Segue da: Giulio e Giacomina (storia a puntate) – I
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI: Il giovane Giulio sogna di sposare una ragazza simile a quella che nella casa della signora Sofia gli fece perdere la verginità. Scopre, invece, che la famiglia gli ha combinato un matrimonio con una cozza molto più vecchia di lui.
Il mattino dopo era domenica. Giulio non aveva lezioni quel giorno. Suo padre, fascista della prima ora, gli vietava di andare in chiesa, per quanto sua madre spingesse nella direzione opposta.
Il padre, quella mattina, mentre gli veniva servita la colazione, gli disse “Giulio, perché non vai a controllare come procede la raccolta delle olive?”
Il ragazzo rimase interdetto.
“Un giorno le nostre proprietà saranno tue, credo tu debba cominciare ad interessartene”
Giulio si rabbuiò tutto d’un tratto. Non aveva mai pensato all’eventualità di prendere il posto del padre, un giorno. Non aveva mai neanche pensato ad un suo futuro alternativo. Di giorno in giorno la sua vita andava avanti. La sua proiezione verso il domani finiva al calare delle palpebre la sera a letto.
Il padre, scorgendo il malumore del ragazzo, si alzò dalla sua sedia e gli poggiò la mano sulla spalla “Dai Giulio, è un piacere che fai a tuo padre”
Il ragazzo si risolse così ad andare. Fece sellare il cavallo e gli saltò in groppa. Mentre galoppava verso la piantagione di ulivi, Giulio pensava al suo futuro con quella donna alta, magra, brutta e troppo vecchia. Cosa aveva nella testa sua madre? E poi, Giulio non si sentiva pronto ad un tale passo. Vero, di lì a poco avrebbe terminato gli studi, ma quasi tre anni lo tenevano lontano dalla maggiore età. Era ancora un ragazzino. Non voleva sposarsi. Non quella donna, almeno.
Il ragazzo sapeva benissimo dove si trovava l’uliveto, benché fosse passato un decennio dall’ultima volta lì, con suo padre e sua sorella.
Doveva controllare? Benissimo. I contadini, suoi futuri dipendenti, stavano cogliendo le olive. Bene. Ed ora? Cosa doveva fare? Prese a camminare a testa bassa tra le piante, continuando a pensare al volto orripilante della sua futura consorte.
Ad un certo punto udì un tonfo da dietro le sue spalle. Si voltò e vide una giovane a terra con una gamba bloccata da una, per la verità leggera, scala di legno.
Si avvicinò tenendosi a debita distanza. Nel mentre, gli altri contadini, su tutti una donna ed un ragazzo, le corsero intorno urlando. Lei disse solo “Sto bene”.
Tutti restavano lì a parlare, intorno alla ragazza. La donna ed il ragazzo la misero in piedi, così Giulio poté vederne il volto. Di età, la giovane, mostrava qualche anno meno di lui. Aveva una carnagione bronzea, dei bei lineamenti, lunghi arricciati capelli neri, occhi gonfi di lacrime e una bocca contrita dal dolore.
Ad un certo punto, qualcuno notò la presenza del figlio del padrone. Disse qualcosa e i contadini, quasi tutti, tornarono a lavorare.
A questo punto della narrazione, conviene fermarsi un attimo, riposarsi e raccontare la storia di quella giovane sfortunata contadina.
Giacomina (questo il nome della ragazza) era la figlia della più bella del contado, tale Erminia.
Erminia aveva sposato un altro contadino, Ernesto, il quale, ben presto, si era rivelato un uomo senza attributi, nel senso dogmatico dell’espressione.
Lo sfortunato Ernesto, infatti, aveva perso i testicoli in uno strano incidente sul lavoro mentre mieteva il grano. Un momento di distrazione, un colpo secco. Sarebbe morto dissanguato se un altro contadino, di nome Giuseppe, non avesse prestato servizio, durante la prima guerra mondiale, presso un ospedale militare. Con mezzi di fortuna, Giuseppe intervenne sull’invalido salvandogli la vita.
Tra i contadini che lavoravano agli appezzamenti di terra di proprietà del padre di Giulio, c’era anche un tal Gelindo, instancabile faticatore, scolpito nel corpo, amorfo nella mente, più vicino ad una bestia da soma che ad un essere umano. Una notte, qualche anno dopo l’incidente che invalidò per sempre il povero Ernesto, la bella Erminia uscì dalla sua baracca per andar nei campi ad urinare. Vedendola così bella e così nuda, Gelindo partì come un leone verso la sua gazzella. La prese da dietro, l’alzò in aria impedendogli ogni movimento e la fece sua.
Nessuno può dire se Erminia restò realmente contrariata da tale violenza, visto che mantenne il segreto per più di qualche settimana. Ma era una donna semplice e devota a Dio: confessò l’accaduto al prete, più tardi anche a suo marito.
Il povero Ernesto mancava di testosterone, ormai, ma non di amore per la sua bella moglie. Il giorno dopo la confessione di Erminia, durante i lavori nei campi, ripeté ai danni dello stupratore il gesto che gli costò la virilità. Gelindo non ebbe scampo, Giuseppe non poté niente.
Passavano i mesi e una gravidanza d’Erminia diventava sempre più evidente. L’ignoranza in cui versavano i contadini permetteva facilmente alla coppia di tenere nascosta la paternità del figlio che la donna portava in grembo.
Erminia morì dando alla luce due figli di Gelindo, un maschio ed una femmina. Ernesto, affranto dal dolore per la perdita, senza alcuna voglia di crescere i due figli della bestia, si tolse la vita impiccandosi nella sua baracca senza lasciare alcun messaggio. Del resto, era analfabeta.
I due bambini, Giacomo e Giacomina, furono cresciuti dalla sorella di Erminia, Gianna, la quale era ancora come mamma l’aveva fatta e sarebbe rimasta tale fino alla morte.