LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 14/15

14

Margherita era andata via da qualche minuto ed io ero in imbarazzo. Ottavino ordinò due birre e cominciò a raccontare storie passate.

Quel che non capisco è perché hai buttato via i nostri vecchi amici”

Chi te l’ha detto?”

Sei tu che mi metti in bocca le cose, non dimenticarlo”

Bevvi la mia birra di un sorso e ne ordinai un’altra.

Sai” mi disse “ognuno fa la sua vita come sa. Non è detto che debba piacerti”

Sapevo a cosa alludeva. Nell’ennesimo ultimo atto di follia ed autodistruzione, avevo tirato fuori tutto il mio risentimento verso i miei vecchi amici, allontanando anche loro da me per sempre.

Non ho difficoltà a farmene di nuovi”

Questo lo so. Ma avresti potuto benissimo allontanarti da loro se non ti piace il loro modo di vivere. Non sei costretto ad accettare…”

Lo fermai con una mano. Accesi una sigaretta.

Secondo te sono uno stronzo?”

Sì. Se tu avessi preso una posizione per migliorare la loro vita, lo capirei. Che poi, la tua vita migliore è un’idea tutta tua. Tu hai voluto sentirti migliore di loro”

Sinceramente, io capisco la difficoltà di chi non può farcela. Non sopporto chi si getta via e detesto chi se ne approfitta”

Sono tutte chiacchiere. Tu odi”

Io odio le persone che profittano sui disagi degli altri. Odio il mondo in cui è considerato migliore di me chi è più furbo. Odio il fatto che il premio spetti a chi incula l’altro più e meglio. Odio l’esaltazione della delinquenza”

Ma tu non combatti. Sei un vigliacco, fai una guerra contro i mulini al vento”

Sbaglio. Chiedo scusa”

Non basta”

Non voglio essere partecipe dai loro tentativi di fuga dall’infelicità”

E tu che ci sguazzi dentro, nell’infelicità? Sei forse meglio?”

No”, risposi sconsolato

Non sto prendendo le loro difese. Ti sto solamente dicendo che ognuno prende la sua strada. E purtroppo è quasi sempre quella sbagliata. Tu ne hai presa una, loro un’altra. Ma sono entrambe sbagliate”

Pensai a mia sorella Caterina, alla sua caduta e alla sua risalita. Volevo dire ad Ottavio che non esistevano droghe di serie a e di serie b. Volevo dirgli che odiavo sentirli compatire mia sorella, parlarmene scrollando le spalle. Io ero orgoglioso di mia sorella, non di loro che, pur accettati dalla società perché normalizzati, da quello stato di dipendenza perenne non sarebbero mai usciti. Non dissi niente per non rovinargli i bei ricordi che aveva. Forse perché non riuscivo a convincermi davvero che tutto quello fosse solo un sogno. Forse perché mi sarebbe piaciuto averlo ancora lì davanti dal vivo, per dirgli quello che non gli avevo mai detto.

14 ½

Quando Ottavino morì io non c’ero. Ero lontano migliaia di chilometri dall’Italia, stavo mangiando delle patatine fritte. Mi chiamò uno di quegli amici che ora avevo allontanato. Mi sporcai con il ketchup e mi sentii perso. Mi sentii colpevole di non esserci come non c’ero stato nella sua vita per anni.

Era ipocrita sentirne allora la mancanze, quando non poteva esserci più per davvero. Era stato ipocrita cercare il suo tempo quando stava per terminare.

Non è stato ipocrita” disse lui, leggendomi nel pensiero.

Mi sentii un verme, ancora una volta, per quel che ero. Il mio egoismo mi spingeva a mettergli in bocca le parole che volevo sentire.

Io ero quello che cercava di perdere il suo tempo quando altri uomini ne avrebbero voluto molto di più, Ottavio tra questi. E lo avrebbe meritato, Ottavio, quello che è dovuto diventare uomo subito e che affrontava ogni difficoltà con il sorriso.

Mi disse che i momenti bui li aveva passati, eccome. Ed aveva pianto anche lui, eccome. Mi raccontò che anche quando ti rendi conto di essere sul punto di morire pensi “Sì, sta arrivando il momento, ma viene tra un po’”. E mi disse che la vita era bella e che gli mancava. E tanto. Per gli imprevisti, le sorprese. Per le piccole cose. Per tutto quello che poteva accadere e che non avrebbe mai immaginato. Ad esempio, l’Inter campione d’Europa.

14 ¾

Io ed Ottavio avevamo condiviso la passione per la stessa squadra nei momenti più neri della sua storia. Ottavio non aveva mai visto l’Inter vincere una competizione importante. Neanche uno scudetto, se si escludono quelli fuori dall’età della ragione.

Stavo utilizzando Ottavio per mettermi al centro dell’attenzione. Ancora una volta non avevo trovato le parole giuste per riportarlo a casa, avevo trovato quelle adatte per avere da lui compagnia e conforto nella mia mente vagante.

