APPUNTI – SUBSAHARIANA (DOVE MUORE UN’IDEA)

Sentiva un peso umido
all’altezza del taschino
ne cavò fuori un po’ di cielo
per fare spazio ad una luna
che arrancava a prender posizione
si disse -dove ero rimasto?-
abbassò gli occhi guardandola
distesa ad abbronzarsi
con gli occhi nella terra
ed il culo per aria
e nell’allontanarsi da lei
pensò a quanti
l’avrebbero calpestata
conquistata e posseduta
amata ed ammazzata
in quella notte balbettante
di sogni e vizi abbandonati
messa lì a bloccargli
il passaggio per la linea maginot
tra lui e la sua storia
lasciò morire dietro di sé
le parole di un romanzo
che non aveva più niente
da raccontare
in una terra troppo calda
non si può bere vino

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Now playing: Lura – Tabanka Assigo
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 72 – SUL LUNATIC EXPRESS

- Guardami negli occhi – dissi io. Non capiva la mia lingua. Barbaro. Anzi, no. Negro. Primitivo. Gli puntai contro la rivoltella. Sparai. Niente. Cilecca. Lui mi scagliò contro una lancia.

- Svegliati, Marvin – disse Lisa, strattonandomi.

Preso di soprassalto, tutto sudato, la guardai e mi venne quasi voglia di baciarla. Mi aveva salvato. Poi ci pensai bene e dissi – Naaaa -

- Che? – chiese Lisa

Non me la sentii di dirle che avevo pensato per un attimo di baciarla. Le smancerie non le piacevano. Non mi piacevano. Non erano mai piaciute a nessuno.

Le dissi – Stavo pensando a questo treno -

- Cosa? -

- Stavo pensando che noi qui stiamo passando su chissà quanti cazzo di morti -

- Ma perchè devi metterci sempre questo stramaledetto cazzo in ogni frase? -

Facevo finta di non sentire i suoi moralismi conditi da finti sorrisi. Davanti a noi una grassa e grossa vecchia signora africana ricambiò il sorriso della mia compagna.

Si capivano con gli occhi. Io non le capivo. Telepatia femminile.

- Stavo pensando a quella storia, quella del massacro del Kedong. Insomma, pensa tu che cazzo di storia. Gli inglesi schiavizzano popolazioni indigene per costruire questa cazzo di ferrovia che gli serve solo per fare un dispetto ai tedeschi. Gli schiavi stuprano le donne dei masai, che poi sono indigeni anche loro, i masai li massacrano e un cretino inglese pensa di intromettersi e ucciderli in difesa della nazione con una rivoltella scarica. E finisce infilzato. Cazzo! -

- Beh, e cosa ci trovi di così entusiasmante? -

Non potevo crederci che stavo condividendo la mia vita con una persona che non subiva il fascino dei luoghi, degli uomini che avevano vissuto lì. Io, personalmente, avevo sempre sognato di vivere in altre epoche in luoghi lontani. Lisa poteva vivere solamente l’epoca che stava vivendo. Era figlia del suo tempo. Aveva altri entusiasmi. Altri tempi.

Ad ogni modo, non risposi alla sua domanda. Ci avvicinavamo al fiume Tsavo. Sudavo. Sudavamo. Puzzavamo.

- Che caldo in questa Rift Valley! – disse Lisa

La vecchia matrona nera la guardò e sorrise. Si scambiarono sorrisi. Dannate lesbiche del cazzo!

Lisa guardava fuori dal finestrino. Poi si girò verso di me, guardai i suoi occhi neri che brillavano. Capii da quegli occhi che forse Lisa non voleva darmi soddisfazione nell’assecondare i miei entusiasmi, ma, forse, proprio di quelli era innamorata. O forse i suoi occhi dicevano che era contenta di fare quel pazzo viaggio che pochi altri occidentali come noi avrebbero fatto. E se io ci fossi stato o no, beh… sarebbe stato lo stesso. Per lei, intendo.

O forse ero solo io che vedevo i suoi occhi brillare. Forse lei stava pensando “Ma come mi ritrovo ancora qui con questo coglione? Come ci sono arrivata?”. Oggi so per certo che lo pensava almeno una volta al giorno.

Comunque, guardai i suoi occhi e pensai che nessuna persona al mondo poteva essere così distante da me, ma non ne avrei potuta amare nessun’altra.

Pensai questo, nuovamente, arrivati alla fermata di Kibera. Salì una banda di giovani neri delle baracche pronta ad ucciderci per due spicci. Guardai Lisa negli occhi. Non era spaventata ma determinata. Capii che mi avrebbe ceduto volentieri agli assassini pur di sopravvivere. Io sentii lo stomaco smuoversi.

