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Articoli taggati ‘calcio’

DUE BATTUTE DA MILANELLO

Ottobre 22, 2008 sbloggato 1 commento

La vecchiaia ha i suoi momenti belli (Albert Einstein)

– Dopo Beckham quale il prossimo colpo per rinforzare questo Milan?

– E’ quasi conclusa la trattativa per l’ingaggio di Garrincha. Ho parlato con gli specialisti di Milan Lab e crediamo possa recuperare in breve tempo

– Ma non sarebbe meglio puntare su qualche difensore? No, dico per voi… io sono interista, cazzo me ne frega!

– Aspettiamo il rientro di Costacurta dal prestito a Sky… vediamo come si ripresenterà qui a Milanello… lo aspettiamo fino a Gennaio, non abbiamo fretta

Nella foto, i giocatori del Milan si rilassano dopo l’allenamento

QUESTIONE DI CULO

Giugno 23, 2008 sbloggato 4 commenti

“Das Glück ist eine leichte Dirne”
(“La fortuna è una ragazza di facili costumi” – Proverbio tedesco)

Ammetto di non esser mai stato un grande tifoso della nazionale di calcio. Semplicemente non mi appassiona e non mi ha mai appassionato come mi appassionano le sorti dell’Inter, dell’Arsenal o dell’odiata Juventus.

Non capisco come si possa criticare Roberto Donadoni.

Lippi incontrò in sequenza le seguenti rappresentative allo scorso mondiale mondiale: Ghana, Stati Uniti, Repubblica Ceca, Australia, Ucraina, Germania e Francia. Non incontrò una Squadra che fosse una fino alla semifinale, pareggiò con gli Stati Uniti, vinse con un rigore fasullo contro l’Australia e alla lotteria dei rigori con la Francia in finale. Segnò poco, subì altrettanto poco e giocò male (esclusa la partita con la Germania). Arrivò in semifinale con una squadra con uno stato di forma invidiabile e molta grinta, questo sì.

Donadoni ha incontrato quest’anno all’Europeo Olanda, Romania, Francia e Spagna. Quattro signore Squadre. Non ha eccelso, lo stato di forma non era granchè. Ma forse qualcuno dovrebbe ammettere che le mele non diventano pere e i pipponi (giustamente campioni due anni fa) pippe sono rimaste anche quest’anno (con una condizione fisica certo peggiore, ma la colpa è forse del Ct o di campionati massacranti? Sono forse un caso le condizioni di Grosso e della nazionale russa, ad esempio?). Ha ragione Sacchi a dire che quella di Donadoni era una missione impossibile. Non si può sperare sempre di non incontrare una Squadra che sia una per arrivare in finale. L’Italia ha fatto il gioco che può fare con la squadra che si ritrova. E Donadoni ieri ha introdotto anche qualcosa di nuovo: ha provato a giocarsi, anche solo per dieci minuti, la qualificazione a viso aperto, con tre punte, per non affidarsi ancora una volta ai rigori. Troppo poco italiano forse.

Il culo gira e il sottostimato (non da me) Roberto Donadoni non ne ha colpa alcuna. La nazionale sarà riaffidata all’ipocrita Marcello Lippi (quello che “Non è stata sicuramente una cosa bella da vedere”) che da ieri sera starà godendo alla sua maniera per l’eliminazione e sperando che i sorteggi e i tabelloni assegnino all’Italia, per i prossimi mondiali, un altro percorso senza ostacoli.

Personalmente spero che questa situazione si risolva subito, se non altro per costringere i giornalisti ad aprire telegiornali e quotidiani con qualche notizia interessante, chè in questo Paese non ce ne sono certo poche di questioni da indagare e far consocere.

IGNOTO NUMERO 41 ORIGINALE – OSSESSIONE: CHIACCHIERE DA BAR

Giugno 19, 2008 sbloggato 3 commenti

“Un alcolizzato è qualcuno che non vi piace che beve quanto voi”
(Dylan Thomas)

“Non v’è nulla, senza dubbio, che calmi lo spirito come un rum e la vera religione”
(Albert Einstein)

Ricordi? Ero reduce dal silos di fettuccine del pranzo domenicale a casa di mia madre. Era appena finita una partita importante – un “big match”, come lo chiamano quelli della tv a pagamento. Incline al fanatismo, avevo lasciato travolgere quella piccola parte di me ancora integra da un tifo bestiale. Naturalmente, la squadra per cui facevo il tifo aveva perso la sua partita importante. L’ennesima mia partita importante.