Se c’era qualcosa di Ottavio, in quell’uomo che avevo davanti, gli dovevo ancora qualcosa. Ed allora ci gettammo in un attimo in piazza Duomo a Milano tra mille persone e bandiere. Lo guardai tornare il ragazzo che conoscevo, mentre mi chiedeva notizie di quegli sconosciuti in campo che vestivano la maglia che aveva tanto amato. Quando l’unico superstite della sua era nerazzurra alzò la coppa in cielo mi chiese stupito “Ma è tutto vero?”

Lo guardai sorridere felice ed urlare la sua gioia. Festeggiammo tutta la notte, poi ci fermammo stanchi su una panchina a parlare finché non si fece mattino.

Entrammo in un bar a fare colazione. Lui entrò in bagno. Attesi qualche ora che uscisse, quando andai a cercarlo non c’era più.

Abbassai la tavoletta del cesso e mi sedetti. Stetti per un po’ con la testa tra le mani, cercando di illudermi di aver dato un po’ di felicità a quell’amico che non c’era più. Me ne stavo sconsolato con gli occhi stretti per non piangere, poi, un calo di pressione.

LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 12/15

12

Le porte del vagone si aprirono e mi trovai di fronte una ragazza. Ci guardammo un attimo negli occhi. Impaurito da quel che vidi nei suoi, io abbassai lo sguardo rimanendo fermo. Da dietro, gli altri passeggeri cominciarono a spingere per passare. Io stavo fermo, la ragazza mi passò accanto e, giusto per pochi istanti, varcai la soglia prima che le porte si richiudessero.

Restai un attimo ancora immobile a testa bassa mentre il treno ripartiva dietro di me. Quando alzai gli occhi si parò dinanzi a me il mio incubo peggiore.

Ottavio, di nuovo lì. “Cuor di leone” mi disse.

Stavo per scoppiare in lacrime dall’angoscia di quel sogno ad occhi aperti. “Ma cosa vuoi da me?” gli dissi con la voce rotta dall’ansia.

Mi hai chiamato, sono qua” mi disse sorridendo. Tirò fuori dalla tasca un foglio tenuto insieme solo da mille nastri di scotch. La mia calligrafia.

12 ½

che il tempo passa me ne accorgo
dai viraggi e dalle sfumature dei colori
le mattine diverse di anno in anno
ne ho sprecati litri per castronerie
goccia a goccia senza tappare mai le perdite
e continuo a farlo per giunta
c’è chi lo ha perso presto e non ha vinto niente
e non ho mai una parola per riportarlo a casa
ci sono io che conosco un sacco di cose
tutte le battute di ritorno al futuro
ogni momento del disco con la banana
i calciatori degli anni novanta
conosco come si uccide ma non so farlo
conosco come si ama ma non so pensarlo
le mie leggi morali del cazzo
il mio senso sfrenato del giusto sbagliato
io che non so dire -ti amo-
io che non so dire -ti odio-
stramaledetta noia ed abitudine
strade asfaltate per l’ultima tornata elettorale
dove mi persi un po’ di vita e un po’ di motore
strade che non mi dicono più niente
altri giri altre corse a vuoto ma sempre quelle
suonano i campanili da monte a valle
non tendermi la mano
prima che sia troppo tardi
mi dico -credo sia meglio sgocciolarlo ancora un po’-
ancora cado giù dormo e ricomincio
da capo
il resto continua a girare

La scrissi in una notte d’estate, di quelle calde che sei nudo su un copriletto che pare una piscina. Era una di quelle notti che capisci che la testa sta per mollarti, partendo per altre direzioni che tu non conosci.

Pensai ad Ottavio quella notte e a quelli come lui, quelli che non avevo mai trovato parole per riportarli a casa. Quelli che erano fuorigioco ormai e che avevo messo totalmente fuori dalla mia vita. Per non pensarci, non avere rimpianti.

E pensai al momento in cui sarei diventato come lui e come tutti gli altri che avevano perso il loro tempo per cause esterne, mentre io continuavo a perderlo volontariamente tra le mie cazzate. La paura di morire senza aver detto niente. Il terrore di morire senza aver fatto niente.

Ottavino, ora potevo riconoscerlo nonostante l’aspetto camuffato. Gli chiesi il perché di quel travestimento.

Non lo so. Mi vedi come vuoi tu. Sei tu a dirigere la lanterna del gioco verso ciò che vuoi”

Quale gioco, spiegati”

Beh, tutto questo. Io sono qui perché lo vuoi tu. Tutto è qui perché lo vuoi tu”

Sono dunque un dio? Mi stai dicendo questo?”

Non montarti la testa. Ti dico che stai vedendo ciò che vuoi vedere. Sei tu a dirigere la luce verso le immagini che preferisci, verso ciò che preferisci vivere. Se sono qui è perché mi vuoi qui. Anche se non riesco a capire perché sei voluto arrivare fino a questo punto. Che bisogno c’era di una tale stronzata?”

Chiusi gli occhi un attimo. Dunque, ce l’avevo fatta per davvero?

