APPUNTI – QUALCOSA DA RACCONTARE

rituale del mattino
sua madre le scosta il piumone
le fa forza d’un caffè
fuori casa il cielo svuota le sacche

lei ancora non ha aperto gli occhi
che lui è già sotto il portone
si bagna la punta delle scarpe
di tela
un tempo stava in america
credeva di non tornare mai più
la fuga del suo cervello
la paura di volare
la fuga dal suo cervello
tornò via mare
adesso lavora in una ditta
di cosmetici

lei adesso è pronta
prende il suo panino
lo mette nella borsetta
lui si racconta una bugia
con una sigaretta

si apre il portone
lo bacia sulla guancia
svelta di corsa
sul motorino sotto la pioggia
lei si tiene stretta a lui
le entra l’acqua negli stivali di pelle
ad ogni buca sobbalzano insieme
lei si stringe un po’ di più

lui non sa cosa dire
si canta una canzone a mente
per trovare qualche parola
lei conosce la loro storia
ma è troppo lunga da raccontare
nessuna bugia verità taciute
va avanti giorno dopo giorno
casa lavoro il mattino
lavoro casa la sera

ora la lascia davanti al suo studio
lei lo ringrazia
lo bacia sulla guancia
ancora
ha una laurea in giurisprudenza
buona solo per fare pompini al suo capo
ed avere i soldi giusti a fine mese
per comprare ciò che non le serve

allora lui prende la tangenziale in senso opposto
riattraversa tutta la città
per andare a lavoro
tocca i centotrenta
un auto lo sfiora
cade a terra sbatte la testa
sviene
un tamponamento dietro di lui
si assesta a pochi centimetri

corsa in ospedale
si riprende
lui adesso vorrebbe chiamarla
squilla il telefono
è in riunione se vuole lasciare un messaggio
torna a casa in taxi
unico pensiero
come andare a prenderla
questa sera

sua madre ha già preparato il pranzo
siede a tavola con un tipo mai visto
entra, lei è spaventata
non è niente, fa lui
lei gli chiede di farsi una doccia
puzzi, dice
questo è un collega di tuo padre
è passato a portare delle carte
si è fermato per pranzo

lui ha dimenticato di telefonare per la mutua
scaduti i tempi tecnici
come da contratto
giornata di lavoro non retribuita

io a curarmi di loro
per aver qualcosa
da raccontare

IGNOTO NUMERO 74 – IL GIORNO DELLA FINALE DEI MONDIALI DI LACROSSE

Il giorno della storica finale dei mondiali di Lacrosse tra i nativi irochesi e gli Usa, me ne stavo nel traffico, bloccato da un incidente qualche chilometro più avanti. Intendiamoci, non dovevo tornare a casa per vedere in televisione la partita, volevo giusto collocare gli eventi nel tempo. E poi ho sempre avuto una particolare simpatia per gli irochesi e per gli indiani in generale. Gli indiani americani, ovviamente. Avevo sempre detestato i cowboy. Troppo facile stare dalla loro parte. Da par contro avevo sempre sognato di vivere nel vecchio west. Avrei voluto fare il maniscalco, entrare nel saloon a bere whiskey e giocare a carte, con quattro baldracche che chiamano dal piano di sopra. E poi sfidare a duello qualcuno. Con la pistola, il mattino dopo. E guardare nella foto della tomba se c’era ancora scritto il mio nome. Ripensandoci bene, credo che avrei sempre voluto viaggiare su una Delorean volante e non vivere nel vecchio west. Le cose sono tra loro collegate, a ben pensarci.

