GIULIO E GIACOMINA (STORIA A PUNTATE) – II

Segue da: Giulio e Giacomina (storia a puntate) – I

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI: Il giovane Giulio sogna di sposare una ragazza simile a quella che nella casa della signora Sofia gli fece perdere la verginità. Scopre, invece, che la famiglia gli ha combinato un matrimonio con una cozza molto più vecchia di lui.

Il mattino dopo era domenica. Giulio non aveva lezioni quel giorno. Suo padre, fascista della prima ora, gli vietava di andare in chiesa, per quanto sua madre spingesse nella direzione opposta.

Il padre, quella mattina, mentre gli veniva servita la colazione, gli disse “Giulio, perché non vai a controllare come procede la raccolta delle olive?”

Il ragazzo rimase interdetto.

“Un giorno le nostre proprietà saranno tue, credo tu debba cominciare ad interessartene”

Giulio si rabbuiò tutto d’un tratto. Non aveva mai pensato all’eventualità di prendere il posto del padre, un giorno. Non aveva mai neanche pensato ad un suo futuro alternativo. Di giorno in giorno la sua vita andava avanti. La sua proiezione verso il domani finiva al calare delle palpebre la sera a letto.

Il padre, scorgendo il malumore del ragazzo, si alzò dalla sua sedia e gli poggiò la mano sulla spalla “Dai Giulio, è un piacere che fai a tuo padre”

Il ragazzo si risolse così ad andare. Fece sellare il cavallo e gli saltò in groppa. Mentre galoppava verso la piantagione di ulivi, Giulio pensava al suo futuro con quella donna alta, magra, brutta e troppo vecchia. Cosa aveva nella testa sua madre? E poi, Giulio non si sentiva pronto ad un tale passo. Vero, di lì a poco avrebbe terminato gli studi, ma quasi tre anni lo tenevano lontano dalla maggiore età. Era ancora un ragazzino. Non voleva sposarsi. Non quella donna, almeno.

Il ragazzo sapeva benissimo dove si trovava l’uliveto, benché fosse passato un decennio dall’ultima volta lì, con suo padre e sua sorella.

Doveva controllare? Benissimo. I contadini, suoi futuri dipendenti, stavano cogliendo le olive. Bene. Ed ora? Cosa doveva fare? Prese a camminare a testa bassa tra le piante, continuando a pensare al volto orripilante della sua futura consorte.

Ad un certo punto udì un tonfo da dietro le sue spalle. Si voltò e vide una giovane a terra con una gamba bloccata da una, per la verità leggera, scala di legno.

Si avvicinò tenendosi a debita distanza. Nel mentre, gli altri contadini, su tutti una donna ed un ragazzo, le corsero intorno urlando. Lei disse solo “Sto bene”.

Tutti restavano lì a parlare, intorno alla ragazza. La donna ed il ragazzo la misero in piedi, così Giulio poté vederne il volto. Di età, la giovane, mostrava qualche anno meno di lui. Aveva una carnagione bronzea, dei bei lineamenti, lunghi arricciati capelli neri, occhi gonfi di lacrime e una bocca contrita dal dolore.

Ad un certo punto, qualcuno notò la presenza del figlio del padrone. Disse qualcosa e i contadini, quasi tutti, tornarono a lavorare.

A questo punto della narrazione, conviene fermarsi un attimo, riposarsi e raccontare la storia di quella giovane sfortunata contadina.

Giacomina (questo il nome della ragazza) era la figlia della più bella del contado, tale Erminia.

Erminia aveva sposato un altro contadino, Ernesto, il quale, ben presto, si era rivelato un uomo senza attributi, nel senso dogmatico dell’espressione.

Lo sfortunato Ernesto, infatti, aveva perso i testicoli in uno strano incidente sul lavoro mentre mieteva il grano. Un momento di distrazione, un colpo secco. Sarebbe morto dissanguato se un altro contadino, di nome Giuseppe, non avesse prestato servizio, durante la prima guerra mondiale, presso un ospedale militare. Con mezzi di fortuna, Giuseppe intervenne sull’invalido salvandogli la vita.

Tra i contadini che lavoravano agli appezzamenti di terra di proprietà del padre di Giulio, c’era anche un tal Gelindo, instancabile faticatore, scolpito nel corpo, amorfo nella mente, più vicino ad una bestia da soma che ad un essere umano. Una notte, qualche anno dopo l’incidente che invalidò per sempre il povero Ernesto, la bella Erminia uscì dalla sua baracca per andar nei campi ad urinare. Vedendola così bella e così nuda, Gelindo partì come un leone verso la sua gazzella. La prese da dietro, l’alzò in aria impedendogli ogni movimento e la fece sua.

Nessuno può dire se Erminia restò realmente contrariata da tale violenza, visto che mantenne il segreto per più di qualche settimana. Ma era una donna semplice e devota a Dio: confessò l’accaduto al prete, più tardi anche a suo marito.

Il povero Ernesto mancava di testosterone, ormai, ma non di amore per la sua bella moglie. Il giorno dopo la confessione di Erminia, durante i lavori nei campi, ripeté ai danni dello stupratore il gesto che gli costò la virilità. Gelindo non ebbe scampo, Giuseppe non poté niente.

