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APPUNTI – IO, IL BAMBINO AFRICANO E LA FIGURINA

Dicembre 30, 2009 sbloggato Lascia un commento

Mi dicono
“sai bello
se l’avessi io
la vita che hai tu”
io mi chiedo
che faresti
circondato
da gente
che pare
che loro
sono i famosi
bambini africani
metro di paragone
per la misura
di quanto
sia bella
la vita occidentale
e il problema
è che baby africano
non sono neanche io
so voi come vivete
e le vostre priorità
non mi piacciono
non mi piacete
non sono mie
non direi mai
che la vita è inutile
è bellissima
meravigliosa
ho fatto tutto
dato tutto
vinto e perso
tutto
ogni cosa
se voi dormite
son cazzi vostri
se vi svegliate
la mattina
con la voglia
di fare, dire
è bello
tutto molto bello
io sopravvivo
dormo per svegliarmi
con un altro giorno
sulle spalle
e poi poter dormire
di nuovo
e continuare così
a difendere
voi che siete
il mio passato
e che non sarete
mai
presente nè futuro
perchè non posso
decidere per alcuno
e neanche
per chi
non sa e non vuole
vivere la vita
che voi vorreste
consapevole
di non poter scambiare
la propria figurina
con alcun bambino africano
che vorrebbe sopravvivere
in questo fantastico
mondo di merda
che tanto vi piace.

APPUNTI – OGNI GIORNO

Dicembre 29, 2009 sbloggato Lascia un commento

Ogni giorno
mi sveglio
busso alla mia porta
per vedere se sono dentro
fischietto
attendendo una risposta
ogni giorno
salgo in macchina
accesa
esco dal finestrino
a folle in discesa
e poi mi guardo
ringranare la marcia
e andarmene via
ogni giorno
ti lascio un posto
quello vicino al mio
pensando che forse
potrò cederti quanto ho
per non saperne più
di poesia, musica
Hitchcock, Allen
letteratura americana
per liberare la mente
mettermi a dipingere
e poi
come ogni giorno
andare a letto
sperando di ritrovarmi
dentro casa
quando la mattina dopo
busserò alla mia porta
e casomai
come in un film americano
di scarso spessore
trovare un giornale
sullo zerbino
che mi dice che oggi
è il ventinove
dicembre
duemilasette.

IGNOTO NUMERO 63 – L’ULTIMO UOMO AL MONDO

Settembre 10, 2009 sbloggato 2 commenti

“L’uomo è una creatura che sa presto, ma mette in pratica tardi”
(Johann Wolfgang Goethe)

Salendo le scale di casa sua l’ultimo uomo al mondo sentì un peso nelle gambe. Acido lattico, si disse. Da una tasca sfilò le chiavi di casa. Caddero pochi spiccioli, gli stessi che da una vita aveva nei medesimi vecchi pantaloni. Entrò dentro casa, sistemò le sue cose. Mise su un cd e prese a dormire. L’estate era finita ed era quasi fresco. Libero di vivere nella sua casa impolverata, l’ultimo uomo al mondo respirava un’aria differente. L’aria di chi non ha niente più da perdere e di chi sa che niente tornerà. L’aria di chi, occhi chiusi e mani sul petto, vive la vita come la vuole.

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Now playing: Vangelis – Chariots of Fire
via FoxyTunes

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APPUNTI – FLUSSI E RIFLUSSI

Giugno 1, 2009 sbloggato Lascia un commento

Tu mi presti la tua macchina e non mi dici che ha un angolo morto!?!?
(Biff Tannen)

Alla vita,
perchè alla fin fine
per quante volte puoi rifarla
esce sempre uguale.
Come la proprietà commutativa dell’addizione
cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.
O, per dirla alla me:
da ‘na mela ‘n’ ci può ’scì ‘na pera.

Ritrovare il tempo.
Il flusso, il flusso.

Trovarmi e ritrovarmi
lì dove ho venduto
i miei pensieri.

Restano parole dette.
Parole scritte.
Cerca in quelle taciute
in quelle non scritte.
Guarda dove è rimasto.
Il tempo, intendo.
Lascia perdere quel cazzo d’orologio.

In un pub irlandese
brindo con i miei nemici.
Offro io.
Pago con cose già dette
con cose già scritte.
Restano a terra
con cicche di sigaretta.
Spazziamole via.
Anzi, spazzale.
A me non va.

Si vende, si compra.
Compriamo, vendiamo.
Diocane, decidiamolo
sto cazzo di prezzo.
Una volta per tutte.
Dov’è la dignità?
In ciò che non si dice
per amor proprio?
La dignità
non è forse la verità?

O siamo tutti nanetti?
Ma dove cazzo vai?
Giovani bionde
attirano vecchi stempiati.
Io, giovane stempiato,
taccio.

E tu dove vai?
Stanchezza.
Hai ragione,
anch’io sono stanco.

Parole non dette,
parole non scritte.
Il silenzio non fa la storia.
La storia finisce
se non la compri.

Chi lo fa il prezzo?