12 ¾

Mi ero convinto di essere immortale e che certe cose potessero capitare solamente agli altri. Avevo cominciato a crederlo da bambino, sopravvivendo ad un cancro inesistente diagnosticatomi dopo una serie di lastre al cranio. Mi ero sempre più convinto sopravvivendo ad incidenti, stradali e di percorso, e soprattutto ai diversi goffi tentativi di suicidio incorsi nei momenti più bui: dal tentativo di tagliarmi le vene con un rasoio bic a quello di entrare in coma etilico bevendo una bottiglia di grappa corretta con un bastoncino di liquirizia.

Ero depresso e non avevo voglia di alzarmi dal letto, quella sera. Mi alzai per andare in bagno. Un momento, un attimo solo ed ero sul balcone.

Pensai ad un dialogo con il mio analista.

Analista: “Cosa faresti se io volessi gettarmi giù da un tetto?”

Io: “Cercherei di convincerti a non farlo”

Analista: “Testa di cazzo, se volessi gettarmi avrei certo un motivo. Sarebbe egoista fermarmi. Forse morire potrebbe essere la mia felicità, liberarmi dal mio male interiore. Impedirmelo sarebbe una privazione della mia libertà”

Io: “Non lo so, se io volessi uccidermi spererei fino all’ultimo di essere salvato”

Pensavo a quello mentre fumavo una sigaretta e pensavo che forse il mio analista non aveva tutti i torti. Poi giù, prima di ripensarci, prima che arrivasse qualcuno a salvarmi.

Non ce l’hai fatta” mi disse Ottavino.

Ho capito. Sono morto”

No, non ce l’hai fatta ad ammazzarti”

Cazzo, pensai. E allora cos’era tutto quello? Cosa stavo vivendo?

La tua testa continua a frullare, questa è una tua costruzione. Sei nella tua mente. Non puoi essere morto”

Non sono morto, ma non sono neanche vivo”

Smettila di farti domande e cerca di vivere questo. Ora. Potresti non avere altro tempo. Vuoi perderlo anche tu, come è successo a me?”

Ammutolii.

LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 10/15

10

Andiamo a bere qualcosa, zio?”, mi chiese Diego

Sorrisi e gli feci un cenno di sì con la testa. Mi pareva talmente impossibile che quel ragazzone fosse mio nipote. Futura disse “Io aspetto qui”

Cosa aspetti?” feci io

Aspetta il moroso” disse Diego canzonandola, esprimendo il suo disgusto con il volto.

E’ brutto?” chiesi io

Piace a me, zio-matto”, mi disse Futura con odio.

Questo è l’importante” le risposi

Diego mi prese sotto braccio e ridendo disse “Andiamo zio-matto”

Ma cos’è questa storia di zio-matto?”

Sempre così ti abbiamo chiamato”

Bene”

Mi diede una pacca sulla spalla. Per poco non finii a terra.

10 ½

Camminavamo per le strade del mio paese. Un paese ricco di storia che non trova posto sui libri di scuola ed un presente-futuro, che stavo vivendo in quel momento, che non diceva niente. Immobilità, pensai. Immobilità.

L’immobilità la vidi passando davanti al bar nel quale io e quelli della mia generazione eravamo cresciuti. Le abitudini, sempre le stesse. Le stesse persone con vent’anni di più sulle spalle, nuove leve che facevano le stesse cose che noi facevamo alla loro età. Da avventori alcuni di noi erano diventati proprietari. Poche altre differenze. Era un passo avanti per noi. Per il resto, tutto immobile.

Entrammo e bevemmo un bicchiere di vino rosso assieme, poi Diego si appartò con i suoi amici. Molti di noi non c’erano più, andati chissà dove. Quelli che di noi c’erano ancora mi salutavano con una smorfia, alcuni non mi vedevano proprio. L’epidemia di raffreddori artificiali ancora non era finita.

Fuori cominciò a piovere ed era freddo. Ciò nonostante, dopo il vino non potei far altro che andare a fumare. Si avvicinò a me uno tra i miei più vecchi amici. Era come sempre di cattivo umore, malediceva Dio e gli uomini tutti in continuazione ma aveva un cuore talmente grande che alla maggior parte delle persone era impossibile vederlo. Ci sono poche persone nella vita che si prenderebbero un proiettile per te. Lui era una di quelle.

Mentre parlava e lo ascoltavo, mi accorsi di quante cose avessi perso. Certe amicizie genuine le avevo buttate a mare per motivi astrusi. Non riuscendo a fare i conti con la mia vita, mi ero dedicato a fare i conti con la loro. Mi faceva rabbia sapere che persone che reputavo tanto valide e che, probabilmente, lo erano, anzi, vi dico, sicuramente, buttassero la loro vita affidandosi a persone di dubbia morale ed onestà. Non sopportavo vederli diventare dei debosciati. Così sfasciai tutto, ruppi tutto. Anche ciò che c’era di buono attorno a me. Soprattutto quello. E finii per chiedermi se il vero debosciato non fossi proprio io.

Parlammo ancora, per ore. Poi, quando mi accorsi che Diego era sbronzo, lo presi per un orecchio e lo riportai a casa. Mia sorella Caterina lo fece dormire sulle scale. Mi sentii in colpa.

