APPUNTI – L’AMORE AI TEMPI DEL BERLUSCONI IV

scappare un attimo con una scusa
bagno le labbra con il vino
una smorfia forzata a dirti che
me ne starò al bagno per un po’
e che fatica fingere di pisciare
da sotto la porta entra un sax
come stai cosa facciamo
dove sei adesso testa mia
bussano alla porta
qualcuno deve esser morto lì dentro
ecco un attimo faccio io
lavo le mani mi asciugo la testa
eccomi sono da te di nuovo
ne ordiniamo un altro ti va
certo ma lasciami finire
sorridi tesa un attimo
la donna dietro al banco
focalizzazione delle sue tette
non dovrei non potrei
ehi tettona riempine altri due
lasciaci bere ancora
nascondere un altro minuto
e poi uno di nuovo
la musica va avanti
batti il ritmo con il piede
la sera diventa notte
vado un attimo in bagno
ti dico
mi guardo allo specchio
una lampadina appesa
nervoso conato di vomito
passerà tempo ed altro vino
prima di poterti guardare ancora
senza credere di fissare
una pozzanghera
la mia pozza di errori
e di orrori
prima di potermi perdere ancora
con te
bussi tu alla porta del bagno
fai in fretta mi dici
resto dentro ancora un po’
some candy talking da sotto la porta
vorrei caderti dentro
sbattere il muso
farmi male
entra il bagno è libero
ehi tettona riempine altri due

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Now playing: Oscar Sulley & The Uhuru Dance Band – Bukom Mashie
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 76 – MARVIN AL TERMINE DEL MONDO

Il termine del mondo distava circa centoventi chilometri da casa mia, due ore di automobile al massimo. Non c’ero mai stato fino ad allora ma molti me ne avevano parlato. Molti restavano stupiti del fatto che fosse solo a centoventi chilometri da casa mia, da qualsiasi altro punto della terra si partisse ci volevano anni ed anni per arrivarvi.

Non c’era alcun treno nè alcun autobus che portasse fin lì. Molti vi andavano a piedi. Mi disse un amico che non era consigliabile andarci in automobile perchè, per qualche buffo assurdo motivo, la strada che portava al termine del mondo era percorsa da un numero impressionante di camioncini che perdevano travi di legno dal retro, guidati da manovali edili sottopagati.
Essendo pigro e poco avvezzo ai pellegrinaggi, salii lo stesso sulla mia vecchia Golf e mi avventurai su quelle strade pericolose. Scampai la morte in più di un occasione ma, alla fine, arrivai sano e salvo al termine del mondo.

Ero deluso, c’era poco da vedere. Entrai nell’unico bar dell’unica piazza cui portano tutte le strade che vanno al termine del mondo. Mi accomodai su uno sgabello davanti al bancone ed ordinai ad un signore sulla mezza età una birra media bionda.

Ad un’estremità del bancone stava seduto un uomo dall’età indefinibile con una birra scura in mano. Aveva il volto scavato dagli anni ma gli occhi vivi di un ragazzino. Stava con la birra in mano senza bere e mi guardava. Chiesi al mio vicino di sgabello – Chi è quell’uomo lì in fondo?

- Lo chiamano il dispensatore di sogni. Lavora qui, ma non mi chiedere quali siano le sue mansioni. Io non l’ho mai conosciuto nè lo vorrò mai conoscere. Mi pare matto. Tu di dove sei? Come sei arrivato fin qui?

Non avevo voglia di continuare la conversazione. Puzzava d’alcool e non solo. Maleducatamente, mi alzai dallo sgabello cercando un tavolo per sedermi.

Il “dispensatore di sogni” mi chiamò
- Marvin

Mi avvicinai a lui sorpreso – Mi conosce?

- Ogni viso ha un nome, con un po’ di allenamento ci si azzecca sempre

Il mio non era molto comune, forse davvero avevo una faccia da Marvin.

