LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 1/15

INTRODUZIONE

Quando ho scritto questo racconto (di cui ho parlato qui) erano altri tempi.

Nel frattempo sono cambiate moltissime cose. Tante. Troppe. L’avevo scritto “su commissione”, ma mi era stato facile perchè la storia l’avevo più o meno tutta in mente.

Ero convinto che lo avrei rivisto, ampliato e corretto un giorno o l’altro, ma sono cambiate talmente tante cose nel frattempo che non credo scriverò mai più niente del genere.

Tuttavia, pur se scritto in modo affrettato, in appena tre giorni, è uno dei due racconti superiori alle 30 pagine che sono riuscito a concludere. Ed è una storia che parla più o meno di me, della mia vita per come l’ho vista io, per ritornare alla riflessione precedente.

Siccome niente di ciò che viene prodotto deve essere buttato, ripubblicherò qui questi due “racconti-non-da-blog” cominciando da questo più lungo (e più sofferto).

Si tratta in realtà di 15 brevi racconti legati tra loro da una linea sottilissima, con vicende e personaggi trattati in maniera molto più sbrigativa di quanto avrei dovuto, per non far male nè a me nè a loro, utilizzati, essenzialmente, per parlare di me.

Lo pubblico esattamente come l’ho scritto, come oggi non lo scriverei mai più.

 

LE PAROLE PER TORNARE A CASA

Nell’amore astratto per l’umanità
quasi sempre si finisce per amare solo se stessi

(Fedor Dostojewkij, “L’Idiota”)

1

Il lavoro rende liberi”: stropicciandomi gli occhi, il primo pensiero che riempì la mia mente fu la frase di benvenuto riservata ai prigionieri di Auschwitz. Forse residuo di un sogno, bello o brutto che fosse, io che salvavo milioni di ebrei o, forse, io che li condannavo a morte. O forse perché era ora di andare a lavoro.

Mi accorsi, guardandomi attorno, che non era giorno lavorativo. Doveva essere una domenica, non ero nel mio letto. Il paese, la casa dei miei genitori.

Non avevo ricordi della sera precedente. Forse una grande sbronza, chissà. Mi sentivo un po’ spaesato.

La mia stanza mi parve ben più grande di quanto lo fosse solitamente. Avevo le gambe addormentate. Una alla volta, con la forza delle braccia, le spinsi al bordo del letto in modo da sedermi. Ancora formicolanti, mi spinsi in avanti per alzarmi in piedi ma finii per cadere a terra. Rimasi un po’ disteso sul pavimento, muovendo piano le gambe per far riprendere la circolazione.

Ancora disteso, ebbi la sensazione di indossare un pigiama immenso. Riacquistata la capacità di stare in piedi, mi alzai da terra e, tenendo su il pigiama con le mani, andai verso lo specchio.

Non avevo più un filo di barba e i capelli erano lunghi come non mai. Un bel viso da bambino, lo sguardo triste da adulto. Avevo perso più o meno venti centimetri e, approssimativamente, una trentina di chili.

Sulla sedia della scrivania di fianco al letto trovai dei vestiti della mia misura. Indossai un paio di slip e calzini di spugna bianchi, jeans slavati, una maglia rossa e delle scarpe nere da pallacanestro.

Le stanze da letto dei miei genitori e delle mie sorelle erano vuote, come se nessuno avesse dormito lì. Letti rifatti, tutto in ordine.

Scesi le scale del villino per andare in cucina. Seduto al tavolo da pranzo stava un uomo piuttosto robusto e stempiato. Aveva la barba lunga. Una trentina d’anni. Alzando la testa verso di me, col dito indice del braccio destro si sistemò bene gli occhiali sul naso e mi sorrise.

Non sapevo chi fosse quell’uomo, tuttavia aveva un volto per me familiare. Mi offrì del caffè. Ne bevvi ed accesi una sigaretta.

Ti fa male fumare, mi disse.

Lo so, risposi io, sgarbato.

Dovevo sembrare proprio uno di quei ragazzini cresciuti per strada. Sbarbato e con la sigaretta tra le labbra, fumavo come un uomo vecchio.

