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Articoli taggati ‘bere’

APPUNTI – NON DIRLE

Dicembre 4, 2009 sbloggato 1 commento

Quella ragazza
che un tempo credetti la mia donna
e che donna non sarebbe stata mai
era lì davanti a noi
con una mano sorseggiavamo Bourbon
e con l’altra tenevamo una sigaretta
la mia era l’ultima del pacco
e l’ultima ha sempre un sapore speciale.

Quando mi chiese
se io conoscessi quella ragazza
che andava in giro
con il seno al vento
io lo guardai
con l’orgoglio di chi
vuole registrare la propria vita
attraverso la mente
e non il cuore
e dissi no
mai vista
a chi ti riferisci?

Lei mi guardava con la coda dell’occhio
io non andai oltre un sorriso finto
verso il mio compagno di bevute
per mostrare un’allegria
che non c’era più da quel tempo
in cui capii
per una prima ed ultima volta
definitiva
che il tempo non torna indietro
e che le mele non diventano mai pere
per quanto sforzo possa metterci.

E tu, se la conoscerai
non dirle mai che la notte penso a lei
quando il seno era coperto
non dirle che non sono diventato un uomo mai
nonostante le cicatrici sul viso
non parlarle dei miei fallimenti
della mia vita che non c’è
non mostrarle il mio cuore
che non batte più da tempo
non raccontarle dei miei sforzi
per diventare una persona
come quelle che vivono nel mondo
non farle vedere
il cappio tagliato
con la scusa del dolore.

Non dirle mai che ho pena
di me e di lei
e della vita
che anche senza conoscerci
non avremo mai.

Non dirle mai
che non la voglio più
e che non voglio più neanche me.

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APPUNTI – UN’ALTRA BOTTIGLIA DI VINO, PER FAVORE

Novembre 26, 2009 sbloggato Lascia un commento

E la vita strisciava avanti
come un lombrico nero
a colpi di ventre
strusciato al suolo
lasciando a terra
squame avvinate.

Io stavo lì
davanti a un foglio di carta
l’unico posto
dove riuscivo ancora
ad ignorare
il tempo che strisciava
e che mi corrodeva corpo
ed anima.

Avevo chiesto al cartolaio
una penna comune
“brutta” disse lui
“serve per scrivere”
risposi io
e comprai quella penna orrenda
antiestetica, che poi ero io.

Pagai il riscatto
e il cartolaio mi diede indietro
la mia vita come era
quando la vendetti ad un grossista
di articoli da disegno
per prendermi una bottiglia di vino
al bar sotto casa.

Quella bottiglia di Cirò
di pessima annata
mi convinse per una notte
che un giorno sarei stato diverso
sarei riuscito ad essere
come quelli che ce la fanno
come quelli che non temono
come quelli che non impazziscono mai.

Quella notte
la luna prese ad ulularmi contro
quasi si fosse innamorata di me
ed io lì, lupo
quasi mi spaventai
e presi a scappare
impaurito da ciò che la luna
mi avrebbe chiesto
ed avrebbe ottenuto.

Il mio pelo si faceva grigio
e quando tornai
uomo tra gli uomini
mi accorsi di quanto io
fossi un uomo ancor peggiore
di quello che avessi mai creduto.

La paura aveva fatto spazio alla rabbia
di un lombrico che non avrebbe mai saputo
tornar lupo.

Le squame avvinate restavano al suolo
aggrappate all’asfalto
rifiutando di tornare a coprire
il mio corpo ridicolo
la mia mente imbarazzante
il continuo flusso di pensieri
di chi per paura del mondo
ha rifiutato se stesso.

E io stavo lì
con la mia penna
ed il mio foglio davanti
ad immaginarmi lombrico
solo per aver la sensazione
di avere ancora qualcosa avanti a me
a sperare che un piede
schiacciasse il lombrico
per farlo venire a nuova luce
o per farlo tacere per sempre.

Rivendo la mia vita al grossista.

Barista
un’altra bottiglia di vino
per favore.

