Credo fosse una calda estate del cinquantasei, forse del cinquantasette, l’estate in cui Harry entrò per la prima volta nel mio bar. Io ero da sola, non avevo neanche un aiutante. Entrò declamando poesie un po’… forse un po’ troppo poco realistiche per i miei gusti, ecco. Forse è che gli ha detto male ad Harry. Gli ha detto male ad arrivare a Los Angeles in quel periodo. Non era un bel posto per vivere Los Angeles alla fine degli anni ’50. Tante possibilità, per carità. Ma ci devi saper fare. Ed Harry non ci sapeva fare.
Harry cercava lavoro. Voleva fare lo scrittore, l’attore. Qualsiasi cosa finisse con “ore” lo affascinava. Ed ogni giorno, da quel primo giorno d’estate… forse era luglio se non ricordo male, forse sulla ventina… Harry veniva nel mio bar tutti i pomeriggi, con una faccia che parlava di morte. Ma la sua bocca non trovava tregua mai. Beveva, beveva, beveva… e qualche volta mangiava, se gliel’offrivo io… e poi cantava all’improvviso, declamava poesie, a volte anche in latino… o forse non era latino, ma lui diceva così… del resto io, povera ignorante, cosa potevo dire… e poi si metteva a scrivere.
Entrava tutti i giorni con un libro preso alla biblioteca cittadina di Los Angeles… una bella biblioteca, un bel posto per chi sa leggere e scrivere… ma a Los Angeles o si campa male o si campa troppo bene, non c’è tempo per leggere e scrivere neanche per chi sa farlo. Solo Harry trovava questo tempo. Riusciva a trovarlo anche per leggere i giornali delle scommesse sportive. Quel poco che riusciva a guadagnare ogni tanto con qualche lavoretto saltuario lo investiva lì. Diceva che in fondo piuttosto che vivere un giorno da mediocre era meglio viverne uno da signore, altrimenti non viverlo per niente. Ogni tanto mi pagava qualcosa. Io lo tenevo lì, anche se non pagava. Perché alla gente piaceva. Da quando c’era lui, i ragazzi venivano, accorrevano per sentirlo parlare. Forse lo prendevano in giro, qualcuno lo prendeva anche sul serio. Le persone di passaggio restavano affascinate dal suo parlare. Anch’io, se devo dire la verità. Lui lo capì e provò a portarmi a letto.
Tentò di farmi ubriacare. Io ci sarei anche andata a letto… non è che mi capitino spesso queste possibilità… ma purtroppo tra un whiskey e un altro lui crollò. Ed io, ubriaca ma ancora capace di intendere e volere, lo misi a dormire sui sacchi di farina che tengo lì in cucina. Chiusi il locale e me ne andai. Il giorno dopo la ragazza che avevo dovuto assumere per colpa di Harry lo trovò ancora lì, ancora a dormire.
Poi qualcosa è successo. Qualcosa è successo ad Harry. Erano quasi dieci anni che veniva al mio bar e non l’avevo mai visto così. Muto. Era invecchiato sì, ma era muto. Non parlava più. Un giorno, fui chiamata dalla commessa del mio bar. Mi disse di correre, Harry voleva spararsi. Non dovevo correre poi tanto, abitavo sopra il bar. Comunque scesi. Harry farneticava ubriaco più del solito. Non crollò come quella sera. Farneticava di un mondo che non andava bene, di nessuno che apprezzava le sue parole, il suo genio, i suoi racconti, le sue liriche. Nessuno capiva il suo mondo immaginario di sbornie, sigari, sporcizia e scopate. Il mondo delle quattro esse, lo chiamava lui. Quando tentai di avvicinarmi a lui premette il grilletto.
Da allora in poi non l’ho più visto. Ora frequenta un bar all’altro angolo della strada. Non morì il povero Harry. La pistola non era carica. Harry aveva il senso della buffonata. In quell’istante Harry aveva fatto calare il sipario sulla nostra vita insieme, in un bar, io da una parte, lui dall’altra.

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