LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 15/15

15

Ero in impermeabile giallo abbinato al cappello. Pioveva e mi trovai di fronte Margherita in camicia bianca e giacca rossa, completamente bagnata con i suoi lunghi capelli neri. Dietro di noi un vecchio biplano col motore acceso. Conoscevo quella scena.

Le sorrisi. Non ricambiò la dolcezza e, con fare serioso, mi disse “Tu devi partire”

Non voglio”

Ascoltami bene, ti rendi conto a cosa andresti incontro se restassi qui?”

Voglio restare qui con te”

Se rimani qui, un giorno saresti preso dal rimorso. Non oggi, forse nemmeno domani, ma presto o tardi e per tutta la vita”

Conoscevo quelle parole e quella scena. In quel momento, prima che cominciassero a scendermi lacrime dagli occhi, le presi la testa tra le mani e la baciai come mai avevo fatto prima. Cominciai a spogliarla senza staccare le mie labbra dalle sue e mi accorsi che lei stava piangendo ora, voleva dirmi “Non lo fare” ma la mia lingua non le dava tregua.

Strappata la camicia, le sbottonai i pantaloni, fregandomene di Louis che ci guardava. Le scansai le mutandine e, senza staccare la bocca dalla sua, la sollevai e facemmo l’amore con una forza che non avevo mai avuto.

Staccai le labbra dalle sue e continuai a baciarle il collo, i seni e tutto ciò che potevo. Lei gemeva ed urlava come non l’avevo mai sentita fare. Venimmo insieme e crollammo a terra con violenza.

EPILOGO

Cadendo a terra, il materasso del mio letto d’ospedale attutì il colpo.

Combattei la luce fastidiosa agli occhi e aprii le palpebre, il viso stretto e infastidito da una maschera per l’ossigeno.

Poco prima, nell’aeroporto di Casablanca, mi ero scopato la morte. La mia morte aveva gli occhi di Margherita che mi chiedeva di andare via da lei.

Mi ritenni fortunato ad essermela sbattuta, la morte intendo, riprendendomi la mia vita.

Avevo difficoltà a muovere il collo, mi girai per quel poco che potevo e vidi Margherita dormire su una brandina vicino al mio letto. Respirava pesantemente ed aveva una rivista di cruciverba poggiata sul petto. Con quel poco di voce che mi era rimasta, le dissi grazie. Lei si mosse un po’ per trovare una posizione più comoda.

Stetti per un po’ a chiedermi se anche quella fosse solo una costruzione della mia mente.

Anche adesso, mentre sto scrivendo queste parole, mi domando “Ma è davvero questo il mondo reale?”

Non so darmi risposta, ma mi conviene credere di esistere, cercare di diventare un uomo migliore in questa realtà, pur consapevole che soltanto attraverso i sogni e l’amore può aver salva la vita un uomo sciocco come me. Tutto il resto è un insipido contorno.

LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 14/15

14

Margherita era andata via da qualche minuto ed io ero in imbarazzo. Ottavino ordinò due birre e cominciò a raccontare storie passate.

Quel che non capisco è perché hai buttato via i nostri vecchi amici”

Chi te l’ha detto?”

Sei tu che mi metti in bocca le cose, non dimenticarlo”

Bevvi la mia birra di un sorso e ne ordinai un’altra.

Sai” mi disse “ognuno fa la sua vita come sa. Non è detto che debba piacerti”

Sapevo a cosa alludeva. Nell’ennesimo ultimo atto di follia ed autodistruzione, avevo tirato fuori tutto il mio risentimento verso i miei vecchi amici, allontanando anche loro da me per sempre.

Non ho difficoltà a farmene di nuovi”

Questo lo so. Ma avresti potuto benissimo allontanarti da loro se non ti piace il loro modo di vivere. Non sei costretto ad accettare…”

Lo fermai con una mano. Accesi una sigaretta.

Secondo te sono uno stronzo?”