Terminato di fumare, mi fa “Sei pronto?”

Per cosa, chiedo io.

Per uscire, fa lui

Annuii, non trovando alcuna valida alternativa.

1 ½

Un attimo. Fammi andare in bagno”. Presi tempo.

Entrai nel bagno e chiusi a chiave. Restai per un attimo con la fronte poggiata sulla porta. Ero confuso. Sudavo.

Poi mi voltai. Seduto sulla tazza del cesso, con una Gazzetta dello Sport aperta tra le gambe, stava un uomo con il cranio fracassato sulla cocuzza. Tremante, mi avvicinai per osservarlo. Una trentina d’anni all’incirca, testa rasata, barba ispida. Un volto per nulla familiare. Chi era quell’uomo? E chi era l’assassino che stava facendo colazione nella mia cucina? E dove erano tutti gli altri?

Mi sciacquai il volto, uscii dal bagno e cercai di sembrare tranquillo. Cercai gli occhi dell’assassino. Lui mi sorrise bonariamente. Andiamo, mi disse.

Fuori casa non trovai la mia auto nel posto in cui ero solito parcheggiarla. Smarrito, cominciai a guardarmi attorno. L’omaccione che era con me mi allungò un paio di chiavi: “Prendiamo la mia. Guida tu”.

Prese le chiavi, mi indicò un’utilitaria tedesca di colore verde. Saliti in macchina, impiegai un bel po’ di tempo nel sistemare il sedile in modo che le mie corte gambe raggiungessero i pedali. Mi sentivo a disagio. Non dissi niente.

1 ¾

Dove andiamo, chiesi con voce tremante.

Guida, fece lui, senza aggiungere altro.

Accesi la radio, poi una nuova sigaretta. L’uomo al mio fianco mi guardò sconsolato. Non potevo proprio farne a meno.

Con la mano destra seguivo il ritmo della musica, con la sinistra tenevo la sigaretta vicino al finestrino.

Mi feci coraggio. “Come ti chiami?”

Ottavio, disse lui, senza aggiungere altro. Non mi vennero in mente altre domande.

Guidavo senza meta nella campagna. Le campagne delle mie parti non sono granché. Sono gialle, aride. Sterpaglia. Le montagne, poi, sono aspre, piene di boschi disordinati. Niente a che vedere con le campagne dell’appennino pre-padano.

Viaggiavamo tra campi tutti uguali, in strade strette e asfaltate decenni fa. Impossibile evitare le buche.

Poi, d’improvviso, scese la notte ed una nebbia fitta. Rallentai il passo. Riuscivo a malapena a vedere la strada. L’omaccione taciturno che sedeva al mio fianco, d’improvviso, mi diede un colpo col gomito. Mi voltai verso di lui: “Che cazzo vuoi?”

Senza scomporsi, mi indicò con l’indice una casa su un’altura che sovrastava la nebbia.

Non deve essere troppo lontana, disse. Potremmo chiedere ospitalità lì, almeno finché la nebbia non si diraderà.

Bene, pensai. In fuga con l’assassino. Come nei film.

APPUNTI – IL RAGAZZO

il ragazzo superò in curva la tristezza
senza accorgersi di una coppia in tandem
che scendeva a tutta velocità sull’altra corsia
riuscì ad evitarli per un pelo rientrando in carreggiata
la malinconia gli stava alle costole
non accennava a perdere terreno
esorcizzando la paura alzò il dito medio
poi si concentrò sulla strada
rientrò a casa a tutta velocità
lasciandosi dietro lo sconforto
entrò nel bagno sbarrando la porta
con una chiave ed una sola mandata
solo con se stesso e una felicità a gettoni
l’inseguitore sull’uscio pronto ad entrare

APPUNTI – UNA BUONA VITA: SOGNO DI UNA NOTTE DI QUASI ESTATE E SHUFFLE MATTUTINO

- CHIUDI QUESTI CAZZO DI OCCHI! -

Indosso null’altro che un paio di calzoncini rossi e invado l’altro lato del letto per violentare il muro in cerca di un po’ di fresco.

