UN POSTO DOVE ANDARE

Come scrittore ho fallito, questo credo sia ben chiaro. Ché poi, considerarsi scrittore, è un vezzo che non può appartenermi e, oltretutto, tirare le somme di una “carriera” alla soglia dei trent’anni, quando ancora ne mancano almeno cinquanta a crepare, dio ben voglia, mi pare un atto di una presunzione unica.

Credo il titolo nobiliare di scrittore possa essere assegnato solo a pochi. In fondo scrivere è un arte minore, una di quelle alla portata di tutti fin dai tempi delle elementari, ancor prima nel mio caso, complice l’aver vissuto in una casa piena di libri e lo svezzamento di una nonna maestra. Scrivere è semplice e, a volerlo complicare, si finisce per svilire solamente una funzione basilare della comunicazione umana, arte minore che arte non è.

Essere scrittori è solamente una scusa per non lavorare, o, almeno, lavorare il meno possibile, se non si vuole morire di fame. Una scusa per viaggiare, perder del tempo dietro idee astruse e storie altrui, per non morire di noia.

Ché poi è la noia la prima causa del voler fare, la spinta che mi porta a coltivare gli interessi più disparati, col rischio di diventare ogni giorno sempre più superficiale in ogni campo d’azione dell’esistenza. La noia non muore mai.

Mi considero fortunato ad aver coltivato quest’arte minore, per quanto questa non mi renderà mai ricco nè degno di menzione. Ho una produzione di periodi e parole sterminata della quale solamente una minima parte è conosciuta.

E se quella minima parte conosciuta arriverà a qualcuno, resterà dentro qualche persona, in fondo è un modo per non lasciar morire sensazioni ed emozioni violente che hai vissuto. Anche parlare di storie altrui è un modo di parlare di sé stessi, non c’è fantasia che regga, per quanto questa governi ogni forma di espressione. Celare sotto falsi nomi te stesso o coloro che per te contano qualcosa, è un modo come un altro per lanciare un segnale a dei neuroni troppo spesso inattivi. E credo ci sia del bene anche nel voler far male, anche nel voler uccidere, metaforicamente parlando.

Troppo spesso lasciamo assopire le nostre sensazioni ed emozioni. In questo senso, posso ritenermi fortunato. In un modo o nell’altro, anche attraverso le parole, non le ho lasciate morire, posso ripercorrerle e tenerle sempre con me, anche quelle che fanno più male, farmi accompagnare in questo girotondo, che forse non sarà grandioso nè di grandi aspettative, ma comunque degno di essere vissuto. Non ho alcun rimorso, forse qualche rimpianto, poco più. Il tempo passa, l’importante è non dimenticare.

E credo di esser stato fortunato anche a coltivare la scrittura passiva. Mi avrà forse portato sull’orlo della pazzia, arrivando a confondere la realtà con l’immaginazione, a vivere sensazioni ed emozioni (ci risiamo!) in modo molto distorto ma assolutamente vivace, sulla scia di quello che è un destino assegnato dalla mente di qualcun’altro alla mia, rielaboratrice attiva della vita altrui, che poi è la mia stessa, è la nostra. Posso vivere altre epoche ed altri luoghi restando sempre me stesso, con le mie idee, le mie posizioni, per quanto possano sembrare fuori dal tempo e dal contesto. Paradossali, nella vita come nella scrittura.

Sono in una fase di impasse con l’ennesimo romanzetto, il secondo blocco, per l’esattezza. Il primo blocco, forzoso, è nato dall’esigenza di scrivere qualcosa di diverso. Un’auto-analisi, molto meno costosa di medicinali e psicologi, scritta in fretta e furia per ricordarmi sempre chi sono, da dove vengo, dove vado, e che c’è sempre qualcosa più importante di me stesso.

Credo di aver voluto smorzare, in questo racconto lungo, romanzo breve, che dir si voglia, alcune chiavi irrisolte della mia esistenza, facendo riferimento a scenari conosciuti solo attraverso la carta e l’udito che, ahimè, mi sta abbandonando già in tenera età.

Il titolo, “Le parole per tornare a casa”, parla di un viaggio alla ricerca di quel che si perde e si tralascia, perchè la noia e l’ossessione del ben vivere sono sempre in agguato. Parla delle emozioni sconosciute e scorrette e di quelle che si ritiene troppo poco ciniche e buoniste, quelle di cui si ha vergogna anche solo a pensarle. Non posso ritenerlo, per quanto lo abbia pensato nel momento in cui l’ho concepito, un racconto autobiografico, perchè tralascia fin troppe delle persone e degli avvenimenti rilevanti capitati nella mia vita, per quanto poi questi sarebbero fin troppo noiosi da essere raccontati senza provocare, perlomeno, un sonno profondo.

Un compendio di idee utilizzabili per diversi insulsi racconti dei miei, scritto frettolosamente e con stili diversi, che quasi parrebbe scritto da più mani e che forse riprenderò per puro sollazzo, un giorno.

