angolo, poi finì in cantina, ad oggi non è dato sapere dove si trovi.

Mia nonna, con un corpo funzionante al 50% e forse anche meno, aveva affrontato un viaggio per farmi felice. Non apprezzai, io aspettavo un Topolino vero e proprio, in carne ed ossa.

Nonna Nena morì nel novembre di quell’anno. Mi amò per scelta e non per vincolo.

Siamo fatti tutti così, siamo sempre un po’ bambini e un po’ nonni. Continuiamo ad amare per scelta e ad innamorarci di tutto fino allo stremo, dando e pretendendo, per quanto le due cose possano sembrare incompatibili. Fino all’essere stanchi di amare, continuando ad inseguire “Topolini parlanti” che non sono quello che desideriamo. Che non esistono. Senza nessuno che abbia il coraggio di dirti che, in fondo, come la ragazza che vuole l’uomo che cammina sui pezzi di vetro, anche tu “stai bene dove stai” (rif. F.D.G.).

APPUNTI – VOGLIO UNA VITA INTERINALE (MI HA DETTO S.)

adeguarsi e seguire la corrente
o lasciare scorrere tutto
restare a riva a guardare
il mondo degli altri
altro da te altro da cosa
diranno era un bravo ragazzo
passeranno tre giorni
e non sarà più niente
pioveranno scuse da pulirtici
il culo
e non ci sarà più del vino
a scacciarti per un momento
dagli angoli bui della tua mente
per poi rigettartici dentro
quando ormai non ci credevi più
che devi chiedere scusa sempre
per le tue cazzate
perchè sei onesto
per il solo fatto di esistere
mi ha detto s. che sta male
perchè ha dovuto rinunciare a me
e starà male per sempre
perchè sono una persona malata
inguaribile incurabile
diversità = disvalore
essere fesso inadeguato
causa di enorme sofferenza
voglio una vita interinale
dove stare al riparo dalla merda
dalle cazzate che ti piovono addosso
un imbuto a tempo determinato
dove tutti sono felici per loro
e tu puoi stare bene contento
adesso subito qui

APPUNTI – NON CREDO SAREBBE POI TROPPO NOIOSO

mi ha scritto una ragazza
per complimentarsi con me
per i miei lavori
mi ha scritto tra l’altro che
apprezza la mia fantasia
immaginazione l’ha chiamata
io non ho voluto offendere la sua
non le ho detto che scrivo solo
di ciò che vivo vedo e sento
se non avessi una vita monotona
scriverei ogni santo giorno

ovvio che poi devo lavorarci su
giocarci e girarci attorno
per renderla meno noiosa
e per non cadere in una denuncia
per diffamazione

è indubbio anche che il mio racconto
è la mia vita per come l’ho vista io
uno sguardo assolutamente non neutrale
irrealmente sempre in bilico
tra noia euforia ansia e depressione

non faccio uso di droghe me le evito
ma mi chiedo perchè gente paghi
per ritrovarsi nella mia stessa condizione

il mio cervello accelera e decelera
in continuazione senza motivazioni plausibili
credo che non si possa vivere così
penso ai caduti lasciati per strada
e a quanto vorrebbero essere al mio posto
allora mi fermo un attimo poi rifletto

ho scoperto un nuovo sentimento negli ultimi mesi
si chiama mortificazione ed è diverso
terrificante solo a sentirne il nome
ha un ché di persecutorio ma è sensazione
è lo tsunami -dirlo fa tanto figo-
dell’umiliazione perchè attiene
al ferimento del tuo essere essere umano
-ripetizione involontaria chiedo venia-
le altre delusioni arrecano danni solamente
al tuo ruolo sociale al tuo essere maschio
a quello che sei perchè lo sei diventato

vorrei vivere bene tranquillo contento
adesso subito anche un solo giorno
senza sbalzi di umore senza quella sensazione
di andare avanti soltanto per inerzia
non si può amare gli altri se non si ama sè stessi

gli ultimi sei anni della mia vita stanno a galla nel cesso
non ho chiesto niente a nessuno
forse sempre troppo poco da me stesso
riconosco i miei limiti le mie responsabilità

ammiro gli uomini e le donne della mia famiglia
vorrei avere qualcosa di loro troppo spesso mi accorgo
che la mia intelligenza vale meno di niente

vorrei stare muto non scrivere non parlare
mi piacerebbe saper dire basta a tutto questo
ma sono poco e niente e questo è l’unico modo
di dimostrare al mondo la mia esistenza
per tutto il resto non riceverò mai
nessun premio

mi piacerebbe anche
prendere lezioni per imparare a piangere
non credo sarebbe poi troppo noioso

UN POSTO DOVE ANDARE

Come scrittore ho fallito, questo credo sia ben chiaro. Ché poi, considerarsi scrittore, è un vezzo che non può appartenermi e, oltretutto, tirare le somme di una “carriera” alla soglia dei trent’anni, quando ancora ne mancano almeno cinquanta a crepare, dio ben voglia, mi pare un atto di una presunzione unica.