- Siediti – mi disse

Presi posto accanto a lui, incuriosito.

- Cosa ti ha spinto fin qui al termine del mondo?

- La curiosità, suppongo. E perchè abito abbastanza vicino, sono appena centoventi chilometri da casa mia a qui

- Beh, stupefacente. Di solito ad arrivare fin qui ci vuole una vita, c’è chi ci mette degli anni

- Sì, sono fortunato – dissi io, facendo un sorso di birra. Il “dispensatore di sogni” invece non pareva assolutamente intenzionato a bere, teneva il boccale in mano ma ben lontano dalle sue labbra. Gli dissi – Lei è tanto che è qui?

- Sono circa quattro anni. Vedi l’uomo dietro al bancone? – indicò il signore di mezza età che mi aveva servito poco prima – Il signor Magritte lo conobbi a Parigi circa trent’anni fa, in un bistrot dietro Place des Vosges. Avrà avuto vent’anni all’epoca. Non era capace di guardare al di là del suo naso. Poi conobbe me e tutto cambiò e, per riconoscenza, ha assunto qui me, un uomo che non vuole più nessuno

- Senza offesa, mi pare piuttosto presuntuoso ciò che lei ha appena detto riguardo al suo amico. Cosa fece di tanto grande per lui?

Feci un altro sorso, il “dispensatore” sorrise – Beh, Cedric all’epoca era convinto che al mondo non esistesse posto migliore di Parigi. Suo padre aveva una nota fabbrica di calzature e lui era già deciso a prendere le redini dell’azienda. Non aveva mai pensato per sè. Non aveva sogni

Il barista si avvicinò – Humphrey mi mostrò i cieli, le terre, i mari, le donne del mondo. In dieci minuti mi insegnò a sognare. Cominciai a viaggiare e a dipingere ciò che sentivo, senza fermarmi mai. Ho raggiunto la mia felicità e non ho mai smesso di essere felice

Si allontanò di nuovo per servire dei clienti, io dissi – Cazzo, per parlare così bene di lei, deve aver fatto tanto per il signor Magritte

- Non ho fatto niente, era tutto dentro di lui. E’ quello che faccio da molto tempo ormai, è il mio lavoro. Mostro i sogni a chi non li comprende. Certo, non è cosa facile. Molti uomini non sono fatti per sognare ma, allo stesso tempo, possono essere resi felici dai sogni di altri uomini

- E come si fa a sognare in un posto come questo?

Per la prima volta si avvicinò il boccale alla bocca ma si inumidì appena le labbra – Sai Marvin, ad un certo punto si smette di sognare. Questo è il punto d’arrivo di quelli che hanno realizzato il loro sogno. Per questo mi chiedevo cosa tu facessi qui

- Non lo so, ho le idee confuse. Forse perchè ho perso Lisa

- Ah, una donna… – sorrise ancora una volta

- Beh, se ne è andata. Certo, poteva andar peggio, potevamo passare tutta la vita insieme senza che mi accorgessi mai di che pesce fosse. Lisa mi ha..

Mi fermò con una mano – Non voglio sapere, non mi interessano le tue vicende personali

Lo ringraziai con un cenno del capo per avermi fermato e feci un altro sorso di birra. Lui mi avvicinò il suo boccale e mi disse – Tieni, fai un sorso della mia!

Io rifiutai l’offerta ma lui continuò – Dai Marvin, assaggia!

Feci un sorso. D’un tratto, come d’incanto, mi risalirono nella mente dallo stomaco tutte le bellezze che avevo e non avevo visto.

Mi disse – Marvin, non c’è tempo per smettere di sognare. Devi solo riprendere a farlo da dove avevi lasciato. Vai via di qui, dal termine del mondo. Questo non è il posto per te, per quanto possa essere vicino a casa tua

Io lo guardai e gli chiesi – Perchè lei ha rinunciato ai suoi sogni?