Fuori e dentro il racconto, ci sono io, unico lettore a ritrovarci me stesso, unico fruitore reale di quelle parole che mi sono servite per trovare la strada di ritorno per casa e mettere un po’ di ordine dove l’ordine non può esserci.

Non dimenticarmi del mio futuro, questa è la parola d’ordine, gli intellettualismi mi sono serviti a poco.

Anzi, dirò di più, degli intellettualismi da strapazzo di cui mi faccio forza e di tutto ciò che non riguarda quella casa dove ancora faccio fatica a rientrare, di tutti quelli che ne sono rimasti fuori, per mia o loro scelta, je m’en fous, per dirla alla francese.

Tutti abbiamo bisogno di un posto dove andare e il mio voglio tenermelo stretto fin quando ne avrò forza.

APPUNTI – L’AMORE AL TEMPO DEL TRIPLETE: COME MARX MI HA CREPATO LA VITA

IL RUMORE DEI NEMICI

Mi danno troppo da fare i vivi per potermi preoccupare anche dei morti. Sono andati, trapassati, estinti. Sono quel che volete ma, essenzialmente, non sono più. La vita è una guerra, il mondo è in guerra ed io mi ci getto armato di scimitarra.

Chi si preoccupa dei morti è preoccupato dal fatto che un giorno non sarà più. Sarebbe bene seguire questo pratico esercizio. Non hai niente da fare, stai seduto su una panchina o, peggio, sotto la metropolitana. Ecco, non hai un libro da leggere, niente di niente. Guarda le persone davanti a te e immaginatele morte. Occhi sbarrati, mandibola aperta. Osservali lì, falli morire con la sola forza del pensiero.

Io vedo la gente morta. E sto bene.

Mi preoccupa, da ex fervente rifondarolo, sapere che un giorno vedrò Bertinotti fare un elogio pubblico di Berlusconi appena morto. So che accadrà. Lo so.

Personalmente, vi dirò, credo che il lutto sia una delle ipocrisie più grandi di cui sia capace il genere umano. Soffro per la morte dei miei amici, sto male per la sofferenza dei miei amici. Godo per la morte dei miei nemici. In assenza dei nemici, mi compiaccio della morte di qualche stronzo che neanche conosco. Di qualcosa dovrà anche godere un uomo.

Sento il rumore dei nemici. Piuttosto lontano. E’ una consolazione, forse. Posso gettare la scimitarra. Nella mia vita sono stato molto più amato che odiato e credo che proseguirò in questa direzione. Forse perché sono un gran paraculo.

Poi, mi vien da ridere quando penso ai miei nemici. Sono uomini ridicoli quanto me ma hanno quel qualcosa in più che riesce a farli diventare ancor più ridicoli di me. E io, alla mia ridicolaggine, ci tengo.

MARX E LA PORNOGRAFIA OMOSESSUALE

Credo che Marx mi abbia rovinato la vita. Non sto cambiando argomento, sto parlando ancora di amici e nemici.

Il materialismo storico ha ucciso il mio senso di colpa cristiano. La lotta di classe ha fomentato il mio senso di colpa borghese. Marx mi ha costretto ad amare le minoranze, a giustificarle in ogni caso. Amo chi è nato negro, chi è nato povero, chi è nato barbone, chi è nato delinquente, chi è nato deficiente. Gli zingari no, a tanto non sono ancora arrivato. Disprezzo la mia classe che non ama le minoranze. Disprezzo la mia classe quando cerca di diventare minoranza. La borghesia non è umana.

La lotta per le classi altrui ha una doppia faccia: da un lato arrivi alla santità, dall’altro all’autodistruzione.

Arrivi a confondere gli amici con i nemici, gli idoli positivi con quelli negativi, la vita con la morte, le bestie con gli uomini. E sopra tutto c’è ancora Marx con quel barbone, che poi è Dio come già l’avevano rappresentato in tantissime chiese rinascimentali.

Lotta, lotta, lotta.

C’è bisogno d’amore per dio. Sono stato amato tanto, dicevo. Ed ho amato tanto, anche troppo. Credo anche qui ci sia lo zampino di Marx. Colpa sua se non ho mai avuto un amore ortodosso come Dio (Marx?) comanda.

In fondo uno con qualcuno deve sempre prendersela. La vita non è un film porno ma pare una pornografia omosessuale un po’ troppo estrema. Un regista perverso sullo sfondo c’è sempre.

PROSTITUZIONE INTELLETTUALE: ORTODOSSIA ED ETERODOSSIA DELL’AMORE

E’ prostituzione intellettuale quella di cui vi parlo e, credo, ce la cerchiamo un po’ anche noi. Sarebbe comodo dare tutte le colpe a Dio, a Marx o come lo volete chiamare voi.

Se non ho avuto un amore ortodosso come conviene me la sono anche cercata.

L’amore più ortodosso della mia vita è rimasto attaccato ad uno stendino sotto la pioggia per anni ed è ancora completamente zuppo. Quello più eterodosso va a gonfie vele ma, appunto, è eterodosso.

