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Articoli taggati ‘cazzeggio’

IGNOTO NUMERO 60 – BIANCANEVE, IL TRICHECO, I NANI E LE POVERE OSTRICHE

Aprile 15, 2009 sbloggato Lascia un commento

Strega: Tutta sola, piccina?
Biancaneve: Sì, sono sola.
Strega: E… i nanetti non ci sono?
Biancaneve: No, non ci sono.
Strega: Fai una torta?
Biancaneve: Sì, la torta di mirtilli.
Strega: Ma è la torta di mele il dolce preferito dagli uomini!
(dialogo da “Biancaneve e i sette nani”)

“Smetti quest’abito da santa” dice lui. Lei nel frattempo si dondola su un’altalena appoggiata approssimativamente ad un salice, ignorandolo.

“Smetti quest’abito da santa!” urla lui. Lei va avanti e indietro sempre più velocemente.

Lui inizia a canticchiare parole senza senso. Qualche ricordo di canzoni, emozioni, chissà. Lei non lo ascolta e va avanti per la sua strada, segnata dall’avanti e indietro di una stupida seggiola che la porterà sempre al punto di partenza.

Lui si volta, guarda la strada e le automobili passare. Lei guarda avanti, ferma. Immobile scruta un mondo che non c’è.

Lei sogna, lui no. Nani da giardino che si animano e vanno a lavorare in miniera gridando “Ehi-ooo”. Ricordi da ragazzini. La nostra vita. Ancorato alla terra, lui non vede nient’altro che sé stesso.

Dove arriverà? Dove andrà? Lui non lo sa, non lo saprà mai, probabilmente.

Una borsa a tracolla, attende lei finire il suo andirivieni.

Lui con la borsa a tracolla che non gli appartiene e non gli apparterrà mai guarda indietro. Lei lascia la borsa indietro e guarda avanti. La miniera è là, i nani cantano il loro motivetto, felici di tornare a casa la sera.

Lui canta canzoni stonate che nessuno vorrà mai ascoltare.
Nessuno vorrà ma sarà costretto.
E questo qualcuno ne morirà.
Di otite o quant’altro.

E lui ne morirà di dolore. O di invidia.

O umiliato. Da lei. Dai nani. Da chi l’avrà ascoltato.

O più probabilmente da quanto questa sporca vita avrà da offrirgli.

Lei scende dall’altalena. Il salice piange. Lui si volta e sale in macchina.
Lei al suo fianco stende il sedile. Un’altra giornata è andata.
I nani sono rientrati dalla miniera e attendono Biancaneve rientrare a casa.

Biancaneve non rientra a piedi. Il pedaggio autostradale lo paga sempre lui.

E la principessa dice: “Ma no… questa sera pago io… ma cosa dici… i nani? Ma dai…”

Lui è zitto. Paga e muto.

La lascia fuori casa, lei preparerà a mangiare.
Va via il tricheco accendendosi un sigaro. Va a prendersi le povere ostriche in fondo al mare.

Beccandosi l’epatite.

IGNOTO NUMERO 58 – TEMPISMO IMPERFETTO

Novembre 18, 2008 sbloggato 4 commenti

E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità (Franco Battiato, I treni di Tozeur)

A guardare Roma dall’alto non sembra poi tanto male. E’ mattino, ho indossato le prime cose che ho trovato e sono giù in strada. Il portiere sembra avere più sonno di me, lo saluto e quasi fatica a rispondermi. Fuori dal portone orde di motorini scorrazzano inferociti sui marciapiedi quasi lamentandosi di quegli insulsi pedoni che camminano proprio lì. Resta più sicuro camminare tra le automobili. Mi metto in mezzo alla strada e blocco il traffico. Le automobili non possono sorpassarmi. Qualche bicicletta e qualche altro insulso pedone passa al loro fianco e li sorpassa. Dietro mi suonano.

Un’amica una volta mi ha detto che sono una bella persona. Poche persone me l’hanno detto e la ringrazio. Mi hanno dato del pazzo, dell’esaurito, dell’eccessivamente cinico. Per le mie strane attitudini ho preso insulti e botte. Quell’amica mi ha detto che io non sono capace di vivere per me, io trovo soddisfazione solo nel vivere per gli altri, che siano amici, parenti, conoscenti e che per questo dovrei fare il politico. Perché ho un forte senso dell’umanità e so farmi voler bene. Non credo di averlo, non credo mi piacerebbe e non credo che riuscirei mai a farmi eleggere.

