IGNOTO NUMERO 58 – TEMPISMO IMPERFETTO
E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità (Franco Battiato, I treni di Tozeur)
A guardare Roma dall’alto non sembra poi tanto male. E’ mattino, ho indossato le prime cose che ho trovato e sono giù in strada. Il portiere sembra avere più sonno di me, lo saluto e quasi fatica a rispondermi. Fuori dal portone orde di motorini scorrazzano inferociti sui marciapiedi quasi lamentandosi di quegli insulsi pedoni che camminano proprio lì. Resta più sicuro camminare tra le automobili. Mi metto in mezzo alla strada e blocco il traffico. Le automobili non possono sorpassarmi. Qualche bicicletta e qualche altro insulso pedone passa al loro fianco e li sorpassa. Dietro mi suonano.
Un’amica una volta mi ha detto che sono una bella persona. Poche persone me l’hanno detto e la ringrazio. Mi hanno dato del pazzo, dell’esaurito, dell’eccessivamente cinico. Per le mie strane attitudini ho preso insulti e botte. Quell’amica mi ha detto che io non sono capace di vivere per me, io trovo soddisfazione solo nel vivere per gli altri, che siano amici, parenti, conoscenti e che per questo dovrei fare il politico. Perché ho un forte senso dell’umanità e so farmi voler bene. Non credo di averlo, non credo mi piacerebbe e non credo che riuscirei mai a farmi eleggere.
Le automobili sono ancora incolonnate dietro di me. E’ tutto fermo, tutto attorno. Dei nani fanno girotondo attorno a me e non sono puffi. E’ tutto immobile. Ritorno sul marciapiede. Ora posso camminare tranquillamente e la gincana tocca farla a me, tra un motorino e uno scooterone.
Un amico una volta mi ha detto che non vivere per se stessi è la forma di egoismo più becera perché è un tentativo di acquistare gli altri. Forse ha ragione lui, non lo so, non credo. Credo invece in quel che mi hai detto tu.
Entro in un bar ed approfitto dell’immobilità del mondo per prepararmi un caffè. Visto che ci sono mangio anche un cornetto, e poi un pasticcino. Una crostatina alla crema con uno spicchio di fragola sopra. Esco e passo dal tabaccaio. Prendo una stecca di sigarette. Mi faccio uno scontrino semmai il mondo dovesse ricominciare a girare proprio mentre passo davanti a quel bar poco più in là dove la guardia di finanza sta facendo colazione. E’ strano accorgersi che Roma puzza anche a mondo fermo. E’ strano.
Io ti credo. E’ strana l’imperfezione della perfezione. Mi hai detto che è stato tutto perfetto, troppo. Quando si arriva alla perfezione fino agli infinitesimali, credo, si diventi inumani e troppo distanti dalla realtà.
Cammino sul marciapiede. Davanti a me una bella ragazza, alta quanto me, ha la gonna un po’ alzata dietro. Abbasso lo sguardo per non essere imbarazzato. Gli uccelli continuano a volare nel cielo, tutti assieme. Io e loro siamo gli unici padroni della città.
E’ strano ad un certo punto ritrovarsi a dover rivedere tutto di sé stessi. Tutto ciò che di buono pensi di aver fatto nel tuo passato è solamente uno strumento per costruirsi il futuro e trovare nuovi mezzi per andare avanti e crearsi dell’altro futuro. Soli, accompagnati, chissà.
Come si può creare un futuro in un presente immobile? Correre, correre, correre… con la sigaretta accesa per annebbiare la mente e farle partorire qualcosa.
E penso che mi mancherà anche ciò che più mi dava ai nervi. Anche quando mi impedivi di fumare (ché poi rinunciasti, tornavo a casa e ne fumavo il doppio), anche quando io tentavo di parlare velando parole e tu non sapevi cosa dire e non mi guardavi in faccia e ti mangiavi le unghie arrivando fino alla carne, o anche quando all’improvviso ti addormentavi senza alcun motivo, durante un film o durante una canzone o, peggio ancora, mentre io ancora favellavo parole velate senza alcun apparente senso. Mi mancheranno anche queste cose.
Correre, correre, correre. Non è comodo con dei semi-anfibi ai piedi. Ma non posso fermarmi, no. Devo riavviare il nastro rotante che trascina questo diamine di mondo.
