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IGNOTO NUMERO 49 – DADDO ATTORE

Maggio 24, 2008 sbloggato 1 commento

Il momento di andare a dormire era, per Daddo, il più bello della giornata. Quella sera era tutto un po’ diverso. Era la sera prima della “Prima”. Preparò una camomilla quadrupla. Mandò un sms a Paola col suo vecchio Siemens C25. Si infilò a letto e si addormentò.

Un rumore sordo e duodenale lo svegliò. Com’è un rumore duodenale? E’ una botta che senti all’altezza dell’intestino e che risale tutto il corpo fino a colpirti sulla scatola cranica. Ti spinge ad aprire gli occhi, a svegliarti. Qualcosa non va.

Qualcosa non va, Daddo. Sono le tre e un quarto. Da un quarto d’ora dovresti essere all’Auditorium.

Daddo non si lava. Si veste ed esce di casa. E si mette a correre…

- Ma dove va Daddo?

All’Auditorium dicevo…

- E a fare cosa?

Lasciami raccontare. Dunque. Daddo era stato scelto nei provini per il ritorno alle scene di Carlo Allegorico…

- E chi sarebbe questo Carlo Allegorico?

Non sei un appassionato di teatro, vero? Carlo Allegorico non è un nome d’arte, il padre si chiamava Piero Allegorico… era appena finita la seconda guerra mondiale e, tra povertà e miseria, si sentiva il bisogno di ridere. E il padre decise di ridere del suo primo figlio. E di far ridere la gente.

Ma Carlo non ci stava. Eh no… Sessantottino della prima ora, militante di Lotta Continua, diventò un punto di riferimento per l’avanguardia teatrale italiana.

Poi, all’inizio degli anni ’80, si ritirò a vita privata. Perché pensava che ritirandosi sarebbe diventato leggenda.
Si sbagliava di grosso. Tutti si dimenticarono di lui.

Tutti. Finché un giorno la madre si ammalò gravemente. Ed espresse un ultimo grande desiderio. Rivedere l’amato figlio applaudito da tutti per il suo più grande spettacolo.

Come non rispettare il desiderio di una madre? Carlo scrisse la sceneggiatura di “San Pietroburgo, oggi: Italia vs Resto del mondo” in due giorni, chiamò un vecchio critico suo amico e in cinque giorni trovò un contratto per una serata all’Auditorium di Roma. Giornali e televisioni furono invase dal suo faccione ormai rugoso e dal suo nome accostato all’appellativo di genio.

Ai provini scelse Daddo e Paola. Due attori alle prime armi. Unici attori in scena. Allegorico disse loro che erano perfetti per la parte.

Paola, ragazza mediterranea e solare, era perfetta anche per andare a letto con lui. E ci andò.

Daddo si era invaghito di Paola. A parte questo, era piuttosto scettico sulla sceneggiatura. Ma Allegorico era un genio e non poteva rifiutarsi…

- Perché era scettico?

Perché la storia era ambientata nella San Pietroburgo pre-Rivoluzione d’ottobre. L’incontro tra il grande musicista Igor Stravinskij (Daddo) e una ragazza italiana (Paola), chiamata Maurina, come la madre (di Allegorico, naturalmente). Stravinskij non parla italiano, Paola parla esclusivamente italiano. Ma Stravinskij conosce l’inglese. Ritenendolo maggiormente comprensibile all’italiano, cerca di intrattenere una conversazione con Paola in inglese per rimorchiarla e portarsela a letto. Maurina non conosce l’inglese, ma è consapevole di avere di fronte a se il maestro. E vorrebbe portarselo a letto. Giusto per poter raccontare alle amiche di essere stata con una celebrità. E allora Maurina risponde in italiano. Non si capiscono ma parlano per un’ora e mezza filata. Ecco la trama.

Una cazzata, pensa Daddo. Ma è avanguardia. E Allegorico è un maestro.
E allora zitto e vai avanti, Daddo. Ma un altro problema si pone davanti a Daddo nel copione. Stravinskij parla in inglese. E Daddo non conosce l’inglese.

- E come fa?

