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IGNOTO NUMERO 51 – I MIEI PRIMI CINQUANT’ANNI

Giugno 12, 2008 sbloggato Lascia un commento

“So che faccio cose inopportune e a me non convenienti”
(Elettra, Sofocle)

Sette del mattino. Ho perso il mio lavoro da più di due settimane ormai, ma le vecchie abitudini faticano a morire. Con la coda dell’occhio guardo mia moglie vestirsi per uscire. Non ho voglia di alzarmi né del caffè che già mi ha preparato. I miei due figli vivono entrambi fuori. Studiano, beati loro. Passerò la mia prima mattinata da cinquantenne da solo.

Mia moglie sbatte la porta ed io mi alzo dal letto. Non ho voglia di sentirla, cercate di capirmi. Ho voglia di fare le mie cose con calma, molta calma.

Ed ora, che sono le undici, prendo la mia Settimana Enigmistica, una Bic verde e me ne vado al Parco della lungimiranza, giusto qui dietro casa.

E’ estate e fa caldo. Del bel parco che era è rimasta qualche panchina malmessa, pochi alberi e pochi fiori. Ma a me piace.

Vedo una panchina vuota. Di fronte è seduto il Matto. Il Matto dorme. E’ un uomo di una certa età, esile ma dagli “addominali” gonfi. Beve molto, ha capelli lunghi che fanno un tutt’uno con la barba. Ha una busta piena di lattine di Coca Cola che nessuno cercherà mai di rubargli. La lascia lì, vicino a lui incustodita. Forse a fargli compagnia, non lo abbandonerà mai.

Mi siedo sulla panchina vuota e comincio a fare le parole crociate. Quelle della prima pagina, le più semplici. E poi passo al primo grande schema.

Il sole picchia. Chiudo la Settimana Enigmistica e chiudo gli occhi.

Li apro e sono steso. Ho indosso il pigiama, il letto è il mio. Il mio di quarant’anni fa. La stanza è simile a come la ricordavo. Forse i muri avevano una sfumatura diversa, c’era qualche poster in meno. Ma è simile.

La stanza è piena di persone. Persone che parlano tra loro e sembrano non curarsi della mia presenza. Con le braccia mi alzo e mi metto seduto sul letto.

Li osservo. Non conosco nessuno. Tocco la spalla ad un signore di mezza età e chiedo:

- Cosa succede?

- Niente signore. E’ una riunione di condominio.

Mi pare strano ma non trovo nessun motivo per replicare e scacciarli.

In realtà sembra più una festa. Tutti hanno un bicchiere in mano, brindano tra di loro come niente fosse.

Poi vedo un volto più familiare. Mi si avvicina e mi fa:

- Amico mio!

- Oddio, ma sei tu?

Non lo vedevo da molto tempo. Io sono invecchiato, lui è ancora come era una volta. I capelli brizzolati li aveva già molto tempo fa e sicuramente veste in modo molto più giovanile di me. So che sono in pigiama, il paragone non si può fare. Ma credetemi, quelle polo e quei pantaloni di stoffa credo lui non li indosserebbe mai.

- E’ tanto che non ci vediamo…

- Sì, proprio tanto…

- Eheh… stavo pensando

E giù ricordi. Parliamo di tutto. Prendiamo in giro ancora i vecchi amici come una volta. Parliamo di cinema, di libri, di musica.

E poi un brivido mi attraversa la schiena. Mi paralizza. Ricordo tutto. Gli faccio:

- Shining!

- Shining?

- Sì, tu sei Mister Grady…

- Capisco…

- Eh si che capisci… ma perché?

- Perché cosa?

- Perché hai deciso così?

- Tu certe cose non le puoi capire. Sei fatto così. Non le hai capite prima non puoi capirle ora…

- Le avevo capite invece…

- E perché non hai detto niente? Perché non hai fatto niente? Cristo, non sai ora quanto ti invidio…

- Invidi me? Ma guardami…

- Si ti invidio. Hai pensato a te, solo a te.

- Ma non ho niente.

- Hai molto invece. Io non ho più niente.

- Perdonami se puoi. Non volevo, non sapevo che sarebbe andata così. Ho preferito girare al largo, far finta di niente. Ho preferito non parlare. Non ci riuscivo… e poi cosa volevi facessi? Cosa potevo fare?

