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IL PINGUINO AL POLO, IL BEDUINO NEL DESERTO: NO WAY

Ottobre 21, 2008 sbloggato 1 commento

«Umanità, mi stai sul cazzo da sempre». Ecco il mio motto. (Charles Bukowski)

Mi accendo una sigaretta. Una Marlboro, perché le Chesterfield non c’erano.

Nel frattempo la moka è di là sui fornelli pronta a sbuffare e a darmi quella sostanza che col caffè ha ben poco a vedere ma che mi ostino a chiamare così. Sigaretta, caffè, sigaretta. Il vero vizioso.
E c’è chi ti dice di smettere, c’è chi dice che fa male. E c’è anche chi ti dice che ingiallisce i denti. Pazienza. Morirò? Pazienza. Soffrirò? Pazienza. Ma insomma… in qualche modo dovrò pur vivere. Sono contento per voi ma io preferisco campar bene. Vi do fastidio? Non fumo. Sono a casa mia e faccio come cazzo mi pare.

Il caffè è pronto. Qui vicino a me c’è una multa da pagare. Sono anni che parcheggio nello stesso posto. Ottenere il permesso è un casino, accessibile solamente ai più intelligenti ed ai più furbi. Io che sono un mediocre non ne avrò mai uno. Non avevo mai subito una multa qui sotto casa. Prima o poi doveva accadere. 36 euri (non euro, euri, tengo a precisare). Cazzi miei ancora una volta.

La radio parla e canta. Il tempo passa. A Roma fa ancora caldo ma i romani vanno in giro già con gli abiti pesanti perché l’autunno è iniziato. Ai romani piace così. A me no.

Adesso ho due cellulari. Uno supermoderno. Uno del Pleistocene. Uno con una tariffa supercostosa, uno con una tariffa super scontata ma solo verso alcuni numeri. Numeri che non ho alcuna ragione reale per chiamarli. Non squillano mai. Perché averne due? Cazzi miei. Ai romani può piacere andare in giro con i giacconi quando ci sono 30 gradi, a me non può piacere andare in giro con due cellulari?

Parlavo del cellulare del Pleistocene. L’altra sera in un locale affollatissimo mi è caduto a terra e non me ne sono accorto. Qualcuno l’ha raccolto e l’ha poggiato su un tavolino, forse perché non si rovinasse ulteriormente. Quando l’ho visto, su quel tavolino, l’ho riconosciuto subito. Era il mio. Non poteva che essere il mio.

Nessuno l’aveva rubato. Nessuno. C’è razzismo in Italia, anche verso i vecchi cellulari. Provo fastidio nell’ascoltare i dibattiti televisivi, il telegiornale. Provo fastidio ad esser parte di questo genere italico.

Ma ne sono parte se è vero che anche oggi ho giocato al Superenalotto. Dammi un 3, un 4. Dammi qualcosa, cazzo. Un superstar, un qualcosa comunque. Ma perché solo io non vinco mai un cazzo? Sai darmi una risposta? Mi rivolgo a te, vecchio canuto, con la barba lunga e senza uccello!

Dammi una risposta, cazzo.

Il lavoro non va poi così bene, se poi si può chiamarlo lavoro. Riprenderò gli studi quest’anno e l’anno sabbatico non è che lo abbia passato poi tanto bene. Ma allora sono io? Chi sono io?

Un caffè, altro caffè. Ne voglio ancora. Altra sigaretta poi.

Disprezzo. Disprezzo il mio Paese, il mio mondo, il mio genere. Io sono il mio Paese, il mio mondo, il mio genere. Io disprezzo me stesso.

Io ci metto tutto me stesso per essere qualcosa di diverso, che ne so, come un pinguino nel deserto o un beduino al polo. Io voglio che voi siate razzisti con me. Ecco, prendetevela con me.

Io ci metto tutto me stesso, caro Dio. Ma forse hai ragione tu. Sono destinato a diventare un altro papa del cazzo e non un missionario. E’ nel mio Dna.

Lo ammetto con amarezza. Non ho niente da darvi, vivo per me stesso, per i miei caffè, per le mie sigarette. Ci ho provato. Sono come voi, gente mia. Mi do da fare, il conclave si avvicina. L’Africa la lascio a voi, non fa per me.