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Now playing: The Velvet Underground – Oh Gin
via FoxyTunes

APPUNTI – SPORCO MUSO GIALLO

Novembre 18, 2009 sbloggato Lascia un commento

Me ne stavo
aggrappato ad un palo
il vento mi beccava d’improvviso
e tirava forte da succhiar via
tutta la prima sigaretta
del pacchetto appena scartato
comprato con i quattro euro
datimi di resto nell’osteria di fronte
per il mio biglietto verde
conquistato con il sudore di fronte (mio)
per sei ore di lavoro
in un mese.

Non pagavano male lì
non fosse stato per il lavoro
sbucciare pistacchi
per uno sporco muso giallo
che non si puliva il viso
da almeno vent’anni.

Lo sapevo perchè aveva
muco appicicaticcio
sui sottili baffi neri
che usava portare
ogni giorno
da un anno circa.

Perlomeno non si lavava il volto da un anno
presumibilmente erano almeno trenta, o quaranta
ed il suo muco verde
contrastava con la sua pelle gialla
in maniera vistosa
ancor più di quanto il verde
possa fare a cazzotti con il rosa
e quest’ultima constatazione
pare sia evidente a tutti.

Con il biglietto verde
avevo fatto bere
tutti gli amici lì dentro
Peppe il falco
Aron la faina
Mario la lancerta
e Silvio Galbanino
che quest’ultimo poi
era proprio il cognome.

Avevo detto “metti a bere per 96 euro
che poi quando esco
devo comprar le sigarette”.

Avevo comprato con il resto
le mie sigarette
e me ne stavo aggrappato a un palo
con la bora che tirava
e con un laido cane
immune al vento e ad ogni legge della fisica
che mi pisciava sulla scarpa
come faceva ogni volta che uscivo dall’osteria
ed avevo l’umore a mille.

E mi avvrebbero fatto ridere
anche le assonanze della parola bora
e mi sarei anche chiesto
cosa portavi in quei secchi
che trascinavi per strada
e forse avrei anche pensato
che tutto andava per il meglio
e che come diceva il poeta
o il navigatore, forse il tom tom
il vento era favorevole
potevo togliere gli ormeggi
da un paese devastato dal dolore.

Che quel laido cane
lo pagasse quello sporco muso giallo?

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Now playing: Stefano Rosso – …E allora senti cosa fo’
via FoxyTunes

APPUNTI – MAI DARE NIENTE PER SCONTATO

Novembre 17, 2009 sbloggato Lascia un commento

Ce ne stavamo seduti al bancone
ad aspettare le nostre due birre
quando richiamati da un insistente scoppiettare
ci accorgemmo di un uomo vicino a noi
che ciancicava Big-babol alla fragola
(mento poggiato sul palmo della mano sinistra
intento a fare palloncini)
e della sua donna dinanzi a lui
che lo guardava con aria innamorata
mentre beveva il suo aperol-soda.

Forse inebriati da quel tanfo fragolino
restammo in silenzio a guardarci
entrambi immaginando
che sapore avrebbero avuto i loro baci.

Il tempo scorreva veloce
come l’acqua del fiume intubato nell’eternit
di cui tu assaporasti la polvere nello stesso bar
per sciacquarti la bocca
che in quel momento pareva saper di fragola e di panna
anche se tu non avevi mai masticato Big-babol.

Pagammo tre euro e trenta centesimi.
Tre euro per le due mezze pinte
trenta centesimi per i dieci centilitri di amianto.

Tornati a casa
per la prima ed ultima volta
ti presi a cinghiate
per insegnarti
che nella vita
non si deve mai dare niente per scontato.

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Now playing: The Rolling Stones – Let’s Spend the Night Together
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 41 ORIGINALE – OSSESSIONE: CHIACCHIERE DA BAR

Giugno 19, 2008 sbloggato 3 commenti

“Un alcolizzato è qualcuno che non vi piace che beve quanto voi”
(Dylan Thomas)

“Non v’è nulla, senza dubbio, che calmi lo spirito come un rum e la vera religione”
(Albert Einstein)

Ricordi? Ero reduce dal silos di fettuccine del pranzo domenicale a casa di mia madre. Era appena finita una partita importante – un “big match”, come lo chiamano quelli della tv a pagamento. Incline al fanatismo, avevo lasciato travolgere quella piccola parte di me ancora integra da un tifo bestiale. Naturalmente, la squadra per cui facevo il tifo aveva perso la sua partita importante. L’ennesima mia partita importante.