Stringo gli occhi per paura. Per piangere. E ricordo come lo immaginai quando mi chiamarono. Stramazzato a terra su un pavimento di marmo e gli occhi spalancati. E tutti intorno a guardare come fosse un fenomeno da baraccone.

Riapro gli occhi e lui non c’è più. Ci sono ancora tutte quelle persone che non riconosco. Non ho voglia di alzarmi da quel maledetto letto. Ho voglia di svegliarmi. Ci provo con tutte le forze. Il mio corpo reale lo sento provare a muoversi ma è bloccato.

E vedo lei. Questa donna ben più anziana di me che mi saluta dall’altro lato della stanza. Ha i capelli corti e qualche ruga di troppo. Ma la riconosco. Non dovrebbe essere così anziana, oggi avrebbe quarantasette, forse quarantotto anni. Una vita difficile, forse. Ma è vestita bene ed è ancora bella così. Ha un casco da motociclista in mano. Mi si avvicina piano piano, si siede sul letto accanto a me e mi da un bacio sulla guancia con fare materno. E mi dice:

- Ciao rospo…

- Ciao bella, come stai?

- Saranno trent’anni che non ci si vede… io sto bene e tu?

- Bene, a parte tutto questo…

Indico la gente, lei annuisce e mi sorride. Quel sorriso in cui mi ero perso più volte tanto, troppo tempo fa, mi sembra ora più certo, più deciso. Nonostante sia manifestamente vecchia mi sembra più solare di allora, per quanto sia possibile. Impressioni, solo stupide impressioni, oggi come allora. Mi dice:

- Hai saputo di me, cosa faccio ora? Sono la presidentessa dell’Istituto Cultura Italiana di New York, vivo lì…

- Io ho perso il lavoro da poco…

- Mi dispiace…

- Beh, però sono contento per te… Hai avuto fiducia in te stessa, come ti avevo detto io. “Lascia perdere le altre persone, anche me… lascia stare quello che dicono, quello che pensano. Ne troverai tante altre. Tu pensa a te stessa che ce la puoi fare”.

- E ce l’ho fatta… ma mica è stato merito tuo…

- Eh sì, solo tuo…Poi sei partita e non sei tornata più.

- Eheh… sì, è stato il momento più bello della mia vita…

- Mi sei mancata un po’, sai?

- Ma dai…

- Si invece… lo sai che non sono del tutto normale…

- Sei solo masochista… E poi tu dicevi che ognuno doveva fare la sua vita, pensare a se stesso…

- Io penso a me stesso ogni secondo della mia vita. Distrattamente, ma in ogni secondo.

- E a me ci pensi ogni tanto?

- Solo ogni tre secondi, ma ogni tre secondi ti penso molto intensamente.

- Sei il solito bugiardo… infantile e bugiardo…

Sì, solite bugie, solite cose. Ancora oggi non so cosa sono, cosa penso. Chi sono. E mi incazzo, oggi come allora.

- Sì, sono un bugiardo. Non penso né a me stesso né agli altri. Sono un coglione e…

E mi sento mancare il respiro. Devo alzarmi dal letto, devo bere qualcosa. Mi precipito verso la cucina facendomi largo tra la gente. La cucina è vuota. C’è solo un tavolo in mezzo dove mio padre e mia madre borbottano fumando. Intanto un ragazzo sta pitturando le pareti.

Dimentico dell’acqua.

- Di cosa parlate?

Mia madre non alza lo sguardo. Risponde papà:

- Del fatto del lavoro…

- Papà, lascia perdere… è un casino…

- Ma cosa vuoi fare della tua vita? Eh? Ti sembrano questioni di principio da farsi?

- Papà, io non voglio capi nella mia vita…

- Tu non vuoi niente… Tu pensi, rifletti… sconclusionato… non si campa di filosofia… non si campa di cazzate… E gli altri? Agli altri non ci pensi? Non valgono niente le promesse, le speranze, le aspettative…

- Hai ragione papà…

Mia madre alza gli occhi perché vorrebbe dire qualcosa. Forse fermare la furia di mio padre. Ma anche mio padre ha negli occhi lo stesso sguardo. Hanno uno sguardo che non dimentico, uno sguardo che nei momenti di rabbia, nei momenti di gioia, quando ci hanno visto cadere e rialzarci hanno sempre mantenuto. Lo sguardo dell’amore che avevano anche guardando una nostra foto. La voglia di esporsi per noi, di battersi per noi. Quel che io non riesco ad avere per i miei figli e che vorrei con tutto il cuore avere. Ma non riesco a dire niente.

