GENERAZIONI SENZA NOME

Credo che quest’ultimo scandalo sia forse, per gravità, il minore tra i tanti che hanno costellato la carriera politica di Berlusconi.

Credo, altrettanto, che se Berlusconi cadrà sarà solo grazie alla “legge morale”, visto che di “legge penale” (corruzioni, collusioni con personaggi di “dubbia onestà” e concussioni), gli italiani si interessano poco – e la nostra classe politica (da anni fa solo quello) è brava a fiutare da che parte tira il vento (contro l’onorevole presidente del consiglio, in questo momento). Berlusconi, in questi ultimi giorni, non rappresenta solo il massimo del degrado italiano (sociale? politico? istituzionale? o tutti e tre?), ma anche quella piccola parte di italiani che non è assolutamente disposta a lasciare il potere ad altri (se non, fittiziamente, a figli, “portatori d’acqua” e “figli-portatori d’acqua”), avendolo amministrato per decenni.

La domanda è: basterà la caduta del tiranno a dare a quelle “generazioni senza nome” (di gucciniana memoria, una storia d’inizio ’900 che non è tanto diversa da quella odierna) finalmente non tanto un nome, neanche una possibilità, ma una voglia/una speranza di poter rivendicare un ruolo che gli sarebbe dovuto spettare almeno per questioni anagrafiche? Realisticamente, credo di no: in un Paese smidollato come questo, i figli continueranno ad essere uccisi dai genitori.

Auspico un fallimento economico del Paese che faccia incazzare anche quei vecchi che quel potere non l’hanno mai avuto, che dia nuovamente spazio alle intelligenze, ai valori e alle competenze che non abbiamo avuto il piacere di poter sviluppare, che dia la possibilità alla mia generazione di “perdenti” (dagli ultra-quarantenni ai neo-sedicenni) la possibilità di dire la nostra e decidere del nostro futuro. Se non altro per lasciare ai nostri figli un Paese migliore (o, magari, un mondo migliore) di quello che, per egoismo e narcisismo, ci lasceranno – forse, dio ben voglia – i nostri padri (o, nel caso di Berlusconi, i nostri nonni).

APPUNTI – (FORSE) SAREBBE STATO BELLO

saremo sempre una scommessa incompresa e un cavallo perdente
saremo sempre un settimo piano ed un letto a due piazze
saremo sempre una parola di troppo e una lanciata nel vuoto
perchè a volte di notte dà quasi fastidio restare soli
ma cosa siamo adesso non chiedermelo non lo so
però sarebbe bello ogni tanto averti qui
saremo sempre rabbia disprezzo odio ossessione infedeltà
saremo sempre fiammate di amori vuoti frivoli veloci inconsistenti
saremo sempre ottocento e mai il secolo nostro
una foto virata seppia
ma cosa siamo stati non è detto non so dirtelo
però sarebbe bello ogni tanto arrivare ancora al giorno
saremo sempre ancora bufalo e mai locomotiva
saremo sempre di nuovo chesterfield e mai marlboro rossa
saremo sempre voglia di uova giammai di gorgonzola
saremo sempre ancora un whiskey e mai un’acqua tonica
saremo sempre piazza vittorio e mai piazza di spagna
saremo sempre tutta la polvere che corre su una strada
saremo sempre terremoto uno sguardo un pianto una risata
ma cosa saremo ancora io e te non posso dirlo perchè non lo sapremo
voltiamo i pollici allora e partiamo ancora ma restiamo sempre fin dove
ci sarà sempre un tarlo a ricordarci che (forse) sarebbe stato bello

LE TRE P DI SILVIO

Un po’ Pulcinella, un po’ Pantalone, molto Presidente del Consiglio. La figura di Berlusconi non esce assolutamente scossa dagli “scandali” degli ultimi giorni, era già affondata molto tempo fa. In modo eguale, non viene scalfito il consenso per quest’uomo tra la gens italica.

Ogni italiano è un po’ Silvio Berlusconi. Anzi, è peggiore di lui. Meno intelligente di certo. L’italiano si lascia corrompere dall’illusione di poter essere come chi lo disprezza e lo governa, non conscio del fatto che ogni fatua illusione nasconde sempre un cazzo in culo (in questo caso, sferrato dall’eterosessuale per eccellenza).

