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IGNOTO NUMERO 41 ORIGINALE – OSSESSIONE: CHIACCHIERE DA BAR

Giugno 19, 2008 sbloggato 3 commenti

“Un alcolizzato è qualcuno che non vi piace che beve quanto voi”
(Dylan Thomas)

“Non v’è nulla, senza dubbio, che calmi lo spirito come un rum e la vera religione”
(Albert Einstein)

Ricordi? Ero reduce dal silos di fettuccine del pranzo domenicale a casa di mia madre. Era appena finita una partita importante – un “big match”, come lo chiamano quelli della tv a pagamento. Incline al fanatismo, avevo lasciato travolgere quella piccola parte di me ancora integra da un tifo bestiale. Naturalmente, la squadra per cui facevo il tifo aveva perso la sua partita importante. L’ennesima mia partita importante.

Uscito dal covo di squinternati tifosi dove avevo assistito all’incontro, sentii subito il bisogno di recarmi al bar. Mi piacciono i bar. O meglio, mi piacevano. I bar di un tempo. Quei bar che erano un luogo di incontro ed aggregazione, dove bambini e ragazzi si dilettavano in biliardini, flipper, videogiochi e biliardi mentre i più vecchi si scambiavano birre e bicchieri di vino giocando a tressette. Oggi i bar non sono più quelli se non nella mia immaginazione. Mi piace pensare che nei bar si possa incontrare ancora qualcuno. Quel giorno accadde.

Reduce da una sbornia da sabato sera, inseguita e conquistata a colpi di rum (invecchiato sette anni), mi sedetti al bancone. Sedersi al bancone fa molto pub inglese, ma la globalizzazione ha fatto anche questo. Inutile lamentarsi a giochi fatti.

Dicevo, reduce da una sbornia di rum acquistato in un alimentari da quattro soldi (ma il rum non era da quattro soldi, bensì da ultimi soldi in tasca), chiesi un’aranciata amara e la feci mettere sul mio conto.

Fu allora, aranciata amara appena versata, che lei si sedette sullo sgabello accanto al mio. Lei, la mora. Poteva avere cinque, dieci o quindici anni meno di me. In realtà non potevo saperlo. Avvertivo solamente questa sua giovinezza. Se l’avessi paragonata a me dal suo lato esteriore – un paragone oggettivo, intendo – lei avrebbe potuto avere anche trent’anni meno di me. Io ne dimostravo già sessanta. A volte il lato esteriore riesce a mostrare ciò che le parole non potrebbero mostrare mai. Deluso da una vita che aspettavo grandiosa, deluse le aspettative di chi aveva creduto in me, risucchiato da una voragine di amicizie di malaffare, mostratosi il mondo per quel che era, ero diventato vecchio. Il vecchio che mai avrei voluto essere. Un vecchio brutto e cattivo.

Allora, dicevo, lei ordinò un’aranciata amara. Anche lei. – Cazzo – mi dissi. – Cazzo – ripetei ad alta voce. Lei mi guardò con lo sguardo di chi pensa che, in fondo, non sei normale. Lo stesso sguardo che probabilmente mostro io guardando chi gira su quei vistosi macchinoni, e poi spende e spande qui e lì, e poi ridono tra loro, e parlano di cose poco importanti atteggiandosi come professori universitari. E penso che forse della vita, loro, non abbiano capito proprio niente. E poi penso che anch’io ero come loro, che anch’io ero così nell’altra vita. Almeno nell’altra vita che ricordavo. Ricordi sbiaditi, non come questo. Ora sono un classista. Sono un razzista. Io sono un comunista.

Ordinò un’aranciata amara. Un segno del destino, pensai. Romanticismi? No, forse ero molto arrapato. Del resto, capita a tutti di essere arrapati e non mi vergogno certo di questo.

– Buona quest’aranciata amara. Ci voleva proprio – dissi, guardandola. Lei disse solamente – Sì –. Bella risposta. Mi aveva fregato. Non riuscii a dire nient’altro.

Lei se ne andò, mi guardò in segno di saluto sorridendomi. Io ricambiai il sorriso. E quel sorriso trasformò l’arrapamento dell’ultima ora in qualcosa di più. Si trasformò in amore. Io la amavo, da quel momento. Sconcertato da me stesso tornai a casa. Mi stesi sul divano e quel che successe, successe.