Sì. Se tu avessi preso una posizione per migliorare la loro vita, lo capirei. Che poi, la tua vita migliore è un’idea tutta tua. Tu hai voluto sentirti migliore di loro”

Sinceramente, io capisco la difficoltà di chi non può farcela. Non sopporto chi si getta via e detesto chi se ne approfitta”

Sono tutte chiacchiere. Tu odi”

Io odio le persone che profittano sui disagi degli altri. Odio il mondo in cui è considerato migliore di me chi è più furbo. Odio il fatto che il premio spetti a chi incula l’altro più e meglio. Odio l’esaltazione della delinquenza”

Ma tu non combatti. Sei un vigliacco, fai una guerra contro i mulini al vento”

Sbaglio. Chiedo scusa”

Non basta”

Non voglio essere partecipe dai loro tentativi di fuga dall’infelicità”

E tu che ci sguazzi dentro, nell’infelicità? Sei forse meglio?”

No”, risposi sconsolato

Non sto prendendo le loro difese. Ti sto solamente dicendo che ognuno prende la sua strada. E purtroppo è quasi sempre quella sbagliata. Tu ne hai presa una, loro un’altra. Ma sono entrambe sbagliate”

Pensai a mia sorella Caterina, alla sua caduta e alla sua risalita. Volevo dire ad Ottavio che non esistevano droghe di serie a e di serie b. Volevo dirgli che odiavo sentirli compatire mia sorella, parlarmene scrollando le spalle. Io ero orgoglioso di mia sorella, non di loro che, pur accettati dalla società perché normalizzati, da quello stato di dipendenza perenne non sarebbero mai usciti. Non dissi niente per non rovinargli i bei ricordi che aveva. Forse perché non riuscivo a convincermi davvero che tutto quello fosse solo un sogno. Forse perché mi sarebbe piaciuto averlo ancora lì davanti dal vivo, per dirgli quello che non gli avevo mai detto.

14 ½

Quando Ottavino morì io non c’ero. Ero lontano migliaia di chilometri dall’Italia, stavo mangiando delle patatine fritte. Mi chiamò uno di quegli amici che ora avevo allontanato. Mi sporcai con il ketchup e mi sentii perso. Mi sentii colpevole di non esserci come non c’ero stato nella sua vita per anni.

Era ipocrita sentirne allora la mancanze, quando non poteva esserci più per davvero. Era stato ipocrita cercare il suo tempo quando stava per terminare.

Non è stato ipocrita” disse lui, leggendomi nel pensiero.

Mi sentii un verme, ancora una volta, per quel che ero. Il mio egoismo mi spingeva a mettergli in bocca le parole che volevo sentire.

Io ero quello che cercava di perdere il suo tempo quando altri uomini ne avrebbero voluto molto di più, Ottavio tra questi. E lo avrebbe meritato, Ottavio, quello che è dovuto diventare uomo subito e che affrontava ogni difficoltà con il sorriso.

Mi disse che i momenti bui li aveva passati, eccome. Ed aveva pianto anche lui, eccome. Mi raccontò che anche quando ti rendi conto di essere sul punto di morire pensi “Sì, sta arrivando il momento, ma viene tra un po’”. E mi disse che la vita era bella e che gli mancava. E tanto. Per gli imprevisti, le sorprese. Per le piccole cose. Per tutto quello che poteva accadere e che non avrebbe mai immaginato. Ad esempio, l’Inter campione d’Europa.

14 ¾

Io ed Ottavio avevamo condiviso la passione per la stessa squadra nei momenti più neri della sua storia. Ottavio non aveva mai visto l’Inter vincere una competizione importante. Neanche uno scudetto, se si escludono quelli fuori dall’età della ragione.

Stavo utilizzando Ottavio per mettermi al centro dell’attenzione. Ancora una volta non avevo trovato le parole giuste per riportarlo a casa, avevo trovato quelle adatte per avere da lui compagnia e conforto nella mia mente vagante.

Se c’era qualcosa di Ottavio, in quell’uomo che avevo davanti, gli dovevo ancora qualcosa. Ed allora ci gettammo in un attimo in piazza Duomo a Milano tra mille persone e bandiere. Lo guardai tornare il ragazzo che conoscevo, mentre mi chiedeva notizie di quegli sconosciuti in campo che vestivano la maglia che aveva tanto amato. Quando l’unico superstite della sua era nerazzurra alzò la coppa in cielo mi chiese stupito “Ma è tutto vero?”

Lo guardai sorridere felice ed urlare la sua gioia. Festeggiammo tutta la notte, poi ci fermammo stanchi su una panchina a parlare finché non si fece mattino.

Entrammo in un bar a fare colazione. Lui entrò in bagno. Attesi qualche ora che uscisse, quando andai a cercarlo non c’era più.