L’Italia, almeno dal secondo dopoguerra, ha sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità contando su un credito illimitato datole dalle potenze occidentali. Con la nostra boria di grande paese figlio di un impero morto duemila anni fa, abbiamo creato dei mostri, dilapidato la credibilità di questo piccolo pezzo di terra che neanche strategicamente conta più un cazzo. Berlusconi ha ben colto la piccolezza dell’uomo italiano, gli mostra come vorrebbe essere, gli dà una speranza, gli offre risate d’avanspettacolo e grandeure di cartapesta. L’italiano ne ammira la furbizia, la scaltrezza, si appassiona al suo buttarla in caciara e cerca di emularlo, a destra come a sinistra, in uno scontro tra poveri senza fine.

L’unico volto pulito delle ultime vicende del presidente-orgogliosamente-eterosessuale, paradossalmente, è quello di Ruby. Non è la puttanella venduta al presidente dai genitori, nè l’escort che cerca un aiuto per un progetto edile. Ruby è una bambina assurta al ruolo di donna precocemente attraverso una serie di vicissitudini tragiche. E’ un’Alice sfortunata che un giorno crede di aver trovato il Paese delle Meraviglie e, forse, apre le gambe ad un vecchio di ottant’anni ben più potente di lei. Ruby, o come diavolo si chiami, è una bambina che cerca la strada per una vita migliore per sè. Cade nell’illusione, forse ci riesce, in modo totalmente inconsapevole. Ma è pur sempre, ripeto, una bambina, come bambino è il popolo italiano, colpevole di una maturità mai cercata, attratto da frizzi, lazzi, vizi e lustrini, pronto ad aprire le gambe al sultano all’urlo di Bunga Bunga!

I volti puliti di questo Paese decadente sono unicamente quelli degli stranieri che lo portano avanti, assieme agli onesti, e sempre più poveri, operai, i quali li temono e votano Lega. Tutti noi, tutti gli altri, abbiamo grandi responsabilità. Verso di loro ma anche verso noi stessi e il nostro futuro. Noi, buoni a nulla anche nell’egoismo.

Il nostro futuro non è quello delle tre I nè quello dei tre mots della rivoluzione francese. Il nostro futuro passa attraverso tre parole chiave: umiltà, dignità, unità.

Nella speranza che esista ancora un po’ di amor proprio. Nella speranza che il mondo venga colto da una grande amnesia collettiva. Nella speranza che non ci siano stragi di stato per invocare un’unità nazionale. Nella speranza che il mio prossimo presidente sia un frocio con l’orecchino e che la Chiesa non ci affossi ancora una volta con i suoi tenaci consigli. Nella speranza che cose come questa, ad esempio, non passino ancora sotto silenzio e non accadano più, perchè forse voi siete anestetizzati, ma a me il culo fa sempre un po’ male.

APPUNTI – DEVI DIVENTARE COME LOU REED

Vado sui due pacchetti
ormai

andando avanti così
ne fumerò
quattro
alla soglia dei cinquanta
ma ho tempo
per rilassarmi
e per pensare

ad esempio
penso
che se un giorno
avessi un figlio
e questo venisse
da me
e mi dicesse
“papà
io voglio diventare
come te”
lo prenderei
a schiaffi
e gli direi
“no cazzone
tu devi
diventare
come Lou Reed”
e lui
scuoterebbe
il capo
si chiederebbe
chi diavolo
è questo
Lu Rid
e resterebbe
in silenzio
per paura
che il padre
che pensava
di diventare
Berlinguer
Prevert
Bukowski
e Lou Reed
tutti insieme
gli spacchi
in testa
la bottiglia
di Johnny Walker
vuota
poggiata
lì accanto

IGNOTO NUMERO 58 – TEMPISMO IMPERFETTO

E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità (Franco Battiato, I treni di Tozeur)

A guardare Roma dall’alto non sembra poi tanto male. E’ mattino, ho indossato le prime cose che ho trovato e sono giù in strada. Il portiere sembra avere più sonno di me, lo saluto e quasi fatica a rispondermi. Fuori dal portone orde di motorini scorrazzano inferociti sui marciapiedi quasi lamentandosi di quegli insulsi pedoni che camminano proprio lì. Resta più sicuro camminare tra le automobili. Mi metto in mezzo alla strada e blocco il traffico. Le automobili non possono sorpassarmi. Qualche bicicletta e qualche altro insulso pedone passa al loro fianco e li sorpassa. Dietro mi suonano.

