IL RE CENSORE: STEFANO SGAMBATI – IL PAESE BELLO

A volte capita di leggere qualcosa e dire “Cazzo, avrei voluto scriverlo io”. Capita, ad esempio, leggendo “Il paese bello” di Stefano Sgambati.

Io e Stefano Sgambati siamo “amici su facebook”. Ai vostri occhi malati una relazione tanto stretta potrebbe, inevitabilmente, condizionarmi nel giudizio. Perciò mi farò obiettivo fino allo stremo, considerandolo un perfetto sconosciuto.

Leggo quel che scrive Stefano da un po’ di tempo. Scriveva su un blog ormai chiuso, Noantri, uno tra i migliori sulla scena romana del web.

Dicevo che “cazzo, avrei voluto scriverlo io” perchè Stefano non solo scrive bene ma riesce ad essere anche, e benissimo, un grandissimo figlio di puttana. Nasconde dietro al cinismo, qualità perduta ed oggi considerata un difetto, una sensibilità fuori dal comune (altro difetto insopportabile per il cittadino medio italiano). Sgambati, soprattutto, ragiona e cerca di far riflettere il lettore sulla tragicommedia della vita nostra.

Altro punto a favore. Una raccolta di racconti e introspezioni difficilmente troverebbe mai un editore. Venderebbe poco. Una raccolta di storie brevi e pensieri, solitamente, trova pubblicazione solo quando un autore si è già affermato. Questa è invece un’opera prima, pubblicata da un editore non a pagamento. Se qualcuno ha deciso di investire su Sgambati e non su di me, un motivo ci sarà anche, no?

E dicevo “cazzo, avrei voluto scriverlo io” perchè vale la pena di spendere una decina di euro per ritrovarsi, attraverso le parole di un altro, nelle nostre storie di tutti i giorni. Chissà, lo avessi scritto io, forse sarei diventato ricco. Chissà, forse diventerà ricco Stefano Sgambati. Chissà, forse sarebbe ora, per voi, di spendere pochi soldi per un libro che sa darvi qualcosa di più del codice da vinci.

Chissà che non sia stato proprio Stefano, e non Erika, a vendere la sua bocca a Dio per avere l’esclusiva su certe idee. Mistero della fede. Comprate, leggete e, poi, moltiplicatevi. Amen.

APPUNTI – SAGGIO PRESUNTUOSO SU BUKOWSKI E FANTE

La Feltrinelli si è presa la briga di pubblicare in Italia “Azzeccare i cavalli vincenti” (traduzione insensata di “Portions from a Wine-Stained Notebook”), raccolta di saggi e scritti di Bukowski tra il 1944 e il 1990.

Tra questi, mi soffermo un po’ su “Incontro il Maestro”, nel quale Chinaski (l’alter-ego di Bukowski) incontra tale John Bante (John Fante) autore di “Un vero spasso? eh?” (il celebre “Chiedi alla polvere”). Chinaski incontrò la scrittura dello sconosciuto Bante durante le sue lunghe giornate nelle biblioteche di Los Angeles. Innamoratosi dei suoi libri, ne acquisisce lo stile e, una volta affermato, propone al suo editore di ripubblicare il pressochè invenduto capolavoro di Bante. E’ l’occasione per incontrare il suo idolo, ormai cieco e senza gambe, semi-morente.

La storia è parzialmente corrispondente a come andarono i fatti (Bukowski scrisse anche due poesie sul loro incontro), ma non è su questo che vorrei soffermarmi, quanto sul fatto che personalmente ho sempre considerato Fante e Bukowski molto vicini tra loro e, per quanto possibile, “miei modelli”.

Entrambi hanno una scrittura asciutta e diretta, entrambi raccontano le loro vite e le vite di quelli che non ce la faranno mai. Fante da un risvolto romanticamente speranzoso alle sue storie, Bukowski è duro e puro e fin troppo pessimista sulla vita e sul mondo e, a parer mio, riesce ancor meglio nella poesia che nella prosa. Tuttavia, Bukowski è quasi sicuro di essere meglio degli altri e per battere se stesso si crea un alter ego (Chinaski) che ne è certo e che è “un fottutissimo genio”. Fante non ne ha la consapevolezza, ha bisogno di essere sostenuto e si crea un alter ego (Bandini) che lo sostiene e che forse ci prova molto di più di quanto lui non ci provasse realmente. Caratteri diversi, inclinazioni diverse, atteggiamenti diversi.

In fondo basta poco per scrivere, no? Per scrivere basta saper raccontare la propria vita e sapersela immaginare, non si deve entrare nella merda fin sopra la testa, basta conoscerla, la merda.

