IGNOTO NUMERO 51 – I MIEI PRIMI CINQUANT’ANNI
“So che faccio cose inopportune e a me non convenienti”
(Elettra, Sofocle)
Sette del mattino. Ho perso il mio lavoro da più di due settimane ormai, ma le vecchie abitudini faticano a morire. Con la coda dell’occhio guardo mia moglie vestirsi per uscire. Non ho voglia di alzarmi né del caffè che già mi ha preparato. I miei due figli vivono entrambi fuori. Studiano, beati loro. Passerò la mia prima mattinata da cinquantenne da solo.
Mia moglie sbatte la porta ed io mi alzo dal letto. Non ho voglia di sentirla, cercate di capirmi. Ho voglia di fare le mie cose con calma, molta calma.
Ed ora, che sono le undici, prendo la mia Settimana Enigmistica, una Bic verde e me ne vado al Parco della lungimiranza, giusto qui dietro casa.
E’ estate e fa caldo. Del bel parco che era è rimasta qualche panchina malmessa, pochi alberi e pochi fiori. Ma a me piace.
Vedo una panchina vuota. Di fronte è seduto il Matto. Il Matto dorme. E’ un uomo di una certa età, esile ma dagli “addominali” gonfi. Beve molto, ha capelli lunghi che fanno un tutt’uno con la barba. Ha una busta piena di lattine di Coca Cola che nessuno cercherà mai di rubargli. La lascia lì, vicino a lui incustodita. Forse a fargli compagnia, non lo abbandonerà mai.
Mi siedo sulla panchina vuota e comincio a fare le parole crociate. Quelle della prima pagina, le più semplici. E poi passo al primo grande schema.
Il sole picchia. Chiudo la Settimana Enigmistica e chiudo gli occhi.
Li apro e sono steso. Ho indosso il pigiama, il letto è il mio. Il mio di quarant’anni fa. La stanza è simile a come la ricordavo. Forse i muri avevano una sfumatura diversa, c’era qualche poster in meno. Ma è simile.
La stanza è piena di persone. Persone che parlano tra loro e sembrano non curarsi della mia presenza. Con le braccia mi alzo e mi metto seduto sul letto.
Li osservo. Non conosco nessuno. Tocco la spalla ad un signore di mezza età e chiedo:
- Cosa succede?
- Niente signore. E’ una riunione di condominio.
Mi pare strano ma non trovo nessun motivo per replicare e scacciarli.
In realtà sembra più una festa. Tutti hanno un bicchiere in mano, brindano tra di loro come niente fosse.
Poi vedo un volto più familiare. Mi si avvicina e mi fa:
- Amico mio!
- Oddio, ma sei tu?
Non lo vedevo da molto tempo. Io sono invecchiato, lui è ancora come era una volta. I capelli brizzolati li aveva già molto tempo fa e sicuramente veste in modo molto più giovanile di me. So che sono in pigiama, il paragone non si può fare. Ma credetemi, quelle polo e quei pantaloni di stoffa credo lui non li indosserebbe mai.
- E’ tanto che non ci vediamo…
- Sì, proprio tanto…
- Eheh… stavo pensando
E giù ricordi. Parliamo di tutto. Prendiamo in giro ancora i vecchi amici come una volta. Parliamo di cinema, di libri, di musica.
E poi un brivido mi attraversa la schiena. Mi paralizza. Ricordo tutto. Gli faccio:
- Shining!
- Shining?
- Sì, tu sei Mister Grady…
- Capisco…
- Eh si che capisci… ma perché?
- Perché cosa?
- Perché hai deciso così?
- Tu certe cose non le puoi capire. Sei fatto così. Non le hai capite prima non puoi capirle ora…
- Le avevo capite invece…
- E perché non hai detto niente? Perché non hai fatto niente? Cristo, non sai ora quanto ti invidio…
- Invidi me? Ma guardami…
- Si ti invidio. Hai pensato a te, solo a te.
- Ma non ho niente.
- Hai molto invece. Io non ho più niente.
- Perdonami se puoi. Non volevo, non sapevo che sarebbe andata così. Ho preferito girare al largo, far finta di niente. Ho preferito non parlare. Non ci riuscivo… e poi cosa volevi facessi? Cosa potevo fare?
Stringo gli occhi per paura. Per piangere. E ricordo come lo immaginai quando mi chiamarono. Stramazzato a terra su un pavimento di marmo e gli occhi spalancati. E tutti intorno a guardare come fosse un fenomeno da baraccone.
Riapro gli occhi e lui non c’è più. Ci sono ancora tutte quelle persone che non riconosco. Non ho voglia di alzarmi da quel maledetto letto. Ho voglia di svegliarmi. Ci provo con tutte le forze. Il mio corpo reale lo sento provare a muoversi ma è bloccato.
