LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 2/15

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Non so se la casa in cima alla coltre di nebbia mi ricordasse maggiormente quella di Psycho o la villa della Famiglia Addams.

Trovato il modo di salire fin lì sopra, posteggiammo la macchina nel cortile. Mi fermai nell’auto, pensando che l’uomo volesse darmi delle indicazioni. Mi guardò, sorrise ancora una volta e scese dall’auto. Restai fermo ancora qualche secondo. Mi feci coraggio, scesi anch’io.

La porta era aperta. Ottavio bussò ed aprì senza aspettare che alcuna voce dicesse “avanti”. Entrò. Io stavo dietro e, nel guardare l’interno di quella casa, infiniti confusi ricordi mi affollarono la mente.

La casa di Lisa. Era rimasta perfettamente uguale all’ultima volta. La sua famiglia era a cena.

Salve, mi chiamo Ottavio. Scusate il disturbo. Siamo in viaggio e siamo stati sorpresi dalla nebbia”

La padrona di casa lo interruppe “Siete i benvenuti, potete restare quanto tempo vi sarà necessario. Lisa, prendi due sedie per i nostri ospiti. C’è del minestrone, spero vi piaccia”.

Ottavio ringraziò. Io stavo a testa bassa, sperando che nessuno mi riconoscesse.

Ragazzo”, mi disse la signora, “tu come ti chiami?”

Alzai la testa e la guardai. Improvvisamente ricordai di non essere più l’uomo di un tempo. Ero un bimbo.

Si chiama Mike, disse Ottavio. E’ un po’ timido, aggiunse.

Americano?” chiese la madre di Lisa.

Mia madre era appassionata di telequiz”, spiegai io. Non me la sentii di mentire.

A volte, per darmi tono, dicevo “Mike, come Al Pacino ne Il Padrino”. Quelli che rispondevano con un “ah” prolungato, erano proprio quelli che non avevano mai visto il film e, dunque, l’effetto tonificante con loro non attaccava. Col tempo, avevo imparato a non farmene un cruccio. Mike era un nome come un altro.

Lisa ci portò le sedie, la signora andò in cucina e ci servì due scodelle di minestrone.

Ottavio diventò improvvisamente loquace e cominciò ad intrattenere tutti i commensali raccontando la sua vita. Nella sua storia, io ero suo figlio. Avrei voluto dire “Ehi, è un assassino”. Mi trattenni, intrappolato in quel corpo da ragazzino e nella visione di Lisa davanti a me con un altro uomo al suo fianco. Non era come la ricordavo. Era ancora bella, sì. Ma aveva perso il broncio che mi fece innamorare di lei. Sembrava felice. Anzi, era felice.

Mi si affollò la testa di ricordi: si fecero talmente pesanti che il mio cranio sprofondò nel minestrone e in un sonno profondo.

2 ½

Aprii gli occhi e avevo Lisa appoggiata su di me nel suo letto. Spinsi la testa tra i suoi capelli per sentirne l’odore ancora una volta. Le strinsi una mano, con l’altra presi a grattarle i fianchi. Le diedi un bacio sul collo.

Mike, lasciami perdere. Voglio dormire” disse lei.

Si voltò verso di me e sorrise. Avevo dimenticato come fosse bello il suo sorridere e, per un attimo, fui tentato di innamorarmi di nuovo di lei. Le stampai un bacio sulle labbra.

Lei aprì gli occhi sonnecchianti e, abbozzando un sorriso, mi rimproverò.

Ricordai dell’uomo che sedeva accanto a lei la sera prima, il suo nuovo -Lui-. Ricordai anche di essere un bambino.

Mi lesse nel pensiero “Sei tornato quel che sei sempre stato” e tornò felicemente a chiudere gli occhi.

Come mi hai riconosciuto?”

E’ un sogno Mike. Non riesci più a riconoscere la finzione dalla realtà?”

Scossi la testa. Lei rise e mi diede uno spintone gettandomi giù dal letto.

2 ¾

Ci ritroviamo nella macchina di Ottavio, lei è distesa con la testa sulle mie gambe e mi guarda dal basso, come quei giorni d’estate di qualche anno fa. Parliamo e sorride, come allora.

Il futuro, il nostro futuro. Quei giorni erano bellissimi per entrambi. Ridevamo e sognavamo.

Io ero stramaledettamente pazzo di lei. Non solo. Ero pazzo anche da un punto di vista patologico. Mi disse un’analista, un giorno, che io ero vittima delle mie ansie e del mio senso di colpa. Per evitare di affrontare i problemi creavo castelli in aria pieni di altre piccole questioni da risolvere. Questioni di principio, perlopiù.

Io volevo essere perfetto per Lisa. Ogni giorno le creavo nuove situazioni, nuovi interessi. Cercavo di crearle tutte giornate completamente diverse l’una dall’altra. Volevo per lei una vita piena di sorprese. E quasi ogni sera si concludeva con me e lei nel suo cortile, in quella stessa posizione, a sognare di noi.

Anche quando eravamo a letto insieme, sognavamo di noi. Ci accarezzavamo, parlavamo. Dormivamo. Avevo paura di deluderla. Le mie ossessioni e le mie manie mi condussero a creare problemi e questioni di principio per evitarmi una brutta figura a letto con la persona che amavo più di ogni altra al mondo. Cominciai ad aggredirla.