Comunque, ero bloccato nel traffico. Un incidente qualche chilometro dopo, dicevo. Stavo tornando dal mio nuovo lavoro. Da quando Lisa se ne era andata, suo padre mi aveva licenziato. Era passato un bel po’ di tempo ormai. Non trovavo nessuno disposto a pubblicare il mio romanzo sul coccodrillo che viveva tra gli alligatori. Dicevano che l’esistenzialismo era passato di moda. In qualche modo dovevo pur sopravvivere. Dopo aver dato fondo a tutti i soldi che avevo, mi ero riciclato in diversi mestieri. Avevo anche fatto il fenomeno da baraccone per un circo dandomi martellate sulla testa. Alla seconda martellata caddi a terra, mi ricoverarono in ospedale, feci colpo su una vecchia dottoressa prossima alla pensione e mi tennero lì per un po’. Vitto e alloggio a spese dello stato: ero nullatenente. Poi uscii, tornai a casa di Lisa (ancora avevo le chiavi) e il giorno dopo cercai un nuovo lavoro. Facevo l’uomo-sandwich per un night-club. Ma questa è un’altra storia.

Me ne stavo ancora imbottigliato nella coda e le auto non sembravano muoversi. Una settimana prima avevo incontrato Lisa dopo tanto tempo. Le dissi che l’avevo cercata, che era scomparsa senza una spiegazione, che nemmeno suo padre sapeva dov’era, che eravamo tutti molto preoccupati. Non le dissi che vivevo ancora a casa sua, lo sapeva. Non le dissi nemmeno che il padre mi aveva licenziato, sapeva anche quello. Ero una persona alquanto scontata. Immaginare, nei miei riguardi, equivaleva a sapere.

Mi disse che ora stava con un uomo vero. Bene, dissi io. Disse che le sembrava fosse passata una vita dall’ultima volta. Bene, dissi io. Mi parlò del suo nuovo vivere. Non la stetti a sentire più di tanto. Aveva cambiato il modo di parlare. Mi pareva parlasse con frasi fatte e, ancor peggio, mi pareva felicissima ogni volta che ne utilizzava una. Battute scontate, frasi fatte. Era peggiorata.

Tornando a casa sua, ormai casa mia, mi dissi che era stato meglio così. Poi di notte non riuscivo a dormire. Mi ricordai che io e Lisa ci eravamo conosciuti dentro un bagno. Lei faceva qualche lavoretto dopo la scuola in un bar, aveva appena pulito il cesso e io dovevo andare per forza a cacciare tutto. Mi disse di andare fuori, ma aveva appena nevicato, così la supplicai. Le dissi che l’avrei fatta tutta e avrei ripulito il bagno. Una volta svuotata la vescica mi mise in mano una scatola di detersivi e si mise lì a guardare. Pulisci bene, mi diceva. Si divertì.

Sono le piccole cose che fanno una storia come quella tra due mentecatti come me e Lisa. In fondo non c’eravamo mai piaciuti per davvero ma eravamo affascinati l’uno dall’altro perchè, per qualche strano motivo alchemico, ogni nostra piccola azione trascinava l’altro in situazioni tragicomiche. E quella sera mi chiedevo se davvero mi mancava e dissi che sì, mi mancava, ma non quella Lisa del pomeriggio. Mi mancava quella che avevo. Poi mi chiesi se avevo fatto tutto il possibile per non farla andar via e mi risposi che no, non l’avevo fatto. Forse avevo dato tutto troppo per scontato, forse le avevo riempito troppo la testa di promesse inesaudibili tratte qua e là da romanzi e canzonette. L’avevo convinta che saremmo diventati qualcuno. Insieme. Lisa non era una rincoglionita, aveva fiutato la fregatura. Forse troppo in ritardo, per questo mi dispiaceva di averla persa, di solito le altre donne la mia puzza la fiutano fin dall’inizio. Questione di chimica. E di deodorante, forse. Pensai che dovevo fare qualcosa, quella sera nel letto. Pensai che eravamo ancora in tempo. Ma ero troppo pigro. Accesi la televisione e guardai uno dei tanti telefilm sulla vita in ospedale che tanto andavano di moda a quei tempi. Mi addormentai dicendomi che il giorno dopo avrei fatto qualcosa, pensando che alla fine qualcosa sarebbe successo. Forse Lisa sarebbe tornata da sola. Ero una persona troppo pigra. Lo sono sempre stato.