Non ci uccisero, ci rapinarono solamente. Ci ritrovammo solo io e Lisa in mutande. Unici stranieri. La vecchia donna sorrise ancora. Questa volta guardando me.

Lisa allora rideva. La guardai e pensai che mi era stata data un’altra possibilità: avrei potuto ancora scegliere di amare un’altra donna.

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Now playing: Ida Sand – Every little bit hurts
via FoxyTunes

APPUNTI – IO, IL BAMBINO AFRICANO E LA FIGURINA

Mi dicono
“sai bello
se l’avessi io
la vita che hai tu”
io mi chiedo
che faresti
circondato
da gente
che pare
che loro
sono i famosi
bambini africani
metro di paragone
per la misura
di quanto
sia bella
la vita occidentale
e il problema
è che baby africano
non sono neanche io
so voi come vivete
e le vostre priorità
non mi piacciono
non mi piacete
non sono mie
non direi mai
che la vita è inutile
è bellissima
meravigliosa
ho fatto tutto
dato tutto
vinto e perso
tutto
ogni cosa
se voi dormite
son cazzi vostri
se vi svegliate
la mattina
con la voglia
di fare, dire
è bello
tutto molto bello
io sopravvivo
dormo per svegliarmi
con un altro giorno
sulle spalle
e poi poter dormire
di nuovo
e continuare così
a difendere
voi che siete
il mio passato
e che non sarete
mai
presente nè futuro
perchè non posso
decidere per alcuno
e neanche
per chi
non sa e non vuole
vivere la vita
che voi vorreste
consapevole
di non poter scambiare
la propria figurina
con alcun bambino africano
che vorrebbe sopravvivere
in questo fantastico
mondo di merda
che tanto vi piace.

IL PINGUINO AL POLO, IL BEDUINO NEL DESERTO: NO WAY

«Umanità, mi stai sul cazzo da sempre». Ecco il mio motto. (Charles Bukowski)

Mi accendo una sigaretta. Una Marlboro, perché le Chesterfield non c’erano.

Nel frattempo la moka è di là sui fornelli pronta a sbuffare e a darmi quella sostanza che col caffè ha ben poco a vedere ma che mi ostino a chiamare così. Sigaretta, caffè, sigaretta. Il vero vizioso.
E c’è chi ti dice di smettere, c’è chi dice che fa male. E c’è anche chi ti dice che ingiallisce i denti. Pazienza. Morirò? Pazienza. Soffrirò? Pazienza. Ma insomma… in qualche modo dovrò pur vivere. Sono contento per voi ma io preferisco campar bene. Vi do fastidio? Non fumo. Sono a casa mia e faccio come cazzo mi pare.

Il caffè è pronto. Qui vicino a me c’è una multa da pagare. Sono anni che parcheggio nello stesso posto. Ottenere il permesso è un casino, accessibile solamente ai più intelligenti ed ai più furbi. Io che sono un mediocre non ne avrò mai uno. Non avevo mai subito una multa qui sotto casa. Prima o poi doveva accadere. 36 euri (non euro, euri, tengo a precisare). Cazzi miei ancora una volta.

La radio parla e canta. Il tempo passa. A Roma fa ancora caldo ma i romani vanno in giro già con gli abiti pesanti perché l’autunno è iniziato. Ai romani piace così. A me no.

Adesso ho due cellulari. Uno supermoderno. Uno del Pleistocene. Uno con una tariffa supercostosa, uno con una tariffa super scontata ma solo verso alcuni numeri. Numeri che non ho alcuna ragione reale per chiamarli. Non squillano mai. Perché averne due? Cazzi miei. Ai romani può piacere andare in giro con i giacconi quando ci sono 30 gradi, a me non può piacere andare in giro con due cellulari?

Parlavo del cellulare del Pleistocene. L’altra sera in un locale affollatissimo mi è caduto a terra e non me ne sono accorto. Qualcuno l’ha raccolto e l’ha poggiato su un tavolino, forse perché non si rovinasse ulteriormente. Quando l’ho visto, su quel tavolino, l’ho riconosciuto subito. Era il mio. Non poteva che essere il mio.

Nessuno l’aveva rubato. Nessuno. C’è razzismo in Italia, anche verso i vecchi cellulari. Provo fastidio nell’ascoltare i dibattiti televisivi, il telegiornale. Provo fastidio ad esser parte di questo genere italico.

Ma ne sono parte se è vero che anche oggi ho giocato al Superenalotto. Dammi un 3, un 4. Dammi qualcosa, cazzo. Un superstar, un qualcosa comunque. Ma perché solo io non vinco mai un cazzo? Sai darmi una risposta? Mi rivolgo a te, vecchio canuto, con la barba lunga e senza uccello!

Dammi una risposta, cazzo.