Alla fine la ebbi vinta. Lei non poté far altro che allontanarsi gradualmente da me. Non contento, non accettavo neanche che lei potesse rifarsi una vita e fare l’amore con altri, nemmeno nel momento in cui lei non mi voleva più.

Lisa era con la testa sulle mie gambe in quel momento. Le diedi un bacio. Le chiesi scusa. Fu la prima cosa da uomo che feci in vita mia.

APPUNTI – UNA BUONA VITA: SOGNO DI UNA NOTTE DI QUASI ESTATE E SHUFFLE MATTUTINO

- CHIUDI QUESTI CAZZO DI OCCHI! -

Indosso null’altro che un paio di calzoncini rossi e invado l’altro lato del letto per violentare il muro in cerca di un po’ di fresco.

Quei calzoncini rossi della Nike li ho da quando avevo più o meno tredici anni. A quel tempo mi arrivavano al ginocchio, come andava di moda. Nel tempo non devo essere cresciuto più di tanto, oggi arrivano a metà coscia.

Quei calzoncini mi hanno accompagnato per un po’ più di mezza vita. La mia coperta di Linus.

- COPERTA. FA CALDO -

Oggi non comprerei mai un qualcosa firmato Nike, all’epoca volevo tutto firmato in quel modo. Li comprai assieme ad una maglietta abbinata che andò distrutta la prima volta che la indossai. Dovevo essere abbastanza goffo nei movimenti, stavo scavalcando un cancello – non chiedetemi il perchè – rimasi impigliato in un qualcosa e la strappai dietro. Sempre meglio che strapparsi la pelle o le palle.

- ALLORA, DIO CANE? -

Sì, devo dormire. Domani devo andare a lavoro.

No, domani non lavoro. Allora perchè sono a letto? Che confusione.

- METTITI IN PIEDI. PRENDITI UNA SIGARETTA. FUMATELA -

Visto che ci sono potrei riprendere quelle tre storie lasciate in sospeso. Le guardo. Le leggo. Le rileggo. Non ho idee.

- DOMANI NIENTE METROPOLITANA -

Sei felice, vecchio?

Odio il mondo che vive sottoterra. Tutti fottutissimi stronzi che passano il tempo ad osservare il prospetto delle fermate appiccicato in alto. Tutti stramaledetti pigroni che si distribuiscono malamente e non si schiodano dalla loro posizione. Ci vorrebbe un corso di tattica ai pendolari del sottosuolo. E poi tutti quei coglioni che li vedi lì, con l’ansia di scendere il prima possibile e chiedono continuamente “Lei scende?”. Io vorrei dirgli “Non sono cazzi tuoi”. Poi, non lo faccio mai.

I miei compagni di viaggio al mattino mi guardano male. Vero, ho una faccia impresentabile, gli occhi appiccicosi e, a volte puzzo anche. Lo ammetto. Loro entrano, guardano quante fermate dovranno attendere – ogni giorno sempre le stesse -, trovano un posto e incollano i piedi a terra. Io mi muovo tra le statue per cercare spazio vitale dove possibile, urtando prima uno, poi un altro.

“Ehi! Le mie scarpe sono incastrate qui, non lo vedi?” vorrebbero dire, ma non possono. Il codice etico della metropolitana spiega chiaramente che “non si può proferir parola se non si è colleghi di lavoro, amici o parenti”. E così, se qualcuno prova ad attaccar bottone, tutti abbassano lo sguardo dal prospetto delle fermate affisso sulla porta del vagone e guardano in cagnesco il trasgressore.

Poi arriva la fermata finale. Io sto dietro a tutti per non farmi dire “Lei scende?”. Sono troppo nervoso al mattino per avere a che fare con coglioni del genere.

- SVEGLIATI STRONZO -

Meccanismi infernali e non richiesti di sveglia cerebrale. Il sole entra appena attraverso le fessure della tapparella, posso anche sprofondare la faccia nel cuscino ma il mio raggio personale trova sempre il modo di affondare nei miei occhi.

Accendo il fuoco sotto la cucuma. Bevo caffè. Accendo la musica. Fumo.

Shuffle mode. Ramones.

- CHE CAZZO DI MORTE, JOEY! -

Sì vecchio mio, anche i migliori se ne vanno nei modi peggiori.

Può capitarti di andartene sul cesso, leggendo la gazzetta dello sport, come successe ad un mio amico. Può capitarti di finire la tua esistenza ascoltando una canzone degli U2, come accadde a Joey.

Il destino è beffardo ed io mi metto nelle mani del destino, come Joey Ramone. In fondo potrei andarmene tra un po’, mentre lo shuffle sta passando Ligabue. Che morte di merda!

- PROPRIO UNA MORTE DI MERDA! -

Sì. Procrastino in continuazione la scelta delle tracce per il mio funerale. Corro il rischio di lasciarvi un funerale scialbo, ammesso e non concesso che siate intenzionati a partecipare.

- LASCI UN MUCCHIO DI PAROLE -

Vero. Sono una persona fortunata. Posso rileggere la mia vita attraverso le mie parole, in qualsiasi momento io voglia. Posso ritrovare date esatte di un preciso avvenimento, negli spazi vuoti posso cercare i momenti migliori e quelli peggiori.

Invecchiare mi rincoglionisce. Ho sparso qua e là testimonianze di quel che sono senza ricevere alcun compenso monetario in cambio.

La vita mi rincoglionisce. Col tempo ho finito per diventare quasi un intimista. Devo darci un taglio e ritornare a ciò che mi compete. Ho tre storie senza finale da completare. Non ho idee.