Di nuovo il mancamento, mi sento soffocare. Mi volto verso la porta della cucina e tutte quelle persone sono lì fuori dalla porta ad attendermi. Li riconosco tutti. Ragazzi e ragazze, anziani, bambini. Sono tutti lì per me a ricordarmi un’emozione, un momento, un errore. Li ricordo tutti in un solo momento. La mia vita. Insopportabile. Chiudo gli occhi di nuovo sperando di riaprirli e non trovarli più.

Il corpo finalmente torna a muoversi. Intorpidito, riapro gli occhi e sono sempre su quella panchina. Non so che ore siano, non porto l’orologio da parecchio tempo.

Non so che faccia possa io avere in questo momento, ma il Matto è sveglio e mi fissa. Ho dormito tenendo in mano penna e rivista. Faccio per alzarmi. Sono tutto sudato, la mia polo è una pozza di sudore. Il Matto mi guarda con gli occhi spalancati ma quasi assenti. Con voce impastata mi fa’:

- Ognuno fa quello che capisce!

- Eh si amico mio… e purtroppo di Delorean volanti non se ne vedono più da un pezzo in circolazione…

IGNOTO NUMERO 49 – DADDO ATTORE

Maggio 24, 2008 sbloggato 1 commento

Il momento di andare a dormire era, per Daddo, il più bello della giornata. Quella sera era tutto un po’ diverso. Era la sera prima della “Prima”. Preparò una camomilla quadrupla. Mandò un sms a Paola col suo vecchio Siemens C25. Si infilò a letto e si addormentò.

Un rumore sordo e duodenale lo svegliò. Com’è un rumore duodenale? E’ una botta che senti all’altezza dell’intestino e che risale tutto il corpo fino a colpirti sulla scatola cranica. Ti spinge ad aprire gli occhi, a svegliarti. Qualcosa non va.

Qualcosa non va, Daddo. Sono le tre e un quarto. Da un quarto d’ora dovresti essere all’Auditorium.

Daddo non si lava. Si veste ed esce di casa. E si mette a correre…

- Ma dove va Daddo?

All’Auditorium dicevo…

- E a fare cosa?

Lasciami raccontare. Dunque. Daddo era stato scelto nei provini per il ritorno alle scene di Carlo Allegorico…

- E chi sarebbe questo Carlo Allegorico?

Non sei un appassionato di teatro, vero? Carlo Allegorico non è un nome d’arte, il padre si chiamava Piero Allegorico… era appena finita la seconda guerra mondiale e, tra povertà e miseria, si sentiva il bisogno di ridere. E il padre decise di ridere del suo primo figlio. E di far ridere la gente.

Ma Carlo non ci stava. Eh no… Sessantottino della prima ora, militante di Lotta Continua, diventò un punto di riferimento per l’avanguardia teatrale italiana.

Poi, all’inizio degli anni ’80, si ritirò a vita privata. Perché pensava che ritirandosi sarebbe diventato leggenda.
Si sbagliava di grosso. Tutti si dimenticarono di lui.

Tutti. Finché un giorno la madre si ammalò gravemente. Ed espresse un ultimo grande desiderio. Rivedere l’amato figlio applaudito da tutti per il suo più grande spettacolo.

Come non rispettare il desiderio di una madre? Carlo scrisse la sceneggiatura di “San Pietroburgo, oggi: Italia vs Resto del mondo” in due giorni, chiamò un vecchio critico suo amico e in cinque giorni trovò un contratto per una serata all’Auditorium di Roma. Giornali e televisioni furono invase dal suo faccione ormai rugoso e dal suo nome accostato all’appellativo di genio.

Ai provini scelse Daddo e Paola. Due attori alle prime armi. Unici attori in scena. Allegorico disse loro che erano perfetti per la parte.

Paola, ragazza mediterranea e solare, era perfetta anche per andare a letto con lui. E ci andò.

Daddo si era invaghito di Paola. A parte questo, era piuttosto scettico sulla sceneggiatura. Ma Allegorico era un genio e non poteva rifiutarsi…

- Perché era scettico?