Ma che ortodossia poteva esserci in Lisa, una che poteva essere sia quella della foto sia quella che della vita non aveva mai capito un cazzo?1

L’estate non arriva e, dunque, non si asciuga. Meglio scriverne ora che quando tutto sarà asciutto.

Colpa di Marx se è successo. Maledetto. Pensate che l’amore più ortodosso della mia vita è stato tra un borghese e una che non faceva altro che sottolineare la differenza di classe tra me e lei.

Penso che Lisa avrebbe dovuto mettere fine alla nostra storia già dopo poco tempo. Il problema stava nel fatto che Lisa aveva avuto ed avrà solo amori eterodossi nella sua vita. Io non potevo metter fine all’amore più ortodosso che mi fosse mai capitato tra le mani.

Il senso di colpa marxista mi teneva attaccato a lei. E Lisa ci metteva del suo, a tenermi attaccato a lei. Certo, non poteva averla vinta. Il senso di colpa marxista teneva attaccato a Lisa un sacco di gente, ce ne stavamo tutti affollati attorno al suo corpo ed ogni tanto arrivava un nuovo a reclamare un po’ di spazio. Ma erano tutti più imbecilli di me, ecco perché alla lunga l’ho avuta vinta facilmente.

Lisa ha cambiato il mio modo di guardare il mondo e, in fondo, forse dovrei anche ringraziarla. Non è riuscita a sostituirsi a Marx, eppure mi ha insegnato a disprezzare l’essere umano. Lei e le esperienze vissute con lei.

In fondo bisogna capirla la gente, ha dei problemi. Sta male. Io anche ho dei problemi. Io anche sono stato male. Se sei una testa di cazzo lo sei comunque, problemi o meno, malattie o meno. E che ti prendesse un cancro al cervello se ancora non ce l’hai. Godo dei tuoi malesseri.

Si arriva addirittura a giustificare le malefatte con i difetti fisici. Dimmi, vorresti essere tu come Alain Delon? Sì, certamente. Ma non sarà mai la mia pelata prematura, la mia testa a pera o il mio profilo aquilino a giustificare una mia cattiveria. No, Dio non perdona. Neanche Marx. E neanch’io.

Purtroppo ancora non riesco a godere dei mali di Lisa ma ci vado vicino.

E poi i problemi di Lisa, i suoi mali… non voglio parlarne, questi non sono cazzi vostri.

Che poi c’è sempre quello che passa per stronzo e sono sempre io. Quello che per Lisa non è mai stato abbastanza uomo.

Su questo forse Lisa aveva ragione. Solo un ometto come me poteva accettare le sue bugie, gli stessi episodi raccontati in tre modi diversi a distanza di pochi minuti; i suoi tradimenti; il suo mollarmi e riprendermi due o tre volte al mese.

- COLPA DI MARX. CAZZO, MARX! -

Eppure qualcosa di buono doveva esserci in lei se nella sua classe ho conosciuto solo brava gente. E poi la parte dello stronzo ce l’ha fatta il borghese del cazzo.

Via della Scala è sempre là… canto per non pensare alle umiliazioni subite. Al viaggio programmato la sera prima ed annullato il mattino dopo per telefono. Al fingere davanti a persone conosciute nell’altra vita di conoscermi appena o sentirla dire che io ero un folle che non vedeva da anni e che voleva rovinarle la vita per un torto passato.

Per poi litigare e richiamare quello che tanto uomo non era. E vederci di nascosto. La nostra situazione non era chiara. Colpa mia. Sempre colpa mia.

Lisa non c’era mai quando ne avevo bisogno ma pretendeva che io fossi lì anche solo per un’unghia incarnita. Io rifiutavo di fottere altre donne perché prima o poi le cose sarebbero tornate come in origine, lei probabilmente si faceva fottere da altri uomini di mezzo mondo giusto per avere un po’ più di gente aggrappata addosso. Poi alla fine tornava da me ed io ero contento. Ridevo. Sorridevo.

Lisa mi voleva bene. Quanto voleva bene al suo cane. Il cane era suo, io ero suo. Uomini, bestie. Ho sempre diffidato degli animalisti. Sono tali perché non riescono ad amare gli uomini. Non riescono neanche ad odiarli. Sono psicopatici. Ma con Lisa non ci pensavo, forse perché, come voce popolana vuole, tira più un pelo di fica che un carro di buoi.

Lisa agiva inconsciamente quasi quanto inconsciamente Marx mi faceva attrarre da lei. Il suo amore eterodosso non le faceva capire che da un poco uomo come me poteva ottenere il massimo con il minimo sforzo. Avrebbe potuto farmi fesso ancor meglio. In fondo, era un po’ fessa anche lei.

LA VACUITA’ DELL’ARTE

E’ poco uomo quell’uomo che scrive.

Se non ci fosse stata Lisa starei ancora qui a pretendere di diventare un giornalista o uno scrittore. Non lo pretendo più ma lo faccio con passione. Non ho le qualità per farlo ma so di farlo molto meglio di tanta altra gente.