Uscito dal covo di squinternati tifosi dove avevo assistito all’incontro, sentii subito il bisogno di recarmi al bar. Mi piacciono i bar. O meglio, mi piacevano. I bar di un tempo. Quei bar che erano un luogo di incontro ed aggregazione, dove bambini e ragazzi si dilettavano in biliardini, flipper, videogiochi e biliardi mentre i più vecchi si scambiavano birre e bicchieri di vino giocando a tressette. Oggi i bar non sono più quelli se non nella mia immaginazione. Mi piace pensare che nei bar si possa incontrare ancora qualcuno. Quel giorno accadde.

Reduce da una sbornia da sabato sera, inseguita e conquistata a colpi di rum (invecchiato sette anni), mi sedetti al bancone. Sedersi al bancone fa molto pub inglese, ma la globalizzazione ha fatto anche questo. Inutile lamentarsi a giochi fatti.

Dicevo, reduce da una sbornia di rum acquistato in un alimentari da quattro soldi (ma il rum non era da quattro soldi, bensì da ultimi soldi in tasca), chiesi un’aranciata amara e la feci mettere sul mio conto.

Fu allora, aranciata amara appena versata, che lei si sedette sullo sgabello accanto al mio. Lei, la mora. Poteva avere cinque, dieci o quindici anni meno di me. In realtà non potevo saperlo. Avvertivo solamente questa sua giovinezza. Se l’avessi paragonata a me dal suo lato esteriore – un paragone oggettivo, intendo – lei avrebbe potuto avere anche trent’anni meno di me. Io ne dimostravo già sessanta. A volte il lato esteriore riesce a mostrare ciò che le parole non potrebbero mostrare mai. Deluso da una vita che aspettavo grandiosa, deluse le aspettative di chi aveva creduto in me, risucchiato da una voragine di amicizie di malaffare, mostratosi il mondo per quel che era, ero diventato vecchio. Il vecchio che mai avrei voluto essere. Un vecchio brutto e cattivo.

Allora, dicevo, lei ordinò un’aranciata amara. Anche lei. – Cazzo – mi dissi. – Cazzo – ripetei ad alta voce. Lei mi guardò con lo sguardo di chi pensa che, in fondo, non sei normale. Lo stesso sguardo che probabilmente mostro io guardando chi gira su quei vistosi macchinoni, e poi spende e spande qui e lì, e poi ridono tra loro, e parlano di cose poco importanti atteggiandosi come professori universitari. E penso che forse della vita, loro, non abbiano capito proprio niente. E poi penso che anch’io ero come loro, che anch’io ero così nell’altra vita. Almeno nell’altra vita che ricordavo. Ricordi sbiaditi, non come questo. Ora sono un classista. Sono un razzista. Io sono un comunista.

Ordinò un’aranciata amara. Un segno del destino, pensai. Romanticismi? No, forse ero molto arrapato. Del resto, capita a tutti di essere arrapati e non mi vergogno certo di questo.

– Buona quest’aranciata amara. Ci voleva proprio – dissi, guardandola. Lei disse solamente – Sì –. Bella risposta. Mi aveva fregato. Non riuscii a dire nient’altro.

Lei se ne andò, mi guardò in segno di saluto sorridendomi. Io ricambiai il sorriso. E quel sorriso trasformò l’arrapamento dell’ultima ora in qualcosa di più. Si trasformò in amore. Io la amavo, da quel momento. Sconcertato da me stesso tornai a casa. Mi stesi sul divano e quel che successe, successe.

Poi la mia mente corre dritta al mio indice che tremava. Il dito indice della mia mano destra, tengo a precisare. Da quel giorno della partita, del bar e dell’aranciata amara erano passati due lunghissimi mesi. Come arrivai a quel punto non lo so. O meglio, lo so, ma vorrei nasconderlo a me stesso. Tuttavia…

Dopo una notte insonne, il giorno dopo e quello dopo ancora vagai senza meta nella speranza di rincontrarla. Spesso credevo di riconoscerla, ma non era mai lei.