Posso guardarmi indietro senza difficoltà. Ogni pezzo è un po’ come ogni canzone. Ogni canzone ti rimanda indietro.

- BENE -

Bene è anche il titolo di una canzone tra le meno conosciute di De Gregori. Statica, triste. Bruttina.

Trovo difficoltà ad ascoltare alcuna musica oggi, soprattutto quella che ascoltavo da ragazzino. Ho un archivio musicale pieno di roba e non trovo la voglia di ripulirlo. Così lo shuffle mi passa continuamente ciò che non voglio ascoltare.

Provo fastidio ad ascoltare molte cose, dicevo, eppure mi capita di riascoltarle. Mi chiedo come facessero a piacermi un tempo, eppure ne conosco a memoria testi e arrangiamenti. Ogni momento, ogni fruscio. Posso far suonare un’intera orchestra nella mia mente.

Ho una memoria uditiva spaventosa, anche se sto, pian piano, diventando sempre più sordo. Dovrei farmi visitare, mettermi un apparecchietto sulle orecchie. La mia vanità estetica non lo sopporterebbe. Meglio diventar sordi, completamente. La mia mente sa ancora suonare. Mi basta.

- E52? H725 -

Svalvolo. Non mi verrebbe mai in mente di metter su un disco intero di De Gregori, solo lo shuffle può passarmelo. De Gregori è forse il più rozzo tra i cantautori italiani. Non ha la poesia di un Guccini, non ha il lessico di un Battiato, non ha i riferimenti colti di un De Andrè. Eppure è quello che ha raccontato meglio la mia vita recente, forse perchè anch’io sono un rozzo senza poesia, lessico, conoscenza piena del mondo.

Bene – non un’esclamazione, bensì la canzone cui accennavo prima – lo shuffle me la passò mentre passavo in un paesino dell’appennino umbro, costretto ad una deviazione dai lavori infiniti sull’E52. Davanti avevo una 500 bianca che non potevo sorpassare. Mi snerva non poter sfruttare appieno la potenza della mia macchina. Io corro. Perchè so guidare. E bene.
Mi rilassa guidare, mi piace.

Comunque, sull’appennino umbro, De Gregori mi chiede cosa altro dai fiori potessi trovarci in quella storia. Niente di più vero, erano rimasti solo quelli. Ed era la prima volta, credo, che quella storia volevo chiuderla io. E le navi di Pierino che erano carta di giornale eppure erano andate via, magari dove tu volevi andare e io non ti avevo portato mai. Vero. Anche quello. Il cuore sobbalza, accendi una sigaretta per mostrarti più duro. La 500 non la puoi sorpassare e, piano piano, continua il tuo viaggio verso casa.

- METTITI A SCRIVERE -

Inutile. Non insistere. Non ho idee. Mi hanno insegnato che se non ti esplode dentro è meglio non farlo.

- MALEDETTO TELEFONO -

Squilla il principale. Ne ho due. L’ultimo passo da compiere nella mia personale liberazione è quello di disattivare il telefono secondario.

La vanità degli uomini è dura da distruggere. Se Lisa, o come voglio chiamarla, continua a leggere ciò che scrivo non è per curiosità, ma per vanità.

Se si infuria perchè scrivo stronzate è proprio perchè ho fatto centro. “Possibile che questa Lisa sono proprio io?” Sì, sei tu. Vorrei amarla, odiarla. Non si infurii, quel che legge è solo affetto e delusione. Null’altro.

Ho scritto un’ultima volta di Lisa perchè è morta e sepolta. E mi fa bene scrivere di lei, perchè in questo modo posso perdonarmi del fatto che non riuscirò mai a perdonarla. Sono umano, non il dio cristiano.

E anche nel nome ritorna quel cantautore che non adoro. Lisa è quella per cui stravede un grosso costruttore di chitarre. Il cognome si rifa a Ian Curtis, quello dei Joy Division, quello che l’amore ci distruggerà.

- LOVE WILL TEAR US APART AGAIN… -

Non posso resistere a far suonare gente morta e sepolta nella mia mente, un po’ come continuano a risuonare le parole di Lisa nei momenti vuoti.

Per liberare la mia mente di Lisa vorrei solo che mi chiedesse scusa. Una volta. In un rapporto tra esseri umani, di qualsiasi tipo esso sia, ci sono sempre almeno due parti. Quando nascono è a causa di entrambi. Quando finiscono anche. Non è una lotta, non ci sono vincitori e sconfitti. O, almeno, non dovrebbe esserlo. Basterebbe guardarsi un attimo, cacciare tutta la merda che si ha dentro e scusarsi per gli errori commessi. Lisa non l’ha mai cacciata tutta quella merda. Credevo di aver fatto tanto per lei, ora mi accorgo di aver fatto solo cose inutili. Tutta quella merda Lisa non la caccerà mai. Io scrivo per espellerla.

Lei accumula e basta. Nient’altro: la vita da fine ultimo diventa solo un mezzo e ciò non ha alcun senso. All’amore si sostituisce l’affezione. Le persone diventano oggetto e nulla più. Ad una vita un po’ migliore si sostituisce una morte un po’ peggiore, che poi, quando la vita è un mezzo, non fa differenza.

Avrei dovuto farle capire un po’ di queste cose, ma avrei dovuto capirle prima anch’io ed ora è troppo tardi per farsi ascoltare. Mi ascolto da solo e mi compiaccio di come vorrei e dovrei essere.

