IGNOTO NUMERO 86 – L’ULTIMO MOMENTO

Era una sera come tante altre quella, anche se gli parve, per un attimo, mentre guardava la partita in televisione seduto sulla solita poltrona con una birra in mano, che il suo cuore non battesse più o, quantomeno, stesse battendo piano e più tristemente del solito. Fu solamente un attimo, quello, ma lo distrasse tanto da perdersi un meraviglioso colpo di tacco del centravanti della sua squadra del cuore. Allora bestemmiò, un po’ per esultanza un po’ per la distrazione facile e stupida, si alzò dalla poltrona, andò al frigo e prese una birra.

Tornò a sedersi che ancora stavano replicando il gol da tutte le angolazioni, stappò la birra con l’accendino, la portò alla bocca e tirò un sorso. Il pavimento era pieno di bottiglie di birra vuote, il piccolo appartamento teneva stretto a sè il fumo delle sue mille sigarette perchè fuori era freddo e non aveva voglia di aprire la finestra.

Si accorse con sorpresa che era una partita importante, decisiva per la vittoria del campionato, così diceva il telecronista alla televisione parlando anche di giocatori della sua squadra che lui credeva morti e sepolti tempo addietro. Allora si appassionò ancora di più alla partita, sorrideva cretino sorseggiando la sua birra e lanciava colpi bassi a tutti i santi per ogni azione di gioco finita male.

Perso tra il televisore, la sua birra e la sua sigaretta, il cuore cominciò a battere all’impazzata, stavolta non triste ma attento e serio, quando sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla destra. Quando si voltò non vide nessuno e allora pensò maledetto me, maledette le mie ansie, lo pensò ad alta voce. La paura doveva essere stata tanta perchè svegliò la sua attenzione e si accorse solo allora di essere in mutande. Niente di serio. Era in casa sua e poteva fare quel che voleva, solo che era convinto di non essersi mai levato i pantaloni da quel mattino e allora pensò di avere problemi di memoria o che qualcosa stesse funzionando storto.

Perse l’attenzione dalla partita, lasciò la poltrona ma non la birra, andò in camera sua. Si infilò di nuovo i pantaloni che stavano sul letto e, tirandoli su, quasi non cadde a terra, anzi, cadde all’indietro e doveva aver colpito la testa perchè qualcosa non andava, vide il cielo ed era giorno ma non era un cielo che aveva già visto, anzi, pensò, del cielo non me ne è mai sbattuto il cazzo.

Una lunga strada dove non correvano automobili né persone, costeggiata da villette identiche, bianche splendenti con il tegolato di cotto rosso. Tutte avevano un giardino ed una macchina rossa nel cortile. Prese a camminare per quella strada, gettando un occhio qua e là per notare le differenze. Avanzando, ad ogni villetta l’erba diventava più verde e, penso che il detto popolare già lo conosciate, fatto sta che lui pensò a quel detto e notò che quel verde diventava sempre più accecante.

Continuò a camminare con gli occhi sempre più socchiusi quando una mano da dietro lo toccò ancora sulla spalla destra ma questa volta non si spaventò. Un vecchio uomo gli chiese di andare alla guerra. Io sono contro le guerre, gli disse. In realtà delle guerre non gliene fregava un cazzo, che gli uomini si sparassero tra di loro quando volessero, che gli sparassero una bomba atomica sulla testa anche in quel momento. Ma quel vecchio si fece talmente insistente che non potè fare altro che piazzargli un destro sul muso. Frantumò a terra quasi che un carroarmato gli fosse passato sopra, il vecchio. Spaventato, entrò nella prima villetta sulla sinistra, tenendo il braccio destro a pararsi gli occhi da quel fastidioso verde del prato.

La porta era aperta ed appena entrato gli sembrò non ci fosse nessuno. Restò per qualche minuto sulla porta poi sentì di nuovo la voce del telecronista della partita che scandiva di nuovo il nome del centravanti, come appena qualche minuto prima. Seguì quella voce ed entrò nella cucina, una piccola televisione accesa sul frigorifero. Lo aprì, trovò una birra, prese dalle tasche dei pantaloni, che ora aveva, il suo pacchetto di sigarette. Stette per un po’ a bere e fumare quando un guasto elettrico dovette aver spento la televisione, allora pensò di uscire dalla casa.

