Non parlo di diritti umani, uguaglianza formale e sostanziale e tutte queste baggianate qui, che è facile riempirsi la bocca di belle parole.
E non dico neanche niente di nuovo. Rifletto solamente sul fatto che nessuna vita è particolare, nessun evento è di per sè straordinario. C’est la vie, per dirla con un luogo comune.
Non esiste alcuna realtà oggettiva. Esistono i fatti, che sono la normalità delle cose, e la versione dei fatti, che è la realtà per come la viviamo noi. La realtà dunque è di chi la racconta ed è, quindi, solo un ricordo. La realtà non è costituita dalle emozioni e dalle sensazioni del momento, ma da quelle passate e dal modo in cui le sappiamo raccontare. Ecco anche perché tutti rimpiangiamo i nostri momenti di felicità e speriamo di trovarla di nuovo senza mai raggiungerla, perché sono solo momenti di passato che noi oggi, raccontandoli a noi stessi, reputiamo felici ma che all’epoca non lo erano.
Nessuna vita è diversa dalle altre, la vita diventa spettacolare quando sappiamo scriverla, cantarla, disegnarla, esprimerla anche solo con un gesto o una parola. Anche una tua cagata veloce e poco soddisfacente può diventare un evento grandioso se saprai raccontarlo o qualcuno la racconterà per bene: un evento emozionante.
Quella raccontata meglio sarà la realtà per te e per gli altri che vogliono vivere quella tua stessa realtà, quegli altri che vogliono trarne gioia o dolore, per un senso del “dover essere frustrati” inspiegabilmente connaturato in alcuni momenti della vita di un essere umano.
Il nostro modo di raccontare la realtà (quindi la realtà stessa) è espressione dei nostri desideri, condizionati inesorabilmente dalle pulsioni di bene e di male cui siamo sottoposti, volenti o nolenti, ogni giorno a causa della nostra condizione di esseri pensanti. La realtà lotta ogni giorno con altre realtà, con il bene, con il male, con desideri altrui.
Io ho una naturale tensione a scontrarmi con la realtà altrui che tende sempre a gettarmelo nel culo: si vede che non sono un bravo cantastorie. O forse, tra i miei desideri e quelli altrui, ho sempre fatto una gran confusione.
Linda: Potrei avere un’aspirina? Mi sta venendo un po’ di mal di testa. Allan: Le aspirine le ho finite. Vuoi un Darvon? Linda: Sì, va bene. Anzi, una volta il mio analista me l’ha consigliato contro l’emicrania. Allan: Anch’io soffrivo di emicranie, ma il mio analista mi ha guarito. Adesso, mi vengono tremendi raffreddori. Linda: Io ne soffro ancora. Emicranie pazzesche, da tensione nervosa. Allan: Io non credo che l’analisi possa aiutarmi. Mi ci vorrebbe una lobotomia. Linda: Quando il mio analista va in vacanza, mi sento paralizzata. Dick: Vi dovreste sposare, voi due, e traslocare in un ospedale. Allan: Ci vuoi acqua minerale, con il Darvon? Linda: Se non hai succo di mele… Allan: Oh, succo di mele e Darvon sono fantastici insieme. Linda: Hai mai preso il Librium con succo di pomodoro? Allan: Personalmente, no. Ma un mio amico nevrotico m’ha detto che sono la fine del mondo.
(dialogo da “Provaci ancora, Sam”)
Io mi sa che mi faccio troppe seghe (mentali).
Io arrivo sempre in ritardo. O in anticipo
La mia mente si arrovella su questioni che sono più semplici di quanto sembrano.
Io subisco. Non agisco. Poi scoppio. E ricomincio il ciclo.
Io non affronto. Io aspetto. E al massimo cambio.
Io, se una cosa va bene, la cambio. Perché non mi interessa più.
Ecco, io cambio interessi continuamente.
E’ una fuga, però sono testardo. E ciò che ho mollato non lo mollo del tutto.
A me piace star male.
Vittimista.
Finto sfigato.
Mi piace circondarmi di persone che stanno peggio di me e che possono darmi poco.
Mi ricompensa il dare agli altri ma disprezzo il solo pensiero di farlo.
Non so dire di no se non per stanchezza (nei confronti di chi mi fa la domanda).
Alle persone piace starmi a sentire. E lo so.
Un tuttologo. Mi interesso perlopiù di argomenti che non interessano nessun altro. So molto di musica, cinema, arti in generale. Libri, storia, filosofia, politica, religione. Leggo giornali. Non ho una vena artistica. Non ho un mio pensiero originale. Il mio pensiero è stato creato dagli eventi e dagli incontri, mischiando ciò che mi ha colpito qui e là e, ogni giorno, con l’esperienza, il mio pensare muta e si contraddice.