Le automobili sono ancora incolonnate dietro di me. E’ tutto fermo, tutto attorno. Dei nani fanno girotondo attorno a me e non sono puffi. E’ tutto immobile. Ritorno sul marciapiede. Ora posso camminare tranquillamente e la gincana tocca farla a me, tra un motorino e uno scooterone.

Un amico una volta mi ha detto che non vivere per se stessi è la forma di egoismo più becera perché è un tentativo di acquistare gli altri. Forse ha ragione lui, non lo so, non credo. Credo invece in quel che mi hai detto tu.

Entro in un bar ed approfitto dell’immobilità del mondo per prepararmi un caffè. Visto che ci sono mangio anche un cornetto, e poi un pasticcino. Una crostatina alla crema con uno spicchio di fragola sopra. Esco e passo dal tabaccaio. Prendo una stecca di sigarette. Mi faccio uno scontrino semmai il mondo dovesse ricominciare a girare proprio mentre passo davanti a quel bar poco più in là dove la guardia di finanza sta facendo colazione. E’ strano accorgersi che Roma puzza anche a mondo fermo. E’ strano.

Io ti credo. E’ strana l’imperfezione della perfezione. Mi hai detto che è stato tutto perfetto, troppo. Quando si arriva alla perfezione fino agli infinitesimali, credo, si diventi inumani e troppo distanti dalla realtà.

Cammino sul marciapiede. Davanti a me una bella ragazza, alta quanto me, ha la gonna un po’ alzata dietro. Abbasso lo sguardo per non essere imbarazzato. Gli uccelli continuano a volare nel cielo, tutti assieme. Io e loro siamo gli unici padroni della città.

E’ strano ad un certo punto ritrovarsi a dover rivedere tutto di sé stessi. Tutto ciò che di buono pensi di aver fatto nel tuo passato è solamente uno strumento per costruirsi il futuro e trovare nuovi mezzi per andare avanti e crearsi dell’altro futuro. Soli, accompagnati, chissà.

Come si può creare un futuro in un presente immobile? Correre, correre, correre… con la sigaretta accesa per annebbiare la mente e farle partorire qualcosa.

E penso che mi mancherà anche ciò che più mi dava ai nervi. Anche quando mi impedivi di fumare (ché poi rinunciasti, tornavo a casa e ne fumavo il doppio), anche quando io tentavo di parlare velando parole e tu non sapevi cosa dire e non mi guardavi in faccia e ti mangiavi le unghie arrivando fino alla carne, o anche quando all’improvviso ti addormentavi senza alcun motivo, durante un film o durante una canzone o, peggio ancora, mentre io ancora favellavo parole velate senza alcun apparente senso. Mi mancheranno anche queste cose.

Correre, correre, correre. Non è comodo con dei semi-anfibi ai piedi. Ma non posso fermarmi, no. Devo riavviare il nastro rotante che trascina questo diamine di mondo.

Ti ho persa per paura di perderti. E’ un paradosso, ma a volte accade e, a conti fatti, è il modo più semplice per aver sempre una buona scusa per non sentirsi affranti. Tanto, troppo tempo. Tutto che si rincorre e poi si rinchiude in un luogo che all’inizio sembra una baita dorata buona per svernare e poi si rivela una prigione. Non può, non poteva funzionare. Nessun presupposto. Hai ragione tu, tutto squilibrato e poi io non ho le palle di rischiare niente. No, ho avuto paura. Non ti chiedo cose che non puoi, non mi chiedere cose che non posso. Lasciamo perdere.

Sono ancora a correre e sento la barba crescere velocemente. Ricordi di Forrest Gump, ma qui non c’è nessuno che mi corre dietro. Perché questa volta ha un senso quello che sto facendo, non sono un povero ritardato che cerca di attirare l’attenzione (con tutto il rispetto per Forrest Gump). Sto cercando di riavviare il mondo, cazzo.

Mi dispiace che sia andata così e non so come andrà in futuro. E’ un altro strumento per costruircelo. O almeno per me, tu gli strumenti già li hai, purtroppo o per fortuna. Altre vite, altre cose. Penso a Bukowski che diceva: “Come diavolo fai a dire che ami una persona sola, quando al mondo ce ne sono milioni che potresti amare molto di più, e la sola stronzata che ti fa parlare è il fatto che non le conoscerai mai nella tua vita… L’amore è una forma di pregiudizio, si ama ciò di cui si ha bisogno”. Tutto vero.