Uscito dal covo di squinternati tifosi dove avevo assistito all’incontro, sentii subito il bisogno di recarmi al bar. Mi piacciono i bar. O meglio, mi piacevano. I bar di un tempo. Quei bar che erano un luogo di incontro ed aggregazione, dove bambini e ragazzi si dilettavano in biliardini, flipper, videogiochi e biliardi mentre i più vecchi si scambiavano birre e bicchieri di vino giocando a tressette. Oggi i bar non sono più quelli se non nella mia immaginazione. Mi piace pensare che nei bar si possa incontrare ancora qualcuno. Quel giorno accadde.

Reduce da una sbornia da sabato sera, inseguita e conquistata a colpi di rum (invecchiato sette anni), mi sedetti al bancone. Sedersi al bancone fa molto pub inglese, ma la globalizzazione ha fatto anche questo. Inutile lamentarsi a giochi fatti.

Dicevo, reduce da una sbornia di rum acquistato in un alimentari da quattro soldi (ma il rum non era da quattro soldi, bensì da ultimi soldi in tasca), chiesi un’aranciata amara e la feci mettere sul mio conto.

Fu allora, aranciata amara appena versata, che lei si sedette sullo sgabello accanto al mio. Lei, la mora. Poteva avere cinque, dieci o quindici anni meno di me. In realtà non potevo saperlo. Avvertivo solamente questa sua giovinezza. Se l’avessi paragonata a me dal suo lato esteriore – un paragone oggettivo, intendo – lei avrebbe potuto avere anche trent’anni meno di me. Io ne dimostravo già sessanta. A volte il lato esteriore riesce a mostrare ciò che le parole non potrebbero mostrare mai. Deluso da una vita che aspettavo grandiosa, deluse le aspettative di chi aveva creduto in me, risucchiato da una voragine di amicizie di malaffare, mostratosi il mondo per quel che era, ero diventato vecchio. Il vecchio che mai avrei voluto essere. Un vecchio brutto e cattivo.

Allora, dicevo, lei ordinò un’aranciata amara. Anche lei. – Cazzo – mi dissi. – Cazzo – ripetei ad alta voce. Lei mi guardò con lo sguardo di chi pensa che, in fondo, non sei normale. Lo stesso sguardo che probabilmente mostro io guardando chi gira su quei vistosi macchinoni, e poi spende e spande qui e lì, e poi ridono tra loro, e parlano di cose poco importanti atteggiandosi come professori universitari. E penso che forse della vita, loro, non abbiano capito proprio niente. E poi penso che anch’io ero come loro, che anch’io ero così nell’altra vita. Almeno nell’altra vita che ricordavo. Ricordi sbiaditi, non come questo. Ora sono un classista. Sono un razzista. Io sono un comunista.

Ordinò un’aranciata amara. Un segno del destino, pensai. Romanticismi? No, forse ero molto arrapato. Del resto, capita a tutti di essere arrapati e non mi vergogno certo di questo.

– Buona quest’aranciata amara. Ci voleva proprio – dissi, guardandola. Lei disse solamente – Sì –. Bella risposta. Mi aveva fregato. Non riuscii a dire nient’altro.

Lei se ne andò, mi guardò in segno di saluto sorridendomi. Io ricambiai il sorriso. E quel sorriso trasformò l’arrapamento dell’ultima ora in qualcosa di più. Si trasformò in amore. Io la amavo, da quel momento. Sconcertato da me stesso tornai a casa. Mi stesi sul divano e quel che successe, successe.

