APPUNTI – GIOCHI DI RUOLO

al finire dei giorni cupi
di quell’estate fatta d’inverni
lei mi gettò giù dal mio letto
cercando di urtarmi i nervi
le dissi signora la prego la smetta
di giudicarmi un animale
la stanza è spoglia è vero ma giuro
non ho intenzione di farle del male
mi prese da un braccio
mi disse forza
è ora di andare un po’ a camminare
uscii di casa sovrappensiero
cercando un posto dove andare
fermai una ragazza le chiesi
mia cara conosce un posto
dove io possa dormire
un luogo dove si possa ancora sognare
senza rischiare di dover morire
mi disse senta io non ho tempo
con una mano mi spinse sul petto
restai a guardarla senza parole
senza capire che avessi fatto
mi stesi a terra sul marciapiede
dormii ancora sognai di nuovo
guardai passarmi sopra di gente
troppo distratta dal proprio ruolo

IGNOTO NUMERO 78 – FANTASMI O GIU’ DI LI’

Mentre il lenzuolo prendeva sembianze inumane, me ne stavo lì cercando un pretesto per chiudere gli occhi e una giornata inconcludente. La testa girava a mille e, pur frugando a più non posso, non trovavo alcuna idea capace di convincermi ad alzarmi da quel letto e rimettere in sesto una situazione inaccettabile.

Non riuscivo a prender sonno, dicevo, e la sensazione era piuttosto sgradevole. Il mio letto era soppalcato ed ero troppo sbronzo per scender le scale. Sinceramente, non sapevo neanche come ero salito fin là sopra.

Vidi entrar dalla porta una figura scura che mi sembrò mia madre, venuta a trovarmi nella casa dove mi ero trasferito da qualche tempo.

Vidi i suoi capelli gonfi di ricci sbucare dalle scalette che portavano fin sopra il letto matrimoniale che mi ero ricavato in quella stanza minuscola affittata da un viticoltore francese.

Poi non la riconobbi più, guardai il volto di mia nonna avvicinarsi con aria cattiva e allora, in un solo attimo, coprii la mia faccia del lenzuolo disfatto. Sentii coprirmi di botte e rancori, poi aprii gli occhi e la vidi in un angolo della mansarda a stirare, poi ancora la vidi parlarmi di me e del futuro e di quello che.. poi mi svegliai ed ero a dormire sotto le scale, il mio amico era lì che le scendeva con una tunica bianca addosso e mi diceva numeri da giocare.

E io li segnai e pensai di ringraziarlo ma non ce la feci, la mia mente era affollata dal pensiero di aver abbandonato il mondo nel momento più serio. Cosa ero io per meritarmi tutto questo?

Cosa avevo fatto per meritarmi tutto l’amore del mondo, in quella notte di lenzuola scomposte e coperte intricate, in quella notte che io avrei dimenticato volentieri per poi svegliarmi in un altro giorno guardando dormire vicino a me chi aveva scelto una morte un po’ peggiore di quella che le avrei offerto io?

Null’altro che addormentarmi ed attendere il passare di un’altra nottata inutile e senza pretese.

(“Fantasmi di ombra, fantasmi di luce, click!”, acrilico e carboncino di Flavia Barbera, 2010)

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IGNOTO NUMERO 74 – IL GIORNO DELLA FINALE DEI MONDIALI DI LACROSSE

Il giorno della storica finale dei mondiali di Lacrosse tra i nativi irochesi e gli Usa, me ne stavo nel traffico, bloccato da un incidente qualche chilometro più avanti. Intendiamoci, non dovevo tornare a casa per vedere in televisione la partita, volevo giusto collocare gli eventi nel tempo. E poi ho sempre avuto una particolare simpatia per gli irochesi e per gli indiani in generale. Gli indiani americani, ovviamente. Avevo sempre detestato i cowboy. Troppo facile stare dalla loro parte. Da par contro avevo sempre sognato di vivere nel vecchio west. Avrei voluto fare il maniscalco, entrare nel saloon a bere whiskey e giocare a carte, con quattro baldracche che chiamano dal piano di sopra. E poi sfidare a duello qualcuno. Con la pistola, il mattino dopo. E guardare nella foto della tomba se c’era ancora scritto il mio nome. Ripensandoci bene, credo che avrei sempre voluto viaggiare su una Delorean volante e non vivere nel vecchio west. Le cose sono tra loro collegate, a ben pensarci.