Lui mi rispose – Dammi del tu, Marvin. Io non ho rinunciato ai miei sogni. Il mio sogno è far sognare la gente. Sono contento così. Anche oggi ho sognato grazie a te. Adesso vai, è tardi.

Non sapevo cosa dire. Mi alzai, voltai le spalle e me ne andai via di lì, senza aver nemmeno pagato la mia birra.

APPUNTI – AL BAR DI TOTONNO

Racconto la storia
del bar di Totonno
quello giù in fondo
dove un tempo
passavano tutti
onorevoli e ladroni
vecchi e bambini
preti e puttane
saggi e cretini

Aperto ogni giorno
in ogni momento
Totonno grasso
se ne stava seduto
dietro al bancone
mentre davanti
si consumavano
amori e dolori
si stringevano
amicizie e patti
si discuteva
di libri e di calcio

Tutti siamo passati
di lì ogni giorno
si faceva a gara
per essere dentro
Totonno custode
dei segreti del mondo
dei miei, dei tuoi
delle sbornie
e delle sbandate
degli umori
più nascosti

Poi quei dieci giorni
costretto dal medico
dentro casa sua

Santi e diavoli
si sentirono persi
poi poco a poco
si dispersero

Totonno tornò in sesto
e grasso riprese il suo posto
lì dietro al bancone

Sorridente in ogni momento
guardava il mondo passare
lì fuori il suo bar
puliva il bancone
e preparava tartine
versava bicchieri
aspettando il momento
che qualcuno avrebbe
di nuovo varcato la porta

Il mondo gli passò davanti
per giorni, mesi, anni
guardando il suo ornamento
“Totonno il grasso barista”
memoria dei tempi andati
finchè un giorno non vide
il portone sprangato
le insegne scomparse
e un cartello affisso
che diceva solamente
“Pensate sempre un gran bene
di Totonno il barista”

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Now playing: Sonic Youth – Total Trash
via FoxyTunes

APPUNTI – MAI DARE NIENTE PER SCONTATO

Ce ne stavamo seduti al bancone
ad aspettare le nostre due birre
quando richiamati da un insistente scoppiettare
ci accorgemmo di un uomo vicino a noi
che ciancicava Big-babol alla fragola
(mento poggiato sul palmo della mano sinistra
intento a fare palloncini)
e della sua donna dinanzi a lui
che lo guardava con aria innamorata
mentre beveva il suo aperol-soda.

Forse inebriati da quel tanfo fragolino
restammo in silenzio a guardarci
entrambi immaginando
che sapore avrebbero avuto i loro baci.

Il tempo scorreva veloce
come l’acqua del fiume intubato nell’eternit
di cui tu assaporasti la polvere nello stesso bar
per sciacquarti la bocca
che in quel momento pareva saper di fragola e di panna
anche se tu non avevi mai masticato Big-babol.

Pagammo tre euro e trenta centesimi.
Tre euro per le due mezze pinte
trenta centesimi per i dieci centilitri di amianto.

Tornati a casa
per la prima ed ultima volta
ti presi a cinghiate
per insegnarti
che nella vita
non si deve mai dare niente per scontato.

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Now playing: The Rolling Stones – Let’s Spend the Night Together
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 41 ORIGINALE – OSSESSIONE: CHIACCHIERE DA BAR

“Un alcolizzato è qualcuno che non vi piace che beve quanto voi”
(Dylan Thomas)

“Non v’è nulla, senza dubbio, che calmi lo spirito come un rum e la vera religione”
(Albert Einstein)

Ricordi? Ero reduce dal silos di fettuccine del pranzo domenicale a casa di mia madre. Era appena finita una partita importante – un “big match”, come lo chiamano quelli della tv a pagamento. Incline al fanatismo, avevo lasciato travolgere quella piccola parte di me ancora integra da un tifo bestiale. Naturalmente, la squadra per cui facevo il tifo aveva perso la sua partita importante. L’ennesima mia partita importante.

