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IGNOTO NUMERO 58 – TEMPISMO IMPERFETTO

Novembre 18, 2008 sbloggato 4 commenti

E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità (Franco Battiato, I treni di Tozeur)

A guardare Roma dall’alto non sembra poi tanto male. E’ mattino, ho indossato le prime cose che ho trovato e sono giù in strada. Il portiere sembra avere più sonno di me, lo saluto e quasi fatica a rispondermi. Fuori dal portone orde di motorini scorrazzano inferociti sui marciapiedi quasi lamentandosi di quegli insulsi pedoni che camminano proprio lì. Resta più sicuro camminare tra le automobili. Mi metto in mezzo alla strada e blocco il traffico. Le automobili non possono sorpassarmi. Qualche bicicletta e qualche altro insulso pedone passa al loro fianco e li sorpassa. Dietro mi suonano.

Un’amica una volta mi ha detto che sono una bella persona. Poche persone me l’hanno detto e la ringrazio. Mi hanno dato del pazzo, dell’esaurito, dell’eccessivamente cinico. Per le mie strane attitudini ho preso insulti e botte. Quell’amica mi ha detto che io non sono capace di vivere per me, io trovo soddisfazione solo nel vivere per gli altri, che siano amici, parenti, conoscenti e che per questo dovrei fare il politico. Perché ho un forte senso dell’umanità e so farmi voler bene. Non credo di averlo, non credo mi piacerebbe e non credo che riuscirei mai a farmi eleggere.

Le automobili sono ancora incolonnate dietro di me. E’ tutto fermo, tutto attorno. Dei nani fanno girotondo attorno a me e non sono puffi. E’ tutto immobile. Ritorno sul marciapiede. Ora posso camminare tranquillamente e la gincana tocca farla a me, tra un motorino e uno scooterone.

Un amico una volta mi ha detto che non vivere per se stessi è la forma di egoismo più becera perché è un tentativo di acquistare gli altri. Forse ha ragione lui, non lo so, non credo. Credo invece in quel che mi hai detto tu.

Entro in un bar ed approfitto dell’immobilità del mondo per prepararmi un caffè. Visto che ci sono mangio anche un cornetto, e poi un pasticcino. Una crostatina alla crema con uno spicchio di fragola sopra. Esco e passo dal tabaccaio. Prendo una stecca di sigarette. Mi faccio uno scontrino semmai il mondo dovesse ricominciare a girare proprio mentre passo davanti a quel bar poco più in là dove la guardia di finanza sta facendo colazione. E’ strano accorgersi che Roma puzza anche a mondo fermo. E’ strano.

Io ti credo. E’ strana l’imperfezione della perfezione. Mi hai detto che è stato tutto perfetto, troppo. Quando si arriva alla perfezione fino agli infinitesimali, credo, si diventi inumani e troppo distanti dalla realtà.

Cammino sul marciapiede. Davanti a me una bella ragazza, alta quanto me, ha la gonna un po’ alzata dietro. Abbasso lo sguardo per non essere imbarazzato. Gli uccelli continuano a volare nel cielo, tutti assieme. Io e loro siamo gli unici padroni della città.

E’ strano ad un certo punto ritrovarsi a dover rivedere tutto di sé stessi. Tutto ciò che di buono pensi di aver fatto nel tuo passato è solamente uno strumento per costruirsi il futuro e trovare nuovi mezzi per andare avanti e crearsi dell’altro futuro. Soli, accompagnati, chissà.

Come si può creare un futuro in un presente immobile? Correre, correre, correre… con la sigaretta accesa per annebbiare la mente e farle partorire qualcosa.

E penso che mi mancherà anche ciò che più mi dava ai nervi. Anche quando mi impedivi di fumare (ché poi rinunciasti, tornavo a casa e ne fumavo il doppio), anche quando io tentavo di parlare velando parole e tu non sapevi cosa dire e non mi guardavi in faccia e ti mangiavi le unghie arrivando fino alla carne, o anche quando all’improvviso ti addormentavi senza alcun motivo, durante un film o durante una canzone o, peggio ancora, mentre io ancora favellavo parole velate senza alcun apparente senso. Mi mancheranno anche queste cose.

Correre, correre, correre. Non è comodo con dei semi-anfibi ai piedi. Ma non posso fermarmi, no. Devo riavviare il nastro rotante che trascina questo diamine di mondo.

