FREDERICK P. OTT (1860-1936)

Ricorre oggi il settantacinquesimo anniversario della morte di Frederick P. Ott, ai più noto come Fred Ott, meccanico americano dei laboratori Edison auto-proclamatosi (e a ragione) prima star del cinema.

Fu il protagonista del cortometraggio “Fred Ott’s Sneeze“, girato da Thomas Edison per kinetoscopio su richiesta del giornalista Burton Philips dell’”Harper’s Weekly” per illustrare un articolo riguardante gli starnuti. Il film fu girato nel gennaio 1894 e sottoposto a copyright. Di lì, ebbe grande notorietà (per la fonte di queste mie affermazioni, clicca qui).

Esiste una catena di ristoranti nell’area metropolitana di Kansas City che porta il suo nome.

Girò altri due film, “Fred Ott Holding a Bird” (sfortunatamente non presente in youtube) e “The Kiss“.

Di seguito il film che lo rese famoso. Oggi Fred Ott avrebbe centocinquantuno anni.

MARIO

Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto(Mario Monicelli)

Hai inculato la morte inneggiando alla vita. Grazie Mario.

APPUNTI – TUTTE LE COSE BELLE

mi accendo un’altra cicca nel cortile
è l’ennesima di una giornata durata poco
ma gola e polmoni fingono di non accorgersene
la gatta mi fissa da dentro il giardino
mi legge futuro passato e presente poi se ne va
con un senso di schifio dentro le zampe
un po’ di birra che scende e devo andare in bagno
troppe chiavi nel mazzo non è mai quella giusta
stringo le gambe per prendermi un po’ di tempo
scatta la serratura e sono lì pronto in bagno
liberazione e penso a tutte le cose belle
saranno tre o quattro al massimo
non ho sonno accendo la televisione fumo ancora
qualcuno volò sul nido del cuculo
la scena finale la risata urlata
di un christopher lloyd sempre più fuori
dallo spazio dal tempo dall’apparecchio
mi guarda mi indica l’indiano che fugge via
mentre lui resta fermo immobile seduto
sul suo letto che vale il mio divano
mi dice che non serve essere jack nicholson
per essere felici basta convincersi per un attimo
che tutte le cose belle
non hanno bisogno di te come personaggio principale
puoi startene fermo a guardare
sorridere ridere
urlare
fumo di nuovo

APPUNTI – IN UN FILM DI SPIKE LEE

Un’estate mai cominciata
si andava a sfracellare
a centoventi all’ora
contro una cava di pietra
iniziò a sbriciolarsi
sopra di noi
tu dicesti -piove-
io alzai gli occhi
emisi un grugnito
tu dicesti -andiamo-
io chiesi -dove?-
non rispondesti
apristi l’ombrello
raggiungemmo l’auto
quel giorno portavi
una gonna corta
e in macchina
alla prima tua parola
tirai il freno a mano
per zittirti
ti saltai addosso
presi a morderti
da dietro al collo
ti stritolai un seno
con una mano
passai la bocca davanti
e sapevi di acqua
incolore inodore insapore
niente più odio
niente più amore
bloccai le tue mani
stringendole forte
dietro al sedile
ti cavai gli occhi
con i denti
uno alla volta
prima il destro
poi il sinistro
dissi la mia
parlai per ore
e poi mi svegliai
unico uomo bianco
in un film di Spike Lee

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Now playing: CAKE – Perhaps, Perhaps, Perhaps
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 74 – IL GIORNO DELLA FINALE DEI MONDIALI DI LACROSSE

Il giorno della storica finale dei mondiali di Lacrosse tra i nativi irochesi e gli Usa, me ne stavo nel traffico, bloccato da un incidente qualche chilometro più avanti. Intendiamoci, non dovevo tornare a casa per vedere in televisione la partita, volevo giusto collocare gli eventi nel tempo. E poi ho sempre avuto una particolare simpatia per gli irochesi e per gli indiani in generale. Gli indiani americani, ovviamente. Avevo sempre detestato i cowboy. Troppo facile stare dalla loro parte. Da par contro avevo sempre sognato di vivere nel vecchio west. Avrei voluto fare il maniscalco, entrare nel saloon a bere whiskey e giocare a carte, con quattro baldracche che chiamano dal piano di sopra. E poi sfidare a duello qualcuno. Con la pistola, il mattino dopo. E guardare nella foto della tomba se c’era ancora scritto il mio nome. Ripensandoci bene, credo che avrei sempre voluto viaggiare su una Delorean volante e non vivere nel vecchio west. Le cose sono tra loro collegate, a ben pensarci.

Comunque, ero bloccato nel traffico. Un incidente qualche chilometro dopo, dicevo. Stavo tornando dal mio nuovo lavoro. Da quando Lisa se ne era andata, suo padre mi aveva licenziato. Era passato un bel po’ di tempo ormai. Non trovavo nessuno disposto a pubblicare il mio romanzo sul coccodrillo che viveva tra gli alligatori. Dicevano che l’esistenzialismo era passato di moda. In qualche modo dovevo pur sopravvivere. Dopo aver dato fondo a tutti i soldi che avevo, mi ero riciclato in diversi mestieri. Avevo anche fatto il fenomeno da baraccone per un circo dandomi martellate sulla testa. Alla seconda martellata caddi a terra, mi ricoverarono in ospedale, feci colpo su una vecchia dottoressa prossima alla pensione e mi tennero lì per un po’. Vitto e alloggio a spese dello stato: ero nullatenente. Poi uscii, tornai a casa di Lisa (ancora avevo le chiavi) e il giorno dopo cercai un nuovo lavoro. Facevo l’uomo-sandwich per un night-club. Ma questa è un’altra storia.