- BASTA CON QUESTO TELEFONO -

Ci sono cose più serie di cui occuparsi. Niente più intercettazioni telefoniche, non andrò più in galera. Non che potessi andarci davvero ma, in fondo, ho sempre sognato di diventare qualcuno. Se non vai in galera o non rischi di andarci, in questo Paese non sarai mai nessuno.

- TI SEI RINCOGLIONITO -

Vero, continuo a parlare di amore che è quanto di più lontano esista da quanto vorrei essere. Eppure, grazie a Lisa credo di aver scritto le mie stronzate migliori.

Ho imparato a fare poesia e che il modo migliore per fare poesia è non farla. Sono soddisfazioni anche queste.

E ho imparato che in una coppia ci sono sempre gradi diversi che mutano nel tempo e devono trovare il giusto equilibrio: chi apre il cuore; chi apre la mente; chi apre il portafogli; chi apre le gambe; chi apre il culo. L’amore si misura in gradi. E’ un angolo.

- NONOSTANTE TUTTO -

Nonostante tutto ho ucciso Lisa e ho cacciato tutta la merda rimasta sepolta per anni. Avrei voluto fare di più. Avrei voluto essere diverso. Avrei voluto affrontarla in modo diverso. Ma non sarà mai così. Quando una persona muore devi cercare di lasciarti dentro solo i bei ricordi. E di solito, vita cane, quando con una persona hai condiviso parte della tua esistenza, i bei ricordi sono solo una minuscola porzione del tempo passato.

Continuerò a frugarvi dentro per trovare nuovi spunti. Null’altro. Nonostante tutto, come avrebbe detto Lisa, la ragazza che è morta e non c’è più.

- E ADESSO? -

Lisa ha continuato a sopravvivere per sei mesi. Un’agonia che è iniziata lo scorso Natale. E’ colpa di tutti e di nessuno. Nel frattempo, progetti andati in fumo. Nell’ordine: Stati Uniti, Ghana, Sudafrica, laurearmi. Rimandati, forse. Nella vita ti capitano cose improvvise. E’ un po’ come lo shuffle, ti capita ciò che non ti aspetti e poi, ad un certo punto, capita la canzone che desideravi nel momento in cui non la desideri più.

Mi dispiace che Lisa sia morta, ma ora ho più Ram libera.

Mi auguro una buona vita, nonostante tutto.

Sciocco che sono. Già ce l’ho. Posso tornare a scrivere.

APPUNTI – L’AMORE AL TEMPO DEL TRIPLETE: COME MARX MI HA CREPATO LA VITA

IL RUMORE DEI NEMICI

Mi danno troppo da fare i vivi per potermi preoccupare anche dei morti. Sono andati, trapassati, estinti. Sono quel che volete ma, essenzialmente, non sono più. La vita è una guerra, il mondo è in guerra ed io mi ci getto armato di scimitarra.

Chi si preoccupa dei morti è preoccupato dal fatto che un giorno non sarà più. Sarebbe bene seguire questo pratico esercizio. Non hai niente da fare, stai seduto su una panchina o, peggio, sotto la metropolitana. Ecco, non hai un libro da leggere, niente di niente. Guarda le persone davanti a te e immaginatele morte. Occhi sbarrati, mandibola aperta. Osservali lì, falli morire con la sola forza del pensiero.

Io vedo la gente morta. E sto bene.

Mi preoccupa, da ex fervente rifondarolo, sapere che un giorno vedrò Bertinotti fare un elogio pubblico di Berlusconi appena morto. So che accadrà. Lo so.

Personalmente, vi dirò, credo che il lutto sia una delle ipocrisie più grandi di cui sia capace il genere umano. Soffro per la morte dei miei amici, sto male per la sofferenza dei miei amici. Godo per la morte dei miei nemici. In assenza dei nemici, mi compiaccio della morte di qualche stronzo che neanche conosco. Di qualcosa dovrà anche godere un uomo.

Sento il rumore dei nemici. Piuttosto lontano. E’ una consolazione, forse. Posso gettare la scimitarra. Nella mia vita sono stato molto più amato che odiato e credo che proseguirò in questa direzione. Forse perché sono un gran paraculo.

Poi, mi vien da ridere quando penso ai miei nemici. Sono uomini ridicoli quanto me ma hanno quel qualcosa in più che riesce a farli diventare ancor più ridicoli di me. E io, alla mia ridicolaggine, ci tengo.

MARX E LA PORNOGRAFIA OMOSESSUALE

Credo che Marx mi abbia rovinato la vita. Non sto cambiando argomento, sto parlando ancora di amici e nemici.

Il materialismo storico ha ucciso il mio senso di colpa cristiano. La lotta di classe ha fomentato il mio senso di colpa borghese. Marx mi ha costretto ad amare le minoranze, a giustificarle in ogni caso. Amo chi è nato negro, chi è nato povero, chi è nato barbone, chi è nato delinquente, chi è nato deficiente. Gli zingari no, a tanto non sono ancora arrivato. Disprezzo la mia classe che non ama le minoranze. Disprezzo la mia classe quando cerca di diventare minoranza. La borghesia non è umana.

La lotta per le classi altrui ha una doppia faccia: da un lato arrivi alla santità, dall’altro all’autodistruzione.