- Ma non è forse questa la vera Africa?

Beh, forse hai ragione. Tu moriresti mai per questa nostra vecchia sporca Africa? Tu che leggi, moriresti mai per me?

- E tu?

Dipende da quello che mi dai… ci penso e ti faccio sapere.

IL RE CENSORE

Ottobre 20, 2008 sbloggato 2 commenti

Come qualcuno saprà, ogni tanto mi diletto a recensire qualche libro dietro giusto compenso. Naturalmente non tutte queste recensioni trovano spazio. Siccome mi dispiace buttar via qualche buon lavoro e siccome credo che, a volte, qualche libro meriti davvero di essere letto…

Bilal (Fabrizio Gatti – Rizzoli)

Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare (Charles Bukowski)

Dakar, Africa, Mondo: dalla capitale senegalese parte il lungo viaggio di Fabrizio Gatti, inviato de “L’Espresso”, che ha attraversato il Continente Nero e l’Europa tra i dimenticati del terzo millennio, i nuovi schiavi.

Ad un lettore superficiale, “Bilal” potrebbe apparire un buon romanzo d’avventura.

Al lettore più attento risulterà invece difficile andare a fondo in questo reportage dettagliato, in cui la storia di ogni singolo uomo è una coltellata al cuore del mondo occidentale.

Sono storie fatte di illusioni quelle di questi bambini, ragazzi e ragazze, uomini e donne che scelgono di mettere in gioco la propria vita nel deserto per raggiungere l’Europa, per dare un futuro alle loro famiglie e, soprattutto, a loro stessi.

Oppressi da una vita costretta ad una povertà estrema, sono obbligati a vendere la propria dignità ed il proprio corpo per un viaggio senza ritorno sotto lo scacco di militari, scafisti senza scrupoli, organizzazioni mafiose e religiose che, alla luce del sole, gestiscono il traffico di uomini, per inseguire il loro sogno: una paga decorosa, una casa, una macchina, una fidanzata da trovare od una moglie da far arrivare.

Dopo un lungo e travagliato viaggio sui camion che attraversano il Sahara, a Gatti è reso impossibile entrare in Libia dal governo di Gheddafi in quanto “non africano”. Non può quindi concludere il suo viaggio come vorrebbe. Non può raccontare, da “clandestino” tra i clandestini, la traversata del Mediterraneo sui “barconi della morte” (il 12% delle persone imbarcate muoiono prima di toccare la terraferma), paradossalmente la strada più semplice per giungere in Europa. Racconta il giornalista, infatti, di due compagni di viaggio, con i documenti in regola, che tentano di entrare in modo regolare dalla Libia nel vecchio continente: torturati e costretti a rinunciare.

Tornato in Italia, Gatti diventa Bilal, clandestino curdo.

Bilal viene ripescato in mare al largo di Lampedusa e rinchiuso nel Centro di Permanenza Temporanea dell’isola, descritto da parlamentari italiani come “un albergo a cinque stelle” ma capace di richiamare alla mente l’Auschwitz di Primo Levi. Bilal e gli altri clandestini vivono tra liquami putrescenti, molto spesso presi in giro ed umiliati, costretti a crudeli e stupidi giochi per avere da mangiare. Pochi tra i militari che presidiano il Centro mostrano umanità verso “gli ospiti”, prigionieri in attesa di un foglio di via che permetterà loro di essere “liberi”, fino al prossimo arresto ed alla prossima prigionia.

Ma anche al di fuori della “gabbia” per i clandestini non esiste quella libertà desiderata. Diventano schiavi. Sottopagati, malnutriti, costretti a lavori faticosi ed a dormire in luoghi piccoli e sovraffollati, maltrattati. Non possono far valere i loro diritti per non rinunciare al loro sogno: agghiacciante è la storia di Pavel, rumeno, ridotto in fin di vita a sprangate dal suo datore di lavoro e poi arrestato perchè immigrato irregolare.