Quel che voglio dire è che non basta aver studiato letteratura per saper scrivere, non basta far l’accademia per far l’artista, non basta il conservatorio per far musica. Anzi, nel 95% dei casi, queste istituzioni creano gente inutile per la società che fanno solo del male all’arte.

Le passioni si creano da sole. Devi averle dentro, nient’altro. Non puoi pretendere di diventare un qualcosa che non sei. La lotta di classe del pensiero, anche questa me l’ha trasmessa Marx. Ma questa, Lisa non la conosceva.

Poi arriva un giorno che viene l’ultimo degli stronzi che si aggrappano al suo corpo a pretendere di staccarti da lei definitivamente. Mentre il senso di colpa marxista si acuisce sempre di più, arrivi al punto di mostrarti fin troppo gentile perché, ancora una volta, lei ha deciso di darti la responsabilità della sua vita, della sua classe e c’è qualcun altro che vuole riequilibrare una situazione che hai compromesso per sempre. Uno nuovo, perché morto un papa se ne fa un altro o al massimo si torna a quello precedente.

Io ringrazio quel contadino che, mentre io cercavo di essere gentile con lui offrendogli – sic! – di usufruire di un mio servigio, perché io avevo rovinato la vita a quella donna che ora amava lui e che tra due mesi amerà qualcun altro, dicevo, ringrazio quel contadino che mi disse che ero una persona ridicola che scriveva cose ridicole. Solo grazie a lui sono riuscito ad escludere Lisa dalla mia vita, lei che ora starà cercando qualcun altro ancora e che quando guarda la sua stanza piena di me pensa a quel cane scappato via.

- Poverino, era andato in calore. E’ uscito e non è tornato più. Qualche auto l’avrà messo sotto! -

In fondo ogni classe deve stare per conto suo. Lo ripeto, Marx mi ha crepato.

Mi hanno massacrato i mille libri che ho scelto di leggere, i milioni di dischi che ho deciso di ascoltare, tutti quegli stramaledetti film fuori dalla grande distribuzione. C’è chi deve andare in vacanza a San Pietroburgo, chi a Terracina per tutta la vita. C’è poco da fare. Io non so zapparla la terra, per scrivere non studio letteratura e i letterati producono solo merda per idioti. Io produco tanta cacca ma puzza di più. E puzza meglio.

Penso al finale di Io e Annie, chi non lo conosce? In fondo tutti hanno sempre bisogno di uova, dicevo a Lisa quando tornavo da lei. Se la ricorderà a vita questa frase, gliel’ho messa dappertutto per anni. Del resto tornavo, in media, ogni due settimane.

Le uova ingrossano il fegato. Fanno male. Meglio tagliarle fuori dalla dieta.
Come scrisse un mio amico, la sega è un attimo. A volte è anche meno.

1 Chi è a secco delle mie opere illetterate non capirà a cosa faccio riferimento e, sinceramente, me ne fotto di voi ancor più di quanto fotterei Ainett Sthepens.

APPUNTI – LA SMORFIA NAPOLETANA

Io sono il primo stanziale di una schiatta di migranti, fatto che mi porta a sentirmi un po’ menomato dentro.

Benchè nato quasi quarant’anni dopo l’ultimo conflitto mondiale, al pari degli ebrei italiani, sono un po’ un figlio delle scelte di Mussolini. Se il duce non avesse scelto di entrare in guerra, mia nonna non sarebbe mai stata sfollata, non avrebbe mai incontrato mio nonno, non sarebbe mai nato mio padre, non sarei nato io. Non sono una persona riconoscente, no.

Le migrazioni ce le portiamo dentro nel dna, noi. E’ inconfutabile che una mia ava ebbe un figlio (o forse più) da qualche moro, ce l’ho scritto sulla pelle.

Romanticamente mi piace pensare che questa fosse una delle signorine di Capodichino della canzone. Molto più probabilmente si trattava di una qualsiasi popolana violentata da un tiraremi africano del cazzo.

O forse fu proprio la progenitrice massima a scoparsi qualche ottomano. Porto un cognome che è un nome da donna desueto e, per quanto ne so, fu registrato per la prima volta dai funzionari napoleonici in quel di Napoli per i figli di una tal Coletta (di nome). Essendo il mio un cognome tra i più diffusi in Italia (oltretutto, la mia accoppiata nome-cognome è da record per quanto riguarda la frequenza), immagino questa fosse una donna di facili costumi, ma è difficile ricostruire una genealogia fino ad allora. Posso solo immaginare.

Posso far discendere da queste origini un po’ partenopee la passione per il gioco del lotto, ma non solo. Credo risalga un po’ a vizi genetici, un po’ alla mia infanzia.

Mia nonna veniva dalla provincia di Caserta ma per me, bambino con pochi rudimenti di geografia, era napoletana, come tutto ciò che stava al di sotto del Garigliano.