Il lavoro non va poi così bene, se poi si può chiamarlo lavoro. Riprenderò gli studi quest’anno e l’anno sabbatico non è che lo abbia passato poi tanto bene. Ma allora sono io? Chi sono io?

Un caffè, altro caffè. Ne voglio ancora. Altra sigaretta poi.

Disprezzo. Disprezzo il mio Paese, il mio mondo, il mio genere. Io sono il mio Paese, il mio mondo, il mio genere. Io disprezzo me stesso.

Io ci metto tutto me stesso per essere qualcosa di diverso, che ne so, come un pinguino nel deserto o un beduino al polo. Io voglio che voi siate razzisti con me. Ecco, prendetevela con me.

Io ci metto tutto me stesso, caro Dio. Ma forse hai ragione tu. Sono destinato a diventare un altro papa del cazzo e non un missionario. E’ nel mio Dna.

Lo ammetto con amarezza. Non ho niente da darvi, vivo per me stesso, per i miei caffè, per le mie sigarette. Ci ho provato. Sono come voi, gente mia. Mi do da fare, il conclave si avvicina. L’Africa la lascio a voi, non fa per me.

- Ma non è forse questa la vera Africa?

Beh, forse hai ragione. Tu moriresti mai per questa nostra vecchia sporca Africa? Tu che leggi, moriresti mai per me?

- E tu?

Dipende da quello che mi dai… ci penso e ti faccio sapere.

IL RE CENSORE

Come qualcuno saprà, ogni tanto mi diletto a recensire qualche libro dietro giusto compenso. Naturalmente non tutte queste recensioni trovano spazio. Siccome mi dispiace buttar via qualche buon lavoro e siccome credo che, a volte, qualche libro meriti davvero di essere letto…

Bilal (Fabrizio Gatti – Rizzoli)

Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare (Charles Bukowski)

Dakar, Africa, Mondo: dalla capitale senegalese parte il lungo viaggio di Fabrizio Gatti, inviato de “L’Espresso”, che ha attraversato il Continente Nero e l’Europa tra i dimenticati del terzo millennio, i nuovi schiavi.

Ad un lettore superficiale, “Bilal” potrebbe apparire un buon romanzo d’avventura.

Al lettore più attento risulterà invece difficile andare a fondo in questo reportage dettagliato, in cui la storia di ogni singolo uomo è una coltellata al cuore del mondo occidentale.

Sono storie fatte di illusioni quelle di questi bambini, ragazzi e ragazze, uomini e donne che scelgono di mettere in gioco la propria vita nel deserto per raggiungere l’Europa, per dare un futuro alle loro famiglie e, soprattutto, a loro stessi.

Oppressi da una vita costretta ad una povertà estrema, sono obbligati a vendere la propria dignità ed il proprio corpo per un viaggio senza ritorno sotto lo scacco di militari, scafisti senza scrupoli, organizzazioni mafiose e religiose che, alla luce del sole, gestiscono il traffico di uomini, per inseguire il loro sogno: una paga decorosa, una casa, una macchina, una fidanzata da trovare od una moglie da far arrivare.

Dopo un lungo e travagliato viaggio sui camion che attraversano il Sahara, a Gatti è reso impossibile entrare in Libia dal governo di Gheddafi in quanto “non africano”. Non può quindi concludere il suo viaggio come vorrebbe. Non può raccontare, da “clandestino” tra i clandestini, la traversata del Mediterraneo sui “barconi della morte” (il 12% delle persone imbarcate muoiono prima di toccare la terraferma), paradossalmente la strada più semplice per giungere in Europa. Racconta il giornalista, infatti, di due compagni di viaggio, con i documenti in regola, che tentano di entrare in modo regolare dalla Libia nel vecchio continente: torturati e costretti a rinunciare.

Tornato in Italia, Gatti diventa Bilal, clandestino curdo.

Bilal viene ripescato in mare al largo di Lampedusa e rinchiuso nel Centro di Permanenza Temporanea dell’isola, descritto da parlamentari italiani come “un albergo a cinque stelle” ma capace di richiamare alla mente l’Auschwitz di Primo Levi. Bilal e gli altri clandestini vivono tra liquami putrescenti, molto spesso presi in giro ed umiliati, costretti a crudeli e stupidi giochi per avere da mangiare. Pochi tra i militari che presidiano il Centro mostrano umanità verso “gli ospiti”, prigionieri in attesa di un foglio di via che permetterà loro di essere “liberi”, fino al prossimo arresto ed alla prossima prigionia.