Però piaccio.
Perché faccio ridere.
E a volte anche piangere.
E a volte lascio perplessi.
Io sono un uomo ridicolo.
Io sono scontroso. Io odio. Io amo.
Io voglio bene.
Io, in realtà, non mi voglio bene.
Io so dare consigli.
Io non so darmene.
Io non ho bisogno di uno psicanalista.
Io ho una forte memoria uditiva. Non ricorderò bene le caratteristiche fisiche né le macchine sulle quali le persone viaggiano. Ma ditemi qualcosa o fatemi leggere qualcosa o fatemi ascoltare una musica… e ricorderò tutto. Se non ricordo, non me l’avete detto, non ho letto o non conosco la musica che ascoltate voi.
Nonostante ciò ho un principio di sordità.
Questo ricordarmi tutto mi fa entrare spesso in contrasto con le persone.
Le persone non danno peso alle parole.
“Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!!!”
Io non trovo le parole giuste ma le trovo per gli altri.
E’ tutto molto paradossale.
Mi piace viaggiare, mi piace incontrare nuova gente.
Non mi si portino i soliti argomenti astratti, tipo la sacralità della vita: nessuno contesta il diritto di ognuno a disporre della propria vita, non vedo perché gli si debba contestare il diritto a scegliere la propria morte
(Indro Montanelli)
Cara amica,
perdona il mio modo di essere con te così confidenziale, ma tale ti considero dopo tutto questo tempo.. dopo tutto questo tempo.. non sai cosa ti sei persa.. forse non avresti mai creduto di diventare così centrale nella vita di tutti noi. Eppure oggi sei così, volente o nolente.. una gioia effimera, in pochi giorni sarai dimenticata ma perlomeno resterai un tassello fondamentale della vita di noi tutti, centro di emozioni, rabbie e pianti. Centro di discussone, di confronto. Ed è tanto al giorno d’oggi.
Da quando tu non ci sei più molte cose sono cambiate e Dio solo sa se saresti stata da una parte o dall’altra. Oggi sei un simbolo e niente di più. Come Cristo sulla croce, tu, Eluana, sei stata qualcosa di unico per noi. Come Cristo sulla croce sacrifica la sua vita per il mondo intero, tu, Eluana, hai dato la tua “vita” per noi. Per noi che crediamo ancora nella dignità dell’essere umano.
Chi non darebbe la vita per il proprio padre, chi non darebbe la vita per i propri figli. Io non ho certezze sulla vita e sulla morte. Non ne ho e nessuno potrebbe averne. Disprezzo perciò chi si sente tanto sicuro di fronte a situazioni del genere.
Possiamo piangere e possiamo riderne, come in una cena tra amici. Possiamo pensare a quel che vorremmo per noi. Possiamo pensare a quello che vorremmo gli altri facessero per noi. Quel che vogliamo accade poche volte nella vita. Nella “non vita” ancora di meno: non possiamo più intendere o volere e nessuno lo saprà mai.
Quel che so, cara amica, è che tu sei “vittima sacrificale”, simbolo di ciò che non sarà più: di una liberazione che tutti noi vorremmo ma che pochi hanno il coraggio di chiedere. La vita è bella perchè è una sola. Punto e basta. Quando non è più vita cosa significa?
Lo chiedo, lo chiediamo ai signori che hanno certezze. Io non ne ho ma ho ben in mente cosa sia la vita, cosa sia la dignità umana. Io Eluana non l’ho vista in un letto, non l’ho vista mai. Ho visto la gente soffrire, vivere, morire, come quasi tutti noi. Chiunque abbia un’esperienza della vita non troppo superficiale od “interessata” non vi saprà dare certezze su cosa sia giusto.
E invece alcuni hanno certezze, quei signori che dicevo poco prima. Quegli stessi signori che per loro non risparmiano mai scorciatoie. Quegli stessi signori che si richiamano ai valori del cristianesimo in nome di un cattolicesimo che non è altro che una rendita economica millenaria. E’ la Chiesa di Wojtila, di Ratzinger che è pari a quella dei Borgia, dei Medici e dei Farnese. E’ la Chiesa che non vale niente, quella che travisa il messaggio originale e fondamentale del Cristo: l’amore tra gli uomini, l’amore per la vita. La Chiesa che dice sì alla vita quando vita non è già o quando vita non è più. La Chiesa che dice no al preservativo e sì alla sofferenza. Macchina da soldi, niente più.