Facevo di tutta l’erba un fascio, insomma. A me i dialetti e gli accenti, al di sotto della linea Gustav, parevano tutti uguali.

Mia nonna, per la sua epoca, era una che aveva studiato. Infatti, dopo la guerra, la misero a fare la maestra, un ruolo di prestigio all’interno di un paese che, come sempre nella mia famiglia, non era il nostro.  Aveva fatto un anno di università, addirittura. Possiamo dire che era una donna di cultura, dunque.

Mia nonna non credeva in niente, neanche in ciò che vedeva. Non riuscì mai a convincersi della necessità della tecnologia, ad esempio. Perchè comprare uno stereo se abbiamo un giradischi? Perchè battere al computer se abbiamo una macchina per scrivere?

Nonostante ciò, pur essendo una donna abbastanza colta, era capace di credere in cose assurde.

Credeva fermamente, ad esempio, di essere una discendente diretta di una famiglia patrizia romana. In fondo era quel poco che restava di una noblesse de robe borbonica perduta a causa di un padre che aveva sperperato tutti i suoi averi nel gioco d’azzardo (ecco il vizio genetico) e, immagino, a donne. Un modo come un altro per sentirsi legati alle proprie origini e non sentirsi una sfollata qualunque.

Ma, per quel che interessa qui, mia nonna credeva, soprattutto, nei sogni.Non che mia nonna sognasse un mondo migliore, tutt’altro. Era la donna più legata alla vita terrena che io avessi mai conosciuto e i suoi sogni erano, di solito, incubi.

Credeva nelle premonizioni presenti nei sogni. Una volta, addirittura, in seguito ad un brutto sogno, cercò di avvisarmi che avevo un brutto futuro davanti e mi indicò la strada da seguire. Ora, sono sicuro di avere un brutto futuro davanti, ma non così tragico.

Quel che ricordo è che lei aveva un libro per l’interpretazione dei sogni secondo la smorfia napoletana. Poco meno che ragazzino, raccontai uno strano sogno a mia nonna che ora non sto nemmeno qui a ricordare. Mi spiegò che i sogni non si raccontavano a nessuno. Andavano analizzati e scomposti, trasformati in numeri e giocati al lotto.

Così ogni notte, da allora, spero di sognare per andare a giocare al lotto, poi.

Non ho mai vinto niente di importante. Qualche estratto da pochi spicci, qualche ambo. Se avessi messo tutti quei soldi da parte, quante sigarette in più avrei potuto fumare!

Spesso non sogno. Almeno credo. A volte svengo, non dormo.

Spesso, credo, i sogni me li invento appena sveglio. Invento storie che possano piacermi per poi trarne cinque numeri da giocare sulla ruota che più mi aggrada in quel momento.

Essere un perdente al gioco mi tortura. Mi brucia dentro. Di sogni non ne capisco niente, di lotto neanche. Sfortunato al gioco, fortunato in amore, dicono i vecchi e i cretini. Nemmeno quello.

La genetica mi condanna. E poi, in fondo, sono un uomo che più medio non si può: il nome e il cognome riportati sui miei documenti sono gli stessi riportati sui documenti di migliaia di persone, non sono un Elvo Zornitta qualsiasi.

No, non vincerò mai. Al gioco del lotto, intendo.

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Now playing: Eugenio Bennato – Lua napolitana
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 61 – TOTONNO E IL SUO LETTO APPROSSIMATIVO

“…quel sonno mirabile, di cui dormono solo i fortunati che non sanno che siano né emorroidi, né pulci, né troppo elevate capacità intellettuali”
(Nikolaj Vasil’evič Gogol’)

Il letto io lo preparo al principio di ogni settimana. Perfetto. Già passato il primo giorno, ogni mattina mi rifiuto di rimetterlo in sesto e la notte vado a dormire con l’incubo di non riuscire a prender sonno. L’incubo delle lenzuola aggrovigliate, del coprimaterasso che si sfila e delle gambe che raspano. E’ l’incubo del pigiama – se così possono esser definiti un paio di pantaloncini e una maglietta di un decennio fa -, spiegazzato, rimasto tra i panni gettati sul letto al mattino e rigettati sulla sedia alla sera. Una montagna di panni. Che puzzano.

Infilatomi con il mio “pigiama” in questo letto approssimativo prendo a leggere una, due, tre pagine di qualsiasi libro io abbia poggiato sulla mensola sopra il letto. Ci sono libri che non so perché leggo. Non mi piacciono, li detesto. Ma mi sento obbligato.

Cerco una posizione consona alla lettura. Difficile in quell’intrico di stoffe, peli e pelle. Mi chiedo perché leggo. Ho riempito la mia testa di parole, di frasi. Di libri, canzoni, film e quant’altro. Ho riempito la mia testa di parole di altri uomini, convincendomi quasi che la vita sia tutta quella che avviene nella testa. Tra il dire e il fare mi avete costretto a scegliere il dire. Convincendomi che l’unica grande paura nella vita è quella di morire senza aver detto un cazzo. Rifletto mentre leggo: l’unica grande paura nella mia vita è quella di morire senza aver fatto un cazzo.