Una lettura da consigliare a tutti per due motivi. In primo luogo perché l’inviato de “L’espresso” fa del giornalismo come pochi hanno ancora il coraggio e la voglia di fare. In secondo luogo perché, anche se solo per la breve durata di 500 pagine, noi, uomini occidentali, siamo costretti a ridimensionare i nostri problemi quotidiani e ad interrogarci su una vita, la nostra, vissuta ad occhi chiusi, sostentata dalle risorse e dalla disperazione di altri uomini che altra colpa non hanno se non quella di essere nati nel posto sbagliato.

Il partito del cemento (Marco Preve e Ferruccio Sansa – Chiarelettere)

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela (Enrico Berlinguer, 1981)

Dal paradiso all’inferno il passo è breve e sembra non curarsene il trasversale “partito del cemento” raccontato dall’inchiesta di Marco Preve (giornalista de “La Repubblica”) e Ferruccio Sansa (“Il Secolo XIX”) sulla politica e la speculazione edilizia in Liguria.

I due giornalisti scavano tra inchieste giudiziarie e fatti di cronaca, incrociano incarichi pubblici con ruoli all’interno di aziende ed organizzazioni politiche, svelando così un sistema di affari e, presumibilmente, favori reciproci che coinvolge tutta la Liguria che conta, da destra a sinistra.

A quarantacinque anni da “La speculazione edilizia” di Calvino che denunciava la progressiva cementificazione della costa ligure, è ora annunciata una colata di tre milioni di metri cubi di cemento pronta a coinvolgere terra e mare, devastante per la vivibilità da parte dei cittadini e per un paesaggio pressoché unico che un tempo richiamava artisti da tutto il mondo.

Preve e Sansa individuano i paladini del cemento nei due potentissimi Claudii (il Governatore di centrosinistra Burlando e l’attuale Ministro dello sviluppo economico di centrodestra Scajola) che paiono guidare le rispettive aree politiche in un unico teatrino dove le parti vengono cambiate continuamente lasciando intatti non solo obiettivi e prospettive ma anche l’apparentemente radicato sistema clientelare.

A chi non vuole pensar male, possono sembrare coincidenze la condivisione di automobile e casa di Burlando con Lazzarini, socio della Ital Brokers, società di brokeraggio che ottiene molte commesse ed appalti dalla Regione Liguria e che conta tra gli altri soci molti iscritti all’associazione culturale della sinistra ligure “Maestrale”. Coincidenze possono apparire anche i rapporti tra l’imperiese Scajola e Caltagirone e gli incroci familiari e di amicizia all’interno della Porto di Imperia spa che, assieme all’Acquamare (società dell’imprenditore romano), ottiene l’appalto per la costruzione del porto d’Imperia (o meglio, di Oneglia), il più grande porto turistico del Mediterraneo.

Nel 2000 sulla costa ligure si contavano 14500 posti barca, oggi 20500 ma è in cantiere la costruzione di altri 8000 posti, avallata dal Piano della costa regionale elaborato ed approvato da amministrazioni di destra e sinistra: un posto barca ogni cinquantacinque abitanti circa. Piano che prevede, ad esempio, la realizzazione di un porticciolo turistico con annesse residenze nella caletta di Margonara: un grattacielo di 120 metri che sorge dal mare progettato da Fuksas, vicino a Rifondazione, convinto della necessità di tale struttura dal fatto che “ormai il possesso di una barca è nella possibilità di tutto il ceto medio italiano, il 70% della popolazione”.

I due giornalisti insistono molto sul binomio “Liguria – Italia”. E forse, alla luce anche delle recenti inchieste giudiziarie in Abruzzo, non sbagliano nel credere che la realtà ligure non sia molto diversa da quella del resto d’Italia.

La nuova ondata di speculazioni finanziarie e lottizzazione nell’edilizia, avallata dal convincimento che il progresso passi solo attraverso la costruzione, è sotto gli occhi di chiunque viaggi sulle strade italiane, nelle montagne e colline scavate e nelle campagne una volta intatte dove sorgono in pochissimo tempo complessi residenziali od interi quartieri, quasi mai volti ad un’edilizia popolare.

Il clientelarismo è ancora radicato e i tentativi di “inciuci” tra le parti politiche sono certamente aumentati come conseguenza della perdita del carattere ideologico dei partiti. E’ reale la necessità per la sinistra italiana, persa la spinta ideale del passato, la riapertura al suo interno della cosiddetta “questione morale”.