Ti ho persa per paura di perderti. E’ un paradosso, ma a volte accade e, a conti fatti, è il modo più semplice per aver sempre una buona scusa per non sentirsi affranti. Tanto, troppo tempo. Tutto che si rincorre e poi si rinchiude in un luogo che all’inizio sembra una baita dorata buona per svernare e poi si rivela una prigione. Non può, non poteva funzionare. Nessun presupposto. Hai ragione tu, tutto squilibrato e poi io non ho le palle di rischiare niente. No, ho avuto paura. Non ti chiedo cose che non puoi, non mi chiedere cose che non posso. Lasciamo perdere.

Sono ancora a correre e sento la barba crescere velocemente. Ricordi di Forrest Gump, ma qui non c’è nessuno che mi corre dietro. Perché questa volta ha un senso quello che sto facendo, non sono un povero ritardato che cerca di attirare l’attenzione (con tutto il rispetto per Forrest Gump). Sto cercando di riavviare il mondo, cazzo.

Mi dispiace che sia andata così e non so come andrà in futuro. E’ un altro strumento per costruircelo. O almeno per me, tu gli strumenti già li hai, purtroppo o per fortuna. Altre vite, altre cose. Penso a Bukowski che diceva: “Come diavolo fai a dire che ami una persona sola, quando al mondo ce ne sono milioni che potresti amare molto di più, e la sola stronzata che ti fa parlare è il fatto che non le conoscerai mai nella tua vita… L’amore è una forma di pregiudizio, si ama ciò di cui si ha bisogno”. Tutto vero.

Ma come faccio a pensare a queste cose mentre corro, corro e corro. E non sudo, cazzo. L’aria è ferma, senza pressione. Io volo. E a guardare Roma dall’alto, ferma, immobile, beh… Roma non sembra poi tanto male. Ma come farò a riportare il mondo alla mia velocità…

Nuova vita, ancora una volta, inutile cercare pateticamente di recuperare. E ancora più patetico è ridircela tutta, una volta ancora, come faccio io adesso. Ci vorrebbe un bel taglia-incolla della mia vita ma non ho mouse e non conosco il sistema operativo. Mi dispiace di averti delusa e non sai quanto. Sono contento perché da ora siamo estranei, ma almeno ci vogliamo bene più di quanto si possa voler bene, chessò, ai bambini malati perché ci fanno compassione o al nero sotto casa che ti chiede ogni giorno i soldi e ti fa un sorriso grande così; o a un cugino di terzo, quarto grado, giusto per la parentela. La mia mente scureggia come al solito. Ci vogliamo bene perché ci rendiamo estranei per il bene di entrambi. O meglio, questo voglio credere. E nuove vite, nuove storie che poi si rintrecciano e ritornano e si riattesteranno sulla posizione che hanno ora. Ma sei poi sicura che senza la mia imperfetta perfezione e la tua perfetta imperfezione ci saremmo voluti bene lo stesso? Ma sono poi sicuro che siano domande da porsi queste? Che ce ne frega?

Mi sento sempre più pesante, sto tornando a terra. Non ho il coraggio di guardar giù. Vertigini, un po’ come James Stewart in Vertigo. In tasca ho l’I-pod, metto le cuffiette e ascolto. Seleziono qualcosa ad occhi chiusi, lo riporto nella mia tasca e le cuffiette mi sparano la voce di Eddie Vedder con un successo di parecchi anni fa che non aiuterà certo a riavviare questo cazzo di mondo immobile sotto di me. Ma è poi ancora immobile? Che ne so io, ad occhi chiusi?

Apri gli occhi, cazzo. E’ un altro giorno. Lo so che schifi questa città, questo mondo, questa gente. Ma abbiamo bisogno di un futuro, io e te. Aprili, CAZZO!

Ok, li apro. Sono quasi a terra. Credo…

Il presente è ancora passato che attende il futuro. Promesso, questa sera torno a casa, scarico The Sims e mi creo una vita reale come piacerebbe a te. Almeno per una notte. Domani riprendo il presente. Promesso. Dammi un giorno almeno, ne ho bisogno.

Non c’è tempo per altri giorni. Gli ingranaggi del mondo hanno ripreso a girare. Di tempo ne abbiamo preso già troppo.

Coraggio, niente plurale maiestatis. Io di tempo ne ho preso già troppo.

NOTA FINALE: L’IO NARRANTE, PUR RITROVANDO LA VOGLIA DI VIVERE, PURTROPPO NON HA AVUTO LA FORTUNA DI TROVARE UN DOMANI. E’ MORTO NELLO SCHIANTO CON IL SUOLO. IL MONDO DA ALLORA NON HA MAI RIPRESO A GIRARE. E GLI UCCELLI, DA PAR LORO, HAN CONTINUATO A VOLARE.