Comunque, ero bloccato nel traffico. Un incidente qualche chilometro dopo, dicevo. Stavo tornando dal mio nuovo lavoro. Da quando Lisa se ne era andata, suo padre mi aveva licenziato. Era passato un bel po’ di tempo ormai. Non trovavo nessuno disposto a pubblicare il mio romanzo sul coccodrillo che viveva tra gli alligatori. Dicevano che l’esistenzialismo era passato di moda. In qualche modo dovevo pur sopravvivere. Dopo aver dato fondo a tutti i soldi che avevo, mi ero riciclato in diversi mestieri. Avevo anche fatto il fenomeno da baraccone per un circo dandomi martellate sulla testa. Alla seconda martellata caddi a terra, mi ricoverarono in ospedale, feci colpo su una vecchia dottoressa prossima alla pensione e mi tennero lì per un po’. Vitto e alloggio a spese dello stato: ero nullatenente. Poi uscii, tornai a casa di Lisa (ancora avevo le chiavi) e il giorno dopo cercai un nuovo lavoro. Facevo l’uomo-sandwich per un night-club. Ma questa è un’altra storia.

Me ne stavo ancora imbottigliato nella coda e le auto non sembravano muoversi. Una settimana prima avevo incontrato Lisa dopo tanto tempo. Le dissi che l’avevo cercata, che era scomparsa senza una spiegazione, che nemmeno suo padre sapeva dov’era, che eravamo tutti molto preoccupati. Non le dissi che vivevo ancora a casa sua, lo sapeva. Non le dissi nemmeno che il padre mi aveva licenziato, sapeva anche quello. Ero una persona alquanto scontata. Immaginare, nei miei riguardi, equivaleva a sapere.

Mi disse che ora stava con un uomo vero. Bene, dissi io. Disse che le sembrava fosse passata una vita dall’ultima volta. Bene, dissi io. Mi parlò del suo nuovo vivere. Non la stetti a sentire più di tanto. Aveva cambiato il modo di parlare. Mi pareva parlasse con frasi fatte e, ancor peggio, mi pareva felicissima ogni volta che ne utilizzava una. Battute scontate, frasi fatte. Era peggiorata.

Tornando a casa sua, ormai casa mia, mi dissi che era stato meglio così. Poi di notte non riuscivo a dormire. Mi ricordai che io e Lisa ci eravamo conosciuti dentro un bagno. Lei faceva qualche lavoretto dopo la scuola in un bar, aveva appena pulito il cesso e io dovevo andare per forza a cacciare tutto. Mi disse di andare fuori, ma aveva appena nevicato, così la supplicai. Le dissi che l’avrei fatta tutta e avrei ripulito il bagno. Una volta svuotata la vescica mi mise in mano una scatola di detersivi e si mise lì a guardare. Pulisci bene, mi diceva. Si divertì.

Sono le piccole cose che fanno una storia come quella tra due mentecatti come me e Lisa. In fondo non c’eravamo mai piaciuti per davvero ma eravamo affascinati l’uno dall’altro perchè, per qualche strano motivo alchemico, ogni nostra piccola azione trascinava l’altro in situazioni tragicomiche. E quella sera mi chiedevo se davvero mi mancava e dissi che sì, mi mancava, ma non quella Lisa del pomeriggio. Mi mancava quella che avevo. Poi mi chiesi se avevo fatto tutto il possibile per non farla andar via e mi risposi che no, non l’avevo fatto. Forse avevo dato tutto troppo per scontato, forse le avevo riempito troppo la testa di promesse inesaudibili tratte qua e là da romanzi e canzonette. L’avevo convinta che saremmo diventati qualcuno. Insieme. Lisa non era una rincoglionita, aveva fiutato la fregatura. Forse troppo in ritardo, per questo mi dispiaceva di averla persa, di solito le altre donne la mia puzza la fiutano fin dall’inizio. Questione di chimica. E di deodorante, forse. Pensai che dovevo fare qualcosa, quella sera nel letto. Pensai che eravamo ancora in tempo. Ma ero troppo pigro. Accesi la televisione e guardai uno dei tanti telefilm sulla vita in ospedale che tanto andavano di moda a quei tempi. Mi addormentai dicendomi che il giorno dopo avrei fatto qualcosa, pensando che alla fine qualcosa sarebbe successo. Forse Lisa sarebbe tornata da sola. Ero una persona troppo pigra. Lo sono sempre stato.