In quella settimana Lisa non tornò e non sarebbe tornata neanche nelle successive. Io la pensai ma ero molto più preoccupato della mia sopravvivenza. Cercai di dire a me stesso che non potevo sopravvivere senza di lei ma era una scusa. Ne sentivo la mancanza ma mai quanto sentivo la mancanza di un buon pasto. Non avevo soldi e non cucinavo abbastanza bene. Ero un disastro.

Ma in quel momento, tornando agli eventi che stavo raccontando, ero imbottigliato nel traffico. Faceva caldo e sudavo nonostante l’aria condizionata e i finestrini aperti. La macchina era del padre di Lisa. Avevo tenuto anche quella. Accesi la radio del mio ex suocero e ascoltai la sua cassetta di Joan Baez. Quattro volte, da un lato e dall’altro. La radio non aveva l’autoreverse, fui costretto ad affaticare le mie mani. Il mio ex suocero diceva di essere stato a Woodstock. Tutti quelli della sua generazione dicevano di esserci stati: avevo calcolato che, stando alle affermazioni di ognuno, l’affluenza a quel concerto fu di quasi un miliardo di persone. Una volta avevo fatto partecipe di questo calcolo mio suocero, il quale mi rispose “A quel tempo avevano paura di noi giovani, Marvin. Non eravamo dei rammolliti come voi. Eravamo forse più di un miliardo, le fonti ufficiali diedero dati differenti sulla partecipazione per sminuire il nostro movimento”. Non ribattei, voce sprecata e io odiavo gli sprechi. Ritornando alla cassetta, non ho mai saputo se la Baez abbia partecipato o no a Woodstock e tuttora non mi interessa saperlo.

Poi iniziammo a muoverci. Incolonnati uno dietro l’altro ci avvicinammo al luogo dell’incidente. Un’autocisterna contro una piccola automobile tedesca. Una ragazza era morta. Chissà se era buddista, pensai. Poi piano piano tornai a casa. Di Lisa, ovviamente. Ma lei non c’era. Era una giornata come le altre.

IGNOTO NUMERO 70 – MARVIN E IL RIPOSO

Il vento ci dava dentro quel giorno a Duncan Park. Preoccupato dal fatto che i miei pochi lunghi capelli volassero via assieme alle foglie, chiesi a Lisa di prestarmi il suo cappello. Disse di no, naturalmente. Forse perchè non voleva che il suo uomo si rendesse ridicolo agli occhi dei corridori della domenica, forse perchè aveva freddo e non vedeva per quale ragione avrebbe dovuto privarsene. Non le dissi della mia paura per i capelli. Fatto sta che ne persi qualcuno, ma non troppi. Rimasero pochi ma ben incollati alla testa.

Stavamo seduti su una panchina. Trovo ridicoli i corridori della domenica. I professionisti occasionali. Lisa una volta mi aveva chiesto di andare a correre anche noi invece di passare ogni domenica mattina al parco dietro casa come due vecchi. Avevo accettato. Dopo appena dieci metri ero a terra, Lisa chiamò un’ambulanza, il medico di pronto soccorso accertò che si trattava di un grave affaticamento e che avrei avuto bisogno di riposo per due o tre giorni. Riposai per una settimana e fu la più bella della mia vita.

Non che nel resto dei miei giorni io abbia lavorato troppo. Spesso mi davo per malato, contando sul fatto che il datore di lavoro era il padre di Lisa e non avrebbe mai lasciato sua figlia sposata con un disoccupato.

