INTRODUZIONE
Quando ho scritto questo racconto (di cui ho parlato qui) erano altri tempi.
Nel frattempo sono cambiate moltissime cose. Tante. Troppe. L’avevo scritto “su commissione”, ma mi era stato facile perchè la storia l’avevo più o meno tutta in mente.
Ero convinto che lo avrei rivisto, ampliato e corretto un giorno o l’altro, ma sono cambiate talmente tante cose nel frattempo che non credo scriverò mai più niente del genere.
Tuttavia, pur se scritto in modo affrettato, in appena tre giorni, è uno dei due racconti superiori alle 30 pagine che sono riuscito a concludere. Ed è una storia che parla più o meno di me, della mia vita per come l’ho vista io, per ritornare alla riflessione precedente.
Siccome niente di ciò che viene prodotto deve essere buttato, ripubblicherò qui questi due “racconti-non-da-blog” cominciando da questo più lungo (e più sofferto).
Si tratta in realtà di 15 brevi racconti legati tra loro da una linea sottilissima, con vicende e personaggi trattati in maniera molto più sbrigativa di quanto avrei dovuto, per non far male nè a me nè a loro, utilizzati, essenzialmente, per parlare di me.
Lo pubblico esattamente come l’ho scritto, come oggi non lo scriverei mai più.
LE PAROLE PER TORNARE A CASA
“Nell’amore astratto per l’umanità
quasi sempre si finisce per amare solo se stessi “
(Fedor Dostojewkij, “L’Idiota”)
1
“Il lavoro rende liberi”: stropicciandomi gli occhi, il primo pensiero che riempì la mia mente fu la frase di benvenuto riservata ai prigionieri di Auschwitz. Forse residuo di un sogno, bello o brutto che fosse, io che salvavo milioni di ebrei o, forse, io che li condannavo a morte. O forse perché era ora di andare a lavoro.
Mi accorsi, guardandomi attorno, che non era giorno lavorativo. Doveva essere una domenica, non ero nel mio letto. Il paese, la casa dei miei genitori.
Non avevo ricordi della sera precedente. Forse una grande sbronza, chissà. Mi sentivo un po’ spaesato.
La mia stanza mi parve ben più grande di quanto lo fosse solitamente. Avevo le gambe addormentate. Una alla volta, con la forza delle braccia, le spinsi al bordo del letto in modo da sedermi. Ancora formicolanti, mi spinsi in avanti per alzarmi in piedi ma finii per cadere a terra. Rimasi un po’ disteso sul pavimento, muovendo piano le gambe per far riprendere la circolazione.
Ancora disteso, ebbi la sensazione di indossare un pigiama immenso. Riacquistata la capacità di stare in piedi, mi alzai da terra e, tenendo su il pigiama con le mani, andai verso lo specchio.
Non avevo più un filo di barba e i capelli erano lunghi come non mai. Un bel viso da bambino, lo sguardo triste da adulto. Avevo perso più o meno venti centimetri e, approssimativamente, una trentina di chili.
Sulla sedia della scrivania di fianco al letto trovai dei vestiti della mia misura. Indossai un paio di slip e calzini di spugna bianchi, jeans slavati, una maglia rossa e delle scarpe nere da pallacanestro.
Le stanze da letto dei miei genitori e delle mie sorelle erano vuote, come se nessuno avesse dormito lì. Letti rifatti, tutto in ordine.
Scesi le scale del villino per andare in cucina. Seduto al tavolo da pranzo stava un uomo piuttosto robusto e stempiato. Aveva la barba lunga. Una trentina d’anni. Alzando la testa verso di me, col dito indice del braccio destro si sistemò bene gli occhiali sul naso e mi sorrise.
Non sapevo chi fosse quell’uomo, tuttavia aveva un volto per me familiare. Mi offrì del caffè. Ne bevvi ed accesi una sigaretta.
Ti fa male fumare, mi disse.
Lo so, risposi io, sgarbato.
Dovevo sembrare proprio uno di quei ragazzini cresciuti per strada. Sbarbato e con la sigaretta tra le labbra, fumavo come un uomo vecchio.
Terminato di fumare, mi fa “Sei pronto?”
Per cosa, chiedo io.
Per uscire, fa lui
Annuii, non trovando alcuna valida alternativa.
1 ½
“Un attimo. Fammi andare in bagno”. Presi tempo.
Entrai nel bagno e chiusi a chiave. Restai per un attimo con la fronte poggiata sulla porta. Ero confuso. Sudavo.
Poi mi voltai. Seduto sulla tazza del cesso, con una Gazzetta dello Sport aperta tra le gambe, stava un uomo con il cranio fracassato sulla cocuzza. Tremante, mi avvicinai per osservarlo. Una trentina d’anni all’incirca, testa rasata, barba ispida. Un volto per nulla familiare. Chi era quell’uomo? E chi era l’assassino che stava facendo colazione nella mia cucina? E dove erano tutti gli altri?
Mi sciacquai il volto, uscii dal bagno e cercai di sembrare tranquillo. Cercai gli occhi dell’assassino. Lui mi sorrise bonariamente. Andiamo, mi disse.
Fuori casa non trovai la mia auto nel posto in cui ero solito parcheggiarla. Smarrito, cominciai a guardarmi attorno. L’omaccione che era con me mi allungò un paio di chiavi: “Prendiamo la mia. Guida tu”.
Prese le chiavi, mi indicò un’utilitaria tedesca di colore verde. Saliti in macchina, impiegai un bel po’ di tempo nel sistemare il sedile in modo che le mie corte gambe raggiungessero i pedali. Mi sentivo a disagio. Non dissi niente.
1 ¾
Dove andiamo, chiesi con voce tremante.
Guida, fece lui, senza aggiungere altro.
Accesi la radio, poi una nuova sigaretta. L’uomo al mio fianco mi guardò sconsolato. Non potevo proprio farne a meno.
Con la mano destra seguivo il ritmo della musica, con la sinistra tenevo la sigaretta vicino al finestrino.
Mi feci coraggio. “Come ti chiami?”
Ottavio, disse lui, senza aggiungere altro. Non mi vennero in mente altre domande.
Guidavo senza meta nella campagna. Le campagne delle mie parti non sono granché. Sono gialle, aride. Sterpaglia. Le montagne, poi, sono aspre, piene di boschi disordinati. Niente a che vedere con le campagne dell’appennino pre-padano.
Viaggiavamo tra campi tutti uguali, in strade strette e asfaltate decenni fa. Impossibile evitare le buche.
Poi, d’improvviso, scese la notte ed una nebbia fitta. Rallentai il passo. Riuscivo a malapena a vedere la strada. L’omaccione taciturno che sedeva al mio fianco, d’improvviso, mi diede un colpo col gomito. Mi voltai verso di lui: “Che cazzo vuoi?”
Senza scomporsi, mi indicò con l’indice una casa su un’altura che sovrastava la nebbia.
Non deve essere troppo lontana, disse. Potremmo chiedere ospitalità lì, almeno finché la nebbia non si diraderà.
Bene, pensai. In fuga con l’assassino. Come nei film.