Abbassai la tavoletta del cesso e mi sedetti. Stetti per un po’ con la testa tra le mani, cercando di illudermi di aver dato un po’ di felicità a quell’amico che non c’era più. Me ne stavo sconsolato con gli occhi stretti per non piangere, poi, un calo di pressione.

LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 13/15

13

Camminammo in silenzio per un po’ verso casa mia, poi proposi di fermarci ad un bar a prendere un caffè. Lui acconsentì, ci sedemmo ad un tavolino e mi accesi una sigaretta.

Hai una bella testa”, fece come per complimentarsi, rompendo il silenzio.

Grazie”, risposi io innervosito.

Ero ironico. Non capisco dove vuoi andare a parare”

Irruppe un cameriere portandoci i due caffè. Spensi la sigaretta e bevvi il mio, lui nemmeno lo toccò. Accesi un’altra sigaretta.

Cosa non capisci?”, gli domandai storcendo la bocca, un po’ per nervosismo, un po’ per l’ansia.

Ad esempio, perché non hai affrontato Margherita?”

Non risposi e, vedendomi in difficoltà, non si interruppe “Hai abbassato lo sguardo, hai aspettato che passasse e sei andato via. Eppure tu l’hai messa lì. Tu, solamente tu”.

Stetti in silenzio ancora.

Quale strana esigenza ti impone di metterti da solo in difficoltà?”

13 ½

Avevo abbassato lo sguardo di fronte a Margherita all’uscita dalla metro, era vero. Ma avevo le mie buone ragioni e gliele esposi.

Prima cosa, non sapevo che tutto questo fosse irreale. Seconda cosa, l’hai detto prima tu, non ho un cuor di leone”

Sì, certo, ma se avevi l’esigenza di rivederla, forse c’era ancora qualcosa in sospeso, qualcosa da dirle”

Zitto ancora per qualche secondo, poi dissi ingoiando qualche lettera “Strani i meccanismi della mente. L’hai detto tu, ho una bella testa”

Non ripetere quel che ti dico, è stupido”

Spensi la sigaretta e abbassai lo sguardo.

Voglio bene a quella ragazza, cosa credi?” gli dissi.

Gli raccontai per ore di mille stupidaggini tra noi e di quanto fossero incredibili i nostri momenti, di quanto sapesse rendermi felice senza nessun motivo e di come fosse sopravvissuto a mille tempeste il nostro rapporto.

Ed ora?” chiese lui

Ed ora l’ho persa”

E ti sei chiesto perché?”

Non lo so”

La amavi?”

Sì, ma non ero innamorato di lei. Credo ci sia una differenza fondamentale tra amare ed essere innamorati. Si amano tante cose, non solo le donne. La famiglia, gli amici. Ci si innamora solo di quello che non si può avere o non si ha mai del tutto. Mi innamorai di Lisa perché, per un motivo o per un altro, l’avevo sempre solo a metà. Innamorarsi è come una canzone di Bruce Springsteen, se vuoi è come un poema cavalleresco: tu sei l’eroe che deve portare via una donna in un mondo dove si può non essere dei perdenti, sei tu che devi portarla a vincere. Con Margherita era diverso, lei mi faceva stare bene ed io per lei non riuscivo a fare proprio niente”

Guarda i tuoi genitori. Credi siano innamorati secondo la tua definizione? Non credi che si amino ugualmente?”

Non c’entra. Io ho bisogno di stare bene, certo, ma ho bisogno di sentirmi protagonista”

Sei un egocentrico. E poi questa Lisa. E’ stata la prima cosa che hai voluto vedere, appena hai potuto. Ma non sei stanco? Lasciala andare”

L’ho lasciata andare. E’ andata via. Sono contento per lei”

Non è vero e lo sai”

Non l’avevo lasciata andare perché non ne avevo mai avuto il coraggio. Lisa era il mio fallimento più personale. I primi mesi con lei erano stati, probabilmente, i più belli della mia vita. Sarebbe durata, forse, se la mia testa e le mie ansie, le mie regole e paure autoindotte, non avessero deciso per me di mandare tutto a puttane. Non ho mai saputo se lei fosse mai stata veramente innamorata di me. Io ero una persona che non sapeva porre domande, lei non sapeva dare risposte e, forse, proprio queste due qualità negative ci avevano avvicinato.