Poi la mia mente corre dritta al mio indice che tremava. Il dito indice della mia mano destra, tengo a precisare. Da quel giorno della partita, del bar e dell’aranciata amara erano passati due lunghissimi mesi. Come arrivai a quel punto non lo so. O meglio, lo so, ma vorrei nasconderlo a me stesso. Tuttavia…

Dopo una notte insonne, il giorno dopo e quello dopo ancora vagai senza meta nella speranza di rincontrarla. Spesso credevo di riconoscerla, ma non era mai lei.

Fino a quando, un pomeriggio, tre giorni dopo, la scovai in uno di quei negozi d’abbigliamento che spacciano stracci di bassa qualità per capi d’abito di buona marca. Hai voluto la globalizzazione? Beccati anche questa.

Lei lavorava lì, almeno così intuii. Forse perché quando la vidi stava ripiegando dei maglioni scuri. Entrai. Lei alzò lo sguardo, ma fece finta di non riconoscermi. Probabilmente, pensandoci ora, non mi riconobbe. E perché avrebbe dovuto?

Un’altra commessa si avvicinò a me. Volevo vedere dei maglioni. Scuri. Me li mostrò. Mi finsi interessato. Finii per interessarmi realmente a quei maglioni e a dimenticarmi perché ero lì dentro. Mi ritrovai a litigare sui prezzi. – Uno straccetto di lana sintetica per cento euro? – gridai. Tutti si voltarono a guardarmi. Probabilmente ero abbastanza alticcio. Buttai tutto in aria ed uscii innervosito. Da principio non riuscivo a sopportare l’idea che un finto maglione costasse cento euro. Subito dopo realizzai la figura – lasciatemelo dire – di merda. Entrai in un bar lì vicino e ricominciai a bere. Fino all’ora di chiusura di quello stramaledetto negozio.

Da quel giorno quel bar diventò “Il mio bar” (ancora oggi mi chiedo cosa facesse – lei, intendo – in quello che al tempo era il mio bar proprio quel giorno: a questa domanda ancora oggi non ho risposta). Non parlavo con nessuno ma bevevo a lungo. Aspettavo l’ora di chiusura del negozio, mi affacciavo sulla porta fingendo di fumare una sigaretta e la guardavo mentre se ne andava da sola. A piedi. Non ebbi mai il coraggio di seguirla. O meglio, non lo ebbi per lungo tempo. Ogni giorno si ripeteva lo stesso copione. E appena lei svaniva dietro l’angolo, io mi avviavo a piedi verso casa mia.

Un’ora e mezzo di cammino fino a casa mia. Un’ora e mezzo che serviva. Ad immaginare cosa lei avrebbe fatto, quale libro avrebbe letto, quale film avrebbe visto, quale disco ascoltava quando voleva sognare. Ed immaginavo di progettare con lei dei viaggi, un futuro insieme. E mi incazzavo con lei, perché la vedevo, mentre ascoltava l’ultimo disco di Tiziano Ferro e leggeva Moccia. E cercavo di spiegarle che avrebbe dovuto leggere Bukowski o Fante, o Edgar Lee Master o Garcia Marquez, e che, se proprio la musica angloamericana degli anni ’70 non le piaceva, se proprio i testi non riusciva a comprenderli… beh, glieli avrei potuti tradurre o avrebbe potuto ascoltare Conte, Guccini o De Andrè. E poi c’è tanto bel “progressive” italiano. E c’è sempre Lindo Ferretti a salmodiare, che si parli di comunismo o di Dio. Questo nella mia mente.

Nella realtà, quando tornavo a casa, era sempre la stessa storia. Mal di testa. Una forte emicrania. Forse dovuta all’alcool, forse alla consapevolezza che non potevo andare avanti così. Non potevo.

Erano passati due mesi, ormai. Ero steso sul divano, come sempre. Un’altra domanda cui non trovo risposta: chissà perché mai comprai un letto. Non per soldi, non per scelta. Chissà.