Tre pagine lette alla meno peggio, saltando qua e là tra parole che attirano il mio interesse. Non penso di aver mai letto tutte le parole di un libro. Ci sono frasi che sono assolutamente inutili, alcune talmente inutili che sono quelle che alla fine mi colpiscono di più. Quando capisco che un periodo è inutile lo salto. Quando capisco che quel periodo è totalmente inutile lo leggo e lo rileggo.

Prendo sonno a difficoltà. Chiudo gli occhi.

Sarà passato qualche minuto ed ecco il primo colpo di tosse. Dovrò decidermi prima o poi di smettere di fumare ma la mia coscienza me lo impedisce. Le sigarette sono lì a ricordarmi che c’è anche un corpo.

E’ strana la vita di chi è sempre “troppo”. Totonno è sempre stato troppo. Troppo intelligente, troppo “intellettuale”. In un certo qual modo, egocentrico. Totonno sa colpire le altre persone, le colpisce nell’intimo. Ma Totonno è troppo. Uno così se la sa sempre cavare. E alla fine si trova solo perché lui non ha bisogno di aiuto. E nessuno lo vuole aiutare. C’è sempre chi ha più bisogno di lui. C’è sempre chi è più di lui. Totonno è un mediocre ma bravo. Un bravo ragazzo. Un ragazzo geniale. Integro. Ricco. O meglio, un povero con soldi. Totonno non ha bisogno di nessuno.

E alla fine è sempre lì, in quel letto approssimativo. Sul letto approssimativo ha tempo per se stesso. Pensa. In realtà Totonno pensa molto poco a se stesso. Anche quando pensa a se stesso pensa alle altre persone. A volte a uno scherzo da fare, a volte come colpire, come attirare l’attenzione. Totonno attira l’attenzione, sa come fare. Totonno sa cosa interessa agli altri, di cosa parlare, come comportarsi. E’ un animale sociale che riesce a farsi amare od odiare a suo piacimento. Come vuole lui.

Totonno vive nell’incubo di ritrovarsi da solo. Non si compiace di se stesso. Ha titoli che valgono come carta straccia. Sa dire ma non fare. Non fare abbastanza. Totonno si accontenterà di una vita da precario? Totonno ha bisogno di qualcosa. Totonno cerca il cambiamento.

Totonno parla in terza persona come fanno gli imbecilli. Ma sono poi tanto intelligente?

Non credo. Ecco perché i miei titoli, le mie qualità sono carta straccia, come dicono gli invidiosi finché quei titoli, quelle qualità non le hanno pure loro e le guardano avidamente da lontano.

Nella lotta di classe io mi metto dalla parte dei sensibili. E siamo pochi. I sensibili non danno a vedere la loro sensibilità, se la tengono per loro e la cacciano nei momenti consoni. E la sfogano in quelli inopportuni. Quelli che non hanno mai fatto ciò e si ritengono sensibili, si chiamano “cretini”. Non sono insensibili, sono una terza categoria. Compito del sensibile è poi imparare a gestire la sua sensibilità. Io ancora non ci riesco. Ci provo.

La lotta della mia classe per la conquista del mondo non ha alcuna possibilità di vittoria.

Mi riaddormento a questo pensiero con la faccia sul cuscino reclinata di lato, con la paura di non dire o non fare abbastanza.

Dormo e nel sogno c’è una persona che mi scuote urlando “che cazzo stai dicendo?”.

Apro gli occhi di colpo e tutto trema attorno a me. Il cellulare dalla mensola mi cade in testa. La lampadina trema come così tutto attorno. Ci metto un po’ per capire che “trattasi di terremoto”. Non ne sentivo uno così dal 1984 ma allora ero troppo piccolo e non ricordo assolutamente. Comincio a pensare a tutte le regole da seguire in questi casi: architrave portante, niente scale… mentre sciorino al povero arredamento della mia stanza ricordi annebbiati di qualche antica lezione scolastica la scossa è terminata. A questo punto mi alzo e vado in cucina.

Mi accendo una sigaretta, guardo dalla finestra e gli alberi sono ancora in piedi. Ho sognato tutto.

Accendo la televisione e il telegiornale dice : “Scossa di terremoto a Roma”. La mia casa è andata, penso io. Me la sono scampata ancora una volta. Forse perché ho ancora molto da dire, o ancora molto da fare. Non so perché ma penso. Penso che forse è vero che non si deve fare filosofia sui sentimenti. Forse è vero che sono proprio stronzo. Poi le persone che ami scompaiono e non fai nemmeno in tempo a dir loro che era filosofia a fin di bene. E non lo sapranno mai. Alcune situazioni sono irrimediabili.

Torno a letto. Non riesco a prender sonno. Il letto è ormai irrimediabilmente approssimativo. Non tutte le situazioni sono irrimediabili. Solo alla morte non vi è rimedio, ma non sono neanche sicuro che sia così. So ad esempio di persone che si risvegliano. A volte sono chiuse nelle loro bare sotto terra. Poveri loro.

