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IGNOTO NUMERO 61 – TOTONNO E IL SUO LETTO APPROSSIMATIVO

Aprile 22, 2009 sbloggato 2 commenti

“…quel sonno mirabile, di cui dormono solo i fortunati che non sanno che siano né emorroidi, né pulci, né troppo elevate capacità intellettuali”
(Nikolaj Vasil’evič Gogol’)

Il letto io lo preparo al principio di ogni settimana. Perfetto. Già passato il primo giorno, ogni mattina mi rifiuto di rimetterlo in sesto e la notte vado a dormire con l’incubo di non riuscire a prender sonno. L’incubo delle lenzuola aggrovigliate, del coprimaterasso che si sfila e delle gambe che raspano. E’ l’incubo del pigiama – se così possono esser definiti un paio di pantaloncini e una maglietta di un decennio fa -, spiegazzato, rimasto tra i panni gettati sul letto al mattino e rigettati sulla sedia alla sera. Una montagna di panni. Che puzzano.

Infilatomi con il mio “pigiama” in questo letto approssimativo prendo a leggere una, due, tre pagine di qualsiasi libro io abbia poggiato sulla mensola sopra il letto. Ci sono libri che non so perché leggo. Non mi piacciono, li detesto. Ma mi sento obbligato.

Cerco una posizione consona alla lettura. Difficile in quell’intrico di stoffe, peli e pelle. Mi chiedo perché leggo. Ho riempito la mia testa di parole, di frasi. Di libri, canzoni, film e quant’altro. Ho riempito la mia testa di parole di altri uomini, convincendomi quasi che la vita sia tutta quella che avviene nella testa. Tra il dire e il fare mi avete costretto a scegliere il dire. Convincendomi che l’unica grande paura nella vita è quella di morire senza aver detto un cazzo. Rifletto mentre leggo: l’unica grande paura nella mia vita è quella di morire senza aver fatto un cazzo.

Tre pagine lette alla meno peggio, saltando qua e là tra parole che attirano il mio interesse. Non penso di aver mai letto tutte le parole di un libro. Ci sono frasi che sono assolutamente inutili, alcune talmente inutili che sono quelle che alla fine mi colpiscono di più. Quando capisco che un periodo è inutile lo salto. Quando capisco che quel periodo è totalmente inutile lo leggo e lo rileggo.

Prendo sonno a difficoltà. Chiudo gli occhi.

Sarà passato qualche minuto ed ecco il primo colpo di tosse. Dovrò decidermi prima o poi di smettere di fumare ma la mia coscienza me lo impedisce. Le sigarette sono lì a ricordarmi che c’è anche un corpo.

E’ strana la vita di chi è sempre “troppo”. Totonno è sempre stato troppo. Troppo intelligente, troppo “intellettuale”. In un certo qual modo, egocentrico. Totonno sa colpire le altre persone, le colpisce nell’intimo. Ma Totonno è troppo. Uno così se la sa sempre cavare. E alla fine si trova solo perché lui non ha bisogno di aiuto. E nessuno lo vuole aiutare. C’è sempre chi ha più bisogno di lui. C’è sempre chi è più di lui. Totonno è un mediocre ma bravo. Un bravo ragazzo. Un ragazzo geniale. Integro. Ricco. O meglio, un povero con soldi. Totonno non ha bisogno di nessuno.

E alla fine è sempre lì, in quel letto approssimativo. Sul letto approssimativo ha tempo per se stesso. Pensa. In realtà Totonno pensa molto poco a se stesso. Anche quando pensa a se stesso pensa alle altre persone. A volte a uno scherzo da fare, a volte come colpire, come attirare l’attenzione. Totonno attira l’attenzione, sa come fare. Totonno sa cosa interessa agli altri, di cosa parlare, come comportarsi. E’ un animale sociale che riesce a farsi amare od odiare a suo piacimento. Come vuole lui.

Totonno vive nell’incubo di ritrovarsi da solo. Non si compiace di se stesso. Ha titoli che valgono come carta straccia. Sa dire ma non fare. Non fare abbastanza. Totonno si accontenterà di una vita da precario? Totonno ha bisogno di qualcosa. Totonno cerca il cambiamento.

Totonno parla in terza persona come fanno gli imbecilli. Ma sono poi tanto intelligente?

Non credo. Ecco perché i miei titoli, le mie qualità sono carta straccia, come dicono gli invidiosi finché quei titoli, quelle qualità non le hanno pure loro e le guardano avidamente da lontano.