Ad ogni modo, ero sul divano. Il giorno dopo non sarei andato al bar. Avevo deciso. Dovevo rientrare nella mia vita, ne avevo già persa troppa per una sgualdrina che non sapevo neanche come si chiamava. Mi svegliai tardi quel lunedì, dopo due mesi. Mi svegliavo presto in quel periodo, in tempo per arrivare al bar prima dell’apertura del suo maledettissimo negozio. E la domenica riposavo, rinunciando al supplizio dell’insalatiera piena di fettuccine di mia madre. Povera mamma.

Mi svegliai. Volevo andare. Andare, vedere, scoprire. Allora presi il fucile d’assalto tedesco da collezione lasciatomi in eredità da mio padre. Lo infilai in uno zaino da campeggio.

Uscii di casa, a piedi, come sempre. Arrivato al bar mi feci servire un numero che non saprei proprio dirvi di digestivi. A stomaco vuoto.

Aspettai la fine del suo turno di lavoro e la seguii per almeno duecento metri. Chissà dove diamine abitava. E con chi diamine abitava. Ma mi avrebbe sentito… eccome se mi avrebbe sentito!

Ad un certo punto, presi a correre, con quello zaino sulle spalle che conteneva la mia arma di liberazione. La superai. Mi chiesi cosa stessi facendo. Mi voltai, tornai indietro. La guardai. Lei mi guardò.

Non mi riconobbe neanche quella volta, credo. Non ero per lei il tizio del bar. Non ero per lei quello che imprecava contro i prezzi di quegli schifosi maglioni. Non ero per lei, soprattutto, quello che aspettava sull’uscio del bar tutte le sere che uscisse dal lavoro. Non ero nessuno.

La sorpassai di nuovo, mi voltai e la presi alle spalle. Lei si agitò. Io mi agitai. Lei svenne. Tra le mie braccia. Nel momento in cui la ebbi più vicina, in quel momento, la avvertii subito non più mia. La sua fragilità di donna e di essere umano mi sconvolse. La poggiai a terra pensando a cosa fare.

Suonarono le campane. Odio le campane. Mi fermai ad accendermi una Cesta – così chiamo la mia sigaretta, non so se ve l’ho già detto. Faccio – Cazzo…l’accendino! -. Era lì in tasca, troppo agitato per trovarlo. Feci due tiri e dietro il fumo la guardai stesa a terra, sul marciapiede.

Probabilmente erano già tutti a cena. O meglio, tutte le persone normali. Io e lei eravamo lì. Io e lei e qualche automobile che, seppure l’avesse vista a terra, non si sarebbe fermata. Perché? Perché a Roma non frega niente a nessuno del prossimo. In soldoni, eravamo io, lei e gli automobilisti che sfrecciavano verso casa. Tutte persone fuori dal comune.

Mi presi ancora del tempo. Lei non riprendeva i sensi. Mi fermai ad osservare la vetrina lì a fianco. Pensavo ai prezzi delle scarpe. – Ma che cosa ci devi fare con un altro paio di scarpe? – mi chiedevo. Non lo so e non lo saprai mai era la risposta. Una risposta, finalmente.

Mi ero preso il mio tempo. La portai in un vicolo, sfondai il portone di una vecchia cantina. Quanta forza si può avere quando si ha paura. Quanta forza si può avere quando il cervello non è capace di dirti che non ce la farai mai. Oggi non ne sarei capace.

La cantina puzzava ed era quasi completamente buia. La stesi per terra. Non si riprendeva. Aprii lo zaino, montai il fucile in meno tempo di quanto prevedessi, aiutato dalla poca luce che entrava da una grata a livello marciapiede, e lo caricai. Le infilai la canna nella bocca. L’indice cominciò a tremare. Tremavo tutto, a dir la verità. Lei non riprendeva conoscenza. Due, tre minuti. Forse era già morta. Un infarto? Difficile, donna e troppo giovane. Troppo giovane anche per me. Non sparai. Poggiai il fucile, lasciai lì lo zaino. Scappai.

Questo era ieri. Ora sono qui, in questo che diventerà da oggi il mio bar, a più di cento chilometri da dove forse si svolsero i fatti che vi ho raccontato. Sono qui a raccontarvi le mie fantasie e la mia ossessione per un po’ di compagnia ed un buon bicchiere di rum.