Me ne stavo ancora imbottigliato nella coda e le auto non sembravano muoversi. Una settimana prima avevo incontrato Lisa dopo tanto tempo. Le dissi che l’avevo cercata, che era scomparsa senza una spiegazione, che nemmeno suo padre sapeva dov’era, che eravamo tutti molto preoccupati. Non le dissi che vivevo ancora a casa sua, lo sapeva. Non le dissi nemmeno che il padre mi aveva licenziato, sapeva anche quello. Ero una persona alquanto scontata. Immaginare, nei miei riguardi, equivaleva a sapere.

Mi disse che ora stava con un uomo vero. Bene, dissi io. Disse che le sembrava fosse passata una vita dall’ultima volta. Bene, dissi io. Mi parlò del suo nuovo vivere. Non la stetti a sentire più di tanto. Aveva cambiato il modo di parlare. Mi pareva parlasse con frasi fatte e, ancor peggio, mi pareva felicissima ogni volta che ne utilizzava una. Battute scontate, frasi fatte. Era peggiorata.

Tornando a casa sua, ormai casa mia, mi dissi che era stato meglio così. Poi di notte non riuscivo a dormire. Mi ricordai che io e Lisa ci eravamo conosciuti dentro un bagno. Lei faceva qualche lavoretto dopo la scuola in un bar, aveva appena pulito il cesso e io dovevo andare per forza a cacciare tutto. Mi disse di andare fuori, ma aveva appena nevicato, così la supplicai. Le dissi che l’avrei fatta tutta e avrei ripulito il bagno. Una volta svuotata la vescica mi mise in mano una scatola di detersivi e si mise lì a guardare. Pulisci bene, mi diceva. Si divertì.

Sono le piccole cose che fanno una storia come quella tra due mentecatti come me e Lisa. In fondo non c’eravamo mai piaciuti per davvero ma eravamo affascinati l’uno dall’altro perchè, per qualche strano motivo alchemico, ogni nostra piccola azione trascinava l’altro in situazioni tragicomiche. E quella sera mi chiedevo se davvero mi mancava e dissi che sì, mi mancava, ma non quella Lisa del pomeriggio. Mi mancava quella che avevo. Poi mi chiesi se avevo fatto tutto il possibile per non farla andar via e mi risposi che no, non l’avevo fatto. Forse avevo dato tutto troppo per scontato, forse le avevo riempito troppo la testa di promesse inesaudibili tratte qua e là da romanzi e canzonette. L’avevo convinta che saremmo diventati qualcuno. Insieme. Lisa non era una rincoglionita, aveva fiutato la fregatura. Forse troppo in ritardo, per questo mi dispiaceva di averla persa, di solito le altre donne la mia puzza la fiutano fin dall’inizio. Questione di chimica. E di deodorante, forse. Pensai che dovevo fare qualcosa, quella sera nel letto. Pensai che eravamo ancora in tempo. Ma ero troppo pigro. Accesi la televisione e guardai uno dei tanti telefilm sulla vita in ospedale che tanto andavano di moda a quei tempi. Mi addormentai dicendomi che il giorno dopo avrei fatto qualcosa, pensando che alla fine qualcosa sarebbe successo. Forse Lisa sarebbe tornata da sola. Ero una persona troppo pigra. Lo sono sempre stato.

In quella settimana Lisa non tornò e non sarebbe tornata neanche nelle successive. Io la pensai ma ero molto più preoccupato della mia sopravvivenza. Cercai di dire a me stesso che non potevo sopravvivere senza di lei ma era una scusa. Ne sentivo la mancanza ma mai quanto sentivo la mancanza di un buon pasto. Non avevo soldi e non cucinavo abbastanza bene. Ero un disastro.

Ma in quel momento, tornando agli eventi che stavo raccontando, ero imbottigliato nel traffico. Faceva caldo e sudavo nonostante l’aria condizionata e i finestrini aperti. La macchina era del padre di Lisa. Avevo tenuto anche quella. Accesi la radio del mio ex suocero e ascoltai la sua cassetta di Joan Baez. Quattro volte, da un lato e dall’altro. La radio non aveva l’autoreverse, fui costretto ad affaticare le mie mani. Il mio ex suocero diceva di essere stato a Woodstock. Tutti quelli della sua generazione dicevano di esserci stati: avevo calcolato che, stando alle affermazioni di ognuno, l’affluenza a quel concerto fu di quasi un miliardo di persone. Una volta avevo fatto partecipe di questo calcolo mio suocero, il quale mi rispose “A quel tempo avevano paura di noi giovani, Marvin. Non eravamo dei rammolliti come voi. Eravamo forse più di un miliardo, le fonti ufficiali diedero dati differenti sulla partecipazione per sminuire il nostro movimento”. Non ribattei, voce sprecata e io odiavo gli sprechi. Ritornando alla cassetta, non ho mai saputo se la Baez abbia partecipato o no a Woodstock e tuttora non mi interessa saperlo.

Poi iniziammo a muoverci. Incolonnati uno dietro l’altro ci avvicinammo al luogo dell’incidente. Un’autocisterna contro una piccola automobile tedesca. Una ragazza era morta. Chissà se era buddista, pensai. Poi piano piano tornai a casa. Di Lisa, ovviamente. Ma lei non c’era. Era una giornata come le altre.