Ti ho persa per paura di perderti. E’ un paradosso, ma a volte accade e, a conti fatti, è il modo più semplice per aver sempre una buona scusa per non sentirsi affranti. Tanto, troppo tempo. Tutto che si rincorre e poi si rinchiude in un luogo che all’inizio sembra una baita dorata buona per svernare e poi si rivela una prigione. Non può, non poteva funzionare. Nessun presupposto. Hai ragione tu, tutto squilibrato e poi io non ho le palle di rischiare niente. No, ho avuto paura. Non ti chiedo cose che non puoi, non mi chiedere cose che non posso. Lasciamo perdere.
Sono ancora a correre e sento la barba crescere velocemente. Ricordi di Forrest Gump, ma qui non c’è nessuno che mi corre dietro. Perché questa volta ha un senso quello che sto facendo, non sono un povero ritardato che cerca di attirare l’attenzione (con tutto il rispetto per Forrest Gump). Sto cercando di riavviare il mondo, cazzo.
Mi dispiace che sia andata così e non so come andrà in futuro. E’ un altro strumento per costruircelo. O almeno per me, tu gli strumenti già li hai, purtroppo o per fortuna. Altre vite, altre cose. Penso a Bukowski che diceva: “Come diavolo fai a dire che ami una persona sola, quando al mondo ce ne sono milioni che potresti amare molto di più, e la sola stronzata che ti fa parlare è il fatto che non le conoscerai mai nella tua vita… L’amore è una forma di pregiudizio, si ama ciò di cui si ha bisogno”. Tutto vero.
Ma come faccio a pensare a queste cose mentre corro, corro e corro. E non sudo, cazzo. L’aria è ferma, senza pressione. Io volo. E a guardare Roma dall’alto, ferma, immobile, beh… Roma non sembra poi tanto male. Ma come farò a riportare il mondo alla mia velocità…
Nuova vita, ancora una volta, inutile cercare pateticamente di recuperare. E ancora più patetico è ridircela tutta, una volta ancora, come faccio io adesso. Ci vorrebbe un bel taglia-incolla della mia vita ma non ho mouse e non conosco il sistema operativo. Mi dispiace di averti delusa e non sai quanto. Sono contento perché da ora siamo estranei, ma almeno ci vogliamo bene più di quanto si possa voler bene, chessò, ai bambini malati perché ci fanno compassione o al nero sotto casa che ti chiede ogni giorno i soldi e ti fa un sorriso grande così; o a un cugino di terzo, quarto grado, giusto per la parentela. La mia mente scureggia come al solito. Ci vogliamo bene perché ci rendiamo estranei per il bene di entrambi. O meglio, questo voglio credere. E nuove vite, nuove storie che poi si rintrecciano e ritornano e si riattesteranno sulla posizione che hanno ora. Ma sei poi sicura che senza la mia imperfetta perfezione e la tua perfetta imperfezione ci saremmo voluti bene lo stesso? Ma sono poi sicuro che siano domande da porsi queste? Che ce ne frega?
Mi sento sempre più pesante, sto tornando a terra. Non ho il coraggio di guardar giù. Vertigini, un po’ come James Stewart in Vertigo. In tasca ho l’I-pod, metto le cuffiette e ascolto. Seleziono qualcosa ad occhi chiusi, lo riporto nella mia tasca e le cuffiette mi sparano la voce di Eddie Vedder con un successo di parecchi anni fa che non aiuterà certo a riavviare questo cazzo di mondo immobile sotto di me. Ma è poi ancora immobile? Che ne so io, ad occhi chiusi?
Apri gli occhi, cazzo. E’ un altro giorno. Lo so che schifi questa città, questo mondo, questa gente. Ma abbiamo bisogno di un futuro, io e te. Aprili, CAZZO!
Ok, li apro. Sono quasi a terra. Credo…
Il presente è ancora passato che attende il futuro. Promesso, questa sera torno a casa, scarico The Sims e mi creo una vita reale come piacerebbe a te. Almeno per una notte. Domani riprendo il presente. Promesso. Dammi un giorno almeno, ne ho bisogno.
Non c’è tempo per altri giorni. Gli ingranaggi del mondo hanno ripreso a girare. Di tempo ne abbiamo preso già troppo.
Coraggio, niente plurale maiestatis. Io di tempo ne ho preso già troppo.
NOTA FINALE: L’IO NARRANTE, PUR RITROVANDO LA VOGLIA DI VIVERE, PURTROPPO NON HA AVUTO LA FORTUNA DI TROVARE UN DOMANI. E’ MORTO NELLO SCHIANTO CON IL SUOLO. IL MONDO DA ALLORA NON HA MAI RIPRESO A GIRARE. E GLI UCCELLI, DA PAR LORO, HAN CONTINUATO A VOLARE.
















Hanno scritto cazzate di recente