Ma la Chiesa non rappresenta i cristiani. La Chiesa non rappresenta gli uomini. I cristiani e gli uomini sono ancora peggio. I cristiani e gli uomini disprezzano gli altri cristiani ma soprattutto gli altri uomini. E allora non c’è niente da scandalizzarsi se esistono “ronde cittadine”. Legali. Ma non armate, beninteso.
E’ il razzismo strisciante. E’ il mondo che non avanza. E’ la società che galleggia. Siamo noi in balia di questo vento che ci porta di qua e di là. Siamo noi che non possiamo reagire. Siamo noi che, anche se razzisti, per senso civico e di sopravvivenza dovremmo opporci al dovere per un medico di denunciare un clandestino.
Ma noi siamo gli stessi che ci lamentiamo della giustizia e non ci accorgiamo che le stesse persone che noi abbiamo votato hanno allungato i tempi dei processi a dismisura. Siamo noi che non ci accorgiamo che il processo è sempre più garantista. Siamo noi che vogliamo sempre più giustizialismo… ma per gli altri.
Sono io quello che vorrebbe andarsene via da qui. Per vergogna. Perchè mi vergogno a doverti scrivere questo. Mi vergogno di essere parte di questo genere italico che non ha rispetto neanche per se stesso. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che scheda i barboni. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che non si rende parte del mondo. Mi vergogno di essere parte di uno Stato in cui nessuno ha interesse dell’altro e in cui la maggior parte delle persone non ragioneranno mai sulla loro vita e i loro problemi se non attraverso il filtro della televisione. Mi vergogno di essere parte di uno Stato in cui non si può neanche vivere il proprio dolore in pace perchè qualcuno deve distogliere l’interesse del suo popolo dalla crisi sociale, culturale ed economica che sta vivendo e perchè qualcun’altro deve mantenere un potere che non dovrebbe avere più già da migliaia di anni. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che non ha avuto rispetto, non solo per se stesso, ma neanche per te e per il dolore tuo e della tua famiglia.
Per questo ti saluto cara amica, oggi che, di noi amici, già quasi non ti pensa più nessuno. Le menti sono rivolte già al derby o alla pizza del sabato sera.
Se la scuola fosse più efficace, la televisione non sarebbe tanto potente (John Condry)
Credo che andare a sfilare e manifestare oggi contro il governo Berlusconi, visto il risultato delle elezioni di meno di un anno fa, sia come diventare omofobi dopo aver sfilato al Gaypride nudi e chinati in avanti.
Non dico di non esser preoccupato, ma il futuro ce lo scegliamo noi e l’abbiamo scelto in modo abbastanza definitivo. Guardando a ritroso, non si doveva forse protestare contro il proliferare di università, corsi e facoltà che formavano sempre più dottori di livello infimo e senza futuro? Dove erano i rettori all’epoca? Dove eravamo noi quando ci propinavano tutte quelle riforme che dovevano uniformarci agli atenei europei? E dove quando abbiamo scoperto che una laurea triennale all’estero vale meno che zero e in molti Paesi non permette neanche un’iscrizione ad un corso di specializzazione? E dove quando le riforme per comodità non venivano seguite e i 24 esami in 5 anni diventavano 26 in 3 e poi 32 in 5 etc? E perchè i capi delle proteste sono gli stessi di dieci anni fa? Perchè sono ancora lì, ancora loro? E perchè questo proliferare di dottori? Non è forse un problema di scarsa selezione e di faciloneria nei giudizi? Non è forse un problema di scarsa formazione? Che fine farà questo Paese? Che fine faremo noi?
Guardando ad oggi, i nostri percorsi di formazione culturale e al lavoro non possono essere certo considerati d’eccellenza. Le università oggi non preparano al mondo lavorativo nè assicurano una preparazione impeccabile, alla rincorsa l’una dell’altra verso un livello più basso ed una distribuzione di massa di titoli ed onori. Se un taglio deve esserci, deve esserci verso tutte quelle università e quelle facoltà e quei corsi che servono meno di niente ai dottori del domani (e servono molto ai nuovi docenti). Se un taglio deve esserci, deve esserci per finanziare la ricerca e la crescita delle università e delle scuole italiane. Se un taglio deve esserci non deve essere certo indiscriminato. Se un taglio deve esserci deve essere un taglio netto con gli ultimi venti anni di politiche sulla scuola e sull’università che hanno dato titoli a tutti noi che non meriteremmo altro titolo che quello di “coglioni”.
Hanno scritto cazzate di recente