Passavano i mesi e una gravidanza d’Erminia diventava sempre più evidente. L’ignoranza in cui versavano i contadini permetteva facilmente alla coppia di tenere nascosta la paternità del figlio che la donna portava in grembo.

Erminia morì dando alla luce due figli di Gelindo, un maschio ed una femmina. Ernesto, affranto dal dolore per la perdita, senza alcuna voglia di crescere i due figli della bestia, si tolse la vita impiccandosi nella sua baracca senza lasciare alcun messaggio. Del resto, era analfabeta.

I due bambini, Giacomo e Giacomina, furono cresciuti dalla sorella di Erminia, Gianna, la quale era ancora come mamma l’aveva fatta e sarebbe rimasta tale fino alla morte.

GIULIO E GIACOMINA (STORIA A PUNTATE) – I

“Entra, Giulio”

Il giovane aprì la porta della sala delle visite. Di fronte al grande camino spento stavano due divani. Su questi, in quel momento, erano sedute tre donne: sua madre, una signora sulla cinquantina abbastanza robusta ed un’altra, spalle alla porta, di cui Giulio poteva intravedere solo il cappello. Il ragazzo sapeva ciò che lo aspettava quel giorno e, avvicinandosi, sperò che sua madre non l’avesse fatto attendere tutto quel tempo per quella donna attempata e tracagnotta.

“Buongiorno signore” disse, posizionandosi al centro dei due divani. La curiosità era tanta che non poté fare a meno di cercare subito il volto della terza donna, mandando al diavolo la buona educazione e provocando certamente l’imbarazzo della madre. Trasalì vedendo il volto della donna col cappello. Dimostrava almeno il doppio della sua età. Un grande naso a punta, viso smunto e sorriso sgangherato.

Mentre la guardava, la madre disse ciò che Giulio sperava non avrebbe mai detto “Lei è Rebecca, la tua futura moglie”.

Giulio sorrise imbarazzato.

“Siediti qui, Giulio”, disse lei, indicando il posto accanto al suo, ed un lieve fastidio per la sfrontatezza di Rebecca si disegnò sul volto delle altre due donne.

“Giulio quest’anno concluderà gli studi ed il prossimo anno…” la madre discuteva del suo futuro, Giulio sorrideva, fissava le due donne davanti a sé. Ma non vedeva niente.

Aveva sempre saputo che un giorno o l’altro avrebbe dovuto sposarsi, ma aveva immaginato per sé una donna ben diversa. Una donna l’aveva conosciuta, Giulio. Nel senso vero.

Il padre l’aveva portato nella casa della signora Sofia un anno prima. La casa della signora Sofia pareva quasi un albergo. All’ingresso stavano cinque o sei donne che, mentre il padre parlava con la padrona di casa, gli si avvicinavano, gli sorridevano e gli bisbigliavano parole senza senso.

Ad un certo punto, il padre si avvicinò da lui e gli poggiò la mano su una spalla. Nel frattempo, Giulio guardava la signora Sofia avvicinarsi ad un uomo e dirgli qualcosa. In pochi minuti il ragazzo vide almeno quindici uomini, piuttosto contrariati, uscire dalla casa della signora. Altrettante donne, alcune giovani, alcune vecchie, arrivarono nella sala d’ingresso. La signora Sofia le fece mettere in riga, come ad un’adunata militare, assieme alle altre che già erano lì.

Il padre di Giulio disse “Per mio figlio voglio la più esperta”

La signora Sofia gli mise una mano sul petto e disse “Deve scegliere lui”, si rivolse verso Giulio e gli chiese “Quale ti piace di più?”

Il ragazzo guardò le donne in fila davanti a sé. Le scrutò tutte, da capo a piedi. Poi disse “Lei”.

La ragazza gli sorrise. Era la più giovane di tutte ma, certamente, non la più bella. Aveva una ventina d’anni, un bel viso allegro e un bel sorriso. Aveva però i fianchi piuttosto larghi ed era piuttosto bassetta.

Guardò il padre che sorrideva, mascherando la delusione per la scelta del figlio. La ragazza gli prese la mano e lo portò dentro ad una stanza. Giulio non lo capì quella sera, e non l’avrebbe mai saputo, ma quella allegra ragazza, bassetta e con i fianchi larghi, quella sera non gli insegnò, come avrebbe dovuto, il sesso: fecero l’amore.

Rebecca, la sua futura moglie, non aveva niente della ragazza che stava nella casa della signora Sofia. Giulio gli sedeva vicino, guardava fisso davanti a sé e se ne stava tra i suoi pensieri. Poi, ad un certo punto, la madre “Allora Giulio, ti piace Rebecca?”

Giulio sobbalzò come fosse stato svegliato d’improvviso e disse meccanicamente “Sì”.

Sua madre e la madre di Rebecca sorrisero. Lui, per levarsi d’impaccio, chiamò a sé Margherita, la figlia di sua sorella Rachele, che giocava sotto il tavolo ad un angolo della sala.

Prosegue in: Giulio e Giacomina (storia a puntate) – II