10 ¾

Rientrai a piedi a casa fumando tre o quattro sigarette lungo il tragitto. Non avevo sonno. Accesi la televisione e stetti a guardare. Poi presi una penna, un foglio e mi rimisi a scrivere, come non facevo da ormai molto tempo.

mi accendo un’altra cicca nel cortile

è l’ennesima di una giornata durata poco

ma gola e polmoni fingono di non accorgersene

la gatta mi fissa da dentro il giardino

mi legge futuro passato e presente poi se ne va

con un senso di schifio dentro le zampe

un po’ di birra che scende e devo andare in bagno

troppe chiavi nel mazzo non è mai quella giusta

stringo le gambe per prendermi un po’ di tempo

scatta la serratura e sono lì pronto in bagno

liberazione e penso a tutte le cose belle

saranno tre o quattro al massimo

non ho sonno accendo la televisione fumo ancora

qualcuno volò sul nido del cuculo

la scena finale la risata urlata

di un christopher lloyd sempre più fuori

dallo spazio dal tempo dall’apparecchio

mi guarda mi indica l’indiano che fugge via

mentre lui resta fermo immobile seduto

sul suo letto che vale il mio divano

mi dice che non serve essere jack nicholson

per essere felici basta convincersi per un attimo

che tutte le cose belle

non hanno bisogno di te come personaggio principale

puoi startene fermo a guardare

sorridere ridere

urlare

fumo di nuovo

Andai a letto, mi addormentai dopo poco.

LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 4/15

4

Mi ripresi ed ero di nuovo io, grande e grosso. Me ne accorsi dai peli sul dorso delle mani. Il corpulento assassino non c’era più. Al suo posto, seduto a bere con me un caffè in una cucina di Milano, un caro amico, Piero.

Mi disse “Allora, questo Brasile?”

Bello” risposi

Beato te che vai”

Capii di essere in partenza.

Piero era poco meno alto di me ed aveva pochi capelli. Ce ne andammo in giro per Milano per un po’.

La varietà di gente in giro per il mondo mi pareva sempre uguale. A Milano come altrove, era pieno di persone che potevi vederlo da lontano un miglio che non ce l’avrebbero mai fatta. Mi indispettiva il pensiero che qualcuno avrebbe potuto dire la stessa cosa di me: io non ce l’avrei mai fatta? Ce l’avrei fatta? Ma a fare cosa? Io stavo tra i primi per nascita, per diritto. Fosse andata male, mi dicevo, sarei pur sempre stato l’ultimo tra i primi. Ma in questo momento, ero davvero io? Io, chi ero?

Mi perdevo nei miei egocentrismi, non prestando attenzione a ciò che Piero diceva. Se ne accorse, così mi condusse in un locale dove suonavano blues.

Mi piace il blues, credo potrei avere un futuro scrivendo testi per il genere. Potrei vivere di diritti d’autore, probabilmente. In un altro stato, intendo. Scrivendo in un’altra lingua, ovvio. Improbabile, ripensandoci.

Il locale sembrava uscito dagli anni ’40. Un nero di nome Sam stava al pianoforte. Ma le affinità con il periodo della grande guerra non finivano qui. Nel locale si poteva fumare.

Piero aveva da poco scoperto le sigarette al mentolo. Me ne offrì una. La rifiutai, ovviamente. “Sono da frocio” dissi.

Ci restò male. Non era frocio, naturalmente. Non ero un omofobico, bensì un burbero. Piero era una persona sensibile, per quanto non lo mostrasse.

O forse lo mostrava anche troppo. Si innamorava continuamente di ogni donna che gli capitasse sotto mano. Da principio mi ero convinto gli piacessero le ragazze brutte. “Capita”, mi dicevo. “In fondo a qualcuno dovranno anche piacere le donne brutte. La metà delle donne è brutta. Se tutti le rifiutassero in quanto cozze, il genere umano si dimezzerebbe in meno di un secolo. Servono quelli come lui”, pensavo, in barba al problema della sovrappopolazione del globo terrestre.

In seguito capii che Piero era innamorato dell’amore, un po’ come me. Tuttavia un bell’aspetto fisico per me costituiva una conditio sine qua non sarei uscito con una donna neanche dietro lauto pagamento. Lo ammiravo.

Un uomo suonava un’armonica a bocca. Noi parlavamo, fumavamo e bevevamo. Avevo in tasca due biglietti per Rio de Janeiro. Capii che non l’avrei portato con me in Brasile. Non mi ero svegliato lì, a Milano, per lui.

4 ½

Al mattino, un taxi venne a prendermi a casa di Piero. Lui dormiva nella sua stanza, non lo svegliai. Presi le mie cose e me ne andai. Avevo la schiena rotta dal divano.

Il tassista, nel tragitto verso l’aeroporto, cercava di intrattenere un discorso ma non ne avevo voglia. Stavo partendo da solo. Immaginavo i miei giorni in fuga solitaria dal mondo a Rio de Janeiro. Mi intristivano già prima della partenza.

