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Articoli taggati ‘italia’

FAKE PLASTIC TREES

Febbraio 13, 2009 sbloggato Lascia un commento

Non mi si portino i soliti argomenti astratti, tipo la sacralità della vita: nessuno contesta il diritto di ognuno a disporre della propria vita, non vedo perché gli si debba contestare il diritto a scegliere la propria morte
(Indro Montanelli)

Cara amica,
perdona il mio modo di essere con te così confidenziale, ma tale ti considero dopo tutto questo tempo.. dopo tutto questo tempo.. non sai cosa ti sei persa.. forse non avresti mai creduto di diventare così centrale nella vita di tutti noi. Eppure oggi sei così, volente o nolente.. una gioia effimera, in pochi giorni sarai dimenticata ma perlomeno resterai un tassello fondamentale della vita di noi tutti, centro di emozioni, rabbie e pianti. Centro di discussone, di confronto. Ed è tanto al giorno d’oggi.

Da quando tu non ci sei più molte cose sono cambiate e Dio solo sa se saresti stata da una parte o dall’altra. Oggi sei un simbolo e niente di più. Come Cristo sulla croce, tu, Eluana, sei stata qualcosa di unico per noi. Come Cristo sulla croce sacrifica la sua vita per il mondo intero, tu, Eluana, hai dato la tua “vita” per noi. Per noi che crediamo ancora nella dignità dell’essere umano.

Chi non darebbe la vita per il proprio padre, chi non darebbe la vita per i propri figli. Io non ho certezze sulla vita e sulla morte. Non ne ho e nessuno potrebbe averne. Disprezzo perciò chi si sente tanto sicuro di fronte a situazioni del genere.

Possiamo piangere e possiamo riderne, come in una cena tra amici. Possiamo pensare a quel che vorremmo per noi. Possiamo pensare a quello che vorremmo gli altri facessero per noi. Quel che vogliamo accade poche volte nella vita. Nella “non vita” ancora di meno: non possiamo più intendere o volere e nessuno lo saprà mai.

Quel che so, cara amica, è che tu sei “vittima sacrificale”, simbolo di ciò che non sarà più: di una liberazione che tutti noi vorremmo ma che pochi hanno il coraggio di chiedere. La vita è bella perchè è una sola. Punto e basta. Quando non è più vita cosa significa?

Lo chiedo, lo chiediamo ai signori che hanno certezze. Io non ne ho ma ho ben in mente cosa sia la vita, cosa sia la dignità umana. Io Eluana non l’ho vista in un letto, non l’ho vista mai. Ho visto la gente soffrire, vivere, morire, come quasi tutti noi. Chiunque abbia un’esperienza della vita non troppo superficiale od “interessata” non vi saprà dare certezze su cosa sia giusto.

E invece alcuni hanno certezze, quei signori che dicevo poco prima. Quegli stessi signori che per loro non risparmiano mai scorciatoie. Quegli stessi signori che si richiamano ai valori del cristianesimo in nome di un cattolicesimo che non è altro che una rendita economica millenaria. E’ la Chiesa di Wojtila, di Ratzinger che è pari a quella dei Borgia, dei Medici e dei Farnese. E’ la Chiesa che non vale niente, quella che travisa il messaggio originale e fondamentale del Cristo: l’amore tra gli uomini, l’amore per la vita. La Chiesa che dice sì alla vita quando vita non è già o quando vita non è più. La Chiesa che dice no al preservativo e sì alla sofferenza. Macchina da soldi, niente più.

Ma la Chiesa non rappresenta i cristiani. La Chiesa non rappresenta gli uomini. I cristiani e gli uomini sono ancora peggio. I cristiani e gli uomini disprezzano gli altri cristiani ma soprattutto gli altri uomini. E allora non c’è niente da scandalizzarsi se esistono “ronde cittadine”. Legali. Ma non armate, beninteso.

E’ il razzismo strisciante. E’ il mondo che non avanza. E’ la società che galleggia. Siamo noi in balia di questo vento che ci porta di qua e di là. Siamo noi che non possiamo reagire. Siamo noi che, anche se razzisti, per senso civico e di sopravvivenza dovremmo opporci al dovere per un medico di denunciare un clandestino.

Ma noi siamo gli stessi che ci lamentiamo della giustizia e non ci accorgiamo che le stesse persone che noi abbiamo votato hanno allungato i tempi dei processi a dismisura. Siamo noi che non ci accorgiamo che il processo è sempre più garantista. Siamo noi che vogliamo sempre più giustizialismo… ma per gli altri.