Dormiamo.
Dormiamo.
Dormiamo.

Eccole le parole non dette.
Ecco le parole non scritte.
Parlano.
Leggi.

Leggi che non esisto.

Versi patetici,
sgrammaticati,
senza rime
senza metrica.
Senza un senso.

Ciò che non è non fa ombra.
Non puoi più ripararti
dietro di me.
Nè dal sole
nè dal vento.
E dove vanno a finire chi lo sa.

E tu che cazzo vuoi?
Non chiedermelo!
Non lo so!
E che cazzo!

Il flusso mi riporta lì
dove ho venduto me stesso,
dove mi hai portato via
le parole non dette
quelle non scritte.

Quando ho venduto
la mia dignità
in cambio di un po’ di tranquillità
per la mia autostima.
Lì c’era una spiaggia
una palma
e un chioschetto.

Oggi che ci torno,
oggi che il tempo non c’è.
Oggi c’è una statale.

Miriana al bordo della strada
per l’ultima volta ballerina
alza una gamba
salta
e viene spazzata via.
Un tir carico di frutta.
Un cieco rimane inorridito alla vista.
Un sordomuto mena il cieco.
Un bambino mangia un hotdog.

Ecco cosa mi hai lasciato.
Parole non dette e non scritte
di pensieri senza alcuna logica.

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Now playing: Giorgio Canali & Rossofuoco – Lezioni di poesia
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 61 – TOTONNO E IL SUO LETTO APPROSSIMATIVO

Aprile 22, 2009 sbloggato 2 commenti

“…quel sonno mirabile, di cui dormono solo i fortunati che non sanno che siano né emorroidi, né pulci, né troppo elevate capacità intellettuali”
(Nikolaj Vasil’evič Gogol’)

Il letto io lo preparo al principio di ogni settimana. Perfetto. Già passato il primo giorno, ogni mattina mi rifiuto di rimetterlo in sesto e la notte vado a dormire con l’incubo di non riuscire a prender sonno. L’incubo delle lenzuola aggrovigliate, del coprimaterasso che si sfila e delle gambe che raspano. E’ l’incubo del pigiama – se così possono esser definiti un paio di pantaloncini e una maglietta di un decennio fa -, spiegazzato, rimasto tra i panni gettati sul letto al mattino e rigettati sulla sedia alla sera. Una montagna di panni. Che puzzano.

Infilatomi con il mio “pigiama” in questo letto approssimativo prendo a leggere una, due, tre pagine di qualsiasi libro io abbia poggiato sulla mensola sopra il letto. Ci sono libri che non so perché leggo. Non mi piacciono, li detesto. Ma mi sento obbligato.

Cerco una posizione consona alla lettura. Difficile in quell’intrico di stoffe, peli e pelle. Mi chiedo perché leggo. Ho riempito la mia testa di parole, di frasi. Di libri, canzoni, film e quant’altro. Ho riempito la mia testa di parole di altri uomini, convincendomi quasi che la vita sia tutta quella che avviene nella testa. Tra il dire e il fare mi avete costretto a scegliere il dire. Convincendomi che l’unica grande paura nella vita è quella di morire senza aver detto un cazzo. Rifletto mentre leggo: l’unica grande paura nella mia vita è quella di morire senza aver fatto un cazzo.

Tre pagine lette alla meno peggio, saltando qua e là tra parole che attirano il mio interesse. Non penso di aver mai letto tutte le parole di un libro. Ci sono frasi che sono assolutamente inutili, alcune talmente inutili che sono quelle che alla fine mi colpiscono di più. Quando capisco che un periodo è inutile lo salto. Quando capisco che quel periodo è totalmente inutile lo leggo e lo rileggo.

Prendo sonno a difficoltà. Chiudo gli occhi.

Sarà passato qualche minuto ed ecco il primo colpo di tosse. Dovrò decidermi prima o poi di smettere di fumare ma la mia coscienza me lo impedisce. Le sigarette sono lì a ricordarmi che c’è anche un corpo.

E’ strana la vita di chi è sempre “troppo”. Totonno è sempre stato troppo. Troppo intelligente, troppo “intellettuale”. In un certo qual modo, egocentrico. Totonno sa colpire le altre persone, le colpisce nell’intimo. Ma Totonno è troppo. Uno così se la sa sempre cavare. E alla fine si trova solo perché lui non ha bisogno di aiuto. E nessuno lo vuole aiutare. C’è sempre chi ha più bisogno di lui. C’è sempre chi è più di lui. Totonno è un mediocre ma bravo. Un bravo ragazzo. Un ragazzo geniale. Integro. Ricco. O meglio, un povero con soldi. Totonno non ha bisogno di nessuno.

E alla fine è sempre lì, in quel letto approssimativo. Sul letto approssimativo ha tempo per se stesso. Pensa. In realtà Totonno pensa molto poco a se stesso. Anche quando pensa a se stesso pensa alle altre persone. A volte a uno scherzo da fare, a volte come colpire, come attirare l’attenzione. Totonno attira l’attenzione, sa come fare. Totonno sa cosa interessa agli altri, di cosa parlare, come comportarsi. E’ un animale sociale che riesce a farsi amare od odiare a suo piacimento. Come vuole lui.