Infatti… dicevo… si rivolge a Allegorico che gli chiede espressamente di non imparare niente d’inglese.

“Leggi l’inglese con i suoni dell’italiano. Ad esempio, qui We are the champions, leggi ve are tee chiampions”.

“Ok maestro… se lo dice lei maestro…”

Ora Daddo è arrivato a teatro. Allegorico non è preoccupato dal suo ritardo. Paola è incazzata invece. Gli dice che allora è proprio un coglione.

“E poi che cazzo di messaggi mi mandi? Ma che ti sei messo in mente?”

Daddo non parla, con un gesto della mano la manda a fanculo. Non sa che la sera prima, leggendo il messaggio a Carlo nel mezzo di un amplesso, sono scoppiati a ridere insieme e hanno ripreso a fare sesso con ancora più vigore.

Intanto la scena è pronta. Hanno speso vagonate di soldi per l’allestimento.

La madre di Allegorico è stata sistemata in fondo alla sala, con letto da corsia e una bombola d’ossigeno gigantesca in modo da poter prendere il giusto riconoscimento all’aver messo al mondo un genio. Applausi. Applausi per suo figlio. Applausi per lei.

Giganteschi condizionatori per simulare il freddo polare dell’inverno di San Pietroburgo. Neve artificiale sulla scena.

Agli spettatori sarebbero state distribuite pellicce all’ingresso.

Ora, la sala era quasi piena. Era stata annunciata anche la presenza del Re Censore.

- E chi sarebbe?

Il Re Censore era stato recensore di teatro per i quotidiani di sinistra negli anni ’70. Formatosi nella FGCI, era poi stato “acquistato” da un nuovo Premier di centrodestra negli anni ’90. Nel marasma dei giorni seguenti al suo omicidio, era riuscito a farsi incoronare Re d’Italia e a riportare la monarchia in Italia.

- Ma non è verità!

E non protestare… che ti aspettavi che ti raccontassi? Volevi il sottotitolo “Da una storia vera”? E’ fantasia, tutta fantasia. O quasi.

Dunque, dicevo. Il Re Censore non faceva altro che andare a teatro, a concerti. Per incutere timore agli artisti e non permettergli di criticare la monarchia. Altrimenti… testa mozzata, a loro e a tutte le loro famiglie.

Daddo era preoccupato dalla presenza del Re Censore. Aveva paura per la sua testa. Povero Daddo.

Ma era la sua grande occasione. L’occasione per farsi conoscere. L’occasione per diventare un grande attore. “Daddo il grande”, “L’Al Pacino italiano”… già vedeva i titoli dei giornali del giorno dopo.

La sala era quasi piena, il Re Censore era in prima fila, la signora Maurina era in fondo alla sala.

Si accesero i condizionatori con un’irruenza incredibile.

Una voce invitò gli spettatori a spegnere i cellulari.

Luci spente. La voce di Paola risuonò nella sala:

“Un vento a trenta gradi sotto zero incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve. Un giorno sulla prospettiva Nevskij per caso vi incontrai Igor Stravinsky.”

Si accendono le luci. Daddo e Paola si muovono affannosamente sulla neve sintetica. Si guardano. E cominciano il loro dialogo assurdo, tra parole di Battisti (o meglio di Mogol) e di Lennon, di De Andrè e di Springsteen, di De Gregori e di Dylan. Ed altri, ed altri ancora.

Inizia il parlottio tra il pubblico. Il volgo pensa sia una cazzata incredibile. I radical-chic che sia geniale.

Daddo e Paola non si muovono. Non devono muoversi. Devono guardarsi e parlare. E Daddo deve rendersi ridicolo agli occhi del pubblico con il suo inglese foneticamente italiano. E si è già reso ridicolo agli occhi di Paola.

Suona un cellulare. Suona e continua a suonare. Daddo e Paola continuano a declamare frasi in idiomi diversi e assolutamente non attinenti tra loro.

Il Re Censore risponde al cellulare.
“Pronto… ah si, sei tu… sto a questa cazzata di quel cazzo di coglione di Allegorico… si, lo stronzo… quel cretino… si, e poi ci stanno due che fanno pena… ha preso uno che non sa neanche l’inglese… si… quell’altra però è bona… me la farei…”

Silenzio in sala. Il pubblico applaude sul “me la farei…”.