Stava tornando nel corridoio quando da un’altra stanza sentì delle voci. Entrando vide una donna di spalle che giocava con due bambini. Non lo notarono, lui pensò di andarsene, poi si avvicinò a loro per chiedere scusa per essersi intrufolato in casa loro. La donna si voltò, aveva un volto familiare ma lui non la riconobbe, lei gli disse, sei a casa tua, puoi bere quello che vuoi, anzi, andiamo di sopra a far l’amore, voi bambini restate qui.

Lui la seguì ed ebbe un’altra volta la stessa sensazione di qualche ora prima, che il cuore non battesse se non piano e quasi controvoglia. Si sentì quasi mancare salendo le scale, poi ebbe di nuovo le forze. Lei lo prese per mano con forza e lo trascinò in una stanza da letto. La vide spogliarsi e potè vedere il suo corpo mangiato che non aveva più niente da offrire. Lui si avvicinò, spaventato e incuriosito. Lei lo baciò e mentre lo faceva le cascarono i capelli. Fecero l’amore e poi lui corse in bagno a rigettare tutta la birra che aveva in corpo.

Quando tornò nella stanza da letto la donna non c’era più. Allora corse giù per le scale e la trovò ai suoi piedi, distrutta, senza vita. I bambini piangevano, lui li prese a sberle, poi prese la donna tra le sue braccia e nel sentire le sue ossa tra le mani, il suo peso inesistente, pensò che tutto ciò non fosse giusto. Pensò che ci dovrebbe essere sempre un ultimo momento, un momento per abbracciarsi e ridere o piangere o comunque un momento per abbracciarsi e basta, in silenzio, prima di dividersi. E lo pensò talmente forte che avvertì quasi un desiderio di svegliarsi, e sentì il suo cuore battere a mille ed i suoi occhi che proprio non ce la facevano, non ce la potevano fare, le gambe ferme, bloccate, intorpidite. Allora restò nel vuoto ancora per un po’, stringendo forte il tempo a sé, avanti, indietro, adesso, dopo, prima. Qui.

APPUNTI – STAMFORD BRIDGE

Odore di fritto dappertutto
sui vestiti, sui capelli
nei polmoni soprattutto
è come se fossi a Londra
sento i crampi tirare
davanti al televisore
non sono perfetto
ho già sbancato una volta
la casa del signore
travolto Stamford Bridge
inizio a progettare
la mia prossima
partita perfetta
non posso mancare

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IGNOTO NUMERO 69 – MARVIN E LA MORTE

Il verdetto del dottor Strongberg fu inappellabile : – Signor Threepwood, lei ha un cancro al cervello. Le resta un mese da vivere… se vuole… -. Lo interruppi, gli strinsi la mano ringraziandolo e me ne andai.

Tornai a casa e pensai alle cinque cose che avrei voluto fare nella vita e che ancora non avevo fatto:
1 – vedere un film dei fratelli Marx
2 – passare una primavera a New York
3 – vedere un musical a Broadway durante la primavera a New York
4 – scrivere una sceneggiatura per un film
5 – uccidermi

Era ormai improbabile che realizzassi anche solo una di quelle cose. La seconda e la terza erano rese impossibili dal fatto che era novembre e sarei morto di lì ad un mese, dunque non sarei mai arrivato a primavera. La prima e la quarta erano improbabili perchè se hai un mese da vivere ci sono talmente tante cose da fare e da organizzare che non trovi nemmeno il tempo di startene un po’ per i fatti tuoi e pensare a te stesso. E poi la quinta… uccidersi ha senso quando vuoi scegliere tu il momento per andartene: se il momento è già stato scelto da qualcun’altro, uccidersi è solo una sterile ripicca verso l’ineluttabile.

Pensai che avrei dovuto chiamare Lisa per avvertirla.
- Ehi Lisa
- Oh Marvin, come va?
- Bene, bene, tra un mese muoio

Naaaa… probabilmente non mi avrebbe creduto e, ad ogni modo, non avevo la più pallida idea di dove e con chi fosse ora. Avevamo chiuso la nostra relazione da più di un anno. Per quanto ne sapevo, poteva anche aver sposato un domatore di elefanti pakistano o essersi fatta monaca o ancora essere diventata una star del porno.