Ma come faccio a pensare a queste cose mentre corro, corro e corro. E non sudo, cazzo. L’aria è ferma, senza pressione. Io volo. E a guardare Roma dall’alto, ferma, immobile, beh… Roma non sembra poi tanto male. Ma come farò a riportare il mondo alla mia velocità…

Nuova vita, ancora una volta, inutile cercare pateticamente di recuperare. E ancora più patetico è ridircela tutta, una volta ancora, come faccio io adesso. Ci vorrebbe un bel taglia-incolla della mia vita ma non ho mouse e non conosco il sistema operativo. Mi dispiace di averti delusa e non sai quanto. Sono contento perché da ora siamo estranei, ma almeno ci vogliamo bene più di quanto si possa voler bene, chessò, ai bambini malati perché ci fanno compassione o al nero sotto casa che ti chiede ogni giorno i soldi e ti fa un sorriso grande così; o a un cugino di terzo, quarto grado, giusto per la parentela. La mia mente scureggia come al solito. Ci vogliamo bene perché ci rendiamo estranei per il bene di entrambi. O meglio, questo voglio credere. E nuove vite, nuove storie che poi si rintrecciano e ritornano e si riattesteranno sulla posizione che hanno ora. Ma sei poi sicura che senza la mia imperfetta perfezione e la tua perfetta imperfezione ci saremmo voluti bene lo stesso? Ma sono poi sicuro che siano domande da porsi queste? Che ce ne frega?

Mi sento sempre più pesante, sto tornando a terra. Non ho il coraggio di guardar giù. Vertigini, un po’ come James Stewart in Vertigo. In tasca ho l’I-pod, metto le cuffiette e ascolto. Seleziono qualcosa ad occhi chiusi, lo riporto nella mia tasca e le cuffiette mi sparano la voce di Eddie Vedder con un successo di parecchi anni fa che non aiuterà certo a riavviare questo cazzo di mondo immobile sotto di me. Ma è poi ancora immobile? Che ne so io, ad occhi chiusi?

Apri gli occhi, cazzo. E’ un altro giorno. Lo so che schifi questa città, questo mondo, questa gente. Ma abbiamo bisogno di un futuro, io e te. Aprili, CAZZO!

Ok, li apro. Sono quasi a terra. Credo…

Il presente è ancora passato che attende il futuro. Promesso, questa sera torno a casa, scarico The Sims e mi creo una vita reale come piacerebbe a te. Almeno per una notte. Domani riprendo il presente. Promesso. Dammi un giorno almeno, ne ho bisogno.

Non c’è tempo per altri giorni. Gli ingranaggi del mondo hanno ripreso a girare. Di tempo ne abbiamo preso già troppo.

Coraggio, niente plurale maiestatis. Io di tempo ne ho preso già troppo.

NOTA FINALE: L’IO NARRANTE, PUR RITROVANDO LA VOGLIA DI VIVERE, PURTROPPO NON HA AVUTO LA FORTUNA DI TROVARE UN DOMANI. E’ MORTO NELLO SCHIANTO CON IL SUOLO. IL MONDO DA ALLORA NON HA MAI RIPRESO A GIRARE. E GLI UCCELLI, DA PAR LORO, HAN CONTINUATO A VOLARE.


DUE BATTUTE DA MILANELLO

Ottobre 22, 2008 sbloggato 1 commento

La vecchiaia ha i suoi momenti belli (Albert Einstein)

– Dopo Beckham quale il prossimo colpo per rinforzare questo Milan?

– E’ quasi conclusa la trattativa per l’ingaggio di Garrincha. Ho parlato con gli specialisti di Milan Lab e crediamo possa recuperare in breve tempo

– Ma non sarebbe meglio puntare su qualche difensore? No, dico per voi… io sono interista, cazzo me ne frega!