Mi faccio una promessa. Poco dire e molto fare. Ma come fare da solo?

Mi giro nel letto, faccia rivolta verso il muro. Mi torna in mente qualche pubblicità della televisione di quando ero piccolo (un Grunding, chissà se esiste più). Qualche canzoncina. La sigla del “Pranzo è servito” con Corrado. Chissà perché. Sorrido. La notte quando sono a letto vorrei che arrivasse qualcuno a rimettermi il coprimaterasso in ordine. Così, che io non me ne accorga. Le lenzuola belle stese. Della maglietta spiegazzata non me ne frega granché, posso sempre prenderne un’altra. Dall’armadio. Ne è pieno zeppo. E’ a due passi. E’ un attimo.

Penso che non è una notte da incubo, ce ne sono state di peggiori. Il cellulare è ancora sul letto da quando è caduto. Lo sento sotto la pancia, tra la maglietta e il cosiddetto coprimaterasso.

Lo prendo in mano per vedere l’ora. Sono già le cinque del mattino, non ho pensato né detto né fatto grandi cose neanche questa notte. Nessuna chiamata, nessun messaggino del cazzo. Non è l’ora né il caso di farne. E penso quando una volta Totonno era a letto e giocava con lei – lo stato di dormiveglia gli da la sensazione di averla addosso, ancora-. E lei poi disse di lasciarla dormire. E lui cominciò a parlare. E poi dormirono. E poi lei la mattina gli disse che quella notte era stato proprio bravo… a parlare. Prima non gli veniva da ridere né da piangere. Ora sì, tutte e due le cose. E non la sente più addosso. Quasi dorme. Quasi.

Spersonalizzazione. Così si chiama parlare in terza persona di se stessi.

Ecco, ha trovato il termine. Per dire. Non per fare.

Io, da solo, spossato, cerco di dormire. Cerco aiuto da me stesso.

LA DANZA DEL LOMBRICO

Attenzione: non è un racconto. Sono riflessioni disorganizzate, dunque di difficile lettura e incomprensibili ai più. A volte anche a me. Manca anche di punteggiatura: dunque se non avete pazienza, non leggete. E se non capite non preoccupatevi. Se non avete voglia di leggere andate direttamente a fine post, oppure chiudete il browser (apprò, rivoglio Netscape! Di certe cose ne senti la mancanza solo quando non puoi utilizzarle più! E anche Eudora e i newsgroups di Free Agent… e Ws_ftp e la chat di Irc… e… no, forse no. Vorrei solo avere un Mac in questo momento).

Io ormai quando scrivo pubblico. E me ne frego.

Nella mia attività di presunto recensore mi sono imbattuto in un bel libro. “Bilal” di Fabrizio Gatti. Lo consiglio caldamente a tutti. A margine faccio questa riflessione.

Africa. Non siamo forse tutti un po’ ipocriti? E’ la domanda che ci facciamo più o meno tutti. Banale, anche un po’ qualunquista (alla Grillo, per intenderci). Però vale la pena rifletterci su. Riflettere sul perché il mondo occidentale che si autodefinisce mondo di ispirazione cristiana si sia eletto ebraicamente a popolo eletto escludendo il suo prossimo (nero). C’è da chiedersi quanto valgano donazioni e sensibilizzazioni se non seguite da atti concreti (che non riesco ad immaginare, purtroppo non ho un’immaginazione fervida né abbastanza volontà, credo) volti a migliorare la situazione di tutti quei popoli che noi abbiamo ricacciato in questa situazione. C’è da chiedersi perché gli schiavi moderni siano gli stessi di duemila anni fa e percorrano ancora le stesse strade. E perché muoiano ancora come duemila anni fa. E perché scappino. Da cosa scappino. Dov’è la nostra responsabilità. Nell’utilizzare le loro risorse umane e naturali per vivere la nostra vita occidentale non offrendogliene neanche un mozzico, se non per fargli venire ancora più fame. Nella nostra non rinuncia al superfluo. In questo ripetersi ciclico della storia in cui non sembra cambiare niente e che mi lascia basito. Mi chiedo cosa si possa fare. Cosa potrei fare. Poi smetto di chiedermelo e torno a campare, da buon occidentale. E’ stato un momento. Chiudo gli occhi e torno a vivere.

La nostra società. Non mi interessa più di tanto la nostra situazione politica. L’Italia ha quel che si merita. Una campagna elettorale che sembra un calcio mercato, con Bargiggia che annuncia gli ultimi acquisti di Berlusconi o di Veltroni. Fatti loro. Fatti nostri. Nessuno mi vieta di andarmene da qui. O meglio, per adesso. E’ questo “per adesso” a preoccuparmi.