Nella lotta di classe io mi metto dalla parte dei sensibili. E siamo pochi. I sensibili non danno a vedere la loro sensibilità, se la tengono per loro e la cacciano nei momenti consoni. E la sfogano in quelli inopportuni. Quelli che non hanno mai fatto ciò e si ritengono sensibili, si chiamano “cretini”. Non sono insensibili, sono una terza categoria. Compito del sensibile è poi imparare a gestire la sua sensibilità. Io ancora non ci riesco. Ci provo.

La lotta della mia classe per la conquista del mondo non ha alcuna possibilità di vittoria.

Mi riaddormento a questo pensiero con la faccia sul cuscino reclinata di lato, con la paura di non dire o non fare abbastanza.

Dormo e nel sogno c’è una persona che mi scuote urlando “che cazzo stai dicendo?”.

Apro gli occhi di colpo e tutto trema attorno a me. Il cellulare dalla mensola mi cade in testa. La lampadina trema come così tutto attorno. Ci metto un po’ per capire che “trattasi di terremoto”. Non ne sentivo uno così dal 1984 ma allora ero troppo piccolo e non ricordo assolutamente. Comincio a pensare a tutte le regole da seguire in questi casi: architrave portante, niente scale… mentre sciorino al povero arredamento della mia stanza ricordi annebbiati di qualche antica lezione scolastica la scossa è terminata. A questo punto mi alzo e vado in cucina.

Mi accendo una sigaretta, guardo dalla finestra e gli alberi sono ancora in piedi. Ho sognato tutto.

Accendo la televisione e il telegiornale dice : “Scossa di terremoto a Roma”. La mia casa è andata, penso io. Me la sono scampata ancora una volta. Forse perché ho ancora molto da dire, o ancora molto da fare. Non so perché ma penso. Penso che forse è vero che non si deve fare filosofia sui sentimenti. Forse è vero che sono proprio stronzo. Poi le persone che ami scompaiono e non fai nemmeno in tempo a dir loro che era filosofia a fin di bene. E non lo sapranno mai. Alcune situazioni sono irrimediabili.

Torno a letto. Non riesco a prender sonno. Il letto è ormai irrimediabilmente approssimativo. Non tutte le situazioni sono irrimediabili. Solo alla morte non vi è rimedio, ma non sono neanche sicuro che sia così. So ad esempio di persone che si risvegliano. A volte sono chiuse nelle loro bare sotto terra. Poveri loro.

Mi faccio una promessa. Poco dire e molto fare. Ma come fare da solo?

Mi giro nel letto, faccia rivolta verso il muro. Mi torna in mente qualche pubblicità della televisione di quando ero piccolo (un Grunding, chissà se esiste più). Qualche canzoncina. La sigla del “Pranzo è servito” con Corrado. Chissà perché. Sorrido. La notte quando sono a letto vorrei che arrivasse qualcuno a rimettermi il coprimaterasso in ordine. Così, che io non me ne accorga. Le lenzuola belle stese. Della maglietta spiegazzata non me ne frega granché, posso sempre prenderne un’altra. Dall’armadio. Ne è pieno zeppo. E’ a due passi. E’ un attimo.

Penso che non è una notte da incubo, ce ne sono state di peggiori. Il cellulare è ancora sul letto da quando è caduto. Lo sento sotto la pancia, tra la maglietta e il cosiddetto coprimaterasso.

Lo prendo in mano per vedere l’ora. Sono già le cinque del mattino, non ho pensato né detto né fatto grandi cose neanche questa notte. Nessuna chiamata, nessun messaggino del cazzo. Non è l’ora né il caso di farne. E penso quando una volta Totonno era a letto e giocava con lei – lo stato di dormiveglia gli da la sensazione di averla addosso, ancora-. E lei poi disse di lasciarla dormire. E lui cominciò a parlare. E poi dormirono. E poi lei la mattina gli disse che quella notte era stato proprio bravo… a parlare. Prima non gli veniva da ridere né da piangere. Ora sì, tutte e due le cose. E non la sente più addosso. Quasi dorme. Quasi.

Spersonalizzazione. Così si chiama parlare in terza persona di se stessi.

Ecco, ha trovato il termine. Per dire. Non per fare.

Io, da solo, spossato, cerco di dormire. Cerco aiuto da me stesso.