Un’amica una volta mi ha detto che sono una bella persona. Poche persone me l’hanno detto e la ringrazio. Mi hanno dato del pazzo, dell’esaurito, dell’eccessivamente cinico. Per le mie strane attitudini ho preso insulti e botte. Quell’amica mi ha detto che io non sono capace di vivere per me, io trovo soddisfazione solo nel vivere per gli altri, che siano amici, parenti, conoscenti e che per questo dovrei fare il politico. Perché ho un forte senso dell’umanità e so farmi voler bene. Non credo di averlo, non credo mi piacerebbe e non credo che riuscirei mai a farmi eleggere.

Le automobili sono ancora incolonnate dietro di me. E’ tutto fermo, tutto attorno. Dei nani fanno girotondo attorno a me e non sono puffi. E’ tutto immobile. Ritorno sul marciapiede. Ora posso camminare tranquillamente e la gincana tocca farla a me, tra un motorino e uno scooterone.

Un amico una volta mi ha detto che non vivere per se stessi è la forma di egoismo più becera perché è un tentativo di acquistare gli altri. Forse ha ragione lui, non lo so, non credo. Credo invece in quel che mi hai detto tu.

Entro in un bar ed approfitto dell’immobilità del mondo per prepararmi un caffè. Visto che ci sono mangio anche un cornetto, e poi un pasticcino. Una crostatina alla crema con uno spicchio di fragola sopra. Esco e passo dal tabaccaio. Prendo una stecca di sigarette. Mi faccio uno scontrino semmai il mondo dovesse ricominciare a girare proprio mentre passo davanti a quel bar poco più in là dove la guardia di finanza sta facendo colazione. E’ strano accorgersi che Roma puzza anche a mondo fermo. E’ strano.

Io ti credo. E’ strana l’imperfezione della perfezione. Mi hai detto che è stato tutto perfetto, troppo. Quando si arriva alla perfezione fino agli infinitesimali, credo, si diventi inumani e troppo distanti dalla realtà.

Cammino sul marciapiede. Davanti a me una bella ragazza, alta quanto me, ha la gonna un po’ alzata dietro. Abbasso lo sguardo per non essere imbarazzato. Gli uccelli continuano a volare nel cielo, tutti assieme. Io e loro siamo gli unici padroni della città.

E’ strano ad un certo punto ritrovarsi a dover rivedere tutto di sé stessi. Tutto ciò che di buono pensi di aver fatto nel tuo passato è solamente uno strumento per costruirsi il futuro e trovare nuovi mezzi per andare avanti e crearsi dell’altro futuro. Soli, accompagnati, chissà.

Come si può creare un futuro in un presente immobile? Correre, correre, correre… con la sigaretta accesa per annebbiare la mente e farle partorire qualcosa.

E penso che mi mancherà anche ciò che più mi dava ai nervi. Anche quando mi impedivi di fumare (ché poi rinunciasti, tornavo a casa e ne fumavo il doppio), anche quando io tentavo di parlare velando parole e tu non sapevi cosa dire e non mi guardavi in faccia e ti mangiavi le unghie arrivando fino alla carne, o anche quando all’improvviso ti addormentavi senza alcun motivo, durante un film o durante una canzone o, peggio ancora, mentre io ancora favellavo parole velate senza alcun apparente senso. Mi mancheranno anche queste cose.

Correre, correre, correre. Non è comodo con dei semi-anfibi ai piedi. Ma non posso fermarmi, no. Devo riavviare il nastro rotante che trascina questo diamine di mondo.

Ti ho persa per paura di perderti. E’ un paradosso, ma a volte accade e, a conti fatti, è il modo più semplice per aver sempre una buona scusa per non sentirsi affranti. Tanto, troppo tempo. Tutto che si rincorre e poi si rinchiude in un luogo che all’inizio sembra una baita dorata buona per svernare e poi si rivela una prigione. Non può, non poteva funzionare. Nessun presupposto. Hai ragione tu, tutto squilibrato e poi io non ho le palle di rischiare niente. No, ho avuto paura. Non ti chiedo cose che non puoi, non mi chiedere cose che non posso. Lasciamo perdere.