Sono io quello che vorrebbe andarsene via da qui. Per vergogna. Perchè mi vergogno a doverti scrivere questo. Mi vergogno di essere parte di questo genere italico che non ha rispetto neanche per se stesso. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che scheda i barboni. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che non si rende parte del mondo. Mi vergogno di essere parte di uno Stato in cui nessuno ha interesse dell’altro e in cui la maggior parte delle persone non ragioneranno mai sulla loro vita e i loro problemi se non attraverso il filtro della televisione. Mi vergogno di essere parte di uno Stato in cui non si può neanche vivere il proprio dolore in pace perchè qualcuno deve distogliere l’interesse del suo popolo dalla crisi sociale, culturale ed economica che sta vivendo e perchè qualcun’altro deve mantenere un potere che non dovrebbe avere più già da migliaia di anni. Mi vergogno di essere parte di uno Stato che non ha avuto rispetto, non solo per se stesso, ma neanche per te e per il dolore tuo e della tua famiglia.

Per questo ti saluto cara amica, oggi che, di noi amici, già quasi non ti pensa più nessuno. Le menti sono rivolte già al derby o alla pizza del sabato sera.

IO MI SFILO

Ottobre 28, 2008 sbloggato 1 commento

Se la scuola fosse più efficace, la televisione non sarebbe tanto potente (John Condry)

Credo che andare a sfilare e manifestare oggi contro il governo Berlusconi, visto il risultato delle elezioni di meno di un anno fa, sia come diventare omofobi dopo aver sfilato al Gaypride nudi e chinati in avanti.

Non dico di non esser preoccupato, ma il futuro ce lo scegliamo noi e l’abbiamo scelto in modo abbastanza definitivo. Guardando a ritroso, non si doveva forse protestare contro il proliferare di università, corsi e facoltà che formavano sempre più dottori di livello infimo e senza futuro? Dove erano i rettori all’epoca? Dove eravamo noi quando ci propinavano tutte quelle riforme che dovevano uniformarci agli atenei europei? E dove quando abbiamo scoperto che una laurea triennale all’estero vale meno che zero e in molti Paesi non permette neanche un’iscrizione ad un corso di specializzazione? E dove quando le riforme per comodità non venivano seguite e i 24 esami in 5 anni diventavano 26 in 3 e poi 32 in 5 etc? E perchè i capi delle proteste sono gli stessi di dieci anni fa? Perchè sono ancora lì, ancora loro? E perchè questo proliferare di dottori? Non è forse un problema di scarsa selezione e di faciloneria nei giudizi? Non è forse un problema di scarsa formazione? Che fine farà questo Paese? Che fine faremo noi?

Guardando ad oggi, i nostri percorsi di formazione culturale e al lavoro non possono essere certo considerati d’eccellenza. Le università oggi non preparano al mondo lavorativo nè assicurano una preparazione impeccabile, alla rincorsa l’una dell’altra verso un livello più basso ed una distribuzione di massa di titoli ed onori. Se un taglio deve esserci, deve esserci verso tutte quelle università e quelle facoltà e quei corsi che servono meno di niente ai dottori del domani (e servono molto ai nuovi docenti). Se un taglio deve esserci, deve esserci per finanziare la ricerca e la crescita delle università e delle scuole italiane. Se un taglio deve esserci non deve essere certo indiscriminato. Se un taglio deve esserci deve essere un taglio netto con gli ultimi venti anni di politiche sulla scuola e sull’università che hanno dato titoli a tutti noi che non meriteremmo altro titolo che quello di “coglioni”.

LO STRANO CASO DI DOTTOR WALTER E MISTER CIALTRONI

Ottobre 27, 2008 sbloggato Lascia un commento

Ma l’intrinseco dualismo delle mie intenzioni gravava su di me come una maledizione, e mentre i miei propositi di pentimento cominciavano a perdere mordente, la parte peggiore di me, così a lungo appagata, e di recente messa alla catena, prese a ringhiare. (…) e come accade a chi persegue vizi privati, alla fine cedetti agli assalti delle tentazioni. (…) e questa breve condiscendenza al male che avevo in me finì per distruggere l’equilibrio della mia anima (Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jeckyll e del Signor Hyde)

Da Repubblica.it , 31 ottobre 2007 – tutto da guadagnare

Veltroni. Il sindaco di Roma ha parlato di “un vero, autentico orrore” e ha aggiunto che “si tratta di un’espressione di violenza che da qualche mese ha cominciato a manifestarsi in questa città e che testimonia che c’è stato un cambiamento di clima”.

“Non ci si può girare intorno – ha ribadito il leader del Pd – la sicurezza è una grande questione nazionale che chiama in causa iniziative d’urgenza sul piano legislativo: i prefetti devono poter espellere i cittadini comunitari che hanno commesso reati contro cose e persone”. Su questi temi Veltroni ha incontrato al Viminale il ministro dell’Interno Amato e il prefetto di Roma Carlo Mosca.