Ad ogni modo, cercai di rinnovare quei mesi iniziali per due e più anni, tra reciproche bugie, tradimenti, piccole guerre personali. Io avrei voluto continuare a vivere quella storia ancora, per tutto il resto della mia vita, pensando che prima o poi “tutto sarebbe tornato come prima”. Un giorno avremmo smesso di essere un ciclo macellati e un ciclo macellai, pensavo, citando a memoria quel santone di un cantante ormai ex comunista che entrambi ammiravamo tanto. Non accadde.

Pensi forse che un uomo possa esser contento quando la felicità altrui nasce da un suo fallimento?” gli domandai.

E’ un pensiero un po’ contorto. Hai fallito, tutti falliscono, per un motivo o per un altro. E’ un’esperienza come un’altra. La sua felicità nasce da altre cose, è un altro momento della sua vita. E’ passata ed è un’altra scusa per non affrontare te stesso. Affronta Margherita”

13 ¾

Come in quei talk show dove si parla di qualcuno e quello all’improvviso arriva, ecco Margherita sedersi al nostro tavolino. Chiamò il cameriere ed ordinò tre caffè. Mi accesi un’altra, l’ennesima sigaretta.

Cuor di leone”, disse lei

Non ti ci mettere anche tu”

Sì, ma tu vuoi farla finita?”

Ho provato, non sono riuscito”

Questo lo so, intendevo di scappare da me”

Io non scappo”

Abbassi lo sguardo, è la stessa cosa”

Mi vergogno”

Il cameriere portò i caffè. Spensi la sigaretta, io e Margherita bevemmo i nostri due. Ottavio non sfiorò neanche quello. Aveva due tazzine di caffè davanti. Mi accesi un’altra sigaretta. Margherita ne mise una in bocca e con la mano mimò un accendino. Le accesi la sigaretta.

Io ti voglio bene, lo sai” le dissi

Io anche, ma non è questo il discorso. Stavamo bene. Tu stavi bene. Sei tornato a giocare con la mente e hai distrutto tutto”

Ho fatto quel che credevo giusto”

Credi sia stato giusto umiliarmi? Credi sia giusto dirmi che non vuoi niente da me, credi non sia scorretto cercare di allontanarmi, raffreddare i nostri rapporti e poi impazzire di gelosia gridando come un ossesso, aggredendomi?”

Non credi sia ingiusto per te, Mike, non riuscire a vivere nemmeno un po’ di felicità per giocare con i tuoi dubbi automatici?” intervenne Ottavino, che avevo quasi dimenticato.

Margherita fumava, io mi voltai verso quello che avevo creduto un assassino, il mio amico, che mi incalzava “Perché non le spieghi che ti faceva stare bene? Perché non le spieghi che ti terrorizza ogni minimo cambiamento? Credi davvero sia tanto diverso innamorarsi da amare? Perché non le dici che la ami, ma davvero?”

Lui non mi ama” le disse lei “lui dice di amare ciò di cui ha bisogno. Non vuole stare da solo, ama la prima cosa che passa, la prima che gli da qualcosa. Lui succhia, senza dare niente. Non domanda, non ascolta. Lui pensa, fa. Ed io non voglio vederlo mai più”

Si alzò ed andò via. Io fumavo ancora, bruciavo il filtro della sigaretta fin quando non mi scottai le dita. La cicca mi cadde sui pantaloni, feci un movimento brusco per gettarla a terra muovendo il tavolino. Caddero i caffè di Ottavio.

Poco male, non li avrei bevuti” disse lui “Hai perso un’altra occasione, coglione”

13 ¾²

Ottavio mi aveva colto in fallo. Continuavo a pormi convinzioni assurde e inutili per non cambiare la mia vita e costringermi ad un’infelicità perenne.

Continuavo a pensare a Lisa che non c’era più. Io avevo fatto di tutto per cacciarla dalla mia vita, cercando di riattirarla ogni volta che sentivo di stare per perdere per sempre il contatto con lei. Continuavo a pensare a lei per diletto e puro masochismo, come per autolesionismo mantenevo il mio rapporto senza sesso con lei.

Ma ero dunque folle? Quali pensieri si aggiravano nella mia mente?