Quei calzoncini rossi della Nike li ho da quando avevo più o meno tredici anni. A quel tempo mi arrivavano al ginocchio, come andava di moda. Nel tempo non devo essere cresciuto più di tanto, oggi arrivano a metà coscia.

Quei calzoncini mi hanno accompagnato per un po’ più di mezza vita. La mia coperta di Linus.

- COPERTA. FA CALDO -

Oggi non comprerei mai un qualcosa firmato Nike, all’epoca volevo tutto firmato in quel modo. Li comprai assieme ad una maglietta abbinata che andò distrutta la prima volta che la indossai. Dovevo essere abbastanza goffo nei movimenti, stavo scavalcando un cancello – non chiedetemi il perchè – rimasi impigliato in un qualcosa e la strappai dietro. Sempre meglio che strapparsi la pelle o le palle.

- ALLORA, DIO CANE? -

Sì, devo dormire. Domani devo andare a lavoro.

No, domani non lavoro. Allora perchè sono a letto? Che confusione.

- METTITI IN PIEDI. PRENDITI UNA SIGARETTA. FUMATELA -

Visto che ci sono potrei riprendere quelle tre storie lasciate in sospeso. Le guardo. Le leggo. Le rileggo. Non ho idee.

- DOMANI NIENTE METROPOLITANA -

Sei felice, vecchio?

Odio il mondo che vive sottoterra. Tutti fottutissimi stronzi che passano il tempo ad osservare il prospetto delle fermate appiccicato in alto. Tutti stramaledetti pigroni che si distribuiscono malamente e non si schiodano dalla loro posizione. Ci vorrebbe un corso di tattica ai pendolari del sottosuolo. E poi tutti quei coglioni che li vedi lì, con l’ansia di scendere il prima possibile e chiedono continuamente “Lei scende?”. Io vorrei dirgli “Non sono cazzi tuoi”. Poi, non lo faccio mai.

I miei compagni di viaggio al mattino mi guardano male. Vero, ho una faccia impresentabile, gli occhi appiccicosi e, a volte puzzo anche. Lo ammetto. Loro entrano, guardano quante fermate dovranno attendere – ogni giorno sempre le stesse -, trovano un posto e incollano i piedi a terra. Io mi muovo tra le statue per cercare spazio vitale dove possibile, urtando prima uno, poi un altro.

“Ehi! Le mie scarpe sono incastrate qui, non lo vedi?” vorrebbero dire, ma non possono. Il codice etico della metropolitana spiega chiaramente che “non si può proferir parola se non si è colleghi di lavoro, amici o parenti”. E così, se qualcuno prova ad attaccar bottone, tutti abbassano lo sguardo dal prospetto delle fermate affisso sulla porta del vagone e guardano in cagnesco il trasgressore.

Poi arriva la fermata finale. Io sto dietro a tutti per non farmi dire “Lei scende?”. Sono troppo nervoso al mattino per avere a che fare con coglioni del genere.

- SVEGLIATI STRONZO -

Meccanismi infernali e non richiesti di sveglia cerebrale. Il sole entra appena attraverso le fessure della tapparella, posso anche sprofondare la faccia nel cuscino ma il mio raggio personale trova sempre il modo di affondare nei miei occhi.

Accendo il fuoco sotto la cucuma. Bevo caffè. Accendo la musica. Fumo.

Shuffle mode. Ramones.

- CHE CAZZO DI MORTE, JOEY! -

Sì vecchio mio, anche i migliori se ne vanno nei modi peggiori.

Può capitarti di andartene sul cesso, leggendo la gazzetta dello sport, come successe ad un mio amico. Può capitarti di finire la tua esistenza ascoltando una canzone degli U2, come accadde a Joey.

Il destino è beffardo ed io mi metto nelle mani del destino, come Joey Ramone. In fondo potrei andarmene tra un po’, mentre lo shuffle sta passando Ligabue. Che morte di merda!

- PROPRIO UNA MORTE DI MERDA! -

Sì. Procrastino in continuazione la scelta delle tracce per il mio funerale. Corro il rischio di lasciarvi un funerale scialbo, ammesso e non concesso che siate intenzionati a partecipare.