Arrivi a confondere gli amici con i nemici, gli idoli positivi con quelli negativi, la vita con la morte, le bestie con gli uomini. E sopra tutto c’è ancora Marx con quel barbone, che poi è Dio come già l’avevano rappresentato in tantissime chiese rinascimentali.

Lotta, lotta, lotta.

C’è bisogno d’amore per dio. Sono stato amato tanto, dicevo. Ed ho amato tanto, anche troppo. Credo anche qui ci sia lo zampino di Marx. Colpa sua se non ho mai avuto un amore ortodosso come Dio (Marx?) comanda.

In fondo uno con qualcuno deve sempre prendersela. La vita non è un film porno ma pare una pornografia omosessuale un po’ troppo estrema. Un regista perverso sullo sfondo c’è sempre.

PROSTITUZIONE INTELLETTUALE: ORTODOSSIA ED ETERODOSSIA DELL’AMORE

E’ prostituzione intellettuale quella di cui vi parlo e, credo, ce la cerchiamo un po’ anche noi. Sarebbe comodo dare tutte le colpe a Dio, a Marx o come lo volete chiamare voi.

Se non ho avuto un amore ortodosso come conviene me la sono anche cercata.

L’amore più ortodosso della mia vita è rimasto attaccato ad uno stendino sotto la pioggia per anni ed è ancora completamente zuppo. Quello più eterodosso va a gonfie vele ma, appunto, è eterodosso.

Ma che ortodossia poteva esserci in Lisa, una che poteva essere sia quella della foto sia quella che della vita non aveva mai capito un cazzo?1

L’estate non arriva e, dunque, non si asciuga. Meglio scriverne ora che quando tutto sarà asciutto.

Colpa di Marx se è successo. Maledetto. Pensate che l’amore più ortodosso della mia vita è stato tra un borghese e una che non faceva altro che sottolineare la differenza di classe tra me e lei.

Penso che Lisa avrebbe dovuto mettere fine alla nostra storia già dopo poco tempo. Il problema stava nel fatto che Lisa aveva avuto ed avrà solo amori eterodossi nella sua vita. Io non potevo metter fine all’amore più ortodosso che mi fosse mai capitato tra le mani.

Il senso di colpa marxista mi teneva attaccato a lei. E Lisa ci metteva del suo, a tenermi attaccato a lei. Certo, non poteva averla vinta. Il senso di colpa marxista teneva attaccato a Lisa un sacco di gente, ce ne stavamo tutti affollati attorno al suo corpo ed ogni tanto arrivava un nuovo a reclamare un po’ di spazio. Ma erano tutti più imbecilli di me, ecco perché alla lunga l’ho avuta vinta facilmente.

Lisa ha cambiato il mio modo di guardare il mondo e, in fondo, forse dovrei anche ringraziarla. Non è riuscita a sostituirsi a Marx, eppure mi ha insegnato a disprezzare l’essere umano. Lei e le esperienze vissute con lei.

In fondo bisogna capirla la gente, ha dei problemi. Sta male. Io anche ho dei problemi. Io anche sono stato male. Se sei una testa di cazzo lo sei comunque, problemi o meno, malattie o meno. E che ti prendesse un cancro al cervello se ancora non ce l’hai. Godo dei tuoi malesseri.

Si arriva addirittura a giustificare le malefatte con i difetti fisici. Dimmi, vorresti essere tu come Alain Delon? Sì, certamente. Ma non sarà mai la mia pelata prematura, la mia testa a pera o il mio profilo aquilino a giustificare una mia cattiveria. No, Dio non perdona. Neanche Marx. E neanch’io.

Purtroppo ancora non riesco a godere dei mali di Lisa ma ci vado vicino.

E poi i problemi di Lisa, i suoi mali… non voglio parlarne, questi non sono cazzi vostri.

Che poi c’è sempre quello che passa per stronzo e sono sempre io. Quello che per Lisa non è mai stato abbastanza uomo.

Su questo forse Lisa aveva ragione. Solo un ometto come me poteva accettare le sue bugie, gli stessi episodi raccontati in tre modi diversi a distanza di pochi minuti; i suoi tradimenti; il suo mollarmi e riprendermi due o tre volte al mese.

- COLPA DI MARX. CAZZO, MARX! -

Eppure qualcosa di buono doveva esserci in lei se nella sua classe ho conosciuto solo brava gente. E poi la parte dello stronzo ce l’ha fatta il borghese del cazzo.

Via della Scala è sempre là… canto per non pensare alle umiliazioni subite. Al viaggio programmato la sera prima ed annullato il mattino dopo per telefono. Al fingere davanti a persone conosciute nell’altra vita di conoscermi appena o sentirla dire che io ero un folle che non vedeva da anni e che voleva rovinarle la vita per un torto passato.

Per poi litigare e richiamare quello che tanto uomo non era. E vederci di nascosto. La nostra situazione non era chiara. Colpa mia. Sempre colpa mia.

Lisa non c’era mai quando ne avevo bisogno ma pretendeva che io fossi lì anche solo per un’unghia incarnita. Io rifiutavo di fottere altre donne perché prima o poi le cose sarebbero tornate come in origine, lei probabilmente si faceva fottere da altri uomini di mezzo mondo giusto per avere un po’ più di gente aggrappata addosso. Poi alla fine tornava da me ed io ero contento. Ridevo. Sorridevo.