In quella settimana Lisa non tornò e non sarebbe tornata neanche nelle successive. Io la pensai ma ero molto più preoccupato della mia sopravvivenza. Cercai di dire a me stesso che non potevo sopravvivere senza di lei ma era una scusa. Ne sentivo la mancanza ma mai quanto sentivo la mancanza di un buon pasto. Non avevo soldi e non cucinavo abbastanza bene. Ero un disastro.

Ma in quel momento, tornando agli eventi che stavo raccontando, ero imbottigliato nel traffico. Faceva caldo e sudavo nonostante l’aria condizionata e i finestrini aperti. La macchina era del padre di Lisa. Avevo tenuto anche quella. Accesi la radio del mio ex suocero e ascoltai la sua cassetta di Joan Baez. Quattro volte, da un lato e dall’altro. La radio non aveva l’autoreverse, fui costretto ad affaticare le mie mani. Il mio ex suocero diceva di essere stato a Woodstock. Tutti quelli della sua generazione dicevano di esserci stati: avevo calcolato che, stando alle affermazioni di ognuno, l’affluenza a quel concerto fu di quasi un miliardo di persone. Una volta avevo fatto partecipe di questo calcolo mio suocero, il quale mi rispose “A quel tempo avevano paura di noi giovani, Marvin. Non eravamo dei rammolliti come voi. Eravamo forse più di un miliardo, le fonti ufficiali diedero dati differenti sulla partecipazione per sminuire il nostro movimento”. Non ribattei, voce sprecata e io odiavo gli sprechi. Ritornando alla cassetta, non ho mai saputo se la Baez abbia partecipato o no a Woodstock e tuttora non mi interessa saperlo.

Poi iniziammo a muoverci. Incolonnati uno dietro l’altro ci avvicinammo al luogo dell’incidente. Un’autocisterna contro una piccola automobile tedesca. Una ragazza era morta. Chissà se era buddista, pensai. Poi piano piano tornai a casa. Di Lisa, ovviamente. Ma lei non c’era. Era una giornata come le altre.

IGNOTO NUMERO 71 – MARVIN E IL PRESIDENTE

Quella notte non riuscivo a dormire. Avevo preparato ogni cosa senza che Lisa potesse averne il minimo sospetto. Dovevo solo riposare ed attendere che la sveglia suonasse.

Troppa tensione. Non era il russare di Lisa, a quello avevo fatto il callo. Certo, all’inizio fu difficile. Diceva lei che era colpa di un difetto congenito, un’allergia, l’asma.

“Grrrr fiiii… grrrr fiiii…”

Non c’era mai un attimo di silenzio nella nostra stanza da letto. Lisa aveva inoltre preteso che dormissi dal lato sinistro, quello poggiato al muro. Così ogni notte mi trovavo schiacciato tra lei che invadeva anche la mia porzione di letto e un freddo muro bianco.

Anche quella notte Lisa mi si gettò addosso in modo scomposto. In realtà credo avesse fastidio di me. Voleva il letto tutto per lei. Possessività. Lisa era possessiva. Io non potevo niente e restavo in silenzio. Come sempre.

Io non avevo mai russato, almeno così diceva Lisa. Tuttavia non era un teste infallibile, a lei bastavano due minuti per addormentarsi. Si metteva sotto le coperte. Contavo fino a sessanta. Dormiva e partiva la sua operazione di conquista di spazi fisici e sonori.