Perché la storia era ambientata nella San Pietroburgo pre-Rivoluzione d’ottobre. L’incontro tra il grande musicista Igor Stravinskij (Daddo) e una ragazza italiana (Paola), chiamata Maurina, come la madre (di Allegorico, naturalmente). Stravinskij non parla italiano, Paola parla esclusivamente italiano. Ma Stravinskij conosce l’inglese. Ritenendolo maggiormente comprensibile all’italiano, cerca di intrattenere una conversazione con Paola in inglese per rimorchiarla e portarsela a letto. Maurina non conosce l’inglese, ma è consapevole di avere di fronte a se il maestro. E vorrebbe portarselo a letto. Giusto per poter raccontare alle amiche di essere stata con una celebrità. E allora Maurina risponde in italiano. Non si capiscono ma parlano per un’ora e mezza filata. Ecco la trama.

Una cazzata, pensa Daddo. Ma è avanguardia. E Allegorico è un maestro.
E allora zitto e vai avanti, Daddo. Ma un altro problema si pone davanti a Daddo nel copione. Stravinskij parla in inglese. E Daddo non conosce l’inglese.

- E come fa?

Infatti… dicevo… si rivolge a Allegorico che gli chiede espressamente di non imparare niente d’inglese.

“Leggi l’inglese con i suoni dell’italiano. Ad esempio, qui We are the champions, leggi ve are tee chiampions”.

“Ok maestro… se lo dice lei maestro…”

Ora Daddo è arrivato a teatro. Allegorico non è preoccupato dal suo ritardo. Paola è incazzata invece. Gli dice che allora è proprio un coglione.

“E poi che cazzo di messaggi mi mandi? Ma che ti sei messo in mente?”

Daddo non parla, con un gesto della mano la manda a fanculo. Non sa che la sera prima, leggendo il messaggio a Carlo nel mezzo di un amplesso, sono scoppiati a ridere insieme e hanno ripreso a fare sesso con ancora più vigore.

Intanto la scena è pronta. Hanno speso vagonate di soldi per l’allestimento.

La madre di Allegorico è stata sistemata in fondo alla sala, con letto da corsia e una bombola d’ossigeno gigantesca in modo da poter prendere il giusto riconoscimento all’aver messo al mondo un genio. Applausi. Applausi per suo figlio. Applausi per lei.

Giganteschi condizionatori per simulare il freddo polare dell’inverno di San Pietroburgo. Neve artificiale sulla scena.

Agli spettatori sarebbero state distribuite pellicce all’ingresso.

Ora, la sala era quasi piena. Era stata annunciata anche la presenza del Re Censore.

- E chi sarebbe?

Il Re Censore era stato recensore di teatro per i quotidiani di sinistra negli anni ’70. Formatosi nella FGCI, era poi stato “acquistato” da un nuovo Premier di centrodestra negli anni ’90. Nel marasma dei giorni seguenti al suo omicidio, era riuscito a farsi incoronare Re d’Italia e a riportare la monarchia in Italia.

- Ma non è verità!

E non protestare… che ti aspettavi che ti raccontassi? Volevi il sottotitolo “Da una storia vera”? E’ fantasia, tutta fantasia. O quasi.

Dunque, dicevo. Il Re Censore non faceva altro che andare a teatro, a concerti. Per incutere timore agli artisti e non permettergli di criticare la monarchia. Altrimenti… testa mozzata, a loro e a tutte le loro famiglie.

Daddo era preoccupato dalla presenza del Re Censore. Aveva paura per la sua testa. Povero Daddo.

Ma era la sua grande occasione. L’occasione per farsi conoscere. L’occasione per diventare un grande attore. “Daddo il grande”, “L’Al Pacino italiano”… già vedeva i titoli dei giornali del giorno dopo.

La sala era quasi piena, il Re Censore era in prima fila, la signora Maurina era in fondo alla sala.

Si accesero i condizionatori con un’irruenza incredibile.

Una voce invitò gli spettatori a spegnere i cellulari.

Luci spente. La voce di Paola risuonò nella sala:

“Un vento a trenta gradi sotto zero incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve. Un giorno sulla prospettiva Nevskij per caso vi incontrai Igor Stravinsky.”

Si accendono le luci. Daddo e Paola si muovono affannosamente sulla neve sintetica. Si guardano. E cominciano il loro dialogo assurdo, tra parole di Battisti (o meglio di Mogol) e di Lennon, di De Andrè e di Springsteen, di De Gregori e di Dylan. Ed altri, ed altri ancora.

Inizia il parlottio tra il pubblico. Il volgo pensa sia una cazzata incredibile. I radical-chic che sia geniale.

