13
Camminammo in silenzio per un po’ verso casa mia, poi proposi di fermarci ad un bar a prendere un caffè. Lui acconsentì, ci sedemmo ad un tavolino e mi accesi una sigaretta.
“Hai una bella testa”, fece come per complimentarsi, rompendo il silenzio.
“Grazie”, risposi io innervosito.
“Ero ironico. Non capisco dove vuoi andare a parare”
Irruppe un cameriere portandoci i due caffè. Spensi la sigaretta e bevvi il mio, lui nemmeno lo toccò. Accesi un’altra sigaretta.
“Cosa non capisci?”, gli domandai storcendo la bocca, un po’ per nervosismo, un po’ per l’ansia.
“Ad esempio, perché non hai affrontato Margherita?”
Non risposi e, vedendomi in difficoltà, non si interruppe “Hai abbassato lo sguardo, hai aspettato che passasse e sei andato via. Eppure tu l’hai messa lì. Tu, solamente tu”.
Stetti in silenzio ancora.
“Quale strana esigenza ti impone di metterti da solo in difficoltà?”
13 ½
Avevo abbassato lo sguardo di fronte a Margherita all’uscita dalla metro, era vero. Ma avevo le mie buone ragioni e gliele esposi.
“Prima cosa, non sapevo che tutto questo fosse irreale. Seconda cosa, l’hai detto prima tu, non ho un cuor di leone”
“Sì, certo, ma se avevi l’esigenza di rivederla, forse c’era ancora qualcosa in sospeso, qualcosa da dirle”
Zitto ancora per qualche secondo, poi dissi ingoiando qualche lettera “Strani i meccanismi della mente. L’hai detto tu, ho una bella testa”
“Non ripetere quel che ti dico, è stupido”
Spensi la sigaretta e abbassai lo sguardo.
“Voglio bene a quella ragazza, cosa credi?” gli dissi.
Gli raccontai per ore di mille stupidaggini tra noi e di quanto fossero incredibili i nostri momenti, di quanto sapesse rendermi felice senza nessun motivo e di come fosse sopravvissuto a mille tempeste il nostro rapporto.
“Ed ora?” chiese lui
“Ed ora l’ho persa”
“E ti sei chiesto perché?”
“Non lo so”
“La amavi?”
“Sì, ma non ero innamorato di lei. Credo ci sia una differenza fondamentale tra amare ed essere innamorati. Si amano tante cose, non solo le donne. La famiglia, gli amici. Ci si innamora solo di quello che non si può avere o non si ha mai del tutto. Mi innamorai di Lisa perché, per un motivo o per un altro, l’avevo sempre solo a metà. Innamorarsi è come una canzone di Bruce Springsteen, se vuoi è come un poema cavalleresco: tu sei l’eroe che deve portare via una donna in un mondo dove si può non essere dei perdenti, sei tu che devi portarla a vincere. Con Margherita era diverso, lei mi faceva stare bene ed io per lei non riuscivo a fare proprio niente”
“Guarda i tuoi genitori. Credi siano innamorati secondo la tua definizione? Non credi che si amino ugualmente?”
“Non c’entra. Io ho bisogno di stare bene, certo, ma ho bisogno di sentirmi protagonista”
“Sei un egocentrico. E poi questa Lisa. E’ stata la prima cosa che hai voluto vedere, appena hai potuto. Ma non sei stanco? Lasciala andare”
“L’ho lasciata andare. E’ andata via. Sono contento per lei”
“Non è vero e lo sai”
Non l’avevo lasciata andare perché non ne avevo mai avuto il coraggio. Lisa era il mio fallimento più personale. I primi mesi con lei erano stati, probabilmente, i più belli della mia vita. Sarebbe durata, forse, se la mia testa e le mie ansie, le mie regole e paure autoindotte, non avessero deciso per me di mandare tutto a puttane. Non ho mai saputo se lei fosse mai stata veramente innamorata di me. Io ero una persona che non sapeva porre domande, lei non sapeva dare risposte e, forse, proprio queste due qualità negative ci avevano avvicinato.
Ad ogni modo, cercai di rinnovare quei mesi iniziali per due e più anni, tra reciproche bugie, tradimenti, piccole guerre personali. Io avrei voluto continuare a vivere quella storia ancora, per tutto il resto della mia vita, pensando che prima o poi “tutto sarebbe tornato come prima”. Un giorno avremmo smesso di essere un ciclo macellati e un ciclo macellai, pensavo, citando a memoria quel santone di un cantante ormai ex comunista che entrambi ammiravamo tanto. Non accadde.
“Pensi forse che un uomo possa esser contento quando la felicità altrui nasce da un suo fallimento?” gli domandai.
“E’ un pensiero un po’ contorto. Hai fallito, tutti falliscono, per un motivo o per un altro. E’ un’esperienza come un’altra. La sua felicità nasce da altre cose, è un altro momento della sua vita. E’ passata ed è un’altra scusa per non affrontare te stesso. Affronta Margherita”
13 ¾
Come in quei talk show dove si parla di qualcuno e quello all’improvviso arriva, ecco Margherita sedersi al nostro tavolino. Chiamò il cameriere ed ordinò tre caffè. Mi accesi un’altra, l’ennesima sigaretta.