Fino a quando, un pomeriggio, tre giorni dopo, la scovai in uno di quei negozi d’abbigliamento che spacciano stracci di bassa qualità per capi d’abito di buona marca. Hai voluto la globalizzazione? Beccati anche questa.

Lei lavorava lì, almeno così intuii. Forse perché quando la vidi stava ripiegando dei maglioni scuri. Entrai. Lei alzò lo sguardo, ma fece finta di non riconoscermi. Probabilmente, pensandoci ora, non mi riconobbe. E perché avrebbe dovuto?

Un’altra commessa si avvicinò a me. Volevo vedere dei maglioni. Scuri. Me li mostrò. Mi finsi interessato. Finii per interessarmi realmente a quei maglioni e a dimenticarmi perché ero lì dentro. Mi ritrovai a litigare sui prezzi. – Uno straccetto di lana sintetica per cento euro? – gridai. Tutti si voltarono a guardarmi. Probabilmente ero abbastanza alticcio. Buttai tutto in aria ed uscii innervosito. Da principio non riuscivo a sopportare l’idea che un finto maglione costasse cento euro. Subito dopo realizzai la figura – lasciatemelo dire – di merda. Entrai in un bar lì vicino e ricominciai a bere. Fino all’ora di chiusura di quello stramaledetto negozio.

Da quel giorno quel bar diventò “Il mio bar” (ancora oggi mi chiedo cosa facesse – lei, intendo – in quello che al tempo era il mio bar proprio quel giorno: a questa domanda ancora oggi non ho risposta). Non parlavo con nessuno ma bevevo a lungo. Aspettavo l’ora di chiusura del negozio, mi affacciavo sulla porta fingendo di fumare una sigaretta e la guardavo mentre se ne andava da sola. A piedi. Non ebbi mai il coraggio di seguirla. O meglio, non lo ebbi per lungo tempo. Ogni giorno si ripeteva lo stesso copione. E appena lei svaniva dietro l’angolo, io mi avviavo a piedi verso casa mia.

Un’ora e mezzo di cammino fino a casa mia. Un’ora e mezzo che serviva. Ad immaginare cosa lei avrebbe fatto, quale libro avrebbe letto, quale film avrebbe visto, quale disco ascoltava quando voleva sognare. Ed immaginavo di progettare con lei dei viaggi, un futuro insieme. E mi incazzavo con lei, perché la vedevo, mentre ascoltava l’ultimo disco di Tiziano Ferro e leggeva Moccia. E cercavo di spiegarle che avrebbe dovuto leggere Bukowski o Fante, o Edgar Lee Master o Garcia Marquez, e che, se proprio la musica angloamericana degli anni ’70 non le piaceva, se proprio i testi non riusciva a comprenderli… beh, glieli avrei potuti tradurre o avrebbe potuto ascoltare Conte, Guccini o De Andrè. E poi c’è tanto bel “progressive” italiano. E c’è sempre Lindo Ferretti a salmodiare, che si parli di comunismo o di Dio. Questo nella mia mente.

Nella realtà, quando tornavo a casa, era sempre la stessa storia. Mal di testa. Una forte emicrania. Forse dovuta all’alcool, forse alla consapevolezza che non potevo andare avanti così. Non potevo.

Erano passati due mesi, ormai. Ero steso sul divano, come sempre. Un’altra domanda cui non trovo risposta: chissà perché mai comprai un letto. Non per soldi, non per scelta. Chissà.

Ad ogni modo, ero sul divano. Il giorno dopo non sarei andato al bar. Avevo deciso. Dovevo rientrare nella mia vita, ne avevo già persa troppa per una sgualdrina che non sapevo neanche come si chiamava. Mi svegliai tardi quel lunedì, dopo due mesi. Mi svegliavo presto in quel periodo, in tempo per arrivare al bar prima dell’apertura del suo maledettissimo negozio. E la domenica riposavo, rinunciando al supplizio dell’insalatiera piena di fettuccine di mia madre. Povera mamma.