Ad ogni modo Lisa non mi chiedeva più di andare a correre. La domenica mattina ci alzavamo tardi e andavamo sfatti e consumati dalla sbornia della sera prima al parco a riprenderci dai postumi. Il sabato era l’unica serata che Lisa mi concedeva durante la settimana. Dopo aver tentato con cinema e concerti, avevamo trovato il nostro accordo: dentro casa, cena preparata da lei, bottiglie fornite da me. Bevevamo fino al sonno davanti al televisore. Lei si addormentava prima di solito, appoggiava la testa sulla mia spalla chiedendomi di coccolarla. Con le punta delle dita le massaggiavo le tempie. In due o tre minuti era a dormire. Mi alzavo piano e la poggiavo stesa sul divano. Io andavo a letto con ciò che era rimasto delle bottiglie che avevo comprato. Le bevevo tutte, poi andavo in bagno e vomitavo. Infine fumavo una sigaretta steso sul letto, poggiavo la testa di lato e dormivo.

Quel giorno c’era un bel cielo ma il vento ci dava dentro e ad un certo punto arrivarono nubi gonfie di pioggia su di noi. Tuoni e lampi. Lisa mi disse: <<Marvin, andiamo, corriamo>>. Casa nostra era a cinque minuti a passi normali da lì. Lei si mise a correre, era più veloce di me. Le guardavo il sedere. Ricordo che persi i sensi. Mi dissero che ero caduto con tutta la faccia e tutti i (pochi) capelli in una pozza d’acqua. Mi svegliai in ospedale e mi dissero di riposare per una settimana. Riposai per un mese e fu il mese più bello di tutta la mia vita.

APPUNTI – SPORCO MUSO GIALLO

Me ne stavo
aggrappato ad un palo
il vento mi beccava d’improvviso
e tirava forte da succhiar via
tutta la prima sigaretta
del pacchetto appena scartato
comprato con i quattro euro
datimi di resto nell’osteria di fronte
per il mio biglietto verde
conquistato con il sudore di fronte (mio)
per sei ore di lavoro
in un mese.

Non pagavano male lì
non fosse stato per il lavoro
sbucciare pistacchi
per uno sporco muso giallo
che non si puliva il viso
da almeno vent’anni.

Lo sapevo perchè aveva
muco appicicaticcio
sui sottili baffi neri
che usava portare
ogni giorno
da un anno circa.

Perlomeno non si lavava il volto da un anno
presumibilmente erano almeno trenta, o quaranta
ed il suo muco verde
contrastava con la sua pelle gialla
in maniera vistosa
ancor più di quanto il verde
possa fare a cazzotti con il rosa
e quest’ultima constatazione
pare sia evidente a tutti.

Con il biglietto verde
avevo fatto bere
tutti gli amici lì dentro
Peppe il falco
Aron la faina
Mario la lancerta
e Silvio Galbanino
che quest’ultimo poi
era proprio il cognome.

Avevo detto “metti a bere per 96 euro
che poi quando esco
devo comprar le sigarette”.

Avevo comprato con il resto
le mie sigarette
e me ne stavo aggrappato a un palo
con la bora che tirava
e con un laido cane
immune al vento e ad ogni legge della fisica
che mi pisciava sulla scarpa
come faceva ogni volta che uscivo dall’osteria
ed avevo l’umore a mille.

E mi avvrebbero fatto ridere
anche le assonanze della parola bora
e mi sarei anche chiesto
cosa portavi in quei secchi
che trascinavi per strada
e forse avrei anche pensato
che tutto andava per il meglio
e che come diceva il poeta
o il navigatore, forse il tom tom
il vento era favorevole
potevo togliere gli ormeggi
da un paese devastato dal dolore.

Che quel laido cane
lo pagasse quello sporco muso giallo?

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Now playing: Stefano Rosso – …E allora senti cosa fo’
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UN PO’ DI NUMERI

Forniti i seguenti dati:

Dal 2003 al 2006 in Italia, 5252 persone sono morte sul lavoro (4,7 al giorno in media).

Dall’aprile 2003 all’aprile 2007, 3520 militari della coalizione sono morti in Iraq (2,4 al giorno).

Si giunge alla conclusione che:

In guerra si rischia meno. Meglio fare il militare…

(dati tratti da “Morte a 3 euro” di Paolo Berizzi)