Per strada vidi da lontano una donna con due grosse tette e una minigonna, la barba di appena un giorno. Aveva lunghi capelli biondi. Notai anche le sue grandi mascelle e gli zigomi pronunciati ancor più dei miei, quando dissi al tassista di fermarsi. Trattammo un poco, le sganciai 50 euro e convinsi la donna dalla voce profonda a venire con me a Rio.

Lei, o lui, o cosa fosse, era arrivata da Bahia in Italia e non era mai stata nel sud del Brasile. Tuttavia, una persona che conoscesse il portoghese mi sarebbe stata utile. Aveva belle gambe e un bel sedere. Non fosse stato per la barba e tutto ciò che ne consegue, avrei fatto l’amore con lei. O sesso, o quel che volete.

Comunque, mi interessava poco. Durante il viaggio poggiai la testa sulle tette dell’uomo-donna, stereotipo italico-carioca per eccellenza, e mi addormentai.

4 ¾

Al risveglio ricordai quasi improvvisamente di essere già stato in Brasile anni prima. Rimasi disgustato nell’apprendere di avere una prenotazione a mio nome in un albergo di Copacabana. Copacabana era il luogo di Rio deputato alla raccolta differenziata di turisti. Orde di italiani e spagnoli, la feccia d’Europa, arrivavano lì invogliati da un mito promozionale appositamente creato. Senza fatica, trovavano povere troie e il necessario per divertirsi.

Il mio compagno di viaggio era di Bahia, ho già detto, e non conosceva affatto Rio. Sistemate le nostre cose nella nostra bella camera, chiese informazioni su qualche posto per andare a ballare.

Doveva esserci una grande discoteca poco lontano da lì sul lungomare. “Fanno samba?” chiesi io. Lui non sapeva.

Posso già anticiparvi che la discoteca era assolutamente europea. L’unica difformità rispetto ai locali del vecchio continente consisteva in un numero abominevole di donne in fila per pagare l’ingresso ed entrare.

All’interno io e il mio compagno di viaggio (compagna, quel che volete) ci separammo all’istante. Lui cominciò a ballare, io preferii avvicinarmi al bancone del bar e bere caipirinha a go-go.

Bevevo caipirinha e un numero impressionante di donne mi ammiccava. Non era uno stereotipo, dunque, quello del fascino esercitato dai turisti sulle fighe brasiliane.

Mi si avvicinò una ragazza bellissima. Alta più di me, carnagione scura, lunghi capelli neri mossi alle spalle, un vestito rosso che faceva trasparire delle gambe da mozzare il fiato e due belle tette, non eccessivamente grandi ma belle sode. Dissi quelle due o tre frasi di circostanza in portoghese che conoscevo, poi scoprii che lei parlava benissimo italiano. Dopo cinque minuti di conversazione era cotta di me. Dubitando, da buon italiano, della sua sessualità, tastai la situazione e parve buona.

Dopo altri cinque minuti mi convinse quasi che non poteva assolutamente fare a meno di farsi possedere da me, subito, immediatamente. Conosceva un albergo lì vicino, le dissi di andare al mio ma rifiutò. Mi disse che l’albergo che conosceva era di un suo amico, ci avrebbe fatto un po’ di sconto per una notte sola e lei si sarebbe sentita più sicura. Poi aggiunse che per tutta la notte si sarebbe accontentata di trenta reais. Rifiutai e lei si allontanò.

Se ne avvicinarono altre, una mi si offrì per dieci reais. Troppo grassa, rifiutai anche quella. Non ero taccagno ma giovane. Tutte si avvicinavano a me perché ero giovane e solo. Degli altri dieci uomini nella sala, nove avevano sicuramente oltrepassato la metà del loro ciclo vitale, uno era di età indefinibile, aveva due grandi tette ed era vestito da donna. Tutti e dieci parlavano la mia stessa lingua. Come le oltre duecento ragazze che mi giravano attorno.

Continuavo a bere caipirinha ed ero piuttosto alticcio. Mi si avvicinò una ragazza non troppo alta all’incirca della mia età, capelli a caschetto, scura ma non troppo. La conversazione con lei era molto più stimolante rispetto alle precedenti. Non mi chiese subito di fare l’amore con lei, perlomeno. Ordinai altre due bevute e andammo a sederci su un divano.

Dopo discussioni sull’Italia e il Brasile, sulla cultura e sulla politica, mi mise una mano sul pacco e disse, senza giri di parole, che voleva un po’ di sesso da me. Io le chiesi quanto voleva. Venti reais, onesta. Più il suo albergo di fiducia, ovvio.

Le chiesi perché lo facesse. Mi disse che insegnava portoghese, a volte, ma così guadagnava di più. Veniva da Salvador, come il mio compagno di viaggio, del resto. Terra di prostituzione quella, pensai. Mi spiegò che Copacabana era un po’ la Mecca delle giovani in cerca di fortuna, raggranellare qualche soldo e trovar marito per andar via di lì. Non riuscivo a trovare alcuna motivazione plausibile per voler andare in Italia, ma tant’era.