ANNO NUOVO, VITA VECCHIA

Dicembre 24, 2007 sbloggato 6 commenti

Questo finir d’anno non poteva cominciar peggio. Escludendo le sventure cui quotidianamente sono sottoposto per vie traverse, riferirò solo di quelle che mi riguardano in modo strettamente personale.

Dunque… sono stato colto dal cosiddetto male di stagione. Influenza. Qualche anno fa si sarebbe pensato alla Sars, un anno fa alla febbre dei polli. Quest’anno cosa ti ricacciano i mass-media? La meningite fulminante! E mentre le case farmaceutiche brindano io sono bloccato a letto con la febbre a 40, sperando di non morire in sei ore nette, ma perlomeno in dodici: il tempo di sistemare le ultime cose.

Passate le sei canoniche ore, passate anche le dodici che avevo richiesto a tutti gli dei conosciuti (per non sbagliare), non mi resta altro da fare che vivere. Vivere in un letto? Vegetare? Niente di tutto questo. Chiamo un amico, gli chiedo di riportare la mia macchina, con me dentro, fino alla casa natia, dove trascorrerò le vacanze natalizie. Dovendo, ad ogni modo, tornare all’ovile insieme, forse solo un giorno più tardi, l’amico è immediatamente disponibile.

Non ti preoccupare – fa lui.

E chi si preoccupa – faccio io.

E invece c’è di che preoccuparsi. Perché, preso dalla follia tipica della mia strana forma di meningite non molto fulminante, decido di non fumare più. Mai più. E non c’è stata ultima sigaretta, né alcun rituale d’addio. Una mossa secca, per non ripercorrere gli errori di Zeno (ma non sapevo, non capivo, lo giuro!). Non fumo più, basta.

Ritorniamo al mio amico. Questi viene a casa mia con i mezzi pubblici con i suoi bagagli. A stento mi alzo dal letto, mi metto qualche panno pesante per uscire e preparo i miei bagagli. Gli do le chiavi della macchina, gli dico di andarla a prendere e che lo avrei aspettato di sotto.

Due minuti, tre minuti al massimo. Questi i tempi d’attesa previsti. Imprevidente.

Trenta minuti. Chiami e non risponde. Sarà bloccato al parcheggio. E invece mi ha fatto la fiancata uscendo dal parcheggio. Torniamo in 3 ore nette su un’autostrada deserta. Meglio prudente che impudente, dopo cotanto graffio. Ma un amico è un amico. Grazie.

E ora la febbre che non si abbassa mai, mai. Fino ad oggi. Quando mi rendo conto dell’azzardo della scelta suddetta. Quella sul fumo. O meglio, quella del “non fumo”. Che cazzo di scelta è?

Innanzitutto non è una cosa che voglio fare perché a me fumare piace. Ma è una cosa che devo fare, in primo luogo perché mi sono proposto di farlo, in secondo luogo perché stavo esagerando nella quantità, nel consumo e nei costi della mia attività di tabagista. Ma ora mi chiedo… ne è valsa la pena? Cosa farò dopo il caffè o quando tutti i miei commensali usciranno sulla strada a fumare? Come ingannerò il tempo nelle attese, nelle noie, nei tempi morti della vita quotidiana? Con cosa lenirò le rabbie e i dolori? Un ritorno al passato, a troppi anni fa. Che si fa, perché si deve fare, perché nella vita si deve sempre cambiare.

– Tutte cazzate – avrei detto io a chi proferiva parole di questo genere.

– Tutte cazzate – dico ancora.

E dico che queste vacanze saranno terribili, un incubo. E il mese a seguire ancor peggio. E quello dopo ancora. E quello dopo…

– Che momento del cazzo per smettere di fumare – mi dicono dalla galleria.

Non posso darvi torto. Ora, dopo sei giorni di “io non fumo”, disperato, scrivo una lettera a Gesù Bambino chiedendo in dono una stecca di sigarette, ché Babbo Natale di queste cose non ne recapita mai (forse ai veri tabagisti, ma quelli incalliti davvero!). E poi, se non la troverò tra i balocchi, pazienza.

Vorrà dire che era proprio destino. Un destino non cieco, non strano. Un destino scemo, scelto in modo un po’ avventato. Non fumare e passare delle tese vacanze.