Uscito dal covo di squinternati tifosi dove avevo assistito all’incontro, sentii subito il bisogno di recarmi al bar. Mi piacciono i bar. O meglio, mi piacevano. I bar di un tempo. Quei bar che erano un luogo di incontro ed aggregazione, dove bambini e ragazzi si dilettavano in biliardini, flipper, videogiochi e biliardi mentre i più vecchi si scambiavano birre e bicchieri di vino giocando a tressette. Oggi i bar non sono più quelli se non nella mia immaginazione. Mi piace pensare che nei bar si possa incontrare ancora qualcuno. Quel giorno accadde.

Reduce da una sbornia da sabato sera, inseguita e conquistata a colpi di rum (invecchiato sette anni), mi sedetti al bancone. Sedersi al bancone fa molto pub inglese, ma la globalizzazione ha fatto anche questo. Inutile lamentarsi a giochi fatti.

Dicevo, reduce da una sbornia di rum acquistato in un alimentari da quattro soldi (ma il rum non era da quattro soldi, bensì da ultimi soldi in tasca), chiesi un’aranciata amara e la feci mettere sul mio conto.

Fu allora, aranciata amara appena versata, che lei si sedette sullo sgabello accanto al mio. Lei, la mora. Poteva avere cinque, dieci o quindici anni meno di me. In realtà non potevo saperlo. Avvertivo solamente questa sua giovinezza. Se l’avessi paragonata a me dal suo lato esteriore – un paragone oggettivo, intendo – lei avrebbe potuto avere anche trent’anni meno di me. Io ne dimostravo già sessanta. A volte il lato esteriore riesce a mostrare ciò che le parole non potrebbero mostrare mai. Deluso da una vita che aspettavo grandiosa, deluse le aspettative di chi aveva creduto in me, risucchiato da una voragine di amicizie di malaffare, mostratosi il mondo per quel che era, ero diventato vecchio. Il vecchio che mai avrei voluto essere. Un vecchio brutto e cattivo.

Allora, dicevo, lei ordinò un’aranciata amara. Anche lei. – Cazzo – mi dissi. – Cazzo – ripetei ad alta voce. Lei mi guardò con lo sguardo di chi pensa che, in fondo, non sei normale. Lo stesso sguardo che probabilmente mostro io guardando chi gira su quei vistosi macchinoni, e poi spende e spande qui e lì, e poi ridono tra loro, e parlano di cose poco importanti atteggiandosi come professori universitari. E penso che forse della vita, loro, non abbiano capito proprio niente. E poi penso che anch’io ero come loro, che anch’io ero così nell’altra vita. Almeno nell’altra vita che ricordavo. Ricordi sbiaditi, non come questo. Ora sono un classista. Sono un razzista. Io sono un comunista.

Ordinò un’aranciata amara. Un segno del destino, pensai. Romanticismi? No, forse ero molto arrapato. Del resto, capita a tutti di essere arrapati e non mi vergogno certo di questo.

– Buona quest’aranciata amara. Ci voleva proprio – dissi, guardandola. Lei disse solamente – Sì –. Bella risposta. Mi aveva fregato. Non riuscii a dire nient’altro.

Lei se ne andò, mi guardò in segno di saluto sorridendomi. Io ricambiai il sorriso. E quel sorriso trasformò l’arrapamento dell’ultima ora in qualcosa di più. Si trasformò in amore. Io la amavo, da quel momento. Sconcertato da me stesso tornai a casa. Mi stesi sul divano e quel che successe, successe.

Poi la mia mente corre dritta al mio indice che tremava. Il dito indice della mia mano destra, tengo a precisare. Da quel giorno della partita, del bar e dell’aranciata amara erano passati due lunghissimi mesi. Come arrivai a quel punto non lo so. O meglio, lo so, ma vorrei nasconderlo a me stesso. Tuttavia…

Dopo una notte insonne, il giorno dopo e quello dopo ancora vagai senza meta nella speranza di rincontrarla. Spesso credevo di riconoscerla, ma non era mai lei.