Daddo e Paola non si muovono. Non devono muoversi. Devono guardarsi e parlare. E Daddo deve rendersi ridicolo agli occhi del pubblico con il suo inglese foneticamente italiano. E si è già reso ridicolo agli occhi di Paola.

Suona un cellulare. Suona e continua a suonare. Daddo e Paola continuano a declamare frasi in idiomi diversi e assolutamente non attinenti tra loro.

Il Re Censore risponde al cellulare.
“Pronto… ah si, sei tu… sto a questa cazzata di quel cazzo di coglione di Allegorico… si, lo stronzo… quel cretino… si, e poi ci stanno due che fanno pena… ha preso uno che non sa neanche l’inglese… si… quell’altra però è bona… me la farei…”

Silenzio in sala. Il pubblico applaude sul “me la farei…”.

“Bravo… Viva il Re Censore!”

Il Re Censore si alza in piedi e si prende gli applausi della sala. E Daddo non ci vede più. Non sa che cosa accadde, perché prese la decisione…

“ci vuole poco ad immaginar quello che state per pensar, ridete pure se vi pare ma non dovreste giudicare. Se questo modo di pensar a voi non va cercate solo di capir che non facciamo male mai”.

Prima frase comprensibile di Stravinskij ed ultima dello spettacolo. Stravinskij (ergo, Daddo) si lanciò sul Re Censore massacrandolo di cazzotti. Non intervenne nessuno, neanche le guardie del corpo. Nessuno ne poteva più di lui. Il Re Censore non fu trasportato in ospedale quando Daddo ebbe finito il suo lavoro. Morì all’auditorium. E tutti applaudirono.

Nessuno avrebbe più dimenticato Carlo Allegorico. Questa volta era davvero entrato nella storia. Il maestro aveva creato Daddo, un nuovo genio, il nuovo idolo delle folle. Daddo era pronto ad una folgorante carriera, alle prime pagine di tutti i giornali… i giornali avrebbero davvero scritto, il giorno dopo, “Daddo il grande”. Forse non “L’Al Pacino italiano”. Pazienza, pensò Daddo.

All’applauso non poteva purtroppo partecipare la signora Maurina. Non poteva, immobilizzata nel suo letto. Ma non poteva ascoltare neanche il giusto tributo all’ultima opera di suo figlio, del suo genio. Il figlio, preoccupato dalla riuscita del suo ultimo sforzo, aveva dimenticato la pelliccia per lei. Era morta assiderata.

Questo stupido racconto lungo è dedicato a Daddo. Che non è assolutamente quello del racconto. Perchè Daddo sarà un grande attore per talento, passione e volontà. E per me un grande attore lo è già.

IGNOTO NUMERO 47 – MIRACOLO ITALIANO

Gennaio 14, 2008 sbloggato 1 commento

Il miracolo italiano ha inizio più o meno di sei anni fa al di fuori dei confini italici, ad Hammamet, in Tunisia. E’ una storia lunga da raccontare e la conosco solo in parte. Eccola comunque qui, per quanto riesca a riassumerla, ricostruirla ed immaginarla.

Un giorno d’estate. Niente a che vedere con presunti socialisti morti in esilio. Livio ha più di trent’anni ed è all’ultimo giorno di vacanza. Impiegato dell’Inps, solitario, introverso. All’ultimo giorno di vacanza conosce Jasmine, ventenne tunisina. Ma non è questo il miracolo che vi devo raccontare. E non lo è nemmeno il fatto che Livio, romano, dopo due mesi torni ad Hammamet per portare con se Jasmine e sposarla.

Il miracolo avviene quasi sei anni dopo. Jasmine ha ormai ventisei anni ed è già stufa della sua vita italiana. Lontana da come l’aveva immaginata pochi anni prima, oggi ha una sola amica, Gisella. Spesso, la sera, questa passa a prenderla con la sua Polo, per andare al cinema, fare una passeggiata, due chiacchiere. Livio è troppo stanco per uscire. Alle nove già dorme ed è un brutto semiquarantenne.

Nel settembre di quest’anno entro in scena io. Esco da solo, come quasi sempre. Un altro solitario nella storia. Non per scelta ma per obbligo. Per tenermi lontano dai casini. Ho venti anni, mio padre è ambasciatore francese in Italia, ma io sono romano a tutti gli effetti. Non amo la mia posizione e non la do a vedere. Ho odiato le scuole in cui ho studiato, sono un diverso. A volte penso di vivere in un mondo troppo lontano dalla realtà. Quello della mia mente.