“Credo che l’Italia debba porre la questione” riguardo ai flussi migratori provenienti dalla Romania “in sede europea: è un problema di natura politica. Ritengo che l’Europa debba chiamare in causa le autorità romene”, ha detto il sindaco di Roma. “Se si sta in Europa – ha aggiunto determinato – bisogna starci a certe regole: la prima non può essere quella di aprire i boccaporti e mandare migliaia di persone da un Paese europeo all’altro”. Infine Veltroni ha ricordato che “prima dell’ingresso della Romania nell’Unione europea, Roma era la città più sicura del mondo”.

Il sindaco ha citato gli episodi di criminalità. Da quello del “ciclista ucciso all’aggressione al regista Tornatore, a una consigliera municipale, alla violenza sessuale verso una ragazza e questo episodio orrendo. In questa città da diversi mesi c’è un arrivo di persone che vengono da Paesi comunitari. Non si tratta di immigrati che vengono qui per ‘campare’, ma di un’altra tipologia di immigrazione che ha come sua caratteristica la criminalità”. Veltroni ha precisato di non fare “generalizzazioni verso un singolo Paese”, ricordando tuttavia che “il 75% di arresti effettuati l’anno scorso hanno riguardato i romeni.”

Dal discorso al Circo Massimo, 25 ottobre 2008 – più niente da perdere

Alle mie spalle, la vedete, c’è una bellissima frase di di Vittorio Foa: “pensare agli altri, oltre che a se stessi, e pensare al futuro, oltre che al presente”.

Valgono, queste parole, per l’ambiente. E valgono per il drammatico corto circuito che nella nostra società si sta creando per colpa di un’equazione tanto ingiusta quanto sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, “altro” da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo e mai di fare di tutto per rendere concreto questo principio: la sicurezza è un diritto fondamentale di ogni cittadino. Chiunque lo colpisce va perseguito, qualunque sia la sua nazionalità. E basta con la vergogna di troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazie a una serie infinita di premi e benefici.

Però quell’equazione no, non si può fare. Non si può negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine che vanno puniti. Mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose.

La madre del razzismo è la paura. Il problema è che ad alimentarla c’è anche l’uso politico dell’immigrazione. Il massimo dell’ipocrisia in chi, come il governo, dovrebbe avere l’onestà di dire che da quando ci sono loro gli sbarchi sono raddoppiati, le espulsioni sono ferme e si sta creando una nuova bolla di clandestinità.

La paura, ha detto bene Ilvo Diamanti, “paga”. In termini elettorali e di consenso, almeno nell’immediato. “Per contrastare il razzismo”, ha scritto ancora Diamanti, “si dovrebbe combattere la paura. Invece viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano, questa pianta dai frutti avvelenati che cresce nel giardino di casa nostra”.

Molti, troppi episodi si sono verificati negli ultimi mesi, nelle ultime settimane. Di quasi tutti si è detto “il razzismo non c’entra”. Ma non è razzismo l’assassinio di Abdoul, ucciso per una scatola di biscotti al grido di “sporco negro”? Non ci sono l’ignoranza, l’estraneità e l’ostilità verso “l’altro” dietro l’aggressione di un ragazzo cinese alla fermata di un autobus? Non dobbiamo pensare che ci sia razzismo dietro il fermo violento da parte dei vigili e il pestaggio di Emanuel? Dietro quel negargli persino il cognome?

E c’è un episodio che mi ha colpito particolarmente. In una scuola di una provincia italiana i bambini avevano disegnato, insieme alle loro maestre, delle sagome da mettere vicino alle strisce pedonali per dire agli automobilisti di rallentare. Queste sagome ritraevano loro. Erano bambini e bambine. Erano di colori diversi. Qualcuno deve aver pensato che c’era qualcosa di sbagliato nel fatto che ci fossero ritratti di bambini neri e di bambini bianchi insieme, e ha pensato di andare, di notte, a sbiancare con la vernice le sagome scure. Razzismo strisciante, vigliaccheria e pretesa di insegnare la propria aberrante idea di ciò che è giusto: il peggio del peggio riunito in un solo gesto.

Ecco qualcosa di fronte al quale noi non siamo e non saremo mai indifferenti. Qualcosa che noi combattiamo e combatteremo sempre.

L’Italia non è non sarà mai un Paese razzista.

IGNOTO NUMERO 57 – SOSTIENE PEREIRA (SEDICENTE COVER)

Ottobre 27, 2008 sbloggato 3 commenti

“La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità” (Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira)

Sostiene Pereira di trovar difficoltà nell’addormentarsi la sera ed ancor più nel farsi la barba appena sveglio. Pare che Pereira si alzi ogni mattino all’alba senza avvalersi di galli né di sveglie. Quando la prima luce del sole attraversa le tapparelle colpendogli dritti gli occhi, Pereira salta in piedi. Pereira sostiene che cambiando la posizione del letto potrebbe dormire un po’ più.