IGNOTO NUMERO 51 – I MIEI PRIMI CINQUANT’ANNI

Giugno 12, 2008 sbloggato Lascia un commento

“So che faccio cose inopportune e a me non convenienti”
(Elettra, Sofocle)

Sette del mattino. Ho perso il mio lavoro da più di due settimane ormai, ma le vecchie abitudini faticano a morire. Con la coda dell’occhio guardo mia moglie vestirsi per uscire. Non ho voglia di alzarmi né del caffè che già mi ha preparato. I miei due figli vivono entrambi fuori. Studiano, beati loro. Passerò la mia prima mattinata da cinquantenne da solo.

Mia moglie sbatte la porta ed io mi alzo dal letto. Non ho voglia di sentirla, cercate di capirmi. Ho voglia di fare le mie cose con calma, molta calma.

Ed ora, che sono le undici, prendo la mia Settimana Enigmistica, una Bic verde e me ne vado al Parco della lungimiranza, giusto qui dietro casa.

E’ estate e fa caldo. Del bel parco che era è rimasta qualche panchina malmessa, pochi alberi e pochi fiori. Ma a me piace.

Vedo una panchina vuota. Di fronte è seduto il Matto. Il Matto dorme. E’ un uomo di una certa età, esile ma dagli “addominali” gonfi. Beve molto, ha capelli lunghi che fanno un tutt’uno con la barba. Ha una busta piena di lattine di Coca Cola che nessuno cercherà mai di rubargli. La lascia lì, vicino a lui incustodita. Forse a fargli compagnia, non lo abbandonerà mai.

Mi siedo sulla panchina vuota e comincio a fare le parole crociate. Quelle della prima pagina, le più semplici. E poi passo al primo grande schema.

Il sole picchia. Chiudo la Settimana Enigmistica e chiudo gli occhi.

Li apro e sono steso. Ho indosso il pigiama, il letto è il mio. Il mio di quarant’anni fa. La stanza è simile a come la ricordavo. Forse i muri avevano una sfumatura diversa, c’era qualche poster in meno. Ma è simile.

La stanza è piena di persone. Persone che parlano tra loro e sembrano non curarsi della mia presenza. Con le braccia mi alzo e mi metto seduto sul letto.

Li osservo. Non conosco nessuno. Tocco la spalla ad un signore di mezza età e chiedo:

- Cosa succede?

- Niente signore. E’ una riunione di condominio.

Mi pare strano ma non trovo nessun motivo per replicare e scacciarli.

In realtà sembra più una festa. Tutti hanno un bicchiere in mano, brindano tra di loro come niente fosse.

Poi vedo un volto più familiare. Mi si avvicina e mi fa:

- Amico mio!

- Oddio, ma sei tu?

Non lo vedevo da molto tempo. Io sono invecchiato, lui è ancora come era una volta. I capelli brizzolati li aveva già molto tempo fa e sicuramente veste in modo molto più giovanile di me. So che sono in pigiama, il paragone non si può fare. Ma credetemi, quelle polo e quei pantaloni di stoffa credo lui non li indosserebbe mai.

- E’ tanto che non ci vediamo…

- Sì, proprio tanto…

- Eheh… stavo pensando

E giù ricordi. Parliamo di tutto. Prendiamo in giro ancora i vecchi amici come una volta. Parliamo di cinema, di libri, di musica.

E poi un brivido mi attraversa la schiena. Mi paralizza. Ricordo tutto. Gli faccio:

- Shining!

- Shining?

- Sì, tu sei Mister Grady…

- Capisco…

- Eh si che capisci… ma perché?

- Perché cosa?

- Perché hai deciso così?

- Tu certe cose non le puoi capire. Sei fatto così. Non le hai capite prima non puoi capirle ora…

- Le avevo capite invece…

- E perché non hai detto niente? Perché non hai fatto niente? Cristo, non sai ora quanto ti invidio…

- Invidi me? Ma guardami…

- Si ti invidio. Hai pensato a te, solo a te.

- Ma non ho niente.

- Hai molto invece. Io non ho più niente.

- Perdonami se puoi. Non volevo, non sapevo che sarebbe andata così. Ho preferito girare al largo, far finta di niente. Ho preferito non parlare. Non ci riuscivo… e poi cosa volevi facessi? Cosa potevo fare?

Stringo gli occhi per paura. Per piangere. E ricordo come lo immaginai quando mi chiamarono. Stramazzato a terra su un pavimento di marmo e gli occhi spalancati. E tutti intorno a guardare come fosse un fenomeno da baraccone.