Bukowski e Fante non sono dei letterati in senso proprio, anzi, non hanno niente dei letterati. Linguaggio secco, a volte irritante, diretto.  Non studiano, non ricercano.

Personalmente, detesto i letterati, come detesto gli scienziati dell’arte. Non credo in chi studia le tecniche, le forme, non credo in chi ricerca parole. Odio dover leggere scritti altrui perchè la maggior parte delle volte so che non mi piaceranno, e non avrò il coraggio di dir loro che sono una schifezza o, se lo dirò, li ferirò, perchè ognuno crede in ciò che fa e spesso c’è gente che glielo fa credere. In buona fede, il mondo è pieno di deficienti. Detesto persino rileggere la maggior parte delle cose che ho scritto io, che non sono un letterato. Io purtroppo non avrò mai quella prontezza di Bukowski e Fante e forse la mia vita non me la saprò mai immaginare bene, le mie cose le tengo lì in buona vista, giusto perchè ogni giorno è giusto ricordare quanto si possa esser stati coglioni, per averne la consapevolezza. Nonostante ciò, so di saper scrivere meglio, anzi, molto meglio della maggior parte di coloro che si dichiarano poeti o scrittori. Io non lo sono e non lo sarò mai. E non voglio esserlo. Io racconto e basta.

Le parole vanno apprese, masticate e poi vanno usate, ma sempre al momento giusto. Ecco la differenza. Fante e Bukowski hanno sempre le parole giuste al momento giusto. Non sono ricercate, non ci sono ripensamenti. E’ scrittura diretta e va giù come una birra fresca in un giorno che il caldo ti ammazza la testa. E’ proprio questo il motivo per il quale possono non essere apprezzati (per quanto i due siano ormai oggetto di culto e di moda, sono sempre “letteratura bassa”- Bukowski ancor più di Fante) dagli scienziati della letteratura , quelli che trovano del genio nella bella forma e nelle belle parole, nelle frasi lunghe senza punteggiatura che si ritorcono su loro stesse e che, alla fine, belle come sono non ti lasciano niente. Colpisce l’occhio di chi non sa scrivere e non sa leggere, la scrittura del vuoto. E chi non sa scrivere e non sa leggere, per quanto l’analfabetismo ufficiale sia stato debellato, secondo le mie stime rappresenta l’80% della popolazione mondiale e, tra questi, c’è anche molta gente che scrive e molte persone che studiano l’arte. Odio gli studi sull’arte. Osservare, far proprie le idee altrui ed elaborarle, questa è l’arte. Non servono studi, non serve niente di niente. L’arte vera non la può spiegare nessuno. Quella finta può esser spiegata facilmente da chi la studia, come un falegname può spiegare come si fa un tavolo.

L’arte viene dallo stomaco: quando viene espulsa, a culo ancora sporco, quella è arte. Potete anche avere belle storie da raccontare, ma non avete niente dentro per poterle dire, siete come i no-global con i rasta e l’i-pod, come quelli che ammazzano e poi chiedono scusa, siete gente che campate di simboli: l’arte stitica, per quanto mi riguarda, la lascio a voi, perchè non è arte, è atteggiarsi. Perchè sono presuntuoso. E perchè l’unica cosa che mi interessa adesso è l’aver scoperto che la messicana di “Chiedi alla polvere” tornò e saltò fuori che “era una lesbica del cazzo”.

Questi sono i veri piaceri del conoscere la letteratura.

IL RE CENSORE: MARIO DELGADO APARAIN – LA BALLATA DI JOHNNY SOSA

Un romanzetto da leggere tutto d’un fiato questo “La ballata di Johnny Sosa“. Un’ora e mezza o poco più. Io l’ho letto in cinque giorni, ma questo dipende dal tempo che si ha a disposizione e conta poco ai fini di una recensione. Classico romanzo “alla sudamericana”, molte descrizioni che arricchiscono (di molto) una storia che si potrebbe raccontare in molte poche righe e che da noi sarebbe molto probabilmente un racconto. Senza voler addentrarmi nel merito della storia, è un romanzo che tutti dovrebbero leggere perchè ci porta a riflettere anche su questa epoca che stiamo vivendo. La dittatura militare urugaiana non è diversa da alcuna dittatura al mondo. La dittatura inizia silenziosamente, quando tutti siamo portati ad accettare “le cose per come sono”. Iniziava con l’ignoranza e la povertà prima, inzia con l’ignoranza fintamente acculturata e con la povertà globalizzata ora, quando con un contentino non ci indignamo nè ci meravigliamo più, se non per qualche secondo, di fronte a un’ingiustizia (e la cosa peggiore è che non veniamo colti da stupore più per niente, neanche di fronte a un evento positivo). Non siamo poi noi tanto diversi dal nero Johnny Sosa quando, come animali a due teste, accettiamo le cose per come sono anche se oggettivamente ingiuste, perchè il potere e il pensiero unico si consolidino concedendo a noi o a chi è vicino a noi un qualsiasi vantaggio a scapito di chi non le accetta. Potremmo non essere noi tanto diversi da Johnny Sosa se, facendo prevalere la seconda testa, aprissimo gli occhi rinunciando a un finto piacere immediato, forse duraturo: davanti due scelte, fuggire da uno stato di cose che non ci piace inseguendo un sogno, come Johnny Sosa, o combattere senza molte chances, ma per una causa nobile e per i nostri sogni, contro uno stato di cose che non può e non ci deve andare bene.