Perché avevo cercato di allontanare anche Margherita, una persona che mi amava senza alcuna motivazione? Poco tempo prima di tentare di ammazzarmi avevo ritrovato una lettera di Margherita di quasi dieci anni prima. Era all’ultimo anno di liceo, io ero già all’università e in una lettera piena di “vabbé” si chiedeva dove ero, cosa facevo e che a volte pensava che sarebbe stato bello rivedersi. Ma poi si diceva “vabbé, non voglio sbagliare ancora”. E se dopo dieci anni ci eravamo ritrovati senza alcun interesse, se tutto quel bene, quei pensieri, ancora sopravvivevano nei nostri animi senza che nessuno ci obbligasse, quella continuità spezzettata doveva pure voler dire qualcosa. Andava al di là di sesso, corpo, mente, amici, fratelli, amanti.

Se avevo ritrovato Margherita era perché avevo perso Lisa. Se Margherita mi faceva stare bene era perché mi voleva bene. Mi sentivo amato. E allora perché fermare tutto quello? Quale il senso dell’aver paura di avere di più o di meno da lei?

Pensavo questo, Ottavio interruppe i miei pensieri e mi disse “Le categorie nei sentimenti non esistono. Le imposizioni ti distruggono la vita. L’amore, in tutte le sue forme, non è mai bianco o nero. Oscilla continuamente ed è bello che sia così. Se vuoi incastrarlo in una definizione, in uno stato perpetuo, in un contratto, l’amore muore”

Io mi accesi una sigaretta e pensai di non aver mai ascoltato davvero Margherita. Pensai anche di non aver mai ascoltato il mio cuore o che, forse, questo fosse stato messo in confusione da ciò che la mia mente gli urlava contro in continuazione per non farlo parlare.

LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 12/15

12

Le porte del vagone si aprirono e mi trovai di fronte una ragazza. Ci guardammo un attimo negli occhi. Impaurito da quel che vidi nei suoi, io abbassai lo sguardo rimanendo fermo. Da dietro, gli altri passeggeri cominciarono a spingere per passare. Io stavo fermo, la ragazza mi passò accanto e, giusto per pochi istanti, varcai la soglia prima che le porte si richiudessero.

Restai un attimo ancora immobile a testa bassa mentre il treno ripartiva dietro di me. Quando alzai gli occhi si parò dinanzi a me il mio incubo peggiore.

Ottavio, di nuovo lì. “Cuor di leone” mi disse.

Stavo per scoppiare in lacrime dall’angoscia di quel sogno ad occhi aperti. “Ma cosa vuoi da me?” gli dissi con la voce rotta dall’ansia.

Mi hai chiamato, sono qua” mi disse sorridendo. Tirò fuori dalla tasca un foglio tenuto insieme solo da mille nastri di scotch. La mia calligrafia.

12 ½

che il tempo passa me ne accorgo
dai viraggi e dalle sfumature dei colori
le mattine diverse di anno in anno
ne ho sprecati litri per castronerie
goccia a goccia senza tappare mai le perdite
e continuo a farlo per giunta
c’è chi lo ha perso presto e non ha vinto niente
e non ho mai una parola per riportarlo a casa
ci sono io che conosco un sacco di cose
tutte le battute di ritorno al futuro
ogni momento del disco con la banana
i calciatori degli anni novanta
conosco come si uccide ma non so farlo
conosco come si ama ma non so pensarlo
le mie leggi morali del cazzo
il mio senso sfrenato del giusto sbagliato
io che non so dire -ti amo-
io che non so dire -ti odio-
stramaledetta noia ed abitudine
strade asfaltate per l’ultima tornata elettorale
dove mi persi un po’ di vita e un po’ di motore
strade che non mi dicono più niente
altri giri altre corse a vuoto ma sempre quelle
suonano i campanili da monte a valle
non tendermi la mano
prima che sia troppo tardi
mi dico -credo sia meglio sgocciolarlo ancora un po’-
ancora cado giù dormo e ricomincio
da capo
il resto continua a girare

La scrissi in una notte d’estate, di quelle calde che sei nudo su un copriletto che pare una piscina. Era una di quelle notti che capisci che la testa sta per mollarti, partendo per altre direzioni che tu non conosci.

Pensai ad Ottavio quella notte e a quelli come lui, quelli che non avevo mai trovato parole per riportarli a casa. Quelli che erano fuorigioco ormai e che avevo messo totalmente fuori dalla mia vita. Per non pensarci, non avere rimpianti.

