14
Margherita era andata via da qualche minuto ed io ero in imbarazzo. Ottavino ordinò due birre e cominciò a raccontare storie passate.
“Quel che non capisco è perché hai buttato via i nostri vecchi amici”
“Chi te l’ha detto?”
“Sei tu che mi metti in bocca le cose, non dimenticarlo”
Bevvi la mia birra di un sorso e ne ordinai un’altra.
“Sai” mi disse “ognuno fa la sua vita come sa. Non è detto che debba piacerti”
Sapevo a cosa alludeva. Nell’ennesimo ultimo atto di follia ed autodistruzione, avevo tirato fuori tutto il mio risentimento verso i miei vecchi amici, allontanando anche loro da me per sempre.
“Non ho difficoltà a farmene di nuovi”
“Questo lo so. Ma avresti potuto benissimo allontanarti da loro se non ti piace il loro modo di vivere. Non sei costretto ad accettare…”
Lo fermai con una mano. Accesi una sigaretta.
“Secondo te sono uno stronzo?”
“Sì. Se tu avessi preso una posizione per migliorare la loro vita, lo capirei. Che poi, la tua vita migliore è un’idea tutta tua. Tu hai voluto sentirti migliore di loro”
“Sinceramente, io capisco la difficoltà di chi non può farcela. Non sopporto chi si getta via e detesto chi se ne approfitta”
“Sono tutte chiacchiere. Tu odi”
“Io odio le persone che profittano sui disagi degli altri. Odio il mondo in cui è considerato migliore di me chi è più furbo. Odio il fatto che il premio spetti a chi incula l’altro più e meglio. Odio l’esaltazione della delinquenza”
“Ma tu non combatti. Sei un vigliacco, fai una guerra contro i mulini al vento”
“Sbaglio. Chiedo scusa”
“Non basta”
“Non voglio essere partecipe dai loro tentativi di fuga dall’infelicità”
“E tu che ci sguazzi dentro, nell’infelicità? Sei forse meglio?”
“No”, risposi sconsolato
“Non sto prendendo le loro difese. Ti sto solamente dicendo che ognuno prende la sua strada. E purtroppo è quasi sempre quella sbagliata. Tu ne hai presa una, loro un’altra. Ma sono entrambe sbagliate”
Pensai a mia sorella Caterina, alla sua caduta e alla sua risalita. Volevo dire ad Ottavio che non esistevano droghe di serie a e di serie b. Volevo dirgli che odiavo sentirli compatire mia sorella, parlarmene scrollando le spalle. Io ero orgoglioso di mia sorella, non di loro che, pur accettati dalla società perché normalizzati, da quello stato di dipendenza perenne non sarebbero mai usciti. Non dissi niente per non rovinargli i bei ricordi che aveva. Forse perché non riuscivo a convincermi davvero che tutto quello fosse solo un sogno. Forse perché mi sarebbe piaciuto averlo ancora lì davanti dal vivo, per dirgli quello che non gli avevo mai detto.
14 ½
Quando Ottavino morì io non c’ero. Ero lontano migliaia di chilometri dall’Italia, stavo mangiando delle patatine fritte. Mi chiamò uno di quegli amici che ora avevo allontanato. Mi sporcai con il ketchup e mi sentii perso. Mi sentii colpevole di non esserci come non c’ero stato nella sua vita per anni.
Era ipocrita sentirne allora la mancanze, quando non poteva esserci più per davvero. Era stato ipocrita cercare il suo tempo quando stava per terminare.
“Non è stato ipocrita” disse lui, leggendomi nel pensiero.
Mi sentii un verme, ancora una volta, per quel che ero. Il mio egoismo mi spingeva a mettergli in bocca le parole che volevo sentire.
Io ero quello che cercava di perdere il suo tempo quando altri uomini ne avrebbero voluto molto di più, Ottavio tra questi. E lo avrebbe meritato, Ottavio, quello che è dovuto diventare uomo subito e che affrontava ogni difficoltà con il sorriso.
Mi disse che i momenti bui li aveva passati, eccome. Ed aveva pianto anche lui, eccome. Mi raccontò che anche quando ti rendi conto di essere sul punto di morire pensi “Sì, sta arrivando il momento, ma viene tra un po’”. E mi disse che la vita era bella e che gli mancava. E tanto. Per gli imprevisti, le sorprese. Per le piccole cose. Per tutto quello che poteva accadere e che non avrebbe mai immaginato. Ad esempio, l’Inter campione d’Europa.
14 ¾
Io ed Ottavio avevamo condiviso la passione per la stessa squadra nei momenti più neri della sua storia. Ottavio non aveva mai visto l’Inter vincere una competizione importante. Neanche uno scudetto, se si escludono quelli fuori dall’età della ragione.
Stavo utilizzando Ottavio per mettermi al centro dell’attenzione. Ancora una volta non avevo trovato le parole giuste per riportarlo a casa, avevo trovato quelle adatte per avere da lui compagnia e conforto nella mia mente vagante.
Se c’era qualcosa di Ottavio, in quell’uomo che avevo davanti, gli dovevo ancora qualcosa. Ed allora ci gettammo in un attimo in piazza Duomo a Milano tra mille persone e bandiere. Lo guardai tornare il ragazzo che conoscevo, mentre mi chiedeva notizie di quegli sconosciuti in campo che vestivano la maglia che aveva tanto amato. Quando l’unico superstite della sua era nerazzurra alzò la coppa in cielo mi chiese stupito “Ma è tutto vero?”
Lo guardai sorridere felice ed urlare la sua gioia. Festeggiammo tutta la notte, poi ci fermammo stanchi su una panchina a parlare finché non si fece mattino.
Entrammo in un bar a fare colazione. Lui entrò in bagno. Attesi qualche ora che uscisse, quando andai a cercarlo non c’era più.
Abbassai la tavoletta del cesso e mi sedetti. Stetti per un po’ con la testa tra le mani, cercando di illudermi di aver dato un po’ di felicità a quell’amico che non c’era più. Me ne stavo sconsolato con gli occhi stretti per non piangere, poi, un calo di pressione.