Totonno vive nell’incubo di ritrovarsi da solo. Non si compiace di se stesso. Ha titoli che valgono come carta straccia. Sa dire ma non fare. Non fare abbastanza. Totonno si accontenterà di una vita da precario? Totonno ha bisogno di qualcosa. Totonno cerca il cambiamento.

Totonno parla in terza persona come fanno gli imbecilli. Ma sono poi tanto intelligente?

Non credo. Ecco perché i miei titoli, le mie qualità sono carta straccia, come dicono gli invidiosi finché quei titoli, quelle qualità non le hanno pure loro e le guardano avidamente da lontano.

Nella lotta di classe io mi metto dalla parte dei sensibili. E siamo pochi. I sensibili non danno a vedere la loro sensibilità, se la tengono per loro e la cacciano nei momenti consoni. E la sfogano in quelli inopportuni. Quelli che non hanno mai fatto ciò e si ritengono sensibili, si chiamano “cretini”. Non sono insensibili, sono una terza categoria. Compito del sensibile è poi imparare a gestire la sua sensibilità. Io ancora non ci riesco. Ci provo.

La lotta della mia classe per la conquista del mondo non ha alcuna possibilità di vittoria.

Mi riaddormento a questo pensiero con la faccia sul cuscino reclinata di lato, con la paura di non dire o non fare abbastanza.

Dormo e nel sogno c’è una persona che mi scuote urlando “che cazzo stai dicendo?”.

Apro gli occhi di colpo e tutto trema attorno a me. Il cellulare dalla mensola mi cade in testa. La lampadina trema come così tutto attorno. Ci metto un po’ per capire che “trattasi di terremoto”. Non ne sentivo uno così dal 1984 ma allora ero troppo piccolo e non ricordo assolutamente. Comincio a pensare a tutte le regole da seguire in questi casi: architrave portante, niente scale… mentre sciorino al povero arredamento della mia stanza ricordi annebbiati di qualche antica lezione scolastica la scossa è terminata. A questo punto mi alzo e vado in cucina.

Mi accendo una sigaretta, guardo dalla finestra e gli alberi sono ancora in piedi. Ho sognato tutto.

Accendo la televisione e il telegiornale dice : “Scossa di terremoto a Roma”. La mia casa è andata, penso io. Me la sono scampata ancora una volta. Forse perché ho ancora molto da dire, o ancora molto da fare. Non so perché ma penso. Penso che forse è vero che non si deve fare filosofia sui sentimenti. Forse è vero che sono proprio stronzo. Poi le persone che ami scompaiono e non fai nemmeno in tempo a dir loro che era filosofia a fin di bene. E non lo sapranno mai. Alcune situazioni sono irrimediabili.

Torno a letto. Non riesco a prender sonno. Il letto è ormai irrimediabilmente approssimativo. Non tutte le situazioni sono irrimediabili. Solo alla morte non vi è rimedio, ma non sono neanche sicuro che sia così. So ad esempio di persone che si risvegliano. A volte sono chiuse nelle loro bare sotto terra. Poveri loro.

Mi faccio una promessa. Poco dire e molto fare. Ma come fare da solo?

Mi giro nel letto, faccia rivolta verso il muro. Mi torna in mente qualche pubblicità della televisione di quando ero piccolo (un Grunding, chissà se esiste più). Qualche canzoncina. La sigla del “Pranzo è servito” con Corrado. Chissà perché. Sorrido. La notte quando sono a letto vorrei che arrivasse qualcuno a rimettermi il coprimaterasso in ordine. Così, che io non me ne accorga. Le lenzuola belle stese. Della maglietta spiegazzata non me ne frega granché, posso sempre prenderne un’altra. Dall’armadio. Ne è pieno zeppo. E’ a due passi. E’ un attimo.

Penso che non è una notte da incubo, ce ne sono state di peggiori. Il cellulare è ancora sul letto da quando è caduto. Lo sento sotto la pancia, tra la maglietta e il cosiddetto coprimaterasso.

Lo prendo in mano per vedere l’ora. Sono già le cinque del mattino, non ho pensato né detto né fatto grandi cose neanche questa notte. Nessuna chiamata, nessun messaggino del cazzo. Non è l’ora né il caso di farne. E penso quando una volta Totonno era a letto e giocava con lei – lo stato di dormiveglia gli da la sensazione di averla addosso, ancora-. E lei poi disse di lasciarla dormire. E lui cominciò a parlare. E poi dormirono. E poi lei la mattina gli disse che quella notte era stato proprio bravo… a parlare. Prima non gli veniva da ridere né da piangere. Ora sì, tutte e due le cose. E non la sente più addosso. Quasi dorme. Quasi.

Spersonalizzazione. Così si chiama parlare in terza persona di se stessi.

Ecco, ha trovato il termine. Per dire. Non per fare.

Io, da solo, spossato, cerco di dormire. Cerco aiuto da me stesso.