DUE PESI DUE MISURE

Giugno 24, 2008 sbloggato 2 commenti

“Più che in ogni altra epoca storica, l’umanità si trova a un bivio. Una strada porta alla disperazione e allo sconforto più assoluto. L’altra alla totale estinzione. Preghiamo il cielo che ci dia la saggezza di fare la scelta esatta”
(Woody Allen)

Saddam Hussein

Robert Mugabe

LA DANZA DEL LOMBRICO

Febbraio 19, 2008 sbloggato 2 commenti

Attenzione: non è un racconto. Sono riflessioni disorganizzate, dunque di difficile lettura e incomprensibili ai più. A volte anche a me. Manca anche di punteggiatura: dunque se non avete pazienza, non leggete. E se non capite non preoccupatevi. Se non avete voglia di leggere andate direttamente a fine post, oppure chiudete il browser (apprò, rivoglio Netscape! Di certe cose ne senti la mancanza solo quando non puoi utilizzarle più! E anche Eudora e i newsgroups di Free Agent… e Ws_ftp e la chat di Irc… e… no, forse no. Vorrei solo avere un Mac in questo momento).

Io ormai quando scrivo pubblico. E me ne frego.

Nella mia attività di presunto recensore mi sono imbattuto in un bel libro. “Bilal” di Fabrizio Gatti. Lo consiglio caldamente a tutti. A margine faccio questa riflessione.

Africa. Non siamo forse tutti un po’ ipocriti? E’ la domanda che ci facciamo più o meno tutti. Banale, anche un po’ qualunquista (alla Grillo, per intenderci). Però vale la pena rifletterci su. Riflettere sul perché il mondo occidentale che si autodefinisce mondo di ispirazione cristiana si sia eletto ebraicamente a popolo eletto escludendo il suo prossimo (nero). C’è da chiedersi quanto valgano donazioni e sensibilizzazioni se non seguite da atti concreti (che non riesco ad immaginare, purtroppo non ho un’immaginazione fervida né abbastanza volontà, credo) volti a migliorare la situazione di tutti quei popoli che noi abbiamo ricacciato in questa situazione. C’è da chiedersi perché gli schiavi moderni siano gli stessi di duemila anni fa e percorrano ancora le stesse strade. E perché muoiano ancora come duemila anni fa. E perché scappino. Da cosa scappino. Dov’è la nostra responsabilità. Nell’utilizzare le loro risorse umane e naturali per vivere la nostra vita occidentale non offrendogliene neanche un mozzico, se non per fargli venire ancora più fame. Nella nostra non rinuncia al superfluo. In questo ripetersi ciclico della storia in cui non sembra cambiare niente e che mi lascia basito. Mi chiedo cosa si possa fare. Cosa potrei fare. Poi smetto di chiedermelo e torno a campare, da buon occidentale. E’ stato un momento. Chiudo gli occhi e torno a vivere.

La nostra società. Non mi interessa più di tanto la nostra situazione politica. L’Italia ha quel che si merita. Una campagna elettorale che sembra un calcio mercato, con Bargiggia che annuncia gli ultimi acquisti di Berlusconi o di Veltroni. Fatti loro. Fatti nostri. Nessuno mi vieta di andarmene da qui. O meglio, per adesso. E’ questo “per adesso” a preoccuparmi.

Come tutte le persone che reputo stupide sono diventato un disilluso ed anche un fatalista. Me ne sono reso conto. Mi rendo conto di molte cose, poi tendo a dimenticarmene. Pochi giorni dopo il mio compleanno, quasi un mese fa ormai, è venuta a mancare mia nonna. Me ne è dispiaciuto molto solamente molto dopo. Quando mi sono fermato a riflettere. Ero molto (anche troppo rispetto a tutti gli altri, direi) preparato all’evento. Anzi sinceramente meravigliato dai tanti anni passati a convivere con il malattia. E stupito di quella voglia di vivere sempre un giorno di più, di quella voglia di crederci. Qualcosa che credo di aver ereditato. Insomma, l’eutanasia per me va bene. Ma per gli altri. A me, finché respiro, finché muovo gli occhi, finché posso ascoltarvi, non toccatemi. Ché la vita è una ed una sola. Ciò che mi dispiace è di non aver compreso mai che, alla fine della sua vita nonna, avrebbe voluto un nipote amorevole, quantomeno un nipote che le rendesse l’affetto. Non una persona che la trattasse come una sua pari, una persona che pretendeva, uno che “fa il filosofo” senza fermarsi mai a riflettere. Ciò che è fatto è fatto, dicono loro, i saggi. Sì, ma mi dispiace, dico io, che saggio certo non sono.