Dicevo, è settembre di quest’anno quando l’incontro a Campo de’Fiori, seduta ad un bancone con Gisella. Io mi siedo lì vicino, le faccio cadere il cappotto. Glielo raccolgo, le chiedo scusa. Non è che la consideri più di tanto. Poi l’amica va in bagno, lei si gira verso di me e comincia a parlare. Cominciamo a parlare. Afferro subito l’accento francese. Io, francofono per padre, anglofono per madre, dopo un po’ comincio a parlarle in francese, raccontandole che avevo avuto un buon professore di francese a scuola.

Gisella torna. Noi continuiamo a parlare, in francese, come se lei non ci fosse. Gisella si spazientisce e vuole andarsene. Senza starvi a raccontare i nostri discorsi che vi annoierebbero di certo, se non vi siete già annoiati… beh, in soldoni… Gisella se ne va e lei resta con me. Non è neanche questo il miracolo italiano. Potrebbe essere un miracolo francese, niente di più.

Io mi do un tono dicendo che ho ventisette anni. Lei fa finta di crederci e tralascia di dirmi che è sposata. Io, da par mio, tralascio tutto di me. Fingo e mi diverto. La riporto a casa con i mezzi pubblici (sic!), che poi di notte nella cosiddetta città eterna sono veramente pochi… ci scambiamo i numeri di telefono e io torno in taxi alla “residenza reale”.

Da allora in poi continue sue telefonate. Andiamo ovunque si possa andare. Quasi ogni giorno. Di mattina, di notte, di pomeriggio. Quando lei vuole, dove lei vuole. Alla fine dell’anno mi ha accartocciato e messo in tasca.

Ma non è questo il miracolo italiano. Il miracolo italiano vero e proprio avviene pochi giorni fa. E’ l’otto gennaio, le sei e mezzo di sera, più o meno. Mi chiama al telefono piangendo, dicendomi di correre a casa sua. Ed io corro. Corro, che non avevo mai corso così. Arrivato sotto al portone non so a quale campanello suonare. La chiamo, ottavo piano. Mi apre. E corro per le scale. Entro in casa. Lei è lì che mi aspetta. Non capisco perché pianga. Piange, piange. E poi facciamo l’amore. E, nel frattempo, come nel più classico dei film, entra lui, Livio. E Livio non capisce più niente. Non fa niente. Sviene. Sfinito dal lavoro o da un matrimonio eccessivamente improvvisato. Livio si credeva un principe azzurro. Per Jasmine forse lo era stato. Ora era il ricordo di un passaporto, direzione Italia, Europa. Mi dice di andare. Una situazione irreale. Indossati i vestiti, prende la borsa e scendiamo le scale lentamente senza parlare.

Facciamo qualche metro per strada, sempre in silenzio. Poi ci fermiamo. E penso a cosa fare. “Vieni a casa mia”, le dico, senza sapere ancora come giustificarla alla mia famiglia e soprattutto ai “rituali diplomatici”.

E lei scoppia a ridere. Mi ride in faccia. Dalla borsa sfila un biglietto della Lotteria Italia. Presumo vincente. Spero per lei.

E’ in quel biglietto il visto per una nuova vita. E’ quello il miracolo italiano. Il miracolo dei soldi facili. Il miracolo dei soldi a chi servono.

Lei non vuole me. Lei non voleva suo marito. Lei rivuole la sua vita. Io e quel biglietto vincente gliel’abbiamo restituita. E’ il miracolo dell’Epifania, il miracolo della liberazione di noi tre, Re Magi contemporanei, arrivati a Roma per rendere omaggio al destino. A lei l’oro, a me l’incenso, a lui la mirra.

Osservazioni dell’autore:

  1. Il racconto è una mezza schifezza, completamente diverso, alla fine dei conti, di come lo avevo concepito. Nella mia mente filava, eppure… Gli ingredienti dovevano essere: l’illusione del “miracolo italiano” per gli immigrati, la speranza del gioco d’azzardo, la necessità di espiare i propri peccati e le proprie mancanze, la casualità, unico vero motore della vita umana. Questi elementi ci sono più o meno tutti ma non mi piace. Ormai l’ho scritto e lo pubblico.
  2. Qualcuno mi sa spiegare perchè non riesco più ad uccidere nessuno?!?!?