E vedo lei. Questa donna ben più anziana di me che mi saluta dall’altro lato della stanza. Ha i capelli corti e qualche ruga di troppo. Ma la riconosco. Non dovrebbe essere così anziana, oggi avrebbe quarantasette, forse quarantotto anni. Una vita difficile, forse. Ma è vestita bene ed è ancora bella così. Ha un casco da motociclista in mano. Mi si avvicina piano piano, si siede sul letto accanto a me e mi da un bacio sulla guancia con fare materno. E mi dice:
- Ciao rospo…
- Ciao bella, come stai?
- Saranno trent’anni che non ci si vede… io sto bene e tu?
- Bene, a parte tutto questo…
Indico la gente, lei annuisce e mi sorride. Quel sorriso in cui mi ero perso più volte tanto, troppo tempo fa, mi sembra ora più certo, più deciso. Nonostante sia manifestamente vecchia mi sembra più solare di allora, per quanto sia possibile. Impressioni, solo stupide impressioni, oggi come allora. Mi dice:
- Hai saputo di me, cosa faccio ora? Sono la presidentessa dell’Istituto Cultura Italiana di New York, vivo lì…
- Io ho perso il lavoro da poco…
- Mi dispiace…
- Beh, però sono contento per te… Hai avuto fiducia in te stessa, come ti avevo detto io. “Lascia perdere le altre persone, anche me… lascia stare quello che dicono, quello che pensano. Ne troverai tante altre. Tu pensa a te stessa che ce la puoi fare”.
- E ce l’ho fatta… ma mica è stato merito tuo…
- Eh sì, solo tuo…Poi sei partita e non sei tornata più.
- Eheh… sì, è stato il momento più bello della mia vita…
- Mi sei mancata un po’, sai?
- Ma dai…
- Si invece… lo sai che non sono del tutto normale…
- Sei solo masochista… E poi tu dicevi che ognuno doveva fare la sua vita, pensare a se stesso…
- Io penso a me stesso ogni secondo della mia vita. Distrattamente, ma in ogni secondo.
- E a me ci pensi ogni tanto?
- Solo ogni tre secondi, ma ogni tre secondi ti penso molto intensamente.
- Sei il solito bugiardo… infantile e bugiardo…
Sì, solite bugie, solite cose. Ancora oggi non so cosa sono, cosa penso. Chi sono. E mi incazzo, oggi come allora.
- Sì, sono un bugiardo. Non penso né a me stesso né agli altri. Sono un coglione e…
E mi sento mancare il respiro. Devo alzarmi dal letto, devo bere qualcosa. Mi precipito verso la cucina facendomi largo tra la gente. La cucina è vuota. C’è solo un tavolo in mezzo dove mio padre e mia madre borbottano fumando. Intanto un ragazzo sta pitturando le pareti.
Dimentico dell’acqua.
- Di cosa parlate?
Mia madre non alza lo sguardo. Risponde papà:
- Del fatto del lavoro…
- Papà, lascia perdere… è un casino…
- Ma cosa vuoi fare della tua vita? Eh? Ti sembrano questioni di principio da farsi?
- Papà, io non voglio capi nella mia vita…
- Tu non vuoi niente… Tu pensi, rifletti… sconclusionato… non si campa di filosofia… non si campa di cazzate… E gli altri? Agli altri non ci pensi? Non valgono niente le promesse, le speranze, le aspettative…
- Hai ragione papà…
Mia madre alza gli occhi perché vorrebbe dire qualcosa. Forse fermare la furia di mio padre. Ma anche mio padre ha negli occhi lo stesso sguardo. Hanno uno sguardo che non dimentico, uno sguardo che nei momenti di rabbia, nei momenti di gioia, quando ci hanno visto cadere e rialzarci hanno sempre mantenuto. Lo sguardo dell’amore che avevano anche guardando una nostra foto. La voglia di esporsi per noi, di battersi per noi. Quel che io non riesco ad avere per i miei figli e che vorrei con tutto il cuore avere. Ma non riesco a dire niente.
Di nuovo il mancamento, mi sento soffocare. Mi volto verso la porta della cucina e tutte quelle persone sono lì fuori dalla porta ad attendermi. Li riconosco tutti. Ragazzi e ragazze, anziani, bambini. Sono tutti lì per me a ricordarmi un’emozione, un momento, un errore. Li ricordo tutti in un solo momento. La mia vita. Insopportabile. Chiudo gli occhi di nuovo sperando di riaprirli e non trovarli più.
Il corpo finalmente torna a muoversi. Intorpidito, riapro gli occhi e sono sempre su quella panchina. Non so che ore siano, non porto l’orologio da parecchio tempo.
Non so che faccia possa io avere in questo momento, ma il Matto è sveglio e mi fissa. Ho dormito tenendo in mano penna e rivista. Faccio per alzarmi. Sono tutto sudato, la mia polo è una pozza di sudore. Il Matto mi guarda con gli occhi spalancati ma quasi assenti. Con voce impastata mi fa’:
- Ognuno fa quello che capisce!
- Eh si amico mio… e purtroppo di Delorean volanti non se ne vedono più da un pezzo in circolazione…















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