“Bravo… Viva il Re Censore!”

Il Re Censore si alza in piedi e si prende gli applausi della sala. E Daddo non ci vede più. Non sa che cosa accadde, perché prese la decisione…

“ci vuole poco ad immaginar quello che state per pensar, ridete pure se vi pare ma non dovreste giudicare. Se questo modo di pensar a voi non va cercate solo di capir che non facciamo male mai”.

Prima frase comprensibile di Stravinskij ed ultima dello spettacolo. Stravinskij (ergo, Daddo) si lanciò sul Re Censore massacrandolo di cazzotti. Non intervenne nessuno, neanche le guardie del corpo. Nessuno ne poteva più di lui. Il Re Censore non fu trasportato in ospedale quando Daddo ebbe finito il suo lavoro. Morì all’auditorium. E tutti applaudirono.

Nessuno avrebbe più dimenticato Carlo Allegorico. Questa volta era davvero entrato nella storia. Il maestro aveva creato Daddo, un nuovo genio, il nuovo idolo delle folle. Daddo era pronto ad una folgorante carriera, alle prime pagine di tutti i giornali… i giornali avrebbero davvero scritto, il giorno dopo, “Daddo il grande”. Forse non “L’Al Pacino italiano”. Pazienza, pensò Daddo.

All’applauso non poteva purtroppo partecipare la signora Maurina. Non poteva, immobilizzata nel suo letto. Ma non poteva ascoltare neanche il giusto tributo all’ultima opera di suo figlio, del suo genio. Il figlio, preoccupato dalla riuscita del suo ultimo sforzo, aveva dimenticato la pelliccia per lei. Era morta assiderata.

Questo stupido racconto lungo è dedicato a Daddo. Che non è assolutamente quello del racconto. Perchè Daddo sarà un grande attore per talento, passione e volontà. E per me un grande attore lo è già.

IGNOTO NUMERO 40 – LE QUATTRO ESSE DI HARRY

Settembre 14, 2007 sbloggato 1 commento

Credo fosse una calda estate del cinquantasei, forse del cinquantasette, l’estate in cui Harry entrò per la prima volta nel mio bar. Io ero da sola, non avevo neanche un aiutante. Entrò declamando poesie un po’… forse un po’ troppo poco realistiche per i miei gusti, ecco. Forse è che gli ha detto male ad Harry. Gli ha detto male ad arrivare a Los Angeles in quel periodo. Non era un bel posto per vivere Los Angeles alla fine degli anni ’50. Tante possibilità, per carità. Ma ci devi saper fare. Ed Harry non ci sapeva fare.

Harry cercava lavoro. Voleva fare lo scrittore, l’attore. Qualsiasi cosa finisse con “ore” lo affascinava. Ed ogni giorno, da quel primo giorno d’estate… forse era luglio se non ricordo male, forse sulla ventina… Harry veniva nel mio bar tutti i pomeriggi, con una faccia che parlava di morte. Ma la sua bocca non trovava tregua mai. Beveva, beveva, beveva… e qualche volta mangiava, se gliel’offrivo io… e poi cantava all’improvviso, declamava poesie, a volte anche in latino… o forse non era latino, ma lui diceva così… del resto io, povera ignorante, cosa potevo dire… e poi si metteva a scrivere.

Entrava tutti i giorni con un libro preso alla biblioteca cittadina di Los Angeles… una bella biblioteca, un bel posto per chi sa leggere e scrivere… ma a Los Angeles o si campa male o si campa troppo bene, non c’è tempo per leggere e scrivere neanche per chi sa farlo. Solo Harry trovava questo tempo. Riusciva a trovarlo anche per leggere i giornali delle scommesse sportive. Quel poco che riusciva a guadagnare ogni tanto con qualche lavoretto saltuario lo investiva lì. Diceva che in fondo piuttosto che vivere un giorno da mediocre era meglio viverne uno da signore, altrimenti non viverlo per niente. Ogni tanto mi pagava qualcosa. Io lo tenevo lì, anche se non pagava. Perché alla gente piaceva. Da quando c’era lui, i ragazzi venivano, accorrevano per sentirlo parlare. Forse lo prendevano in giro, qualcuno lo prendeva anche sul serio. Le persone di passaggio restavano affascinate dal suo parlare. Anch’io, se devo dire la verità. Lui lo capì e provò a portarmi a letto.