Lisa mi voleva bene. Quanto voleva bene al suo cane. Il cane era suo, io ero suo. Uomini, bestie. Ho sempre diffidato degli animalisti. Sono tali perché non riescono ad amare gli uomini. Non riescono neanche ad odiarli. Sono psicopatici. Ma con Lisa non ci pensavo, forse perché, come voce popolana vuole, tira più un pelo di fica che un carro di buoi.

Lisa agiva inconsciamente quasi quanto inconsciamente Marx mi faceva attrarre da lei. Il suo amore eterodosso non le faceva capire che da un poco uomo come me poteva ottenere il massimo con il minimo sforzo. Avrebbe potuto farmi fesso ancor meglio. In fondo, era un po’ fessa anche lei.

LA VACUITA’ DELL’ARTE

E’ poco uomo quell’uomo che scrive.

Se non ci fosse stata Lisa starei ancora qui a pretendere di diventare un giornalista o uno scrittore. Non lo pretendo più ma lo faccio con passione. Non ho le qualità per farlo ma so di farlo molto meglio di tanta altra gente.

Quel che voglio dire è che non basta aver studiato letteratura per saper scrivere, non basta far l’accademia per far l’artista, non basta il conservatorio per far musica. Anzi, nel 95% dei casi, queste istituzioni creano gente inutile per la società che fanno solo del male all’arte.

Le passioni si creano da sole. Devi averle dentro, nient’altro. Non puoi pretendere di diventare un qualcosa che non sei. La lotta di classe del pensiero, anche questa me l’ha trasmessa Marx. Ma questa, Lisa non la conosceva.

Poi arriva un giorno che viene l’ultimo degli stronzi che si aggrappano al suo corpo a pretendere di staccarti da lei definitivamente. Mentre il senso di colpa marxista si acuisce sempre di più, arrivi al punto di mostrarti fin troppo gentile perché, ancora una volta, lei ha deciso di darti la responsabilità della sua vita, della sua classe e c’è qualcun altro che vuole riequilibrare una situazione che hai compromesso per sempre. Uno nuovo, perché morto un papa se ne fa un altro o al massimo si torna a quello precedente.

Io ringrazio quel contadino che, mentre io cercavo di essere gentile con lui offrendogli – sic! – di usufruire di un mio servigio, perché io avevo rovinato la vita a quella donna che ora amava lui e che tra due mesi amerà qualcun altro, dicevo, ringrazio quel contadino che mi disse che ero una persona ridicola che scriveva cose ridicole. Solo grazie a lui sono riuscito ad escludere Lisa dalla mia vita, lei che ora starà cercando qualcun altro ancora e che quando guarda la sua stanza piena di me pensa a quel cane scappato via.

- Poverino, era andato in calore. E’ uscito e non è tornato più. Qualche auto l’avrà messo sotto! -

In fondo ogni classe deve stare per conto suo. Lo ripeto, Marx mi ha crepato.

Mi hanno massacrato i mille libri che ho scelto di leggere, i milioni di dischi che ho deciso di ascoltare, tutti quegli stramaledetti film fuori dalla grande distribuzione. C’è chi deve andare in vacanza a San Pietroburgo, chi a Terracina per tutta la vita. C’è poco da fare. Io non so zapparla la terra, per scrivere non studio letteratura e i letterati producono solo merda per idioti. Io produco tanta cacca ma puzza di più. E puzza meglio.

Penso al finale di Io e Annie, chi non lo conosce? In fondo tutti hanno sempre bisogno di uova, dicevo a Lisa quando tornavo da lei. Se la ricorderà a vita questa frase, gliel’ho messa dappertutto per anni. Del resto tornavo, in media, ogni due settimane.

Le uova ingrossano il fegato. Fanno male. Meglio tagliarle fuori dalla dieta.
Come scrisse un mio amico, la sega è un attimo. A volte è anche meno.

1 Chi è a secco delle mie opere illetterate non capirà a cosa faccio riferimento e, sinceramente, me ne fotto di voi ancor più di quanto fotterei Ainett Sthepens.

IGNOTO NUMERO 77 – PEZZI DI LISA

Marvin aprì gli occhi e restò immobile. Si sentì quasi schiacciato dalle ombre accalcate attorno al suo letto. Strabuzzò gli occhi, cercando di riconoscere qualche viso amico. Non trovando niente, li richiuse.

Mi ha sempre divertito crear coppie, non avendo possibilità di trovare un’altra metà per me. Li accoppio e poi li lascio andare per la loro strada, ognuno decida per sé. Non posso fare di più.

Trovai l’occasione per far conoscere Marvin e Lisa facendoli scontrare all’interno di un bagno pubblico in un inverno freddo. Si incontrarono, si scontrarono, si amarono. E si odiarono, poi. Erano due testoni, non potevo farci niente.

Non so bene come andarono le cose. Troppi impegni. Mi disinteressai della vicenda per un po’. Ma le continue invettive di Marvin contro di me mi costrinsero a gettare un occhio su di lui molto più frequentemente di quanto potessi, in realtà, concedermi.

I due erano ormai lontani da un po’, quando rincontrai Marvin. Una notte mi costrinse ad ascoltare un suo lungo monologo. Non sapeva più dove fosse quella ragazza di Corisco. Il ragazzo aveva deciso di rendersi irreperibile per lei solamente. C’era riuscito. Quella notte, Marvin, mi fornì un quadro più chiaro della vicenda. Era innamorato e ferito, null’altro.