E pensai al momento in cui sarei diventato come lui e come tutti gli altri che avevano perso il loro tempo per cause esterne, mentre io continuavo a perderlo volontariamente tra le mie cazzate. La paura di morire senza aver detto niente. Il terrore di morire senza aver fatto niente.

Ottavino, ora potevo riconoscerlo nonostante l’aspetto camuffato. Gli chiesi il perché di quel travestimento.

Non lo so. Mi vedi come vuoi tu. Sei tu a dirigere la lanterna del gioco verso ciò che vuoi”

Quale gioco, spiegati”

Beh, tutto questo. Io sono qui perché lo vuoi tu. Tutto è qui perché lo vuoi tu”

Sono dunque un dio? Mi stai dicendo questo?”

Non montarti la testa. Ti dico che stai vedendo ciò che vuoi vedere. Sei tu a dirigere la luce verso le immagini che preferisci, verso ciò che preferisci vivere. Se sono qui è perché mi vuoi qui. Anche se non riesco a capire perché sei voluto arrivare fino a questo punto. Che bisogno c’era di una tale stronzata?”

Chiusi gli occhi un attimo. Dunque, ce l’avevo fatta per davvero?

12 ¾

Mi ero convinto di essere immortale e che certe cose potessero capitare solamente agli altri. Avevo cominciato a crederlo da bambino, sopravvivendo ad un cancro inesistente diagnosticatomi dopo una serie di lastre al cranio. Mi ero sempre più convinto sopravvivendo ad incidenti, stradali e di percorso, e soprattutto ai diversi goffi tentativi di suicidio incorsi nei momenti più bui: dal tentativo di tagliarmi le vene con un rasoio bic a quello di entrare in coma etilico bevendo una bottiglia di grappa corretta con un bastoncino di liquirizia.

Ero depresso e non avevo voglia di alzarmi dal letto, quella sera. Mi alzai per andare in bagno. Un momento, un attimo solo ed ero sul balcone.

Pensai ad un dialogo con il mio analista.

Analista: “Cosa faresti se io volessi gettarmi giù da un tetto?”

Io: “Cercherei di convincerti a non farlo”

Analista: “Testa di cazzo, se volessi gettarmi avrei certo un motivo. Sarebbe egoista fermarmi. Forse morire potrebbe essere la mia felicità, liberarmi dal mio male interiore. Impedirmelo sarebbe una privazione della mia libertà”

Io: “Non lo so, se io volessi uccidermi spererei fino all’ultimo di essere salvato”

Pensavo a quello mentre fumavo una sigaretta e pensavo che forse il mio analista non aveva tutti i torti. Poi giù, prima di ripensarci, prima che arrivasse qualcuno a salvarmi.

Non ce l’hai fatta” mi disse Ottavino.

Ho capito. Sono morto”

No, non ce l’hai fatta ad ammazzarti”

Cazzo, pensai. E allora cos’era tutto quello? Cosa stavo vivendo?

La tua testa continua a frullare, questa è una tua costruzione. Sei nella tua mente. Non puoi essere morto”

Non sono morto, ma non sono neanche vivo”

Smettila di farti domande e cerca di vivere questo. Ora. Potresti non avere altro tempo. Vuoi perderlo anche tu, come è successo a me?”

Ammutolii.

LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 11/15

11

La sveglia suonò e fu il primo risveglio normale dopo tanto tempo. Il mio letto, le mie cose. Ero a Roma, nella città che mi aveva adottato e che detestavo amabilmente. Ero nella mia vera casa, di nuovo, come mai dall’inizio dell’incubo. Erano le sei del mattino ed ero pronto per andare a lavorare.

Bentornato nella realtà, pensai.

11 ½

Per arrivare a lavoro in tempo, dovevo prendere la metropolitana alle sette del mattino ed attraversare la città da un capo all’altro. Fortunatamente avevo una stazione della metro sotto casa, così potevo svegliarmi comodamente alle sei.

Preparavo la macchinetta per il caffè la sera prima di andare a letto. La mattina mi mettevo in piedi confuso, raggiungevo la cucina e accendevo il fornello. Quella mattina il caffè era lì, dove doveva. Ne bevvi due o tre tazzine e andai al bagno a fumare due o tre sigarette e ad espletare le mie funzioni vitali. Poi mi infilai sotto la doccia, mi vestii e corsi a prendere la metropolitana.