- LASCI UN MUCCHIO DI PAROLE -

Vero. Sono una persona fortunata. Posso rileggere la mia vita attraverso le mie parole, in qualsiasi momento io voglia. Posso ritrovare date esatte di un preciso avvenimento, negli spazi vuoti posso cercare i momenti migliori e quelli peggiori.

Invecchiare mi rincoglionisce. Ho sparso qua e là testimonianze di quel che sono senza ricevere alcun compenso monetario in cambio.

La vita mi rincoglionisce. Col tempo ho finito per diventare quasi un intimista. Devo darci un taglio e ritornare a ciò che mi compete. Ho tre storie senza finale da completare. Non ho idee.

Posso guardarmi indietro senza difficoltà. Ogni pezzo è un po’ come ogni canzone. Ogni canzone ti rimanda indietro.

- BENE -

Bene è anche il titolo di una canzone tra le meno conosciute di De Gregori. Statica, triste. Bruttina.

Trovo difficoltà ad ascoltare alcuna musica oggi, soprattutto quella che ascoltavo da ragazzino. Ho un archivio musicale pieno di roba e non trovo la voglia di ripulirlo. Così lo shuffle mi passa continuamente ciò che non voglio ascoltare.

Provo fastidio ad ascoltare molte cose, dicevo, eppure mi capita di riascoltarle. Mi chiedo come facessero a piacermi un tempo, eppure ne conosco a memoria testi e arrangiamenti. Ogni momento, ogni fruscio. Posso far suonare un’intera orchestra nella mia mente.

Ho una memoria uditiva spaventosa, anche se sto, pian piano, diventando sempre più sordo. Dovrei farmi visitare, mettermi un apparecchietto sulle orecchie. La mia vanità estetica non lo sopporterebbe. Meglio diventar sordi, completamente. La mia mente sa ancora suonare. Mi basta.

- E52? H725 -

Svalvolo. Non mi verrebbe mai in mente di metter su un disco intero di De Gregori, solo lo shuffle può passarmelo. De Gregori è forse il più rozzo tra i cantautori italiani. Non ha la poesia di un Guccini, non ha il lessico di un Battiato, non ha i riferimenti colti di un De Andrè. Eppure è quello che ha raccontato meglio la mia vita recente, forse perchè anch’io sono un rozzo senza poesia, lessico, conoscenza piena del mondo.

Bene – non un’esclamazione, bensì la canzone cui accennavo prima – lo shuffle me la passò mentre passavo in un paesino dell’appennino umbro, costretto ad una deviazione dai lavori infiniti sull’E52. Davanti avevo una 500 bianca che non potevo sorpassare. Mi snerva non poter sfruttare appieno la potenza della mia macchina. Io corro. Perchè so guidare. E bene.
Mi rilassa guidare, mi piace.

Comunque, sull’appennino umbro, De Gregori mi chiede cosa altro dai fiori potessi trovarci in quella storia. Niente di più vero, erano rimasti solo quelli. Ed era la prima volta, credo, che quella storia volevo chiuderla io. E le navi di Pierino che erano carta di giornale eppure erano andate via, magari dove tu volevi andare e io non ti avevo portato mai. Vero. Anche quello. Il cuore sobbalza, accendi una sigaretta per mostrarti più duro. La 500 non la puoi sorpassare e, piano piano, continua il tuo viaggio verso casa.

- METTITI A SCRIVERE -

Inutile. Non insistere. Non ho idee. Mi hanno insegnato che se non ti esplode dentro è meglio non farlo.

- MALEDETTO TELEFONO -

Squilla il principale. Ne ho due. L’ultimo passo da compiere nella mia personale liberazione è quello di disattivare il telefono secondario.

La vanità degli uomini è dura da distruggere. Se Lisa, o come voglio chiamarla, continua a leggere ciò che scrivo non è per curiosità, ma per vanità.

Se si infuria perchè scrivo stronzate è proprio perchè ho fatto centro. “Possibile che questa Lisa sono proprio io?” Sì, sei tu. Vorrei amarla, odiarla. Non si infurii, quel che legge è solo affetto e delusione. Null’altro.