Poi la mia mente corre dritta al mio indice che tremava. Il dito indice della mia mano destra, tengo a precisare. Da quel giorno della partita, del bar e dell’aranciata amara erano passati due lunghissimi mesi. Come arrivai a quel punto non lo so. O meglio, lo so, ma vorrei nasconderlo a me stesso. Tuttavia…

Dopo una notte insonne, il giorno dopo e quello dopo ancora vagai senza meta nella speranza di rincontrarla. Spesso credevo di riconoscerla, ma non era mai lei.

Fino a quando, un pomeriggio, tre giorni dopo, la scovai in uno di quei negozi d’abbigliamento che spacciano stracci di bassa qualità per capi d’abito di buona marca. Hai voluto la globalizzazione? Beccati anche questa.

Lei lavorava lì, almeno così intuii. Forse perché quando la vidi stava ripiegando dei maglioni scuri. Entrai. Lei alzò lo sguardo, ma fece finta di non riconoscermi. Probabilmente, pensandoci ora, non mi riconobbe. E perché avrebbe dovuto?

Un’altra commessa si avvicinò a me. Volevo vedere dei maglioni. Scuri. Me li mostrò. Mi finsi interessato. Finii per interessarmi realmente a quei maglioni e a dimenticarmi perché ero lì dentro. Mi ritrovai a litigare sui prezzi. – Uno straccetto di lana sintetica per cento euro? – gridai. Tutti si voltarono a guardarmi. Probabilmente ero abbastanza alticcio. Buttai tutto in aria ed uscii innervosito. Da principio non riuscivo a sopportare l’idea che un finto maglione costasse cento euro. Subito dopo realizzai la figura – lasciatemelo dire – di merda. Entrai in un bar lì vicino e ricominciai a bere. Fino all’ora di chiusura di quello stramaledetto negozio.

Da quel giorno quel bar diventò “Il mio bar” (ancora oggi mi chiedo cosa facesse – lei, intendo – in quello che al tempo era il mio bar proprio quel giorno: a questa domanda ancora oggi non ho risposta). Non parlavo con nessuno ma bevevo a lungo. Aspettavo l’ora di chiusura del negozio, mi affacciavo sulla porta fingendo di fumare una sigaretta e la guardavo mentre se ne andava da sola. A piedi. Non ebbi mai il coraggio di seguirla. O meglio, non lo ebbi per lungo tempo. Ogni giorno si ripeteva lo stesso copione. E appena lei svaniva dietro l’angolo, io mi avviavo a piedi verso casa mia.

Un’ora e mezzo di cammino fino a casa mia. Un’ora e mezzo che serviva. Ad immaginare cosa lei avrebbe fatto, quale libro avrebbe letto, quale film avrebbe visto, quale disco ascoltava quando voleva sognare. Ed immaginavo di progettare con lei dei viaggi, un futuro insieme. E mi incazzavo con lei, perché la vedevo, mentre ascoltava l’ultimo disco di Tiziano Ferro e leggeva Moccia. E cercavo di spiegarle che avrebbe dovuto leggere Bukowski o Fante, o Edgar Lee Master o Garcia Marquez, e che, se proprio la musica angloamericana degli anni ’70 non le piaceva, se proprio i testi non riusciva a comprenderli… beh, glieli avrei potuti tradurre o avrebbe potuto ascoltare Conte, Guccini o De Andrè. E poi c’è tanto bel “progressive” italiano. E c’è sempre Lindo Ferretti a salmodiare, che si parli di comunismo o di Dio. Questo nella mia mente.

Nella realtà, quando tornavo a casa, era sempre la stessa storia. Mal di testa. Una forte emicrania. Forse dovuta all’alcool, forse alla consapevolezza che non potevo andare avanti così. Non potevo.

Erano passati due mesi, ormai. Ero steso sul divano, come sempre. Un’altra domanda cui non trovo risposta: chissà perché mai comprai un letto. Non per soldi, non per scelta. Chissà.