Sono ancora a correre e sento la barba crescere velocemente. Ricordi di Forrest Gump, ma qui non c’è nessuno che mi corre dietro. Perché questa volta ha un senso quello che sto facendo, non sono un povero ritardato che cerca di attirare l’attenzione (con tutto il rispetto per Forrest Gump). Sto cercando di riavviare il mondo, cazzo.

Mi dispiace che sia andata così e non so come andrà in futuro. E’ un altro strumento per costruircelo. O almeno per me, tu gli strumenti già li hai, purtroppo o per fortuna. Altre vite, altre cose. Penso a Bukowski che diceva: “Come diavolo fai a dire che ami una persona sola, quando al mondo ce ne sono milioni che potresti amare molto di più, e la sola stronzata che ti fa parlare è il fatto che non le conoscerai mai nella tua vita… L’amore è una forma di pregiudizio, si ama ciò di cui si ha bisogno”. Tutto vero.

Ma come faccio a pensare a queste cose mentre corro, corro e corro. E non sudo, cazzo. L’aria è ferma, senza pressione. Io volo. E a guardare Roma dall’alto, ferma, immobile, beh… Roma non sembra poi tanto male. Ma come farò a riportare il mondo alla mia velocità…

Nuova vita, ancora una volta, inutile cercare pateticamente di recuperare. E ancora più patetico è ridircela tutta, una volta ancora, come faccio io adesso. Ci vorrebbe un bel taglia-incolla della mia vita ma non ho mouse e non conosco il sistema operativo. Mi dispiace di averti delusa e non sai quanto. Sono contento perché da ora siamo estranei, ma almeno ci vogliamo bene più di quanto si possa voler bene, chessò, ai bambini malati perché ci fanno compassione o al nero sotto casa che ti chiede ogni giorno i soldi e ti fa un sorriso grande così; o a un cugino di terzo, quarto grado, giusto per la parentela. La mia mente scureggia come al solito. Ci vogliamo bene perché ci rendiamo estranei per il bene di entrambi. O meglio, questo voglio credere. E nuove vite, nuove storie che poi si rintrecciano e ritornano e si riattesteranno sulla posizione che hanno ora. Ma sei poi sicura che senza la mia imperfetta perfezione e la tua perfetta imperfezione ci saremmo voluti bene lo stesso? Ma sono poi sicuro che siano domande da porsi queste? Che ce ne frega?

Mi sento sempre più pesante, sto tornando a terra. Non ho il coraggio di guardar giù. Vertigini, un po’ come James Stewart in Vertigo. In tasca ho l’I-pod, metto le cuffiette e ascolto. Seleziono qualcosa ad occhi chiusi, lo riporto nella mia tasca e le cuffiette mi sparano la voce di Eddie Vedder con un successo di parecchi anni fa che non aiuterà certo a riavviare questo cazzo di mondo immobile sotto di me. Ma è poi ancora immobile? Che ne so io, ad occhi chiusi?

Apri gli occhi, cazzo. E’ un altro giorno. Lo so che schifi questa città, questo mondo, questa gente. Ma abbiamo bisogno di un futuro, io e te. Aprili, CAZZO!

Ok, li apro. Sono quasi a terra. Credo…

Il presente è ancora passato che attende il futuro. Promesso, questa sera torno a casa, scarico The Sims e mi creo una vita reale come piacerebbe a te. Almeno per una notte. Domani riprendo il presente. Promesso. Dammi un giorno almeno, ne ho bisogno.

Non c’è tempo per altri giorni. Gli ingranaggi del mondo hanno ripreso a girare. Di tempo ne abbiamo preso già troppo.

Coraggio, niente plurale maiestatis. Io di tempo ne ho preso già troppo.

NOTA FINALE: L’IO NARRANTE, PUR RITROVANDO LA VOGLIA DI VIVERE, PURTROPPO NON HA AVUTO LA FORTUNA DI TROVARE UN DOMANI. E’ MORTO NELLO SCHIANTO CON IL SUOLO. IL MONDO DA ALLORA NON HA MAI RIPRESO A GIRARE. E GLI UCCELLI, DA PAR LORO, HAN CONTINUATO A VOLARE.