Ho scritto un’ultima volta di Lisa perchè è morta e sepolta. E mi fa bene scrivere di lei, perchè in questo modo posso perdonarmi del fatto che non riuscirò mai a perdonarla. Sono umano, non il dio cristiano.

E anche nel nome ritorna quel cantautore che non adoro. Lisa è quella per cui stravede un grosso costruttore di chitarre. Il cognome si rifa a Ian Curtis, quello dei Joy Division, quello che l’amore ci distruggerà.

- LOVE WILL TEAR US APART AGAIN… -

Non posso resistere a far suonare gente morta e sepolta nella mia mente, un po’ come continuano a risuonare le parole di Lisa nei momenti vuoti.

Per liberare la mia mente di Lisa vorrei solo che mi chiedesse scusa. Una volta. In un rapporto tra esseri umani, di qualsiasi tipo esso sia, ci sono sempre almeno due parti. Quando nascono è a causa di entrambi. Quando finiscono anche. Non è una lotta, non ci sono vincitori e sconfitti. O, almeno, non dovrebbe esserlo. Basterebbe guardarsi un attimo, cacciare tutta la merda che si ha dentro e scusarsi per gli errori commessi. Lisa non l’ha mai cacciata tutta quella merda. Credevo di aver fatto tanto per lei, ora mi accorgo di aver fatto solo cose inutili. Tutta quella merda Lisa non la caccerà mai. Io scrivo per espellerla.

Lei accumula e basta. Nient’altro: la vita da fine ultimo diventa solo un mezzo e ciò non ha alcun senso. All’amore si sostituisce l’affezione. Le persone diventano oggetto e nulla più. Ad una vita un po’ migliore si sostituisce una morte un po’ peggiore, che poi, quando la vita è un mezzo, non fa differenza.

Avrei dovuto farle capire un po’ di queste cose, ma avrei dovuto capirle prima anch’io ed ora è troppo tardi per farsi ascoltare. Mi ascolto da solo e mi compiaccio di come vorrei e dovrei essere.

- BASTA CON QUESTO TELEFONO -

Ci sono cose più serie di cui occuparsi. Niente più intercettazioni telefoniche, non andrò più in galera. Non che potessi andarci davvero ma, in fondo, ho sempre sognato di diventare qualcuno. Se non vai in galera o non rischi di andarci, in questo Paese non sarai mai nessuno.

- TI SEI RINCOGLIONITO -

Vero, continuo a parlare di amore che è quanto di più lontano esista da quanto vorrei essere. Eppure, grazie a Lisa credo di aver scritto le mie stronzate migliori.

Ho imparato a fare poesia e che il modo migliore per fare poesia è non farla. Sono soddisfazioni anche queste.

E ho imparato che in una coppia ci sono sempre gradi diversi che mutano nel tempo e devono trovare il giusto equilibrio: chi apre il cuore; chi apre la mente; chi apre il portafogli; chi apre le gambe; chi apre il culo. L’amore si misura in gradi. E’ un angolo.

- NONOSTANTE TUTTO -

Nonostante tutto ho ucciso Lisa e ho cacciato tutta la merda rimasta sepolta per anni. Avrei voluto fare di più. Avrei voluto essere diverso. Avrei voluto affrontarla in modo diverso. Ma non sarà mai così. Quando una persona muore devi cercare di lasciarti dentro solo i bei ricordi. E di solito, vita cane, quando con una persona hai condiviso parte della tua esistenza, i bei ricordi sono solo una minuscola porzione del tempo passato.

Continuerò a frugarvi dentro per trovare nuovi spunti. Null’altro. Nonostante tutto, come avrebbe detto Lisa, la ragazza che è morta e non c’è più.

- E ADESSO? -

Lisa ha continuato a sopravvivere per sei mesi. Un’agonia che è iniziata lo scorso Natale. E’ colpa di tutti e di nessuno. Nel frattempo, progetti andati in fumo. Nell’ordine: Stati Uniti, Ghana, Sudafrica, laurearmi. Rimandati, forse. Nella vita ti capitano cose improvvise. E’ un po’ come lo shuffle, ti capita ciò che non ti aspetti e poi, ad un certo punto, capita la canzone che desideravi nel momento in cui non la desideri più.