Non so se rendo l’idea, è come se l’Inter scegliesse di scambiare Ibrahimovic con Ronaldo. O Balotelli con Pato, giusto per fare un altro esempio calcistico. Perché complicarsi la vita che è già tanto complicata di suo?

Allo psicologo, da settanta euro a seduta, l’ardua sentenza. Ed io, i settanta euro, per ora me li tengo in tasca.

Buon Natale a tutti.

Nella foto: anche le lucertole nel loro piccolo sfumazzano

IGNOTO NUMERO 12 – LA RAGAZZA SPAGNOLA

Aprile 8, 2006 sbloggato 2 commenti

Odore di sigaro. Puzza direbbe qualcuno.

Alla ragazza spagnola non piaceva. Ma non avrebbe certo spento il suo cubano per una sciocca ragazza. Persi in una strano incontro-scontro di lingue neolatine , si parlava di tutto e di tutti senza in realtà comprendersi appieno.

La ragazza spagnola continuava ad osservarlo e accennò un sorriso verso di lui , che parlava con il suo vicino di coperto in una lingua incomprensibile , forse esperanto. Lei non comprendeva cosa lui dicesse , come la maggior parte del tavolo.

La ragazza spagnola , affranta dal sentirsi isolata da tale conversazione , gli tolse di bocca il sigaro e lo gettò a terra. Quando lo calpestò col piede lui si sentì morire. Calpestato da una sciocca ragazza spagnola.

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PRE-IGNOTO NUMERO 1

Dicembre 5, 2005 sbloggato Lascia un commento

Passeggiavo per una via della mia città.

Mi fermai ad osservare una vetrina. Pensavo a quanto cazzo possono costare oggi un paio di scarpe.- Ma che cosa ci devi fare con un altro paio di scarpe? . mi chiedevo. Non lo so e non lo saprai mai era la risposta.

Suonano le campane. Odio le campane. Mi fermo ad accendermi una Chesta, così chiamo la mia sigaretta. Cazzo…l’accendino! Ah,no…eccolo. Faccio due tiri e dietro il fumo ecco uscire una ragazza.

La guardai negli occhi. Lei guardò dentro i miei. Mi fissò. Mi ghiacciò. Era una delle ragazze più belle che io avessi mai visto. Mi sembrava di vedere dentro di lei.

Ma quel turbinio di sensazioni non riuscivo a fissarle dentro di me. Allora le sparai e mentre la vedevo cadere felice il nastro della sua vita si riavvolgeva velocemente nella mia mente. Era felice della sua vita. Ed io della mia.

Improvvisamente mi accorsi che lei ancora era viva. Ormai non avevo più niente da perdere. Hai sparato ad una ragazza , in un pomeriggio , nel centro di Roma , in mezzo a tanta gente. – Ed ora che fai? – . Non lo so. Intanto finisco di ucciderla…poi penso agli altri.

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IGNOTO NUMERO 1 – IL GIGANTE

Ottobre 20, 2005 sbloggato 4 commenti

Appena uscito dal tabaccaio voleva godersi la prima sigaretta della giornata. Non aveva mai pensato di smettere perchè a lui piaceva fumare. E a chi lo consigliava di smettere rispondeva : ” Perchè mi vuoi male ? “. Era alto , troppo alto. Era grosso , troppo grosso. Ma nella vita aveva avuto successo. Alla faccia di chi gli voleva male. Perchè non è facile voler bene ad un gigante , per quanto buono sia. L’invidia dell’altezza esiste , si può parlarne per ore ma esiste. Più si è alti più si è buoni. Più si è bassi più si è carogna , avrebbe detto De Andre. Il perchè è ovvio. Mentre sfumacchiava la sua sigaretta così piccola in confronto alle sue dita , ancora fermo sul marciapiede pensò : ” Come può una sigaretta tanto piccola uccidere una persona tanto grossa ? “. E infatti non avrebbe potuto ucciderlo. Ma un ragazzo con uno scooter 250. Quello sì che avrebbe potuto farlo. E lo fece. Perchè sui marciapiedi , a Roma , con un motorino , si cammina meglio. Il gigante , mentre cadeva a terra , fece in tempo a chiedersi ” Ma come si fa a non vedere una persona tanto alta e tanto grossa ? “

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