Tutte le mattine era la stessa storia. Quasi sempre il treno era in ritardo di una decina di minuti.

Stringevo le spalle per riscaldarmi e tenevo gli occhiali da sole a coprirmi il sonno, aspettando la metropolitana. Ogni mattino trovavo, lì ad aspettare con me, una ragazza alta sui vent’anni. Aveva lunghi capelli neri fin sopra il sedere e due bellissime labbra.

Era fin troppo giovane per me, nonostante ci separassero al massimo otto anni di vita. La cercavo con lo sguardo e andavo ad attendere l’arrivo del treno non troppo distante da lei, per prendere la sua stessa carrozza.

Lei scendeva sempre alla metà del mio viaggio. Credo mi avesse notato anche lei. Del resto era costretta a notare quest’individuo dalle calvizie pronunciate che le capitava affianco ogni mattino.

Quel mattino, trovai un posto a sedere e lei era in piedi vicino a me. Avevo il suo sedere in faccia, teneva le mani dietro la schiena strette al palo per aggrapparsi che le divideva esattamente le chiappe nel mezzo.

Tenevo sempre un taccuino in tasca con una biro nera, nel caso mi fosse presa l’ispirazione improvvisa per scrivere qualcosa. Presi a scrivere in fretta e furia una poesia sul suo culo che faceva, più o meno, così:

Attento

e lento

mi muovo

nell’assordante

vuoto

del tuo culo

alla ricerca

di fattezze

umane

attento

a lasciar fuori

almeno

le gambe

per non

oltrepassare

il punto

di non ritorno

Qualcosa del genere. Volgarmente sentimentale. Strappai il foglio, lo piegai in quattro parti e, con una mossa veloce, gliela infilai nella borsa che pendeva vicino al braccio. Lei guardava avanti immobile, non si accorse di niente. Una donna sulla cinquantina, seduta al posto vicino al mio, osservò il mio movimento, probabilmente pensando volessi rubare qualcosa alla ragazza assorta nei suoi pensieri. Compiuta la missione, le sorrisi. Si voltò dall’altra parte, imbarazzata. La ragazza dai lunghi capelli neri, dalle grandi labbra e dal bel culo sarebbe scesa alla stessa stazione dove era scesa in ogni giorno della sua vita con me.

Non avevo firmato la poesia. Nessun nome, nessun numero di telefono. Fu un errore perché non avrei mai saputo se l’avesse letto quel mio componimento, se le fosse piaciuto oppure no. Continuammo a viaggiare fianco a fianco ma non trovai il coraggio di dirle niente.

11 ¾

Al ritorno dal lavoro, il mercoledì di ogni settimana, mi fermavo ad un’edicola vicino la fermata della metropolitana ad acquistare l’Economist e l’Express. Li leggevo durante il viaggio, un po’ per tenermi allenato con le lingue, un po’ per convincermi ancor di più che il mio Paese faceva schifo. Un po’ anche per darmi le arie. Da colto. O da straniero. Dipendeva dalle esigenze.

Quel giorno, di ritorno dal lavoro, sfogliavo l’economist quando, alzando gli occhi all’altezza della stazione della Magliana scorsi il mio vecchio amico Fred. Stava seduto. Mi feci spazio tra i prigionieri della metro per avvicinarmi a lui.

Teneva sulle gambe una grande borsa. Fred era il pendolare perfetto. Sosteneva che un buon pendolare doveva avere sempre tutto ciò che poteva servirgli sotto mano. Così trovavano spazio nella sua borsa le cose più incredibili, da un coltellino svizzero alla carta igienica, dalla lampada tascabile ad un diaframma usato e dei fuochi d’artificio. E poi, vagonate di libri.

Fred sosteneva che jeans e camicia, a collo alto e lunghe maniche, naturalmente, fossero gli unici due indumenti adatti al viaggio breve ma continuo. Li indossava anche d’estate, su treni e metropolitane.

Fred passava metà della sua vita su mezzi pubblici di locomozione. Ne vedeva di tutti i colori, probabilmente.

Fred non mi riconobbe. Forse mi snobbò. Scese dopo poche fermate, io alcune dopo di lui.