(Ancora) in lettura:

  • Charles Bukowski – Cena a sbafo
  • Charles Bukowski – Azzeccare i cavalli vincenti
  • Douglas R. Hofstadter – Gödel, Escher, Bach
  • Douglas Adams – The Restaurant at the End of the Universe

IL RE CENSORE

Come qualcuno saprà, ogni tanto mi diletto a recensire qualche libro dietro giusto compenso. Naturalmente non tutte queste recensioni trovano spazio. Siccome mi dispiace buttar via qualche buon lavoro e siccome credo che, a volte, qualche libro meriti davvero di essere letto…

Bilal (Fabrizio Gatti – Rizzoli)

Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare (Charles Bukowski)

Dakar, Africa, Mondo: dalla capitale senegalese parte il lungo viaggio di Fabrizio Gatti, inviato de “L’Espresso”, che ha attraversato il Continente Nero e l’Europa tra i dimenticati del terzo millennio, i nuovi schiavi.

Ad un lettore superficiale, “Bilal” potrebbe apparire un buon romanzo d’avventura.

Al lettore più attento risulterà invece difficile andare a fondo in questo reportage dettagliato, in cui la storia di ogni singolo uomo è una coltellata al cuore del mondo occidentale.

Sono storie fatte di illusioni quelle di questi bambini, ragazzi e ragazze, uomini e donne che scelgono di mettere in gioco la propria vita nel deserto per raggiungere l’Europa, per dare un futuro alle loro famiglie e, soprattutto, a loro stessi.

Oppressi da una vita costretta ad una povertà estrema, sono obbligati a vendere la propria dignità ed il proprio corpo per un viaggio senza ritorno sotto lo scacco di militari, scafisti senza scrupoli, organizzazioni mafiose e religiose che, alla luce del sole, gestiscono il traffico di uomini, per inseguire il loro sogno: una paga decorosa, una casa, una macchina, una fidanzata da trovare od una moglie da far arrivare.

Dopo un lungo e travagliato viaggio sui camion che attraversano il Sahara, a Gatti è reso impossibile entrare in Libia dal governo di Gheddafi in quanto “non africano”. Non può quindi concludere il suo viaggio come vorrebbe. Non può raccontare, da “clandestino” tra i clandestini, la traversata del Mediterraneo sui “barconi della morte” (il 12% delle persone imbarcate muoiono prima di toccare la terraferma), paradossalmente la strada più semplice per giungere in Europa. Racconta il giornalista, infatti, di due compagni di viaggio, con i documenti in regola, che tentano di entrare in modo regolare dalla Libia nel vecchio continente: torturati e costretti a rinunciare.

Tornato in Italia, Gatti diventa Bilal, clandestino curdo.

Bilal viene ripescato in mare al largo di Lampedusa e rinchiuso nel Centro di Permanenza Temporanea dell’isola, descritto da parlamentari italiani come “un albergo a cinque stelle” ma capace di richiamare alla mente l’Auschwitz di Primo Levi. Bilal e gli altri clandestini vivono tra liquami putrescenti, molto spesso presi in giro ed umiliati, costretti a crudeli e stupidi giochi per avere da mangiare. Pochi tra i militari che presidiano il Centro mostrano umanità verso “gli ospiti”, prigionieri in attesa di un foglio di via che permetterà loro di essere “liberi”, fino al prossimo arresto ed alla prossima prigionia.

Ma anche al di fuori della “gabbia” per i clandestini non esiste quella libertà desiderata. Diventano schiavi. Sottopagati, malnutriti, costretti a lavori faticosi ed a dormire in luoghi piccoli e sovraffollati, maltrattati. Non possono far valere i loro diritti per non rinunciare al loro sogno: agghiacciante è la storia di Pavel, rumeno, ridotto in fin di vita a sprangate dal suo datore di lavoro e poi arrestato perchè immigrato irregolare.

