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Articoli taggati ‘america’

AMMAZZA STI AMERICANI

Giugno 16, 2008 sbloggato 4 commenti

“Non sono i più forti o i più belli a vincere nelle olimpiadi, ma prima di tutto coloro che partecipano”
(Aristotele, Etica Nicomachea)

Grazie a Sky ho potuto finalmente assistere (su NASN) ad un match della MLL.

Per chi non conoscesse la MLL, trattasi della Major League Lacrosse.

Per chi non conoscesse il Lacrosse, questo è uno sport bellissimo.

In pratica. Ho capito che si giuoca dieci contro dieci. Ho capito che non esistono delimitazioni di campo. Ho capito che le porte sono più piccole anche di quelle dell’hockey. Ho capito che si giuoca con un retino e una pallina.

Non ho capito, invece, come si può rubare la pallina ad un avversario se l’unico mezzo per prendere la pallina è il retino. Non ho capito se esistono o meno altre regole oltre le uniche due evidenti: il numero dei giuocatori in campo; chi ha infilato più volte la palla in rete (non nel retino) alla fine della partita ha vinto. Non ho capito chi può avere interesse a vedere una partita di Lacrosse in tv se la pallina risulta invisibile dalla distanza necessaria per avere una visione decente del giuoco.

Non ho capito, infine, chi può avere l’ambizione di giuocare a siffatto sport. Proprio per questo motivo, sto valutando seriamente la possibilità di giuocarvi in modo continuativo per avere certamente un giorno la grande soddisfazione di esser selezionato in una rappresentativa sportiva nazionale. E poi, se, come pare a me ovvio, sarà incluso nuovamente tra gli sport olimpici…

IGNOTO NUMERO 40 – LE QUATTRO ESSE DI HARRY

Settembre 14, 2007 sbloggato 1 commento

Credo fosse una calda estate del cinquantasei, forse del cinquantasette, l’estate in cui Harry entrò per la prima volta nel mio bar. Io ero da sola, non avevo neanche un aiutante. Entrò declamando poesie un po’… forse un po’ troppo poco realistiche per i miei gusti, ecco. Forse è che gli ha detto male ad Harry. Gli ha detto male ad arrivare a Los Angeles in quel periodo. Non era un bel posto per vivere Los Angeles alla fine degli anni ’50. Tante possibilità, per carità. Ma ci devi saper fare. Ed Harry non ci sapeva fare.

Harry cercava lavoro. Voleva fare lo scrittore, l’attore. Qualsiasi cosa finisse con “ore” lo affascinava. Ed ogni giorno, da quel primo giorno d’estate… forse era luglio se non ricordo male, forse sulla ventina… Harry veniva nel mio bar tutti i pomeriggi, con una faccia che parlava di morte. Ma la sua bocca non trovava tregua mai. Beveva, beveva, beveva… e qualche volta mangiava, se gliel’offrivo io… e poi cantava all’improvviso, declamava poesie, a volte anche in latino… o forse non era latino, ma lui diceva così… del resto io, povera ignorante, cosa potevo dire… e poi si metteva a scrivere.

Entrava tutti i giorni con un libro preso alla biblioteca cittadina di Los Angeles… una bella biblioteca, un bel posto per chi sa leggere e scrivere… ma a Los Angeles o si campa male o si campa troppo bene, non c’è tempo per leggere e scrivere neanche per chi sa farlo. Solo Harry trovava questo tempo. Riusciva a trovarlo anche per leggere i giornali delle scommesse sportive. Quel poco che riusciva a guadagnare ogni tanto con qualche lavoretto saltuario lo investiva lì. Diceva che in fondo piuttosto che vivere un giorno da mediocre era meglio viverne uno da signore, altrimenti non viverlo per niente. Ogni tanto mi pagava qualcosa. Io lo tenevo lì, anche se non pagava. Perché alla gente piaceva. Da quando c’era lui, i ragazzi venivano, accorrevano per sentirlo parlare. Forse lo prendevano in giro, qualcuno lo prendeva anche sul serio. Le persone di passaggio restavano affascinate dal suo parlare. Anch’io, se devo dire la verità. Lui lo capì e provò a portarmi a letto.

Tentò di farmi ubriacare. Io ci sarei anche andata a letto… non è che mi capitino spesso queste possibilità… ma purtroppo tra un whiskey e un altro lui crollò. Ed io, ubriaca ma ancora capace di intendere e volere, lo misi a dormire sui sacchi di farina che tengo lì in cucina. Chiusi il locale e me ne andai. Il giorno dopo la ragazza che avevo dovuto assumere per colpa di Harry lo trovò ancora lì, ancora a dormire.