Ad ogni modo, ero sul divano. Il giorno dopo non sarei andato al bar. Avevo deciso. Dovevo rientrare nella mia vita, ne avevo già persa troppa per una sgualdrina che non sapevo neanche come si chiamava. Mi svegliai tardi quel lunedì, dopo due mesi. Mi svegliavo presto in quel periodo, in tempo per arrivare al bar prima dell’apertura del suo maledettissimo negozio. E la domenica riposavo, rinunciando al supplizio dell’insalatiera piena di fettuccine di mia madre. Povera mamma.

Mi svegliai. Volevo andare. Andare, vedere, scoprire. Allora presi il fucile d’assalto tedesco da collezione lasciatomi in eredità da mio padre. Lo infilai in uno zaino da campeggio.

Uscii di casa, a piedi, come sempre. Arrivato al bar mi feci servire un numero che non saprei proprio dirvi di digestivi. A stomaco vuoto.

Aspettai la fine del suo turno di lavoro e la seguii per almeno duecento metri. Chissà dove diamine abitava. E con chi diamine abitava. Ma mi avrebbe sentito… eccome se mi avrebbe sentito!

Ad un certo punto, presi a correre, con quello zaino sulle spalle che conteneva la mia arma di liberazione. La superai. Mi chiesi cosa stessi facendo. Mi voltai, tornai indietro. La guardai. Lei mi guardò.

Non mi riconobbe neanche quella volta, credo. Non ero per lei il tizio del bar. Non ero per lei quello che imprecava contro i prezzi di quegli schifosi maglioni. Non ero per lei, soprattutto, quello che aspettava sull’uscio del bar tutte le sere che uscisse dal lavoro. Non ero nessuno.

La sorpassai di nuovo, mi voltai e la presi alle spalle. Lei si agitò. Io mi agitai. Lei svenne. Tra le mie braccia. Nel momento in cui la ebbi più vicina, in quel momento, la avvertii subito non più mia. La sua fragilità di donna e di essere umano mi sconvolse. La poggiai a terra pensando a cosa fare.

Suonarono le campane. Odio le campane. Mi fermai ad accendermi una Cesta – così chiamo la mia sigaretta, non so se ve l’ho già detto. Faccio – Cazzo…l’accendino! -. Era lì in tasca, troppo agitato per trovarlo. Feci due tiri e dietro il fumo la guardai stesa a terra, sul marciapiede.

Probabilmente erano già tutti a cena. O meglio, tutte le persone normali. Io e lei eravamo lì. Io e lei e qualche automobile che, seppure l’avesse vista a terra, non si sarebbe fermata. Perché? Perché a Roma non frega niente a nessuno del prossimo. In soldoni, eravamo io, lei e gli automobilisti che sfrecciavano verso casa. Tutte persone fuori dal comune.

Mi presi ancora del tempo. Lei non riprendeva i sensi. Mi fermai ad osservare la vetrina lì a fianco. Pensavo ai prezzi delle scarpe. – Ma che cosa ci devi fare con un altro paio di scarpe? – mi chiedevo. Non lo so e non lo saprai mai era la risposta. Una risposta, finalmente.

Mi ero preso il mio tempo. La portai in un vicolo, sfondai il portone di una vecchia cantina. Quanta forza si può avere quando si ha paura. Quanta forza si può avere quando il cervello non è capace di dirti che non ce la farai mai. Oggi non ne sarei capace.

La cantina puzzava ed era quasi completamente buia. La stesi per terra. Non si riprendeva. Aprii lo zaino, montai il fucile in meno tempo di quanto prevedessi, aiutato dalla poca luce che entrava da una grata a livello marciapiede, e lo caricai. Le infilai la canna nella bocca. L’indice cominciò a tremare. Tremavo tutto, a dir la verità. Lei non riprendeva conoscenza. Due, tre minuti. Forse era già morta. Un infarto? Difficile, donna e troppo giovane. Troppo giovane anche per me. Non sparai. Poggiai il fucile, lasciai lì lo zaino. Scappai.

Questo era ieri. Ora sono qui, in questo che diventerà da oggi il mio bar, a più di cento chilometri da dove forse si svolsero i fatti che vi ho raccontato. Sono qui a raccontarvi le mie fantasie e la mia ossessione per un po’ di compagnia ed un buon bicchiere di rum.