Fino a quando, un pomeriggio, tre giorni dopo, la scovai in uno di quei negozi d’abbigliamento che spacciano stracci di bassa qualità per capi d’abito di buona marca. Hai voluto la globalizzazione? Beccati anche questa.

Lei lavorava lì, almeno così intuii. Forse perché quando la vidi stava ripiegando dei maglioni scuri. Entrai. Lei alzò lo sguardo, ma fece finta di non riconoscermi. Probabilmente, pensandoci ora, non mi riconobbe. E perché avrebbe dovuto?

Un’altra commessa si avvicinò a me. Volevo vedere dei maglioni. Scuri. Me li mostrò. Mi finsi interessato. Finii per interessarmi realmente a quei maglioni e a dimenticarmi perché ero lì dentro. Mi ritrovai a litigare sui prezzi. – Uno straccetto di lana sintetica per cento euro? – gridai. Tutti si voltarono a guardarmi. Probabilmente ero abbastanza alticcio. Buttai tutto in aria ed uscii innervosito. Da principio non riuscivo a sopportare l’idea che un finto maglione costasse cento euro. Subito dopo realizzai la figura – lasciatemelo dire – di merda. Entrai in un bar lì vicino e ricominciai a bere. Fino all’ora di chiusura di quello stramaledetto negozio.

Da quel giorno quel bar diventò “Il mio bar” (ancora oggi mi chiedo cosa facesse – lei, intendo – in quello che al tempo era il mio bar proprio quel giorno: a questa domanda ancora oggi non ho risposta). Non parlavo con nessuno ma bevevo a lungo. Aspettavo l’ora di chiusura del negozio, mi affacciavo sulla porta fingendo di fumare una sigaretta e la guardavo mentre se ne andava da sola. A piedi. Non ebbi mai il coraggio di seguirla. O meglio, non lo ebbi per lungo tempo. Ogni giorno si ripeteva lo stesso copione. E appena lei svaniva dietro l’angolo, io mi avviavo a piedi verso casa mia.

Un’ora e mezzo di cammino fino a casa mia. Un’ora e mezzo che serviva. Ad immaginare cosa lei avrebbe fatto, quale libro avrebbe letto, quale film avrebbe visto, quale disco ascoltava quando voleva sognare. Ed immaginavo di progettare con lei dei viaggi, un futuro insieme. E mi incazzavo con lei, perché la vedevo, mentre ascoltava l’ultimo disco di Tiziano Ferro e leggeva Moccia. E cercavo di spiegarle che avrebbe dovuto leggere Bukowski o Fante, o Edgar Lee Master o Garcia Marquez, e che, se proprio la musica angloamericana degli anni ’70 non le piaceva, se proprio i testi non riusciva a comprenderli… beh, glieli avrei potuti tradurre o avrebbe potuto ascoltare Conte, Guccini o De Andrè. E poi c’è tanto bel “progressive” italiano. E c’è sempre Lindo Ferretti a salmodiare, che si parli di comunismo o di Dio. Questo nella mia mente.

Nella realtà, quando tornavo a casa, era sempre la stessa storia. Mal di testa. Una forte emicrania. Forse dovuta all’alcool, forse alla consapevolezza che non potevo andare avanti così. Non potevo.

Erano passati due mesi, ormai. Ero steso sul divano, come sempre. Un’altra domanda cui non trovo risposta: chissà perché mai comprai un letto. Non per soldi, non per scelta. Chissà.

Ad ogni modo, ero sul divano. Il giorno dopo non sarei andato al bar. Avevo deciso. Dovevo rientrare nella mia vita, ne avevo già persa troppa per una sgualdrina che non sapevo neanche come si chiamava. Mi svegliai tardi quel lunedì, dopo due mesi. Mi svegliavo presto in quel periodo, in tempo per arrivare al bar prima dell’apertura del suo maledettissimo negozio. E la domenica riposavo, rinunciando al supplizio dell’insalatiera piena di fettuccine di mia madre. Povera mamma.