Poi qualcosa è successo. Qualcosa è successo ad Harry. Erano quasi dieci anni che veniva al mio bar e non l’avevo mai visto così. Muto. Era invecchiato sì, ma era muto. Non parlava più. Un giorno, fui chiamata dalla commessa del mio bar. Mi disse di correre, Harry voleva spararsi. Non dovevo correre poi tanto, abitavo sopra il bar. Comunque scesi. Harry farneticava ubriaco più del solito. Non crollò come quella sera. Farneticava di un mondo che non andava bene, di nessuno che apprezzava le sue parole, il suo genio, i suoi racconti, le sue liriche. Nessuno capiva il suo mondo immaginario di sbornie, sigari, sporcizia e scopate. Il mondo delle quattro esse, lo chiamava lui. Quando tentai di avvicinarmi a lui premette il grilletto.

Da allora in poi non l’ho più visto. Ora frequenta un bar all’altro angolo della strada. Non morì il povero Harry. La pistola non era carica. Harry aveva il senso della buffonata. In quell’istante Harry aveva fatto calare il sipario sulla nostra vita insieme, in un bar, io da una parte, lui dall’altra.

IGNOTO NUMERO 35 – ESSERE JOHN DOE

Giugno 27, 2007 sbloggato 6 commenti

Ero l’ottavo figlio maschio della famiglia Doe. Mio padre e mia madre erano stanchi di assegnare nomi, così decisero per un nome comune. John. John Doe.

Io, John Doe, sono morto ormai ben trent’anni fa. Ero giovane, avevo vent’anni. Ero stanco delle risatine dei compagni di classe ad ogni appello. Ero diventato un violento. Violento verso me stesso. Autolesionista, schizofrenico, paranoico. Così dicevano gli psichiatri, ma io non ero un pazzo. Me la prendevo con me stesso, mi odiavo, per il mio essere così, perchè volevo essere una persona.

Volevo qualcuno si accorgesse del mio essere. Al punto che all’età di sedici anni mi ricoverarono in una di quelle cliniche dove ti imprigionano con dei giubbotti che non ti lasciano via d’uscita. E tu sei lì, a sentire quelle cazzate, mentre mi sparavano dentro tutto ciò che potevano gettarci. Ma io non volevo parlare con nessuno. Gli urlavo: “Sono John Doe, lasciatemi stare”. Nessuno leggeva il mio dolore in quel messaggio.

Io non esistevo. Ero una risata sulla bocca di qualcuno. Qualcuno che non conoscevo, che non volevo conoscere. Io ero John Doe. Volevo restare solo, anonimo. Quando mi cacciarono da quella gabbia di pazzi avevo vent’anni appunto. Vent’anni. Mio padre e mia madre vennero a prendermi. Per loro era forse stato un sollievo, solo undici figli da mantenere, anche se alcuni forse ormai erano già sposati. Quelle facce familiari ma così lontane, i miei fratelli. Ma loro, i miei genitori, non mi conoscevano, non mi consideravano. Erano costretti dalla legge, non dall’amore per me. Io ai loro occhi ero uno dei dodici. Come un san Bartolomeo qualsiasi tra gli apostoli. Che io ci fossi o no era indifferente. Per me, per loro.

Uscivo ed entravo di casa come volevo. Non si preoccupavano, al massimo mi avrebbero rinchiuso ancora. Uscii l’ultima volta che c’era sole qui in Rhode Island. Me ne andai su un promontorio e mi gettai. Suicidio banale, anonimo. Quando mi ritrovarono ero ancora e solamente un John Doe tra migliaia di John Doe.

Per chiarire il racconto rimando alla voce John Doe su Wikipedia.

IGNOTO NUMERO 27 – L’UOMO CHE SOGNAVA DI ATTRAVERSARE L’OCEANO A NUOTO

Marzo 29, 2007 sbloggato 4 commenti

L’uomo che sognava di attraversare l’oceano a nuoto quel giorno si svegliò di buon mattino. Guardò il cielo , limpido come non mai. Sentiva i gabbiani chiamarlo all’impresa. Poteva essere il giorno buono.

La moglie intanto gli aveva preparato la colazione. Niente colazione , pericoloso è nuotare a stomaco pieno. Era sardo ma aveva sposato una donna di Palos , dunque viveva a Palos. E gli spagnoli non fanno colazione come gli italiani. Tutt’altro.

L’uomo salutò la moglie dicendo che quel giorno avrebbe trovato lavoro. Non era difficile trovare lavoro in Spagna. Se ti accontentavi di fare lavori umili. Ma lui non era umile.

Uscì di casa. Si recò al porto di Palos. Si spogliò. Nudo. Qualcuno iniziò a sghignazzare , qualcuno ad urlare , qualcun’altro gli scrutava in profondità le parti intime.

Furono quindici secondi. Venti forse. Si gettò nell’oceano. Una , due , tre bracciate. Fece un chilometro , poi i chilometri diventarono due , tre. A tre chilometri e poco più affogò.

A noi , che abbiamo assistito a questi assurdi fatti , viene da pensare che forse , con una buona colazione , ce l’avrebbe fatta. O forse con delle buone pinne , sarebbe arrivato al di là dell’oceano. Dove tutti possono farcela , anche chi vuole attraversare l’oceano a nuoto. Basta essere americani. O dotati di un minimo senso logico.