LA DANZA DEL LOMBRICO

Febbraio 19, 2008 sbloggato 2 commenti

Attenzione: non è un racconto. Sono riflessioni disorganizzate, dunque di difficile lettura e incomprensibili ai più. A volte anche a me. Manca anche di punteggiatura: dunque se non avete pazienza, non leggete. E se non capite non preoccupatevi. Se non avete voglia di leggere andate direttamente a fine post, oppure chiudete il browser (apprò, rivoglio Netscape! Di certe cose ne senti la mancanza solo quando non puoi utilizzarle più! E anche Eudora e i newsgroups di Free Agent… e Ws_ftp e la chat di Irc… e… no, forse no. Vorrei solo avere un Mac in questo momento).

Io ormai quando scrivo pubblico. E me ne frego.

Nella mia attività di presunto recensore mi sono imbattuto in un bel libro. “Bilal” di Fabrizio Gatti. Lo consiglio caldamente a tutti. A margine faccio questa riflessione.

Africa. Non siamo forse tutti un po’ ipocriti? E’ la domanda che ci facciamo più o meno tutti. Banale, anche un po’ qualunquista (alla Grillo, per intenderci). Però vale la pena rifletterci su. Riflettere sul perché il mondo occidentale che si autodefinisce mondo di ispirazione cristiana si sia eletto ebraicamente a popolo eletto escludendo il suo prossimo (nero). C’è da chiedersi quanto valgano donazioni e sensibilizzazioni se non seguite da atti concreti (che non riesco ad immaginare, purtroppo non ho un’immaginazione fervida né abbastanza volontà, credo) volti a migliorare la situazione di tutti quei popoli che noi abbiamo ricacciato in questa situazione. C’è da chiedersi perché gli schiavi moderni siano gli stessi di duemila anni fa e percorrano ancora le stesse strade. E perché muoiano ancora come duemila anni fa. E perché scappino. Da cosa scappino. Dov’è la nostra responsabilità. Nell’utilizzare le loro risorse umane e naturali per vivere la nostra vita occidentale non offrendogliene neanche un mozzico, se non per fargli venire ancora più fame. Nella nostra non rinuncia al superfluo. In questo ripetersi ciclico della storia in cui non sembra cambiare niente e che mi lascia basito. Mi chiedo cosa si possa fare. Cosa potrei fare. Poi smetto di chiedermelo e torno a campare, da buon occidentale. E’ stato un momento. Chiudo gli occhi e torno a vivere.

La nostra società. Non mi interessa più di tanto la nostra situazione politica. L’Italia ha quel che si merita. Una campagna elettorale che sembra un calcio mercato, con Bargiggia che annuncia gli ultimi acquisti di Berlusconi o di Veltroni. Fatti loro. Fatti nostri. Nessuno mi vieta di andarmene da qui. O meglio, per adesso. E’ questo “per adesso” a preoccuparmi.

Come tutte le persone che reputo stupide sono diventato un disilluso ed anche un fatalista. Me ne sono reso conto. Mi rendo conto di molte cose, poi tendo a dimenticarmene. Pochi giorni dopo il mio compleanno, quasi un mese fa ormai, è venuta a mancare mia nonna. Me ne è dispiaciuto molto solamente molto dopo. Quando mi sono fermato a riflettere. Ero molto (anche troppo rispetto a tutti gli altri, direi) preparato all’evento. Anzi sinceramente meravigliato dai tanti anni passati a convivere con il malattia. E stupito di quella voglia di vivere sempre un giorno di più, di quella voglia di crederci. Qualcosa che credo di aver ereditato. Insomma, l’eutanasia per me va bene. Ma per gli altri. A me, finché respiro, finché muovo gli occhi, finché posso ascoltarvi, non toccatemi. Ché la vita è una ed una sola. Ciò che mi dispiace è di non aver compreso mai che, alla fine della sua vita nonna, avrebbe voluto un nipote amorevole, quantomeno un nipote che le rendesse l’affetto. Non una persona che la trattasse come una sua pari, una persona che pretendeva, uno che “fa il filosofo” senza fermarsi mai a riflettere. Ciò che è fatto è fatto, dicono loro, i saggi. Sì, ma mi dispiace, dico io, che saggio certo non sono.

E poi negli atti meccanici di quei giorni, lì ho riflettuto. Non sulla morte di mia nonna, ma sulla vita. Quella vita che sfugge, quel corpo che resta solamente un oggetto e nient’altro. Quella vita che non c’è più e che non va da nessuna parte. Siamo solo un ingranaggio di quella vita che è più grande, quella del genere umano. E’ per questo che la vita è grandiosa, perché è vita comune. Perché insegnando, sbagliando, attraverso l’amore per gli uomini possiamo trasmettere non solo il nostro corredo genetico ma anche una vita migliore. E’ tutto un gioco, un gioco ad andare avanti. Tutti insieme.