Mi svegliai. Volevo andare. Andare, vedere, scoprire. Allora presi il fucile d’assalto tedesco da collezione lasciatomi in eredità da mio padre. Lo infilai in uno zaino da campeggio.

Uscii di casa, a piedi, come sempre. Arrivato al bar mi feci servire un numero che non saprei proprio dirvi di digestivi. A stomaco vuoto.

Aspettai la fine del suo turno di lavoro e la seguii per almeno duecento metri. Chissà dove diamine abitava. E con chi diamine abitava. Ma mi avrebbe sentito… eccome se mi avrebbe sentito!

Ad un certo punto, presi a correre, con quello zaino sulle spalle che conteneva la mia arma di liberazione. La superai. Mi chiesi cosa stessi facendo. Mi voltai, tornai indietro. La guardai. Lei mi guardò.

Non mi riconobbe neanche quella volta, credo. Non ero per lei il tizio del bar. Non ero per lei quello che imprecava contro i prezzi di quegli schifosi maglioni. Non ero per lei, soprattutto, quello che aspettava sull’uscio del bar tutte le sere che uscisse dal lavoro. Non ero nessuno.

La sorpassai di nuovo, mi voltai e la presi alle spalle. Lei si agitò. Io mi agitai. Lei svenne. Tra le mie braccia. Nel momento in cui la ebbi più vicina, in quel momento, la avvertii subito non più mia. La sua fragilità di donna e di essere umano mi sconvolse. La poggiai a terra pensando a cosa fare.

Suonarono le campane. Odio le campane. Mi fermai ad accendermi una Cesta – così chiamo la mia sigaretta, non so se ve l’ho già detto. Faccio – Cazzo…l’accendino! -. Era lì in tasca, troppo agitato per trovarlo. Feci due tiri e dietro il fumo la guardai stesa a terra, sul marciapiede.

Probabilmente erano già tutti a cena. O meglio, tutte le persone normali. Io e lei eravamo lì. Io e lei e qualche automobile che, seppure l’avesse vista a terra, non si sarebbe fermata. Perché? Perché a Roma non frega niente a nessuno del prossimo. In soldoni, eravamo io, lei e gli automobilisti che sfrecciavano verso casa. Tutte persone fuori dal comune.

Mi presi ancora del tempo. Lei non riprendeva i sensi. Mi fermai ad osservare la vetrina lì a fianco. Pensavo ai prezzi delle scarpe. – Ma che cosa ci devi fare con un altro paio di scarpe? – mi chiedevo. Non lo so e non lo saprai mai era la risposta. Una risposta, finalmente.

Mi ero preso il mio tempo. La portai in un vicolo, sfondai il portone di una vecchia cantina. Quanta forza si può avere quando si ha paura. Quanta forza si può avere quando il cervello non è capace di dirti che non ce la farai mai. Oggi non ne sarei capace.

La cantina puzzava ed era quasi completamente buia. La stesi per terra. Non si riprendeva. Aprii lo zaino, montai il fucile in meno tempo di quanto prevedessi, aiutato dalla poca luce che entrava da una grata a livello marciapiede, e lo caricai. Le infilai la canna nella bocca. L’indice cominciò a tremare. Tremavo tutto, a dir la verità. Lei non riprendeva conoscenza. Due, tre minuti. Forse era già morta. Un infarto? Difficile, donna e troppo giovane. Troppo giovane anche per me. Non sparai. Poggiai il fucile, lasciai lì lo zaino. Scappai.

Questo era ieri. Ora sono qui, in questo che diventerà da oggi il mio bar, a più di cento chilometri da dove forse si svolsero i fatti che vi ho raccontato. Sono qui a raccontarvi le mie fantasie e la mia ossessione per un po’ di compagnia ed un buon bicchiere di rum.

LA CONFESSIONE

Maggio 27, 2008 sbloggato 7 commenti

«La Juve ha vinto 27 o 29 scudetti e li ha rubati tutti, ha vinto 2 Coppe dei Campioni e ha rubato pure quelle… Ha rubato tutto.” (Parola di Marcello Lippi, da un articolo di Corriere.it)

UPDATE: eheh… chissà perchè capita sempre a loro