Mi dispiace che Lisa sia morta, ma ora ho più Ram libera.

Mi auguro una buona vita, nonostante tutto.

Sciocco che sono. Già ce l’ho. Posso tornare a scrivere.

APPUNTI – IN UN FILM DI SPIKE LEE

Un’estate mai cominciata
si andava a sfracellare
a centoventi all’ora
contro una cava di pietra
iniziò a sbriciolarsi
sopra di noi
tu dicesti -piove-
io alzai gli occhi
emisi un grugnito
tu dicesti -andiamo-
io chiesi -dove?-
non rispondesti
apristi l’ombrello
raggiungemmo l’auto
quel giorno portavi
una gonna corta
e in macchina
alla prima tua parola
tirai il freno a mano
per zittirti
ti saltai addosso
presi a morderti
da dietro al collo
ti stritolai un seno
con una mano
passai la bocca davanti
e sapevi di acqua
incolore inodore insapore
niente più odio
niente più amore
bloccai le tue mani
stringendole forte
dietro al sedile
ti cavai gli occhi
con i denti
uno alla volta
prima il destro
poi il sinistro
dissi la mia
parlai per ore
e poi mi svegliai
unico uomo bianco
in un film di Spike Lee

—————-
Now playing: CAKE – Perhaps, Perhaps, Perhaps
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 76 – MARVIN AL TERMINE DEL MONDO

Il termine del mondo distava circa centoventi chilometri da casa mia, due ore di automobile al massimo. Non c’ero mai stato fino ad allora ma molti me ne avevano parlato. Molti restavano stupiti del fatto che fosse solo a centoventi chilometri da casa mia, da qualsiasi altro punto della terra si partisse ci volevano anni ed anni per arrivarvi.

Non c’era alcun treno nè alcun autobus che portasse fin lì. Molti vi andavano a piedi. Mi disse un amico che non era consigliabile andarci in automobile perchè, per qualche buffo assurdo motivo, la strada che portava al termine del mondo era percorsa da un numero impressionante di camioncini che perdevano travi di legno dal retro, guidati da manovali edili sottopagati.
Essendo pigro e poco avvezzo ai pellegrinaggi, salii lo stesso sulla mia vecchia Golf e mi avventurai su quelle strade pericolose. Scampai la morte in più di un occasione ma, alla fine, arrivai sano e salvo al termine del mondo.

Ero deluso, c’era poco da vedere. Entrai nell’unico bar dell’unica piazza cui portano tutte le strade che vanno al termine del mondo. Mi accomodai su uno sgabello davanti al bancone ed ordinai ad un signore sulla mezza età una birra media bionda.

Ad un’estremità del bancone stava seduto un uomo dall’età indefinibile con una birra scura in mano. Aveva il volto scavato dagli anni ma gli occhi vivi di un ragazzino. Stava con la birra in mano senza bere e mi guardava. Chiesi al mio vicino di sgabello – Chi è quell’uomo lì in fondo?

- Lo chiamano il dispensatore di sogni. Lavora qui, ma non mi chiedere quali siano le sue mansioni. Io non l’ho mai conosciuto nè lo vorrò mai conoscere. Mi pare matto. Tu di dove sei? Come sei arrivato fin qui?

Non avevo voglia di continuare la conversazione. Puzzava d’alcool e non solo. Maleducatamente, mi alzai dallo sgabello cercando un tavolo per sedermi.

Il “dispensatore di sogni” mi chiamò
- Marvin

Mi avvicinai a lui sorpreso – Mi conosce?

- Ogni viso ha un nome, con un po’ di allenamento ci si azzecca sempre

Il mio non era molto comune, forse davvero avevo una faccia da Marvin.

- Siediti – mi disse

Presi posto accanto a lui, incuriosito.

- Cosa ti ha spinto fin qui al termine del mondo?