Ma anche al di fuori della “gabbia” per i clandestini non esiste quella libertà desiderata. Diventano schiavi. Sottopagati, malnutriti, costretti a lavori faticosi ed a dormire in luoghi piccoli e sovraffollati, maltrattati. Non possono far valere i loro diritti per non rinunciare al loro sogno: agghiacciante è la storia di Pavel, rumeno, ridotto in fin di vita a sprangate dal suo datore di lavoro e poi arrestato perchè immigrato irregolare.

Una lettura da consigliare a tutti per due motivi. In primo luogo perché l’inviato de “L’espresso” fa del giornalismo come pochi hanno ancora il coraggio e la voglia di fare. In secondo luogo perché, anche se solo per la breve durata di 500 pagine, noi, uomini occidentali, siamo costretti a ridimensionare i nostri problemi quotidiani e ad interrogarci su una vita, la nostra, vissuta ad occhi chiusi, sostentata dalle risorse e dalla disperazione di altri uomini che altra colpa non hanno se non quella di essere nati nel posto sbagliato.

Il partito del cemento (Marco Preve e Ferruccio Sansa – Chiarelettere)

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela (Enrico Berlinguer, 1981)

Dal paradiso all’inferno il passo è breve e sembra non curarsene il trasversale “partito del cemento” raccontato dall’inchiesta di Marco Preve (giornalista de “La Repubblica”) e Ferruccio Sansa (“Il Secolo XIX”) sulla politica e la speculazione edilizia in Liguria.

I due giornalisti scavano tra inchieste giudiziarie e fatti di cronaca, incrociano incarichi pubblici con ruoli all’interno di aziende ed organizzazioni politiche, svelando così un sistema di affari e, presumibilmente, favori reciproci che coinvolge tutta la Liguria che conta, da destra a sinistra.

A quarantacinque anni da “La speculazione edilizia” di Calvino che denunciava la progressiva cementificazione della costa ligure, è ora annunciata una colata di tre milioni di metri cubi di cemento pronta a coinvolgere terra e mare, devastante per la vivibilità da parte dei cittadini e per un paesaggio pressoché unico che un tempo richiamava artisti da tutto il mondo.

Preve e Sansa individuano i paladini del cemento nei due potentissimi Claudii (il Governatore di centrosinistra Burlando e l’attuale Ministro dello sviluppo economico di centrodestra Scajola) che paiono guidare le rispettive aree politiche in un unico teatrino dove le parti vengono cambiate continuamente lasciando intatti non solo obiettivi e prospettive ma anche l’apparentemente radicato sistema clientelare.

A chi non vuole pensar male, possono sembrare coincidenze la condivisione di automobile e casa di Burlando con Lazzarini, socio della Ital Brokers, società di brokeraggio che ottiene molte commesse ed appalti dalla Regione Liguria e che conta tra gli altri soci molti iscritti all’associazione culturale della sinistra ligure “Maestrale”. Coincidenze possono apparire anche i rapporti tra l’imperiese Scajola e Caltagirone e gli incroci familiari e di amicizia all’interno della Porto di Imperia spa che, assieme all’Acquamare (società dell’imprenditore romano), ottiene l’appalto per la costruzione del porto d’Imperia (o meglio, di Oneglia), il più grande porto turistico del Mediterraneo.

Nel 2000 sulla costa ligure si contavano 14500 posti barca, oggi 20500 ma è in cantiere la costruzione di altri 8000 posti, avallata dal Piano della costa regionale elaborato ed approvato da amministrazioni di destra e sinistra: un posto barca ogni cinquantacinque abitanti circa. Piano che prevede, ad esempio, la realizzazione di un porticciolo turistico con annesse residenze nella caletta di Margonara: un grattacielo di 120 metri che sorge dal mare progettato da Fuksas, vicino a Rifondazione, convinto della necessità di tale struttura dal fatto che “ormai il possesso di una barca è nella possibilità di tutto il ceto medio italiano, il 70% della popolazione”.

I due giornalisti insistono molto sul binomio “Liguria – Italia”. E forse, alla luce anche delle recenti inchieste giudiziarie in Abruzzo, non sbagliano nel credere che la realtà ligure non sia molto diversa da quella del resto d’Italia.

La nuova ondata di speculazioni finanziarie e lottizzazione nell’edilizia, avallata dal convincimento che il progresso passi solo attraverso la costruzione, è sotto gli occhi di chiunque viaggi sulle strade italiane, nelle montagne e colline scavate e nelle campagne una volta intatte dove sorgono in pochissimo tempo complessi residenziali od interi quartieri, quasi mai volti ad un’edilizia popolare.

Il clientelarismo è ancora radicato e i tentativi di “inciuci” tra le parti politiche sono certamente aumentati come conseguenza della perdita del carattere ideologico dei partiti. E’ reale la necessità per la sinistra italiana, persa la spinta ideale del passato, la riapertura al suo interno della cosiddetta “questione morale”.