Aveva un anello al dito. Le chiesi se fosse sposata. Mi disse no, fidanzata. Poi mi chiese di smetterla con le chiacchiere e di non farle perder tempo. C’era ancora un uomo libero in giro per la sala e avrebbe tentato con lui. Non volevo farle perder tempo. Le dissi “andiamo”.

Dimenticai di avvisare il mio amico dal genere indefinito ed uscii con lei dalla discoteca. Prendemmo un taxi che ci portò in un albergo non molto distante da lì. Entrammo, ci diedero la stanza e lei cominciò a spogliarsi.

Io la guardai. Era piena ai punti giusti. Non una gran figa, ma il culetto non era male e aveva un bel seno. Mi chiese di spogliarmi. Le dissi di no. Mi chiese cosa volessi fare.

La baciai e ci stendemmo sul letto. Presi a baciarla scendendo sempre più in basso poi, arrivato lì, la leccai prima con delicatezza, poi, più si inaspriva il sapore, sempre con più furia. La guardavo dalla prospettiva bassa indurire i muscoli sempre di più, le sue tette si muovevano a ritmo qua e là da dietro la sua pancetta. Poi venne, tornai su di lei, la baciai per un po’, poi restammo abbracciati finché non si addormentò.

Io non riuscivo a prender sonno, le lasciai duecento reais sul comodino e me ne andai, tra malinconia, mestizia e fierezza. Pensai di averle regalato un momento di felicità forse per lei inusuale. Non potevo infierire su qualcosa di tanto bello. Non so perché pensavo quelle cose quella notte e che senso avesse ciò che mi girava per la testa.

Tornai a piedi al mio albergo e qualche bambino mi si avvicinava per chiedermi soldi ma in tasca non ne avevo più. Copacabana era la stazione Termini di Rio.

Salii in camera e avevo necessità di andare al bagno. Chiusi la porta e mi precipitai lì a sedermi. Non mi accorsi, rientrando, di ciò che stava avvenendo sul mio letto. Mentre cagavo, vidi una donna che si agitava distesa su un’altra. Avevo quasi dimenticato di essere lì con un trans preso per strada a Milano.

Dallo specchio posizionato dietro il letto, potei vedere precisamente le fattezze, contratte dagli spasmi, della prima venere mulatta che mi si era avvicinata in discoteca. Lo specchio rifletteva l’incrocio delle sue piccole e belle tette naturali con le protesi perfette del mio compagno di viaggio. Cercai di non guardare altro, per non guastare quel momento di erotismo tutto al femminile. Me lo gustai talmente che mi venne su duro, andando a sbattere contro la tavoletta.

Concentrandomi sulle tette, lo tirai fuori e mi sparai una sega, era accaduto troppo, per alcuni versi troppo poco, quella notte. Loro non badarono a me.

Mi addormentai, ubriaco, pisello in mano e culo sporco, sulla tazza del cesso in una stanza d’albergo a Rio de Janeiro.

APPUNTI – L’AMORE AL TEMPO DEL TRIPLETE: COME MARX MI HA CREPATO LA VITA

IL RUMORE DEI NEMICI

Mi danno troppo da fare i vivi per potermi preoccupare anche dei morti. Sono andati, trapassati, estinti. Sono quel che volete ma, essenzialmente, non sono più. La vita è una guerra, il mondo è in guerra ed io mi ci getto armato di scimitarra.

Chi si preoccupa dei morti è preoccupato dal fatto che un giorno non sarà più. Sarebbe bene seguire questo pratico esercizio. Non hai niente da fare, stai seduto su una panchina o, peggio, sotto la metropolitana. Ecco, non hai un libro da leggere, niente di niente. Guarda le persone davanti a te e immaginatele morte. Occhi sbarrati, mandibola aperta. Osservali lì, falli morire con la sola forza del pensiero.

Io vedo la gente morta. E sto bene.

Mi preoccupa, da ex fervente rifondarolo, sapere che un giorno vedrò Bertinotti fare un elogio pubblico di Berlusconi appena morto. So che accadrà. Lo so.

Personalmente, vi dirò, credo che il lutto sia una delle ipocrisie più grandi di cui sia capace il genere umano. Soffro per la morte dei miei amici, sto male per la sofferenza dei miei amici. Godo per la morte dei miei nemici. In assenza dei nemici, mi compiaccio della morte di qualche stronzo che neanche conosco. Di qualcosa dovrà anche godere un uomo.

Sento il rumore dei nemici. Piuttosto lontano. E’ una consolazione, forse. Posso gettare la scimitarra. Nella mia vita sono stato molto più amato che odiato e credo che proseguirò in questa direzione. Forse perché sono un gran paraculo.

Poi, mi vien da ridere quando penso ai miei nemici. Sono uomini ridicoli quanto me ma hanno quel qualcosa in più che riesce a farli diventare ancor più ridicoli di me. E io, alla mia ridicolaggine, ci tengo.

MARX E LA PORNOGRAFIA OMOSESSUALE

Credo che Marx mi abbia rovinato la vita. Non sto cambiando argomento, sto parlando ancora di amici e nemici.