Mi svegliai. Volevo andare. Andare, vedere, scoprire. Allora presi il fucile d’assalto tedesco da collezione lasciatomi in eredità da mio padre. Lo infilai in uno zaino da campeggio.

Uscii di casa, a piedi, come sempre. Arrivato al bar mi feci servire un numero che non saprei proprio dirvi di digestivi. A stomaco vuoto.

Aspettai la fine del suo turno di lavoro e la seguii per almeno duecento metri. Chissà dove diamine abitava. E con chi diamine abitava. Ma mi avrebbe sentito… eccome se mi avrebbe sentito!

Ad un certo punto, presi a correre, con quello zaino sulle spalle che conteneva la mia arma di liberazione. La superai. Mi chiesi cosa stessi facendo. Mi voltai, tornai indietro. La guardai. Lei mi guardò.

Non mi riconobbe neanche quella volta, credo. Non ero per lei il tizio del bar. Non ero per lei quello che imprecava contro i prezzi di quegli schifosi maglioni. Non ero per lei, soprattutto, quello che aspettava sull’uscio del bar tutte le sere che uscisse dal lavoro. Non ero nessuno.

La sorpassai di nuovo, mi voltai e la presi alle spalle. Lei si agitò. Io mi agitai. Lei svenne. Tra le mie braccia. Nel momento in cui la ebbi più vicina, in quel momento, la avvertii subito non più mia. La sua fragilità di donna e di essere umano mi sconvolse. La poggiai a terra pensando a cosa fare.

Suonarono le campane. Odio le campane. Mi fermai ad accendermi una Cesta – così chiamo la mia sigaretta, non so se ve l’ho già detto. Faccio – Cazzo…l’accendino! -. Era lì in tasca, troppo agitato per trovarlo. Feci due tiri e dietro il fumo la guardai stesa a terra, sul marciapiede.

Probabilmente erano già tutti a cena. O meglio, tutte le persone normali. Io e lei eravamo lì. Io e lei e qualche automobile che, seppure l’avesse vista a terra, non si sarebbe fermata. Perché? Perché a Roma non frega niente a nessuno del prossimo. In soldoni, eravamo io, lei e gli automobilisti che sfrecciavano verso casa. Tutte persone fuori dal comune.

Mi presi ancora del tempo. Lei non riprendeva i sensi. Mi fermai ad osservare la vetrina lì a fianco. Pensavo ai prezzi delle scarpe. – Ma che cosa ci devi fare con un altro paio di scarpe? – mi chiedevo. Non lo so e non lo saprai mai era la risposta. Una risposta, finalmente.

Mi ero preso il mio tempo. La portai in un vicolo, sfondai il portone di una vecchia cantina. Quanta forza si può avere quando si ha paura. Quanta forza si può avere quando il cervello non è capace di dirti che non ce la farai mai. Oggi non ne sarei capace.

La cantina puzzava ed era quasi completamente buia. La stesi per terra. Non si riprendeva. Aprii lo zaino, montai il fucile in meno tempo di quanto prevedessi, aiutato dalla poca luce che entrava da una grata a livello marciapiede, e lo caricai. Le infilai la canna nella bocca. L’indice cominciò a tremare. Tremavo tutto, a dir la verità. Lei non riprendeva conoscenza. Due, tre minuti. Forse era già morta. Un infarto? Difficile, donna e troppo giovane. Troppo giovane anche per me. Non sparai. Poggiai il fucile, lasciai lì lo zaino. Scappai.

Questo era ieri. Ora sono qui, in questo che diventerà da oggi il mio bar, a più di cento chilometri da dove forse si svolsero i fatti che vi ho raccontato. Sono qui a raccontarvi le mie fantasie e la mia ossessione per un po’ di compagnia ed un buon bicchiere di rum.