Annientato. Ero come annientato. Al buio. Non potevo leggere. Non potevo più muovermi. Erano già cinque ore che eravamo a letto. Davo qualche botta con la gamba a lisa per allontanarla e zittirla almeno un attimo. Niente.

Decisi che avrei dovuto alzarmi. Non potevo continuare così. Appena tentai di alzarmi Lisa si aggrappò a me. Mi teneva stretto per non farmi andar via. Disse qualcosa del tipo “nascondilo, nascondilo”. Ah, ecco un altro difetto di Lisa. Parlava nel sonno.

Decisi di infastidirla. La infastidii in tal modo che, pur di non smettere di dormire, si scostò da me e tornò nella sua porzione di letto. Superandola per scendere dal letto e trovare il mio paio di pantofole le passai sopra, schiacciandole la pancia con un ginocchio. Emise un suono non conveniente ad una bella donna quale era.

Andai in cucina e mi preparai una camomilla. Doppia. Con una boccetta di pasticche di valeriana sciolta dentro. Bella calda. Bevvi, concentrato su ciò che avrei dovuto fare di lì a due ore. Poi, improvvisamente, dovetti scappare al bagno. Una seduta che durò qualcosa di troppo.

Tornai in camera, al buio inciampai nell’uomo morto. Caddi, feci rumore. Lisa non si svegliò. Mi avvicinai al letto. Lisa non mi faceva spazio dalla sua parte di letto. La scavalcai di nuovo, stavolta passandole sopra attento a non farle del male. Dormiva e russava. Mi faceva quasi tenerezza.

Rimasi con lo sguardo nel vuoto per un po’ poi riuscii a prender sonno. Un’ora dopo suonò la sveglia. Con la mano cercai di arrivare a spegnerla, ma l’unico comodino era dalla parte di Lisa. Le diedi una manata in faccia.

Lisa si svegliò e urlò “Marvin!”

E poi ancora “Marvin, suona la sveglia, è ora di andare a lavorare!”.

Non dovevo andare a lavorare, avevo chiesto un giorno di permesso. Rimasi a dormire, avrei ucciso il Presidente un altro giorno.

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Now playing: The Vipers – Cheated and Lied
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APPUNTI – CAVALLINA ZOPPA

A volte nel buio mi svegli di colpo
affondo la testa dentro il cuscino
per non sentirti ridere di me
poi sbatto la porta ed esco di casa

L’altra notte camminavo da solo
sono passato sotto la tua finestra
e ho trovato i sogni che avevi gettato
me li sono caricati in spalla
e li ho portati via
adesso stanno nel mio armadio
assieme a tutte le tue lacrime
che ho raccolto in secoli
di paziente lavoro e dedizione

C’è molto spazio lì dentro ora
l’ho svuotato per il cambio di stagione
c’erano scheletri e sogni da cibare un esercito
ho deciso di mangiarli pian piano
perchè per sopravvivere in un mondo cannibale
c’è bisogno di malesseri e fantasie
dolori e desideri ad ogni ora di ogni giorno

Non riuscirei a vivere senza sogni e delusioni
non riuscirei ad accontentarmi di una vita
rinchiusa tra scoperte dettate da altri
in appena più di cento chilometri di recinto
tra posti e persone che vedrei e ascolterei
per sempre dire e volere le stesse cose

Non sono disposto ad accontentarmi di surrogati

Come hai fatto a gettare via la parte migliore di te?

Li tengo da parte, sperando che non vadano a male
in attesa di rivenderli al migliore offerente
sprecarli sarebbe un peccato mortale

La mia merda puzzerà sempre più
di quella che annuserai d’ora in poi
ma sono sicuro che ti mancherà

Ti mancheranno i tuoi sogni
ti mancherà l’intensità
della puzza di piaceri e delusioni
cui hai rinunciato per avere
una casa al mare e una baita in montagna
vicino a quel posto tranquillo
dove dormirai per tutta la vita

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Now playing: Il parto delle nuvole pesanti – BanalTango
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