– Aspettiamo il rientro di Costacurta dal prestito a Sky… vediamo come si ripresenterà qui a Milanello… lo aspettiamo fino a Gennaio, non abbiamo fretta

Nella foto, i giocatori del Milan si rilassano dopo l’allenamento

IGNOTO NUMERO 53 – QUATTRO BRACCIA

Giugno 18, 2008 sbloggato Lascia un commento

“Ovunque ci siano un cuore e una mente, i malanni del corpo si tingono delle loro particolarità”
(Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta)

“I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica. Ho quindi preso visione della situazione processuale ed ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria.”
(Silvio Berlusconi, I Lettera a Schifani)

C’erano una volta e ci sono ancora, bambini diversamente uguali agli altri.

All’asilo quell’anno erano in tre: quello con i lobi delle orecchie giganti che gli scendevano fin sulle spalle; quello con la testa a dirigibile e quello con quattro braccia. I bambini parevano non accorgersi della loro differente eguaglianza.

Quando arrivarono all’età dell’esplosione ormonale, quello con i lobi delle orecchie giganti e quello con la testa a dirigibile diventarono, come facilmente prevedibile, il bersaglio preferito dei bulli. Quello con quattro braccia no. Avendo quattro braccia, tra loro indipendenti e perfettamente funzionanti, menava come solo un dio poteva farlo. E poi gli riuscivano sempre perfettamente quei fantastici scherzi del tipo:

- Che cos’hai qui? – indicando la maglietta del malcapitato. Quello abbassava la testa e lui giù tre schiaffi con tre mani.

Oppure quello che con una mano fingeva di dare un colpo “basso” e, con le altre, sempre tre schiaffi.

Ora, a noi non interessa che fine fecero quello dei lobi giganti e quello della testa aerostatica.

A noi interessa cosa fece quello con quattro braccia. Vero, bambini?

Un giorno ebbe un malessere. Trasportato all’ospedale, fu trasferito ad una clinica a Milano. Il medico che lo visitò giunse alla conclusione fulmineamente: le braccia dovevano essere amputate d’urgenza o sarebbe deceduto in poco tempo. Non una, non due, bensì tutte e quattro le braccia!

I genitori non tentennarono. Ma il ragazzo senza braccia non sapeva cosa lo attendeva al ritorno a scuola… la notizia della perdita dei quattro arti si sparse velocemente nella scuola. Un’orda di barbari ragazzini inferociti lo attese dopo la campanella dell’uscita e lo massacrò di botte. C’erano proprio tutti, assistevano inermi solo quello con i lobi giganti (ora pieni di orecchini) e quello con la testa a dirigibile (con un cappello fatto su misura).

Pochi anni dopo, il medico che lo visitò fu arrestato dopo alcune intercettazioni.

Passò poco tempo e non fu più possibile intercettare nessuno.

E poco tempo dopo furono sospesi i processi penali, ma questa è tutta un’altra storia…

Nell’immagine, un autoritratto del ragazzo con quattro braccia (non ha neanche gli occhi e la bocca, che figata!)

AMMAZZA STI AMERICANI

Giugno 16, 2008 sbloggato 4 commenti

“Non sono i più forti o i più belli a vincere nelle olimpiadi, ma prima di tutto coloro che partecipano”
(Aristotele, Etica Nicomachea)

Grazie a Sky ho potuto finalmente assistere (su NASN) ad un match della MLL.

Per chi non conoscesse la MLL, trattasi della Major League Lacrosse.

Per chi non conoscesse il Lacrosse, questo è uno sport bellissimo.

In pratica. Ho capito che si giuoca dieci contro dieci. Ho capito che non esistono delimitazioni di campo. Ho capito che le porte sono più piccole anche di quelle dell’hockey. Ho capito che si giuoca con un retino e una pallina.

Non ho capito, invece, come si può rubare la pallina ad un avversario se l’unico mezzo per prendere la pallina è il retino. Non ho capito se esistono o meno altre regole oltre le uniche due evidenti: il numero dei giuocatori in campo; chi ha infilato più volte la palla in rete (non nel retino) alla fine della partita ha vinto. Non ho capito chi può avere interesse a vedere una partita di Lacrosse in tv se la pallina risulta invisibile dalla distanza necessaria per avere una visione decente del giuoco.

Non ho capito, infine, chi può avere l’ambizione di giuocare a siffatto sport. Proprio per questo motivo, sto valutando seriamente la possibilità di giuocarvi in modo continuativo per avere certamente un giorno la grande soddisfazione di esser selezionato in una rappresentativa sportiva nazionale. E poi, se, come pare a me ovvio, sarà incluso nuovamente tra gli sport olimpici…