“Cuor di leone”, disse lei
“Non ti ci mettere anche tu”
“Sì, ma tu vuoi farla finita?”
“Ho provato, non sono riuscito”
“Questo lo so, intendevo di scappare da me”
“Io non scappo”
“Abbassi lo sguardo, è la stessa cosa”
“Mi vergogno”
Il cameriere portò i caffè. Spensi la sigaretta, io e Margherita bevemmo i nostri due. Ottavio non sfiorò neanche quello. Aveva due tazzine di caffè davanti. Mi accesi un’altra sigaretta. Margherita ne mise una in bocca e con la mano mimò un accendino. Le accesi la sigaretta.
“Io ti voglio bene, lo sai” le dissi
“Io anche, ma non è questo il discorso. Stavamo bene. Tu stavi bene. Sei tornato a giocare con la mente e hai distrutto tutto”
“Ho fatto quel che credevo giusto”
“Credi sia stato giusto umiliarmi? Credi sia giusto dirmi che non vuoi niente da me, credi non sia scorretto cercare di allontanarmi, raffreddare i nostri rapporti e poi impazzire di gelosia gridando come un ossesso, aggredendomi?”
“Non credi sia ingiusto per te, Mike, non riuscire a vivere nemmeno un po’ di felicità per giocare con i tuoi dubbi automatici?” intervenne Ottavino, che avevo quasi dimenticato.
Margherita fumava, io mi voltai verso quello che avevo creduto un assassino, il mio amico, che mi incalzava “Perché non le spieghi che ti faceva stare bene? Perché non le spieghi che ti terrorizza ogni minimo cambiamento? Credi davvero sia tanto diverso innamorarsi da amare? Perché non le dici che la ami, ma davvero?”
“Lui non mi ama” le disse lei “lui dice di amare ciò di cui ha bisogno. Non vuole stare da solo, ama la prima cosa che passa, la prima che gli da qualcosa. Lui succhia, senza dare niente. Non domanda, non ascolta. Lui pensa, fa. Ed io non voglio vederlo mai più”
Si alzò ed andò via. Io fumavo ancora, bruciavo il filtro della sigaretta fin quando non mi scottai le dita. La cicca mi cadde sui pantaloni, feci un movimento brusco per gettarla a terra muovendo il tavolino. Caddero i caffè di Ottavio.
“Poco male, non li avrei bevuti” disse lui “Hai perso un’altra occasione, coglione”
13 ¾²
Ottavio mi aveva colto in fallo. Continuavo a pormi convinzioni assurde e inutili per non cambiare la mia vita e costringermi ad un’infelicità perenne.
Continuavo a pensare a Lisa che non c’era più. Io avevo fatto di tutto per cacciarla dalla mia vita, cercando di riattirarla ogni volta che sentivo di stare per perdere per sempre il contatto con lei. Continuavo a pensare a lei per diletto e puro masochismo, come per autolesionismo mantenevo il mio rapporto senza sesso con lei.
Ma ero dunque folle? Quali pensieri si aggiravano nella mia mente?
Perché avevo cercato di allontanare anche Margherita, una persona che mi amava senza alcuna motivazione? Poco tempo prima di tentare di ammazzarmi avevo ritrovato una lettera di Margherita di quasi dieci anni prima. Era all’ultimo anno di liceo, io ero già all’università e in una lettera piena di “vabbé” si chiedeva dove ero, cosa facevo e che a volte pensava che sarebbe stato bello rivedersi. Ma poi si diceva “vabbé, non voglio sbagliare ancora”. E se dopo dieci anni ci eravamo ritrovati senza alcun interesse, se tutto quel bene, quei pensieri, ancora sopravvivevano nei nostri animi senza che nessuno ci obbligasse, quella continuità spezzettata doveva pure voler dire qualcosa. Andava al di là di sesso, corpo, mente, amici, fratelli, amanti.
Se avevo ritrovato Margherita era perché avevo perso Lisa. Se Margherita mi faceva stare bene era perché mi voleva bene. Mi sentivo amato. E allora perché fermare tutto quello? Quale il senso dell’aver paura di avere di più o di meno da lei?
Pensavo questo, Ottavio interruppe i miei pensieri e mi disse “Le categorie nei sentimenti non esistono. Le imposizioni ti distruggono la vita. L’amore, in tutte le sue forme, non è mai bianco o nero. Oscilla continuamente ed è bello che sia così. Se vuoi incastrarlo in una definizione, in uno stato perpetuo, in un contratto, l’amore muore”
Io mi accesi una sigaretta e pensai di non aver mai ascoltato davvero Margherita. Pensai anche di non aver mai ascoltato il mio cuore o che, forse, questo fosse stato messo in confusione da ciò che la mia mente gli urlava contro in continuazione per non farlo parlare.
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