Credo il titolo nobiliare di scrittore possa essere assegnato solo a pochi. In fondo scrivere è un arte minore, una di quelle alla portata di tutti fin dai tempi delle elementari, ancor prima nel mio caso, complice l’aver vissuto in una casa piena di libri e lo svezzamento di una nonna maestra. Scrivere è semplice e, a volerlo complicare, si finisce per svilire solamente una funzione basilare della comunicazione umana, arte minore che arte non è.

Essere scrittori è solamente una scusa per non lavorare, o, almeno, lavorare il meno possibile, se non si vuole morire di fame. Una scusa per viaggiare, perder del tempo dietro idee astruse e storie altrui, per non morire di noia.

Ché poi è la noia la prima causa del voler fare, la spinta che mi porta a coltivare gli interessi più disparati, col rischio di diventare ogni giorno sempre più superficiale in ogni campo d’azione dell’esistenza. La noia non muore mai.

Mi considero fortunato ad aver coltivato quest’arte minore, per quanto questa non mi renderà mai ricco nè degno di menzione. Ho una produzione di periodi e parole sterminata della quale solamente una minima parte è conosciuta.

E se quella minima parte conosciuta arriverà a qualcuno, resterà dentro qualche persona, in fondo è un modo per non lasciar morire sensazioni ed emozioni violente che hai vissuto. Anche parlare di storie altrui è un modo di parlare di sé stessi, non c’è fantasia che regga, per quanto questa governi ogni forma di espressione. Celare sotto falsi nomi te stesso o coloro che per te contano qualcosa, è un modo come un altro per lanciare un segnale a dei neuroni troppo spesso inattivi. E credo ci sia del bene anche nel voler far male, anche nel voler uccidere, metaforicamente parlando.

Troppo spesso lasciamo assopire le nostre sensazioni ed emozioni. In questo senso, posso ritenermi fortunato. In un modo o nell’altro, anche attraverso le parole, non le ho lasciate morire, posso ripercorrerle e tenerle sempre con me, anche quelle che fanno più male, farmi accompagnare in questo girotondo, che forse non sarà grandioso nè di grandi aspettative, ma comunque degno di essere vissuto. Non ho alcun rimorso, forse qualche rimpianto, poco più. Il tempo passa, l’importante è non dimenticare.

E credo di esser stato fortunato anche a coltivare la scrittura passiva. Mi avrà forse portato sull’orlo della pazzia, arrivando a confondere la realtà con l’immaginazione, a vivere sensazioni ed emozioni (ci risiamo!) in modo molto distorto ma assolutamente vivace, sulla scia di quello che è un destino assegnato dalla mente di qualcun’altro alla mia, rielaboratrice attiva della vita altrui, che poi è la mia stessa, è la nostra. Posso vivere altre epoche ed altri luoghi restando sempre me stesso, con le mie idee, le mie posizioni, per quanto possano sembrare fuori dal tempo e dal contesto. Paradossali, nella vita come nella scrittura.

Sono in una fase di impasse con l’ennesimo romanzetto, il secondo blocco, per l’esattezza. Il primo blocco, forzoso, è nato dall’esigenza di scrivere qualcosa di diverso. Un’auto-analisi, molto meno costosa di medicinali e psicologi, scritta in fretta e furia per ricordarmi sempre chi sono, da dove vengo, dove vado, e che c’è sempre qualcosa più importante di me stesso.

Credo di aver voluto smorzare, in questo racconto lungo, romanzo breve, che dir si voglia, alcune chiavi irrisolte della mia esistenza, facendo riferimento a scenari conosciuti solo attraverso la carta e l’udito che, ahimè, mi sta abbandonando già in tenera età.

Il titolo, “Le parole per tornare a casa”, parla di un viaggio alla ricerca di quel che si perde e si tralascia, perchè la noia e l’ossessione del ben vivere sono sempre in agguato. Parla delle emozioni sconosciute e scorrette e di quelle che si ritiene troppo poco ciniche e buoniste, quelle di cui si ha vergogna anche solo a pensarle. Non posso ritenerlo, per quanto lo abbia pensato nel momento in cui l’ho concepito, un racconto autobiografico, perchè tralascia fin troppe delle persone e degli avvenimenti rilevanti capitati nella mia vita, per quanto poi questi sarebbero fin troppo noiosi da essere raccontati senza provocare, perlomeno, un sonno profondo.

Un compendio di idee utilizzabili per diversi insulsi racconti dei miei, scritto frettolosamente e con stili diversi, che quasi parrebbe scritto da più mani e che forse riprenderò per puro sollazzo, un giorno.

Fuori e dentro il racconto, ci sono io, unico lettore a ritrovarci me stesso, unico fruitore reale di quelle parole che mi sono servite per trovare la strada di ritorno per casa e mettere un po’ di ordine dove l’ordine non può esserci.

Non dimenticarmi del mio futuro, questa è la parola d’ordine, gli intellettualismi mi sono serviti a poco.

Anzi, dirò di più, degli intellettualismi da strapazzo di cui mi faccio forza e di tutto ciò che non riguarda quella casa dove ancora faccio fatica a rientrare, di tutti quelli che ne sono rimasti fuori, per mia o loro scelta, je m’en fous, per dirla alla francese.

Tutti abbiamo bisogno di un posto dove andare e il mio voglio tenermelo stretto fin quando ne avrò forza.