Marvin voleva fare lo scrittore. Non che lo interessasse più di tanto il mondo della letteratura, detestava gli scrittori e gli unici che amava erano morti o probabilmente stavano per farlo. Non sapeva scrivere bene ma sapeva di avere il senso della frase. Non aveva proprietà lessicale né della punteggiatura, aveva scoperto tardi la poesia capendo che era ciò che gli veniva meglio. Non che fossero vere liriche. Erano storielle, come quelle che scriveva in prosa. Senza  rime, senza metrica. Senza niente di niente. In realtà, Marvin non sapeva scrivere.

Riusciva, tuttavia, inspiegabilmente, a piazzare qualche pezzo qua e là, qualche romanzetto, qualche racconto, qualche poesia.
In ogni protagonista, che si trattasse di una pastorella o di un boxeur, di un impiegato o di una prostituta, di una dama di corte o di un tamarro, inseriva parti di Lisa. Nel carattere, nel fisico, nelle storie. L’isolana dell’Atlantico sopravviveva nella sua mente senza alcuna spiegazione.

Riuscì anche a vincere un premio internazionale di poesia che gli diede breve e scarsa notorietà. Al momento della premiazione, pensava solamente a lei. L’avrebbe saputo? L’avrebbe pensato? Cosa avrebbe sentito?

Lisa l’aveva umiliato, tradito, deluso, scaricato. Ma soprattutto aveva deriso l’unica passione che Marvin aveva e questo, anche per una testa dura come lui, era inaccettabile.

Aveva trovato un lavoretto che gli permetteva di girare il mondo e di trovare il tempo per scrivere qualcosa. E intanto passavano gli anni, molti.

Era felice, Marvin. Quella ragazza scura aveva anche perso il nome. Tuttavia, probabilmente, qualcosa di lei sopravviveva e vagabondava tra una parete e l’altra del suo testone.

Dico questo perché Marvin amò molte donne e tutte molto diverse tra loro. Ma in tutte queste donne, per le strade di ogni città, ogni nazione, ogni continente, andava a cercare la moretta che l’aveva mollato molti anni prima, incontrandola ed amandola ovunque.

La incontrò nel sorriso di una ragazza di San Cristóbal de La Laguna. Un palato inferiore che sembrava un puzzle e due labbra grandi che si aprivano fino ai lobi quando rideva, mantenendo sempre, inspiegabilmente, un’espressione imbronciata.

La rintracciò negli occhi di una giovane di Paraty. Due grandi occhi neri che sembravano uscir fuori dalle orbite e pronti ad esplodere in ogni momento.

La trovò nell’odore della pelle di una donna di Bjärred. Un forte odore di pelle, fastidioso all’olfatto, di cui però non poteva fare a meno.

E poi continuò ad imbattersi in lei in una con la passione per l’arte a Binghamton, nella voglia di vivere di un’altra a Larabanga, nella pazzia di una donna di Kaifeng, nelle bugie di una ragazza di Roseau, nei mignoli asimmetrici di un’altra a Pis-Emmwar, nel modo di camminare di una giovane di Da Nang, in delle orecchie minuscole incontrate a Papakura, nei capelli di una cambogiana di Battambang e negli strani seni di una poveraccia di Ségou.

Marvin faticava a respirare, ma aveva voglia di una sigaretta e del quaderno sul quale stava scrivendo la storia della sua vita. Aveva pensato molte volte al fatto che, probabilmente, quella storia non avrebbe mai avuto fine, se non altro per l’impossibilità evidente di descrivere la sua morte.

Cercò con la mano sul comodino sigarette ed accendino, ma più tentava, più non trovava niente. Riaprì gli occhi ma non riuscì ad alzare la testa. Di nuovo le ombre ad opprimerlo.

Voleva richiudere gli occhi per addormentarsi, ma la curiosità fu più forte. Con uno sforzo sovraumano cercò di concentrarsi e, d’un tratto, fu tutto più chiaro.

Nel vedere, attorno al suo letto, quei dodici pezzi di lui e di Lisa tutti assieme, sorrise.

Richiuse gli occhi e regalai un ultimo momento di eternità al vecchio Marvin, con quella ventenne che veniva dal centro dell’oceano, la Lisa tutta intera.

Io, da par mio, presi la mia Stratocaster e la suonai per loro.

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Now playing: The Jimi Hendrix Experience – Moon, Turn the Tides… gently gently away
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 76 – MARVIN AL TERMINE DEL MONDO

Il termine del mondo distava circa centoventi chilometri da casa mia, due ore di automobile al massimo. Non c’ero mai stato fino ad allora ma molti me ne avevano parlato. Molti restavano stupiti del fatto che fosse solo a centoventi chilometri da casa mia, da qualsiasi altro punto della terra si partisse ci volevano anni ed anni per arrivarvi.

Non c’era alcun treno nè alcun autobus che portasse fin lì. Molti vi andavano a piedi. Mi disse un amico che non era consigliabile andarci in automobile perchè, per qualche buffo assurdo motivo, la strada che portava al termine del mondo era percorsa da un numero impressionante di camioncini che perdevano travi di legno dal retro, guidati da manovali edili sottopagati.
Essendo pigro e poco avvezzo ai pellegrinaggi, salii lo stesso sulla mia vecchia Golf e mi avventurai su quelle strade pericolose. Scampai la morte in più di un occasione ma, alla fine, arrivai sano e salvo al termine del mondo.