Come tutte le persone che reputo stupide sono diventato un disilluso ed anche un fatalista. Me ne sono reso conto. Mi rendo conto di molte cose, poi tendo a dimenticarmene. Pochi giorni dopo il mio compleanno, quasi un mese fa ormai, è venuta a mancare mia nonna. Me ne è dispiaciuto molto solamente molto dopo. Quando mi sono fermato a riflettere. Ero molto (anche troppo rispetto a tutti gli altri, direi) preparato all’evento. Anzi sinceramente meravigliato dai tanti anni passati a convivere con il malattia. E stupito di quella voglia di vivere sempre un giorno di più, di quella voglia di crederci. Qualcosa che credo di aver ereditato. Insomma, l’eutanasia per me va bene. Ma per gli altri. A me, finché respiro, finché muovo gli occhi, finché posso ascoltarvi, non toccatemi. Ché la vita è una ed una sola. Ciò che mi dispiace è di non aver compreso mai che, alla fine della sua vita nonna, avrebbe voluto un nipote amorevole, quantomeno un nipote che le rendesse l’affetto. Non una persona che la trattasse come una sua pari, una persona che pretendeva, uno che “fa il filosofo” senza fermarsi mai a riflettere. Ciò che è fatto è fatto, dicono loro, i saggi. Sì, ma mi dispiace, dico io, che saggio certo non sono.

E poi negli atti meccanici di quei giorni, lì ho riflettuto. Non sulla morte di mia nonna, ma sulla vita. Quella vita che sfugge, quel corpo che resta solamente un oggetto e nient’altro. Quella vita che non c’è più e che non va da nessuna parte. Siamo solo un ingranaggio di quella vita che è più grande, quella del genere umano. E’ per questo che la vita è grandiosa, perché è vita comune. Perché insegnando, sbagliando, attraverso l’amore per gli uomini possiamo trasmettere non solo il nostro corredo genetico ma anche una vita migliore. E’ tutto un gioco, un gioco ad andare avanti. Tutti insieme.

E io ora faccio tante cose. Sono molto attivo. Sto cercando di prendere un’altra laurea, scrivo anche e con buoni risultati. Faccio concorsi. Presto partirò per un mese alla volta del “Nuovo mondo”, ma dall’altra parte dell’emisfero. Al caldo, ché qui fa fin troppo freddo.

Forse sto bene. Forse. Ma quando vado a letto non riesco a dormire. Forse è solo la paura che la vita scorra veloce e alla fin fine “non si sia detto un cazzo”. Forse è solo la paura che siano esclusivamente i miei narcisismi ed egocentrismi a portarmi a riflessioni interminabili che mi fanno sentire “così intelligente”, a farmi sentire sempre vicino e coinvolto dai problemi degli altri. Forse è la paura di sentirmi solo un granello di questo polverone incasinato da cui non trovo uscita. E’ la sensazione di sentirti sempre in debito verso qualcuno, qualcosa, verso tutti a volte. E’ la paura di non riuscire a risarcire questi debiti per intero. E’ la paura di non riuscirci che ti porta a voler partire. E poi c’è il ritornare, che ti riporta quella paura che avevi lasciato. E poi c’è il sogno. Che è quello che ti fa contento di vivere. E’ quello per cui non molli mai tra tutte le cose che non ti vanno, tra tutte le mancanze che hai, tra tutti i pasticci che fai. E’ quello per cui fai un sorriso quando ti svegli. Ti guardi allo specchio, sei brutto ma ti senti bello. Ti racconti una bugia, ne racconti una agli altri. Per atteggiarti triste. O perché forse sei proprio contento. Ogni giorno. Parli, ridi, dimentichi. Esci di casa, cammini ed osservi la varietà del mondo umano. E sei felice di farne parte. Anche in quegli ultimi momenti, credo, quando sai che non resterà niente di te. Chiudi un attimo gli occhi e ti rimetti a sognare. Anche in quell’ultimo momento un sorriso viene fuori.

Se non ve ne siete già andati,
a questo punto sarete arrivati…
penso ci rivedremo per aprile.
Io me ne vado in Brasile.

P.S. : dicevo, sono piuttosto schifato dal calciomercato della politica. In tutto questo c’è però qualcosa di buono. Il fatto che penso ci siamo levati dai coglioni quel Fini che si atteggiava a statista fino a poco tempo fa. In pochi mesi ha perso tutta la levatura che si era guadagnato nel tempo. Meglio, uno di meno. Ed ora i suoi voti? Quelli che volevano una destra conservatrice e giustizialista forse punteranno su Casini (pensa tu…), visto che la destra conservatrice in Italia non esiste, o almeno non si presenta alla competizione canora del 13 aprile, e Forza Italia ha sempre incarnato un garantismo eccessivo (almeno per i suoi…). I vecchi fascisti troveranno casa da Storace (che fortuna!). E il povero Fini? I voti di quella “lobby” che lui rappresenta li prenderà. I voti di chi ha un interesse diretto. Risucchiato da Berlusconi, tenterà di nuovo di risalire. Senza riuscirci. Questo predico e di questo sono sicuro. Ne sono contento, se lo merita. Scusate ma lo volevo dire.