Tentò di farmi ubriacare. Io ci sarei anche andata a letto… non è che mi capitino spesso queste possibilità… ma purtroppo tra un whiskey e un altro lui crollò. Ed io, ubriaca ma ancora capace di intendere e volere, lo misi a dormire sui sacchi di farina che tengo lì in cucina. Chiusi il locale e me ne andai. Il giorno dopo la ragazza che avevo dovuto assumere per colpa di Harry lo trovò ancora lì, ancora a dormire.

Poi qualcosa è successo. Qualcosa è successo ad Harry. Erano quasi dieci anni che veniva al mio bar e non l’avevo mai visto così. Muto. Era invecchiato sì, ma era muto. Non parlava più. Un giorno, fui chiamata dalla commessa del mio bar. Mi disse di correre, Harry voleva spararsi. Non dovevo correre poi tanto, abitavo sopra il bar. Comunque scesi. Harry farneticava ubriaco più del solito. Non crollò come quella sera. Farneticava di un mondo che non andava bene, di nessuno che apprezzava le sue parole, il suo genio, i suoi racconti, le sue liriche. Nessuno capiva il suo mondo immaginario di sbornie, sigari, sporcizia e scopate. Il mondo delle quattro esse, lo chiamava lui. Quando tentai di avvicinarmi a lui premette il grilletto.

Da allora in poi non l’ho più visto. Ora frequenta un bar all’altro angolo della strada. Non morì il povero Harry. La pistola non era carica. Harry aveva il senso della buffonata. In quell’istante Harry aveva fatto calare il sipario sulla nostra vita insieme, in un bar, io da una parte, lui dall’altra.

IGNOTO NUMERO 24 – UN GENIO DI NOME HANK

- Il mio nome è Hank

- Cazzo di nome è Hank ?

- Hank è un nome come un altro

Sbronzo , accettai ciò che quei ragazzi avevano da offrirmi. Un altro whisky.

Barcollavo su quel seggiolino. Appoggiai i gomiti al bancone , stando attento a non spostarli per non perdere l’equilibrio. Con la testa incastonata tra le mani , chiesi ai ragazzi un altro whisky. Novellini.

Non sorseggiai. Bevvi. Guardai la cameriera. Mi prudeva il cazzo.

Stetti il tempo di un altro whisky ad osservarla. E ascoltavo i ragazzi parlare di lei , di come lei scopasse chiunque gli passasse sotto tiro.

- Bella , mi metti un altro whisky ?

- Certo – disse lei , ancheggiando verso le bottiglie

- Io lo infilo dentro e lo sfilo come nessuno

- Ma se non ti si alza nemmeno – disse , versandomi un altro whisky

La pancia cominciò a brontolare

- Mi si alza eccome. Possiamo offrirti un whisky?

Non avevo un dollaro. Ma me ne fregavo. I ragazzi erano lì per me. Mi adoravano.

- No , grazie. Una Pepsi.

- Una Pepsi? Una che beve una Pepsi deve avere una figa molto stretta. Non devi scopare molto cara…

- Come si permette? Qual’è il suo nome?

- Il mio nome è Charles. Charles Bukowski.

- Signor Bukonski , lei è un gran cafone

- Se permette sono un genio.

- Ma tu avevi detto di chiamarti Hank… – Intervenne uno dei ragazzi

- Fatti i cazzi tuoi e bevi , questo giro lo offro io – ma non avevo i soldi , cane di un giuda

- Genio o no , questi apprezzamenti non mi vanno giù. Lei avrà il doppio della mia età.

- E scopo ancora il doppio di lei cara mia

- Ma se è un barbone!

- Si , ma un barbone scopatore. E un genio , cara. Non lo dimentichi