- La curiosità, suppongo. E perchè abito abbastanza vicino, sono appena centoventi chilometri da casa mia a qui

- Beh, stupefacente. Di solito ad arrivare fin qui ci vuole una vita, c’è chi ci mette degli anni

- Sì, sono fortunato – dissi io, facendo un sorso di birra. Il “dispensatore di sogni” invece non pareva assolutamente intenzionato a bere, teneva il boccale in mano ma ben lontano dalle sue labbra. Gli dissi – Lei è tanto che è qui?

- Sono circa quattro anni. Vedi l’uomo dietro al bancone? – indicò il signore di mezza età che mi aveva servito poco prima – Il signor Magritte lo conobbi a Parigi circa trent’anni fa, in un bistrot dietro Place des Vosges. Avrà avuto vent’anni all’epoca. Non era capace di guardare al di là del suo naso. Poi conobbe me e tutto cambiò e, per riconoscenza, ha assunto qui me, un uomo che non vuole più nessuno

- Senza offesa, mi pare piuttosto presuntuoso ciò che lei ha appena detto riguardo al suo amico. Cosa fece di tanto grande per lui?

Feci un altro sorso, il “dispensatore” sorrise – Beh, Cedric all’epoca era convinto che al mondo non esistesse posto migliore di Parigi. Suo padre aveva una nota fabbrica di calzature e lui era già deciso a prendere le redini dell’azienda. Non aveva mai pensato per sè. Non aveva sogni

Il barista si avvicinò – Humphrey mi mostrò i cieli, le terre, i mari, le donne del mondo. In dieci minuti mi insegnò a sognare. Cominciai a viaggiare e a dipingere ciò che sentivo, senza fermarmi mai. Ho raggiunto la mia felicità e non ho mai smesso di essere felice

Si allontanò di nuovo per servire dei clienti, io dissi – Cazzo, per parlare così bene di lei, deve aver fatto tanto per il signor Magritte

- Non ho fatto niente, era tutto dentro di lui. E’ quello che faccio da molto tempo ormai, è il mio lavoro. Mostro i sogni a chi non li comprende. Certo, non è cosa facile. Molti uomini non sono fatti per sognare ma, allo stesso tempo, possono essere resi felici dai sogni di altri uomini

- E come si fa a sognare in un posto come questo?

Per la prima volta si avvicinò il boccale alla bocca ma si inumidì appena le labbra – Sai Marvin, ad un certo punto si smette di sognare. Questo è il punto d’arrivo di quelli che hanno realizzato il loro sogno. Per questo mi chiedevo cosa tu facessi qui

- Non lo so, ho le idee confuse. Forse perchè ho perso Lisa

- Ah, una donna… – sorrise ancora una volta

- Beh, se ne è andata. Certo, poteva andar peggio, potevamo passare tutta la vita insieme senza che mi accorgessi mai di che pesce fosse. Lisa mi ha..

Mi fermò con una mano – Non voglio sapere, non mi interessano le tue vicende personali

Lo ringraziai con un cenno del capo per avermi fermato e feci un altro sorso di birra. Lui mi avvicinò il suo boccale e mi disse – Tieni, fai un sorso della mia!

Io rifiutai l’offerta ma lui continuò – Dai Marvin, assaggia!

Feci un sorso. D’un tratto, come d’incanto, mi risalirono nella mente dallo stomaco tutte le bellezze che avevo e non avevo visto.

Mi disse – Marvin, non c’è tempo per smettere di sognare. Devi solo riprendere a farlo da dove avevi lasciato. Vai via di qui, dal termine del mondo. Questo non è il posto per te, per quanto possa essere vicino a casa tua

Io lo guardai e gli chiesi – Perchè lei ha rinunciato ai suoi sogni?

Lui mi rispose – Dammi del tu, Marvin. Io non ho rinunciato ai miei sogni. Il mio sogno è far sognare la gente. Sono contento così. Anche oggi ho sognato grazie a te. Adesso vai, è tardi.

Non sapevo cosa dire. Mi alzai, voltai le spalle e me ne andai via di lì, senza aver nemmeno pagato la mia birra.