Riapro gli occhi e lui non c’è più. Ci sono ancora tutte quelle persone che non riconosco. Non ho voglia di alzarmi da quel maledetto letto. Ho voglia di svegliarmi. Ci provo con tutte le forze. Il mio corpo reale lo sento provare a muoversi ma è bloccato.

E vedo lei. Questa donna ben più anziana di me che mi saluta dall’altro lato della stanza. Ha i capelli corti e qualche ruga di troppo. Ma la riconosco. Non dovrebbe essere così anziana, oggi avrebbe quarantasette, forse quarantotto anni. Una vita difficile, forse. Ma è vestita bene ed è ancora bella così. Ha un casco da motociclista in mano. Mi si avvicina piano piano, si siede sul letto accanto a me e mi da un bacio sulla guancia con fare materno. E mi dice:

- Ciao rospo…

- Ciao bella, come stai?

- Saranno trent’anni che non ci si vede… io sto bene e tu?

- Bene, a parte tutto questo…

Indico la gente, lei annuisce e mi sorride. Quel sorriso in cui mi ero perso più volte tanto, troppo tempo fa, mi sembra ora più certo, più deciso. Nonostante sia manifestamente vecchia mi sembra più solare di allora, per quanto sia possibile. Impressioni, solo stupide impressioni, oggi come allora. Mi dice:

- Hai saputo di me, cosa faccio ora? Sono la presidentessa dell’Istituto Cultura Italiana di New York, vivo lì…

- Io ho perso il lavoro da poco…

- Mi dispiace…

- Beh, però sono contento per te… Hai avuto fiducia in te stessa, come ti avevo detto io. “Lascia perdere le altre persone, anche me… lascia stare quello che dicono, quello che pensano. Ne troverai tante altre. Tu pensa a te stessa che ce la puoi fare”.

- E ce l’ho fatta… ma mica è stato merito tuo…

- Eh sì, solo tuo…Poi sei partita e non sei tornata più.

- Eheh… sì, è stato il momento più bello della mia vita…

- Mi sei mancata un po’, sai?

- Ma dai…

- Si invece… lo sai che non sono del tutto normale…

- Sei solo masochista… E poi tu dicevi che ognuno doveva fare la sua vita, pensare a se stesso…

- Io penso a me stesso ogni secondo della mia vita. Distrattamente, ma in ogni secondo.

- E a me ci pensi ogni tanto?

- Solo ogni tre secondi, ma ogni tre secondi ti penso molto intensamente.

- Sei il solito bugiardo… infantile e bugiardo…

Sì, solite bugie, solite cose. Ancora oggi non so cosa sono, cosa penso. Chi sono. E mi incazzo, oggi come allora.

- Sì, sono un bugiardo. Non penso né a me stesso né agli altri. Sono un coglione e…

E mi sento mancare il respiro. Devo alzarmi dal letto, devo bere qualcosa. Mi precipito verso la cucina facendomi largo tra la gente. La cucina è vuota. C’è solo un tavolo in mezzo dove mio padre e mia madre borbottano fumando. Intanto un ragazzo sta pitturando le pareti.

Dimentico dell’acqua.

- Di cosa parlate?

Mia madre non alza lo sguardo. Risponde papà:

- Del fatto del lavoro…

- Papà, lascia perdere… è un casino…

- Ma cosa vuoi fare della tua vita? Eh? Ti sembrano questioni di principio da farsi?

- Papà, io non voglio capi nella mia vita…

- Tu non vuoi niente… Tu pensi, rifletti… sconclusionato… non si campa di filosofia… non si campa di cazzate… E gli altri? Agli altri non ci pensi? Non valgono niente le promesse, le speranze, le aspettative…

- Hai ragione papà…

Mia madre alza gli occhi perché vorrebbe dire qualcosa. Forse fermare la furia di mio padre. Ma anche mio padre ha negli occhi lo stesso sguardo. Hanno uno sguardo che non dimentico, uno sguardo che nei momenti di rabbia, nei momenti di gioia, quando ci hanno visto cadere e rialzarci hanno sempre mantenuto. Lo sguardo dell’amore che avevano anche guardando una nostra foto. La voglia di esporsi per noi, di battersi per noi. Quel che io non riesco ad avere per i miei figli e che vorrei con tutto il cuore avere. Ma non riesco a dire niente.

Di nuovo il mancamento, mi sento soffocare. Mi volto verso la porta della cucina e tutte quelle persone sono lì fuori dalla porta ad attendermi. Li riconosco tutti. Ragazzi e ragazze, anziani, bambini. Sono tutti lì per me a ricordarmi un’emozione, un momento, un errore. Li ricordo tutti in un solo momento. La mia vita. Insopportabile. Chiudo gli occhi di nuovo sperando di riaprirli e non trovarli più.