Lisa era una donna dai facili entusiasmi. Vedeva del buono in ogni cosa, le sue passioni si accavallavano e si scavalvavano l’una con l’altra in tempi brevissimi. Io al contrario ero uno disincantato. Ero uno di quelli che non chiedeva mai. Credo fosse un retaggio della mia infanzia. Da bambino non avevo mai detto – voglio andare a giocare a pallone -, aspettavo che mia madre mi dicesse – vai a giocare a pallone – e se non me lo diceva non ci andavo. Ecco perchè non divenni mai un grande calciatore. Avevo un forte senso delle gerarchie, probabilmente sarei stato un buon soldato.

Lisa era tutto il mio opposto. Lisa sceglieva la sua vita. Appena conosciuti mi disse – tu saresti un buon padre per i miei figli, voglio un bambino da te -. Ciò mi spaventò un po’ perchè ancora non mi aveva detto – voglio fare l’amore con te -, ci conoscevamo da appena dieci minuti e già voleva mettere su famiglia con me.

Non avendo mai ricevuto l’ordine di fare l’amore con lei, non facemmo mai l’amore. Tuttavia avevo ricevuto l’ordine di avere un bambino con lei e ciò mi costrinse a sposarla. Lisa non riusciva a capire perchè io non facessi l’amore con lei. Non riusciva a capire cosa significasse il mio bisogno di avere certezze: eravamo sposati, cos’altro mi serviva? Era un po’ come se mia madre da ragazzino mi avesse detto – Vai a fare la doccia dopo che hai giocato a pallone -. Tuttavia, non essendomi mai stato chiesto di giocare a pallone, sarebbe stato del tutto fuoriluogo fare una doccia.

Ad ogni modo Lisa era l’unica donna che avessi amato davvero in vita mia e credo che ciò nascesse proprio dal fatto che eravamo assolutamente incompatibili. Mi mise a conoscenza di ogni sua scappatella, disse il mio analista che era un modo di richiamare la mia attenzione e di richiamarmi ai miei doveri coniugali. Ci guardavamo con occhi cattivi senza capirci mai.

Tuttavia mi piaceva il nostro amore fatto di dispetti reciproci.
- Non me lo chiedi? Non te lo do
- Non vuoi fare l’amore con me? Bene, la do al primo che passa
Sempre meglio un amore così di un amore come quello dei miei genitori, quarant’anni passati insieme d’amore e d’accordo. Che schifo.

Poi un giorno se ne andò per sempre e non la vidi mai più.

Nell’anno passato avevo avuto altre donne cui avevo sempre taciuto il fatto di essere sposato e, inoltre, avevo finito il libro cui stavo lavorando dal momento in cui l’avevo conosciuta. Ed ora stavo per morire.

Mancava un mese al giorno della mia dipartita e avevo tante di quelle cose in mente che non potevo permettermi di fermarmi a ragionare. Tuttavia fu ciò ce feci. La prima volta che incontrai la morte ero ragazzino e, sinceramente, non mi fece una bella impressione. Se ne stava muta in un angoletto, eppure era la protagonista assoluta della giornata, ancor più di mio nonno che giaceva sul letto di morte e delle vedove e zitelle coi loro foulard neri che lo guardavano versando finte lacrime, dicendo frasi senza alcun senso e armeggiando con delle catenine.

Mi avvicinai a lei (la morte, intendo), e le dissi
- Ciao
Non ricevetti risposta e me ne andai.

Dopo un po’ la morte prese coraggio e si avvicinò a me
- Scusa Marvin per prima, ero un po’ nervosa
- Ti capisco – risposi io – cioè… senti… volevo chiederti… cioè… ma senza metterti in imbarazzo…
- Dimmi, dimmi pure…
- Cioè… secondo te… cioè… come funziona?
- Cosa?
- Cioè… quando arriverai a prendermi… ecco… cioè… devo fare qualcosa prima?
- In che senso?
- Cioè… non lo so… decido io quando vieni? Cioè… nonno ti ha chiamato lui?
- Dipende, puoi decidere tu oppure posso decidere io… nel caso decidessi tu, naturalmente, mi pagherebbero anche un’indennità di straordinario, dunque preferirei… anzi, devi decidere tu!
- Cioè… ma… cioè… e dopo? Cioè… Dio ci sta?
- Non sono autorizzata a parlare di questo
- Cioè… sì… ma cioè… che succede dopo?