Il materialismo storico ha ucciso il mio senso di colpa cristiano. La lotta di classe ha fomentato il mio senso di colpa borghese. Marx mi ha costretto ad amare le minoranze, a giustificarle in ogni caso. Amo chi è nato negro, chi è nato povero, chi è nato barbone, chi è nato delinquente, chi è nato deficiente. Gli zingari no, a tanto non sono ancora arrivato. Disprezzo la mia classe che non ama le minoranze. Disprezzo la mia classe quando cerca di diventare minoranza. La borghesia non è umana.

La lotta per le classi altrui ha una doppia faccia: da un lato arrivi alla santità, dall’altro all’autodistruzione.

Arrivi a confondere gli amici con i nemici, gli idoli positivi con quelli negativi, la vita con la morte, le bestie con gli uomini. E sopra tutto c’è ancora Marx con quel barbone, che poi è Dio come già l’avevano rappresentato in tantissime chiese rinascimentali.

Lotta, lotta, lotta.

C’è bisogno d’amore per dio. Sono stato amato tanto, dicevo. Ed ho amato tanto, anche troppo. Credo anche qui ci sia lo zampino di Marx. Colpa sua se non ho mai avuto un amore ortodosso come Dio (Marx?) comanda.

In fondo uno con qualcuno deve sempre prendersela. La vita non è un film porno ma pare una pornografia omosessuale un po’ troppo estrema. Un regista perverso sullo sfondo c’è sempre.

PROSTITUZIONE INTELLETTUALE: ORTODOSSIA ED ETERODOSSIA DELL’AMORE

E’ prostituzione intellettuale quella di cui vi parlo e, credo, ce la cerchiamo un po’ anche noi. Sarebbe comodo dare tutte le colpe a Dio, a Marx o come lo volete chiamare voi.

Se non ho avuto un amore ortodosso come conviene me la sono anche cercata.

L’amore più ortodosso della mia vita è rimasto attaccato ad uno stendino sotto la pioggia per anni ed è ancora completamente zuppo. Quello più eterodosso va a gonfie vele ma, appunto, è eterodosso.

Ma che ortodossia poteva esserci in Lisa, una che poteva essere sia quella della foto sia quella che della vita non aveva mai capito un cazzo?1

L’estate non arriva e, dunque, non si asciuga. Meglio scriverne ora che quando tutto sarà asciutto.

Colpa di Marx se è successo. Maledetto. Pensate che l’amore più ortodosso della mia vita è stato tra un borghese e una che non faceva altro che sottolineare la differenza di classe tra me e lei.

Penso che Lisa avrebbe dovuto mettere fine alla nostra storia già dopo poco tempo. Il problema stava nel fatto che Lisa aveva avuto ed avrà solo amori eterodossi nella sua vita. Io non potevo metter fine all’amore più ortodosso che mi fosse mai capitato tra le mani.

Il senso di colpa marxista mi teneva attaccato a lei. E Lisa ci metteva del suo, a tenermi attaccato a lei. Certo, non poteva averla vinta. Il senso di colpa marxista teneva attaccato a Lisa un sacco di gente, ce ne stavamo tutti affollati attorno al suo corpo ed ogni tanto arrivava un nuovo a reclamare un po’ di spazio. Ma erano tutti più imbecilli di me, ecco perché alla lunga l’ho avuta vinta facilmente.

Lisa ha cambiato il mio modo di guardare il mondo e, in fondo, forse dovrei anche ringraziarla. Non è riuscita a sostituirsi a Marx, eppure mi ha insegnato a disprezzare l’essere umano. Lei e le esperienze vissute con lei.

In fondo bisogna capirla la gente, ha dei problemi. Sta male. Io anche ho dei problemi. Io anche sono stato male. Se sei una testa di cazzo lo sei comunque, problemi o meno, malattie o meno. E che ti prendesse un cancro al cervello se ancora non ce l’hai. Godo dei tuoi malesseri.

Si arriva addirittura a giustificare le malefatte con i difetti fisici. Dimmi, vorresti essere tu come Alain Delon? Sì, certamente. Ma non sarà mai la mia pelata prematura, la mia testa a pera o il mio profilo aquilino a giustificare una mia cattiveria. No, Dio non perdona. Neanche Marx. E neanch’io.

Purtroppo ancora non riesco a godere dei mali di Lisa ma ci vado vicino.

E poi i problemi di Lisa, i suoi mali… non voglio parlarne, questi non sono cazzi vostri.

Che poi c’è sempre quello che passa per stronzo e sono sempre io. Quello che per Lisa non è mai stato abbastanza uomo.

Su questo forse Lisa aveva ragione. Solo un ometto come me poteva accettare le sue bugie, gli stessi episodi raccontati in tre modi diversi a distanza di pochi minuti; i suoi tradimenti; il suo mollarmi e riprendermi due o tre volte al mese.

- COLPA DI MARX. CAZZO, MARX! -

Eppure qualcosa di buono doveva esserci in lei se nella sua classe ho conosciuto solo brava gente. E poi la parte dello stronzo ce l’ha fatta il borghese del cazzo.