Una lettura da consigliare a tutti per due motivi. In primo luogo perché l’inviato de “L’espresso” fa del giornalismo come pochi hanno ancora il coraggio e la voglia di fare. In secondo luogo perché, anche se solo per la breve durata di 500 pagine, noi, uomini occidentali, siamo costretti a ridimensionare i nostri problemi quotidiani e ad interrogarci su una vita, la nostra, vissuta ad occhi chiusi, sostentata dalle risorse e dalla disperazione di altri uomini che altra colpa non hanno se non quella di essere nati nel posto sbagliato.

Il partito del cemento (Marco Preve e Ferruccio Sansa – Chiarelettere)

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela (Enrico Berlinguer, 1981)

Dal paradiso all’inferno il passo è breve e sembra non curarsene il trasversale “partito del cemento” raccontato dall’inchiesta di Marco Preve (giornalista de “La Repubblica”) e Ferruccio Sansa (“Il Secolo XIX”) sulla politica e la speculazione edilizia in Liguria.

I due giornalisti scavano tra inchieste giudiziarie e fatti di cronaca, incrociano incarichi pubblici con ruoli all’interno di aziende ed organizzazioni politiche, svelando così un sistema di affari e, presumibilmente, favori reciproci che coinvolge tutta la Liguria che conta, da destra a sinistra.

A quarantacinque anni da “La speculazione edilizia” di Calvino che denunciava la progressiva cementificazione della costa ligure, è ora annunciata una colata di tre milioni di metri cubi di cemento pronta a coinvolgere terra e mare, devastante per la vivibilità da parte dei cittadini e per un paesaggio pressoché unico che un tempo richiamava artisti da tutto il mondo.

Preve e Sansa individuano i paladini del cemento nei due potentissimi Claudii (il Governatore di centrosinistra Burlando e l’attuale Ministro dello sviluppo economico di centrodestra Scajola) che paiono guidare le rispettive aree politiche in un unico teatrino dove le parti vengono cambiate continuamente lasciando intatti non solo obiettivi e prospettive ma anche l’apparentemente radicato sistema clientelare.

A chi non vuole pensar male, possono sembrare coincidenze la condivisione di automobile e casa di Burlando con Lazzarini, socio della Ital Brokers, società di brokeraggio che ottiene molte commesse ed appalti dalla Regione Liguria e che conta tra gli altri soci molti iscritti all’associazione culturale della sinistra ligure “Maestrale”. Coincidenze possono apparire anche i rapporti tra l’imperiese Scajola e Caltagirone e gli incroci familiari e di amicizia all’interno della Porto di Imperia spa che, assieme all’Acquamare (società dell’imprenditore romano), ottiene l’appalto per la costruzione del porto d’Imperia (o meglio, di Oneglia), il più grande porto turistico del Mediterraneo.

Nel 2000 sulla costa ligure si contavano 14500 posti barca, oggi 20500 ma è in cantiere la costruzione di altri 8000 posti, avallata dal Piano della costa regionale elaborato ed approvato da amministrazioni di destra e sinistra: un posto barca ogni cinquantacinque abitanti circa. Piano che prevede, ad esempio, la realizzazione di un porticciolo turistico con annesse residenze nella caletta di Margonara: un grattacielo di 120 metri che sorge dal mare progettato da Fuksas, vicino a Rifondazione, convinto della necessità di tale struttura dal fatto che “ormai il possesso di una barca è nella possibilità di tutto il ceto medio italiano, il 70% della popolazione”.

I due giornalisti insistono molto sul binomio “Liguria – Italia”. E forse, alla luce anche delle recenti inchieste giudiziarie in Abruzzo, non sbagliano nel credere che la realtà ligure non sia molto diversa da quella del resto d’Italia.

La nuova ondata di speculazioni finanziarie e lottizzazione nell’edilizia, avallata dal convincimento che il progresso passi solo attraverso la costruzione, è sotto gli occhi di chiunque viaggi sulle strade italiane, nelle montagne e colline scavate e nelle campagne una volta intatte dove sorgono in pochissimo tempo complessi residenziali od interi quartieri, quasi mai volti ad un’edilizia popolare.

Il clientelarismo è ancora radicato e i tentativi di “inciuci” tra le parti politiche sono certamente aumentati come conseguenza della perdita del carattere ideologico dei partiti. E’ reale la necessità per la sinistra italiana, persa la spinta ideale del passato, la riapertura al suo interno della cosiddetta “questione morale”.