E poi negli atti meccanici di quei giorni, lì ho riflettuto. Non sulla morte di mia nonna, ma sulla vita. Quella vita che sfugge, quel corpo che resta solamente un oggetto e nient’altro. Quella vita che non c’è più e che non va da nessuna parte. Siamo solo un ingranaggio di quella vita che è più grande, quella del genere umano. E’ per questo che la vita è grandiosa, perché è vita comune. Perché insegnando, sbagliando, attraverso l’amore per gli uomini possiamo trasmettere non solo il nostro corredo genetico ma anche una vita migliore. E’ tutto un gioco, un gioco ad andare avanti. Tutti insieme.

E io ora faccio tante cose. Sono molto attivo. Sto cercando di prendere un’altra laurea, scrivo anche e con buoni risultati. Faccio concorsi. Presto partirò per un mese alla volta del “Nuovo mondo”, ma dall’altra parte dell’emisfero. Al caldo, ché qui fa fin troppo freddo.

Forse sto bene. Forse. Ma quando vado a letto non riesco a dormire. Forse è solo la paura che la vita scorra veloce e alla fin fine “non si sia detto un cazzo”. Forse è solo la paura che siano esclusivamente i miei narcisismi ed egocentrismi a portarmi a riflessioni interminabili che mi fanno sentire “così intelligente”, a farmi sentire sempre vicino e coinvolto dai problemi degli altri. Forse è la paura di sentirmi solo un granello di questo polverone incasinato da cui non trovo uscita. E’ la sensazione di sentirti sempre in debito verso qualcuno, qualcosa, verso tutti a volte. E’ la paura di non riuscire a risarcire questi debiti per intero. E’ la paura di non riuscirci che ti porta a voler partire. E poi c’è il ritornare, che ti riporta quella paura che avevi lasciato. E poi c’è il sogno. Che è quello che ti fa contento di vivere. E’ quello per cui non molli mai tra tutte le cose che non ti vanno, tra tutte le mancanze che hai, tra tutti i pasticci che fai. E’ quello per cui fai un sorriso quando ti svegli. Ti guardi allo specchio, sei brutto ma ti senti bello. Ti racconti una bugia, ne racconti una agli altri. Per atteggiarti triste. O perché forse sei proprio contento. Ogni giorno. Parli, ridi, dimentichi. Esci di casa, cammini ed osservi la varietà del mondo umano. E sei felice di farne parte. Anche in quegli ultimi momenti, credo, quando sai che non resterà niente di te. Chiudi un attimo gli occhi e ti rimetti a sognare. Anche in quell’ultimo momento un sorriso viene fuori.

Se non ve ne siete già andati,
a questo punto sarete arrivati…
penso ci rivedremo per aprile.
Io me ne vado in Brasile.

P.S. : dicevo, sono piuttosto schifato dal calciomercato della politica. In tutto questo c’è però qualcosa di buono. Il fatto che penso ci siamo levati dai coglioni quel Fini che si atteggiava a statista fino a poco tempo fa. In pochi mesi ha perso tutta la levatura che si era guadagnato nel tempo. Meglio, uno di meno. Ed ora i suoi voti? Quelli che volevano una destra conservatrice e giustizialista forse punteranno su Casini (pensa tu…), visto che la destra conservatrice in Italia non esiste, o almeno non si presenta alla competizione canora del 13 aprile, e Forza Italia ha sempre incarnato un garantismo eccessivo (almeno per i suoi…). I vecchi fascisti troveranno casa da Storace (che fortuna!). E il povero Fini? I voti di quella “lobby” che lui rappresenta li prenderà. I voti di chi ha un interesse diretto. Risucchiato da Berlusconi, tenterà di nuovo di risalire. Senza riuscirci. Questo predico e di questo sono sicuro. Ne sono contento, se lo merita. Scusate ma lo volevo dire.