Il corpo finalmente torna a muoversi. Intorpidito, riapro gli occhi e sono sempre su quella panchina. Non so che ore siano, non porto l’orologio da parecchio tempo.

Non so che faccia possa io avere in questo momento, ma il Matto è sveglio e mi fissa. Ho dormito tenendo in mano penna e rivista. Faccio per alzarmi. Sono tutto sudato, la mia polo è una pozza di sudore. Il Matto mi guarda con gli occhi spalancati ma quasi assenti. Con voce impastata mi fa’:

- Ognuno fa quello che capisce!

- Eh si amico mio… e purtroppo di Delorean volanti non se ne vedono più da un pezzo in circolazione…

IGNOTO NUMERO 38 – 2020 ODISSEA NELLO STRAZIO

Agosto 8, 2007 sbloggato 1 commento

21 aprile 2020. Marco Lo Strazio, lobbista della “Cocaina Ferrari”, quarant’anni, non aveva chiuso occhio nella notte. Per la verità erano anni che non chiudeva occhio, non tanto per le ingenti dosi di droga assunte, quanto per le responsabilità che aveva e che gli pesavano come un macigno.
Si preparò il suo decaffè, caffè decaffeinato, unica possibilità di bere un caffè da quando la caffeina era stata dichiarata fuorilegge per le sue capacità distruttive della mente umana.
Mentre beveva il caffè, accese il televisore. Edizione straordinaria. Arrestato Marino La Pera. La Pera era il presidente di un’associazione no profit, una di quelle associazioni che ancora nel 2020 promuovevano battaglie per i diritti civili. Latitante da cinque anni, si erano sparse voci sulle sue capacità di cambiare volto a suo piacimento. “Meno male, uno di meno” pensò Lo Strazio.
Decise di andare a lavoro a piedi. Si sentiva carico di energie. Anche quel mattino. Indossò la sua tuta e il suo casco. Necessari per andare a piedi nel 2020. L’aria ancora non era stata ripulita. Chiamò il suo albanese personale (tutti ne avevano uno nel 2020, gli albanesi ancora non si erano ribellati) e gli disse di stare dietro la porta a controllare. Di quei tempi era sempre meglio avere qualcuno sull’uscio. I comunisti erano sempre in agguato. Lo Strazio non ne aveva mai visto uno. Si narrava avessero zanne come quelle dei lupi e artigli come quelli delle tigri.
Lo Strazio si avviò verso il suo ufficio. Quel giorno aveva un incontro per una sponsorizzazione importante. La sponsorizzazione del Presidente del Consiglio Sandro Marangoni, presidente indiscusso ormai da dieci anni. Chi non lo conosce al giorno d’oggi? Una leggenda vivente a distanza di secoli. Lui ha portato la libertà. Lui ha unificato destra e sinistra. Lui ha reso tutti un po’ più uguali, tutti un po’ più normali. Lui ha annullato le diversità. Certo, all’epoca il sistema non era ancora perfetto. Esisteva ancora la diversità. Oggi tutto questo non esiste più.
Tornando a quel 21 aprile del 2020, Lo Strazio arrivò a Palazzo Chigi in breve tempo, abitava a soli tre isolati da lì. L’incontro andò bene. Dopo il Papa, anche Marangoni per soli 45 miliardi di talleri, valuta legale da quando l’Italia aveva deciso di diventare un paese autarchico chiudendo ogni frontiera in uscita a persone e merci, avrebbe sorriso ai televisori di tutta Italia, rotolato una banconota da centomila talleri, sniffato e detto : “Coca Ferrari, l’unica vera coca italiana”. Slogan banale ma efficace se è vero che ancora oggi la Cocaina Ferrari è la più assunta nel mercato delle droghe.
Lo Strazio tornò a casa. L’albanese era dietro la porta che lo aspettava. Rientrò e ricominciò a lavorare. Decise di sniffare la Coca Ferrero per scovarne qualche difetto, per delle nuove campagne pubblicitarie o, ancor meglio, per far ritirare la licenza di produzione alla Ferrero. Avrebbe potuto, la cocaina era tagliata male. Ma non potè dirlo a nessuno. Capì che l’albanese non avrebbe mosso dito. Capì che forse non era vero che un albanese era il miglior amico dell’uomo. Le parole gli rimasero mozzate dalla morte : “Dannati comuni…”