Ero deluso, c’era poco da vedere. Entrai nell’unico bar dell’unica piazza cui portano tutte le strade che vanno al termine del mondo. Mi accomodai su uno sgabello davanti al bancone ed ordinai ad un signore sulla mezza età una birra media bionda.

Ad un’estremità del bancone stava seduto un uomo dall’età indefinibile con una birra scura in mano. Aveva il volto scavato dagli anni ma gli occhi vivi di un ragazzino. Stava con la birra in mano senza bere e mi guardava. Chiesi al mio vicino di sgabello – Chi è quell’uomo lì in fondo?

- Lo chiamano il dispensatore di sogni. Lavora qui, ma non mi chiedere quali siano le sue mansioni. Io non l’ho mai conosciuto nè lo vorrò mai conoscere. Mi pare matto. Tu di dove sei? Come sei arrivato fin qui?

Non avevo voglia di continuare la conversazione. Puzzava d’alcool e non solo. Maleducatamente, mi alzai dallo sgabello cercando un tavolo per sedermi.

Il “dispensatore di sogni” mi chiamò
- Marvin

Mi avvicinai a lui sorpreso – Mi conosce?

- Ogni viso ha un nome, con un po’ di allenamento ci si azzecca sempre

Il mio non era molto comune, forse davvero avevo una faccia da Marvin.

- Siediti – mi disse

Presi posto accanto a lui, incuriosito.

- Cosa ti ha spinto fin qui al termine del mondo?

- La curiosità, suppongo. E perchè abito abbastanza vicino, sono appena centoventi chilometri da casa mia a qui

- Beh, stupefacente. Di solito ad arrivare fin qui ci vuole una vita, c’è chi ci mette degli anni

- Sì, sono fortunato – dissi io, facendo un sorso di birra. Il “dispensatore di sogni” invece non pareva assolutamente intenzionato a bere, teneva il boccale in mano ma ben lontano dalle sue labbra. Gli dissi – Lei è tanto che è qui?

- Sono circa quattro anni. Vedi l’uomo dietro al bancone? – indicò il signore di mezza età che mi aveva servito poco prima – Il signor Magritte lo conobbi a Parigi circa trent’anni fa, in un bistrot dietro Place des Vosges. Avrà avuto vent’anni all’epoca. Non era capace di guardare al di là del suo naso. Poi conobbe me e tutto cambiò e, per riconoscenza, ha assunto qui me, un uomo che non vuole più nessuno

- Senza offesa, mi pare piuttosto presuntuoso ciò che lei ha appena detto riguardo al suo amico. Cosa fece di tanto grande per lui?

Feci un altro sorso, il “dispensatore” sorrise – Beh, Cedric all’epoca era convinto che al mondo non esistesse posto migliore di Parigi. Suo padre aveva una nota fabbrica di calzature e lui era già deciso a prendere le redini dell’azienda. Non aveva mai pensato per sè. Non aveva sogni

Il barista si avvicinò – Humphrey mi mostrò i cieli, le terre, i mari, le donne del mondo. In dieci minuti mi insegnò a sognare. Cominciai a viaggiare e a dipingere ciò che sentivo, senza fermarmi mai. Ho raggiunto la mia felicità e non ho mai smesso di essere felice

Si allontanò di nuovo per servire dei clienti, io dissi – Cazzo, per parlare così bene di lei, deve aver fatto tanto per il signor Magritte

- Non ho fatto niente, era tutto dentro di lui. E’ quello che faccio da molto tempo ormai, è il mio lavoro. Mostro i sogni a chi non li comprende. Certo, non è cosa facile. Molti uomini non sono fatti per sognare ma, allo stesso tempo, possono essere resi felici dai sogni di altri uomini

- E come si fa a sognare in un posto come questo?

Per la prima volta si avvicinò il boccale alla bocca ma si inumidì appena le labbra – Sai Marvin, ad un certo punto si smette di sognare. Questo è il punto d’arrivo di quelli che hanno realizzato il loro sogno. Per questo mi chiedevo cosa tu facessi qui

- Non lo so, ho le idee confuse. Forse perchè ho perso Lisa

- Ah, una donna… – sorrise ancora una volta

- Beh, se ne è andata. Certo, poteva andar peggio, potevamo passare tutta la vita insieme senza che mi accorgessi mai di che pesce fosse. Lisa mi ha..

Mi fermò con una mano – Non voglio sapere, non mi interessano le tue vicende personali

Lo ringraziai con un cenno del capo per avermi fermato e feci un altro sorso di birra. Lui mi avvicinò il suo boccale e mi disse – Tieni, fai un sorso della mia!

Io rifiutai l’offerta ma lui continuò – Dai Marvin, assaggia!

Feci un sorso. D’un tratto, come d’incanto, mi risalirono nella mente dallo stomaco tutte le bellezze che avevo e non avevo visto.

Mi disse – Marvin, non c’è tempo per smettere di sognare. Devi solo riprendere a farlo da dove avevi lasciato. Vai via di qui, dal termine del mondo. Questo non è il posto per te, per quanto possa essere vicino a casa tua

Io lo guardai e gli chiesi – Perchè lei ha rinunciato ai suoi sogni?

Lui mi rispose – Dammi del tu, Marvin. Io non ho rinunciato ai miei sogni. Il mio sogno è far sognare la gente. Sono contento così. Anche oggi ho sognato grazie a te. Adesso vai, è tardi.

Non sapevo cosa dire. Mi alzai, voltai le spalle e me ne andai via di lì, senza aver nemmeno pagato la mia birra.