La morte restò in silenzio, mi voltò le spalle e se ne andò. Come avrete capito era l’epoca in cui ogni frase era introdotta da un “cioè” e ancora non avevo imparato a dare del lei alle persone che non conoscevo. Tuttavia avevo ricevuto l’ordine di decidere io quando morire. Per la prima volta, di fronte ad una morte imminente, decisi di trasgredire ad un ordine ricevuto. Nessuno mi aveva ordinato di vivere, ma ero curioso di vedere quanto ancora sarei risucito a sopravvivere.

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DUE BATTUTE DA MILANELLO

La vecchiaia ha i suoi momenti belli (Albert Einstein)

– Dopo Beckham quale il prossimo colpo per rinforzare questo Milan?

– E’ quasi conclusa la trattativa per l’ingaggio di Garrincha. Ho parlato con gli specialisti di Milan Lab e crediamo possa recuperare in breve tempo

– Ma non sarebbe meglio puntare su qualche difensore? No, dico per voi… io sono interista, cazzo me ne frega!

– Aspettiamo il rientro di Costacurta dal prestito a Sky… vediamo come si ripresenterà qui a Milanello… lo aspettiamo fino a Gennaio, non abbiamo fretta

Nella foto, i giocatori del Milan si rilassano dopo l’allenamento

QUESTIONE DI CULO

“Das Glück ist eine leichte Dirne”
(“La fortuna è una ragazza di facili costumi” – Proverbio tedesco)

Ammetto di non esser mai stato un grande tifoso della nazionale di calcio. Semplicemente non mi appassiona e non mi ha mai appassionato come mi appassionano le sorti dell’Inter, dell’Arsenal o dell’odiata Juventus.

Non capisco come si possa criticare Roberto Donadoni.

Lippi incontrò in sequenza le seguenti rappresentative allo scorso mondiale mondiale: Ghana, Stati Uniti, Repubblica Ceca, Australia, Ucraina, Germania e Francia. Non incontrò una Squadra che fosse una fino alla semifinale, pareggiò con gli Stati Uniti, vinse con un rigore fasullo contro l’Australia e alla lotteria dei rigori con la Francia in finale. Segnò poco, subì altrettanto poco e giocò male (esclusa la partita con la Germania). Arrivò in semifinale con una squadra con uno stato di forma invidiabile e molta grinta, questo sì.

Donadoni ha incontrato quest’anno all’Europeo Olanda, Romania, Francia e Spagna. Quattro signore Squadre. Non ha eccelso, lo stato di forma non era granchè. Ma forse qualcuno dovrebbe ammettere che le mele non diventano pere e i pipponi (giustamente campioni due anni fa) pippe sono rimaste anche quest’anno (con una condizione fisica certo peggiore, ma la colpa è forse del Ct o di campionati massacranti? Sono forse un caso le condizioni di Grosso e della nazionale russa, ad esempio?). Ha ragione Sacchi a dire che quella di Donadoni era una missione impossibile. Non si può sperare sempre di non incontrare una Squadra che sia una per arrivare in finale. L’Italia ha fatto il gioco che può fare con la squadra che si ritrova. E Donadoni ieri ha introdotto anche qualcosa di nuovo: ha provato a giocarsi, anche solo per dieci minuti, la qualificazione a viso aperto, con tre punte, per non affidarsi ancora una volta ai rigori. Troppo poco italiano forse.

Il culo gira e il sottostimato (non da me) Roberto Donadoni non ne ha colpa alcuna. La nazionale sarà riaffidata all’ipocrita Marcello Lippi (quello che “Non è stata sicuramente una cosa bella da vedere”) che da ieri sera starà godendo alla sua maniera per l’eliminazione e sperando che i sorteggi e i tabelloni assegnino all’Italia, per i prossimi mondiali, un altro percorso senza ostacoli.

Personalmente spero che questa situazione si risolva subito, se non altro per costringere i giornalisti ad aprire telegiornali e quotidiani con qualche notizia interessante, chè in questo Paese non ce ne sono certo poche di questioni da indagare e far consocere.