Via della Scala è sempre là… canto per non pensare alle umiliazioni subite. Al viaggio programmato la sera prima ed annullato il mattino dopo per telefono. Al fingere davanti a persone conosciute nell’altra vita di conoscermi appena o sentirla dire che io ero un folle che non vedeva da anni e che voleva rovinarle la vita per un torto passato.

Per poi litigare e richiamare quello che tanto uomo non era. E vederci di nascosto. La nostra situazione non era chiara. Colpa mia. Sempre colpa mia.

Lisa non c’era mai quando ne avevo bisogno ma pretendeva che io fossi lì anche solo per un’unghia incarnita. Io rifiutavo di fottere altre donne perché prima o poi le cose sarebbero tornate come in origine, lei probabilmente si faceva fottere da altri uomini di mezzo mondo giusto per avere un po’ più di gente aggrappata addosso. Poi alla fine tornava da me ed io ero contento. Ridevo. Sorridevo.

Lisa mi voleva bene. Quanto voleva bene al suo cane. Il cane era suo, io ero suo. Uomini, bestie. Ho sempre diffidato degli animalisti. Sono tali perché non riescono ad amare gli uomini. Non riescono neanche ad odiarli. Sono psicopatici. Ma con Lisa non ci pensavo, forse perché, come voce popolana vuole, tira più un pelo di fica che un carro di buoi.

Lisa agiva inconsciamente quasi quanto inconsciamente Marx mi faceva attrarre da lei. Il suo amore eterodosso non le faceva capire che da un poco uomo come me poteva ottenere il massimo con il minimo sforzo. Avrebbe potuto farmi fesso ancor meglio. In fondo, era un po’ fessa anche lei.

LA VACUITA’ DELL’ARTE

E’ poco uomo quell’uomo che scrive.

Se non ci fosse stata Lisa starei ancora qui a pretendere di diventare un giornalista o uno scrittore. Non lo pretendo più ma lo faccio con passione. Non ho le qualità per farlo ma so di farlo molto meglio di tanta altra gente.

Quel che voglio dire è che non basta aver studiato letteratura per saper scrivere, non basta far l’accademia per far l’artista, non basta il conservatorio per far musica. Anzi, nel 95% dei casi, queste istituzioni creano gente inutile per la società che fanno solo del male all’arte.

Le passioni si creano da sole. Devi averle dentro, nient’altro. Non puoi pretendere di diventare un qualcosa che non sei. La lotta di classe del pensiero, anche questa me l’ha trasmessa Marx. Ma questa, Lisa non la conosceva.

Poi arriva un giorno che viene l’ultimo degli stronzi che si aggrappano al suo corpo a pretendere di staccarti da lei definitivamente. Mentre il senso di colpa marxista si acuisce sempre di più, arrivi al punto di mostrarti fin troppo gentile perché, ancora una volta, lei ha deciso di darti la responsabilità della sua vita, della sua classe e c’è qualcun altro che vuole riequilibrare una situazione che hai compromesso per sempre. Uno nuovo, perché morto un papa se ne fa un altro o al massimo si torna a quello precedente.

Io ringrazio quel contadino che, mentre io cercavo di essere gentile con lui offrendogli – sic! – di usufruire di un mio servigio, perché io avevo rovinato la vita a quella donna che ora amava lui e che tra due mesi amerà qualcun altro, dicevo, ringrazio quel contadino che mi disse che ero una persona ridicola che scriveva cose ridicole. Solo grazie a lui sono riuscito ad escludere Lisa dalla mia vita, lei che ora starà cercando qualcun altro ancora e che quando guarda la sua stanza piena di me pensa a quel cane scappato via.

- Poverino, era andato in calore. E’ uscito e non è tornato più. Qualche auto l’avrà messo sotto! -

In fondo ogni classe deve stare per conto suo. Lo ripeto, Marx mi ha crepato.

Mi hanno massacrato i mille libri che ho scelto di leggere, i milioni di dischi che ho deciso di ascoltare, tutti quegli stramaledetti film fuori dalla grande distribuzione. C’è chi deve andare in vacanza a San Pietroburgo, chi a Terracina per tutta la vita. C’è poco da fare. Io non so zapparla la terra, per scrivere non studio letteratura e i letterati producono solo merda per idioti. Io produco tanta cacca ma puzza di più. E puzza meglio.

Penso al finale di Io e Annie, chi non lo conosce? In fondo tutti hanno sempre bisogno di uova, dicevo a Lisa quando tornavo da lei. Se la ricorderà a vita questa frase, gliel’ho messa dappertutto per anni. Del resto tornavo, in media, ogni due settimane.

Le uova ingrossano il fegato. Fanno male. Meglio tagliarle fuori dalla dieta.
Come scrisse un mio amico, la sega è un attimo. A volte è anche meno.

1 Chi è a secco delle mie opere illetterate non capirà a cosa faccio riferimento e, sinceramente, me ne fotto di voi ancor più di quanto fotterei Ainett Sthepens.