Questo finir d’anno non poteva cominciar peggio. Escludendo le sventure cui quotidianamente sono sottoposto per vie traverse, riferirò solo di quelle che mi riguardano in modo strettamente personale.
Dunque… sono stato colto dal cosiddetto male di stagione. Influenza. Qualche anno fa si sarebbe pensato alla Sars, un anno fa alla febbre dei polli. Quest’anno cosa ti ricacciano i mass-media? La meningite fulminante! E mentre le case farmaceutiche brindano io sono bloccato a letto con la febbre a 40, sperando di non morire in sei ore nette, ma perlomeno in dodici: il tempo di sistemare le ultime cose.
Passate le sei canoniche ore, passate anche le dodici che avevo richiesto a tutti gli dei conosciuti (per non sbagliare), non mi resta altro da fare che vivere. Vivere in un letto? Vegetare? Niente di tutto questo. Chiamo un amico, gli chiedo di riportare la mia macchina, con me dentro, fino alla casa natia, dove trascorrerò le vacanze natalizie. Dovendo, ad ogni modo, tornare all’ovile insieme, forse solo un giorno più tardi, l’amico è immediatamente disponibile.
– Non ti preoccupare – fa lui.
– E chi si preoccupa – faccio io.
E invece c’è di che preoccuparsi. Perché, preso dalla follia tipica della mia strana forma di meningite non molto fulminante, decido di non fumare più. Mai più. E non c’è stata ultima sigaretta, né alcun rituale d’addio. Una mossa secca, per non ripercorrere gli errori di Zeno (ma non sapevo, non capivo, lo giuro!). Non fumo più, basta.
Ritorniamo al mio amico. Questi viene a casa mia con i mezzi pubblici con i suoi bagagli. A stento mi alzo dal letto, mi metto qualche panno pesante per uscire e preparo i miei bagagli. Gli do le chiavi della macchina, gli dico di andarla a prendere e che lo avrei aspettato di sotto.
Due minuti, tre minuti al massimo. Questi i tempi d’attesa previsti. Imprevidente.
Trenta minuti. Chiami e non risponde. Sarà bloccato al parcheggio. E invece mi ha fatto la fiancata uscendo dal parcheggio. Torniamo in 3 ore nette su un’autostrada deserta. Meglio prudente che impudente, dopo cotanto graffio. Ma un amico è un amico. Grazie.
E ora la febbre che non si abbassa mai, mai. Fino ad oggi. Quando mi rendo conto dell’azzardo della scelta suddetta. Quella sul fumo. O meglio, quella del “non fumo”. Che cazzo di scelta è?
Innanzitutto non è una cosa che voglio fare perché a me fumare piace. Ma è una cosa che devo fare, in primo luogo perché mi sono proposto di farlo, in secondo luogo perché stavo esagerando nella quantità, nel consumo e nei costi della mia attività di tabagista. Ma ora mi chiedo… ne è valsa la pena? Cosa farò dopo il caffè o quando tutti i miei commensali usciranno sulla strada a fumare? Come ingannerò il tempo nelle attese, nelle noie, nei tempi morti della vita quotidiana? Con cosa lenirò le rabbie e i dolori? Un ritorno al passato, a troppi anni fa. Che si fa, perché si deve fare, perché nella vita si deve sempre cambiare.
– Tutte cazzate – avrei detto io a chi proferiva parole di questo genere.
– Tutte cazzate – dico ancora.
E dico che queste vacanze saranno terribili, un incubo. E il mese a seguire ancor peggio. E quello dopo ancora. E quello dopo…
– Che momento del cazzo per smettere di fumare – mi dicono dalla galleria.
Non posso darvi torto. Ora, dopo sei giorni di “io non fumo”, disperato, scrivo una lettera a Gesù Bambino chiedendo in dono una stecca di sigarette, ché Babbo Natale di queste cose non ne recapita mai (forse ai veri tabagisti, ma quelli incalliti davvero!). E poi, se non la troverò tra i balocchi, pazienza.
Vorrà dire che era proprio destino. Un destino non cieco, non strano. Un destino scemo, scelto in modo un po’ avventato. Non fumare e passare delle tese vacanze.
Non so se rendo l’idea, è come se l’Inter scegliesse di scambiare Ibrahimovic con Ronaldo. O Balotelli con Pato, giusto per fare un altro esempio calcistico. Perché complicarsi la vita che è già tanto complicata di suo?
Allo psicologo, da settanta euro a seduta, l’ardua sentenza. Ed io, i settanta euro, per ora me li tengo in tasca.
Buon Natale a tutti.

Nella foto: anche le lucertole nel loro piccolo sfumazzano
Hanno scritto cazzate di recente