Pereira di questi tempi insegna all’università. Sostiene da anni, il professore, che sia solamente una collaborazione annuale per un corso poco seguito, fatto sta che ogni anno Pereira è sempre lì, primo ad arrivare ed ultimo ad andarsene. A disposizione.

Pereira sostiene che la domenica non è un giorno da poco per uno come lui. Sale sulla sua 127, colazione in un bar qualsiasi lontano da casa sua, giusto per arrivare alle sette del mattino. Compra tre o quattro giornali, sdraia per quel poco che è possibile il sedile, legge editoriali, lettere al direttore e necrologi e butta via. Sono appena le otto.

Sostiene Pereira che la domenica mattina alle otto il mondo è popolato solo di personaggi in cerca di autore. Personaggi in cerca di Pereira. Vecchi e giovani che non vedranno probabilmente vecchiaia. Stranieri che non conoscono riposo. Persone vive. Sostiene Pereira che gli altri giorni della settimana potrebbe camminare ore ed ore tra gli uomini e non incontrare alcun essere umano. La domenica mattina è tutto diverso. L’umanità prende vita, prende forma. Gli androidi tornano nel cellophane.

Pereira immagina la loro vita, la vive con loro. Prende appunti su un taccuino e quando le fatidiche dodici ore di ispirazione e scrittura sono passate torna a casa.

Sostiene Pereira che dopo dodici ore la fame vien da sé e viene anche la voglia di cucinare. La domenica non vi è mensa aperta né voglia in Pereira di imbandire la tavola per sé solo. Pare che Pereira tornando a casa la domenica sera si diletti in strani piatti esotici, ma questa è solo una voce, per la verità.

Pereira sostiene che non aveva mai percorso quella strada prima di quella sera. Non molte automobili in giro, pare che Pereira abbia notato un pubblico ufficiale maltrattare una donna al bordo della strada.
Sostiene Pereira di essersi sentito infastidito. Ha accostato la 127 e con fatica ha allungato il suo vecchio braccio per aprire il finestrino dal lato passeggero. Pare che la manovella del finestrino fosse un poco arrugginita causa scarso utilizzo.

Pereira sostiene di aver chiesto cosa succedesse e che l’ufficiale abbia risposto di non preoccuparsi, solo una prostituta. Pare che Pereira abbia esclamato “ma come si permette?” e che l’ufficiale abbia riso. Pare anche che Pereira abbia sostenuto che la ragazza in abiti succinti fosse la sua fidanzata e che l’ufficiale non gli abbia creduto.

Sostiene Pereira di aver convinto l’ufficiale che la ragazza stesse attendendo lui e che nessuno poteva giudicare il suo modo di vestire: doveva piacere a lui ed anzitutto a lei. Pare che l’ufficiale l’abbia lasciata andare solamente per pena di un vecchio abbindolato ma innamorato e perché “i romeni sono europei, purtroppo”, soggiunse l’ufficiale.

Pereira sostiene che la ragazza salì nella sua macchina, fecero qualche chilometro ed accostò. Pare che la ragazza fece per dimostrare la riconoscenza al professore che gentilmente rifiutò. Pereira le offrì tutti i soldi che aveva con sé, poco più di settanta euro e le chiese la sua storia. Racconta Pereira che non la ascoltò non per fastidio nell’ascoltare un italiano tanto tentennante ma perché preferì immaginare la vita di quella ragazza senza nome.

Sostiene Pereira che riprese da solo la strada verso casa e si sentì veramente orgoglioso della vita che aveva immaginato per la ragazza. Una vera principessa, piena di ori, virtù ed affetti. Pare che Pereira rientrò felice in casa e buttò giù quattro righe sul suo diario per ricordarsi di quell’incontro.

Pereira sostiene che poggiata la penna si sentì vuoto. Guardò le foto sulle mensole ed ebbe nostalgia. Pare che preparò sei portate quella sera e che le mangiò tutte e sei. Sostiene Pereira che finì di mangiare che era notte fonda.

Sostiene Pereira che per tutta la sera pensò di prendere il telefono e chiamarla. Sostiene Pereira che preferì immaginare una bella vita anche per lei e che buttò giù altre quattro righe.

Quando il sole dell’alba entrò dalla tapparella e si piazzò sul cuscino, Pereira sostiene che era alla scrivania ed ancora non aveva trovato il tempo di immaginare un presente per sé stesso.

Il personaggio in questione ha poco a che fare con Pereira, per spirito, indole ed ambientazione. Spero che Tabucchi non me ne voglia ma mi è venuto così. Credo che “Sostiene Pereira” sia uno dei libri che oggi dovrebbe esser letto da tutti. Per capire meglio il mondo e ciò che tutti noi potremmo e dovremmo essere.