E io ora faccio tante cose. Sono molto attivo. Sto cercando di prendere un’altra laurea, scrivo anche e con buoni risultati. Faccio concorsi. Presto partirò per un mese alla volta del “Nuovo mondo”, ma dall’altra parte dell’emisfero. Al caldo, ché qui fa fin troppo freddo.

Forse sto bene. Forse. Ma quando vado a letto non riesco a dormire. Forse è solo la paura che la vita scorra veloce e alla fin fine “non si sia detto un cazzo”. Forse è solo la paura che siano esclusivamente i miei narcisismi ed egocentrismi a portarmi a riflessioni interminabili che mi fanno sentire “così intelligente”, a farmi sentire sempre vicino e coinvolto dai problemi degli altri. Forse è la paura di sentirmi solo un granello di questo polverone incasinato da cui non trovo uscita. E’ la sensazione di sentirti sempre in debito verso qualcuno, qualcosa, verso tutti a volte. E’ la paura di non riuscire a risarcire questi debiti per intero. E’ la paura di non riuscirci che ti porta a voler partire. E poi c’è il ritornare, che ti riporta quella paura che avevi lasciato. E poi c’è il sogno. Che è quello che ti fa contento di vivere. E’ quello per cui non molli mai tra tutte le cose che non ti vanno, tra tutte le mancanze che hai, tra tutti i pasticci che fai. E’ quello per cui fai un sorriso quando ti svegli. Ti guardi allo specchio, sei brutto ma ti senti bello. Ti racconti una bugia, ne racconti una agli altri. Per atteggiarti triste. O perché forse sei proprio contento. Ogni giorno. Parli, ridi, dimentichi. Esci di casa, cammini ed osservi la varietà del mondo umano. E sei felice di farne parte. Anche in quegli ultimi momenti, credo, quando sai che non resterà niente di te. Chiudi un attimo gli occhi e ti rimetti a sognare. Anche in quell’ultimo momento un sorriso viene fuori.

Se non ve ne siete già andati,
a questo punto sarete arrivati…
penso ci rivedremo per aprile.
Io me ne vado in Brasile.

P.S. : dicevo, sono piuttosto schifato dal calciomercato della politica. In tutto questo c’è però qualcosa di buono. Il fatto che penso ci siamo levati dai coglioni quel Fini che si atteggiava a statista fino a poco tempo fa. In pochi mesi ha perso tutta la levatura che si era guadagnato nel tempo. Meglio, uno di meno. Ed ora i suoi voti? Quelli che volevano una destra conservatrice e giustizialista forse punteranno su Casini (pensa tu…), visto che la destra conservatrice in Italia non esiste, o almeno non si presenta alla competizione canora del 13 aprile, e Forza Italia ha sempre incarnato un garantismo eccessivo (almeno per i suoi…). I vecchi fascisti troveranno casa da Storace (che fortuna!). E il povero Fini? I voti di quella “lobby” che lui rappresenta li prenderà. I voti di chi ha un interesse diretto. Risucchiato da Berlusconi, tenterà di nuovo di risalire. Senza riuscirci. Questo predico e di questo sono sicuro. Ne sono contento, se lo merita. Scusate ma lo volevo dire.

E IL VENTUNESIMO GIORNO…

Gennaio 20, 2008 sbloggato 4 commenti

… arriva Toni a giocare a far la rivoluzione!

IGNOTO NUMERO 37 – IL DOTTOR C.

Luglio 17, 2007 sbloggato 4 commenti

Il dottor C. nacque negretto, dopo un po’ di anni era diventato olivastro-violaceo. Colpa della bile.

Il dottor C. era il male. Incarnava il bene ma era il male. Onesto verso lo Stato, verso le istituzioni. Disonesto verso tutti gli altri.

Diceva il male. Faceva il male. Andava male, molto male. Mancava di tutte le qualità di cui un eroe deve esser fatto. Non aveva coraggio. Conservava se stesso, distruggeva gli altri. Voleva se stesso come gli altri. Voleva gli altri come se stesso.

Ma che cosa voleva? Il bene diceva lui. Il male vestito da bene, pensava lui. L’abito non fa il monaco. Il monaco si fa l’abito.

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