APPUNTI – LA STRADA

la strada che corre qui da sotto casa
non sarà mai quella della pennsylvania station
ed io non attraverserò mai di nuovo
l’oceano che stralciò per primo il navigatore
che non sapeva dove sarebbe finito il mondo
immaginandolo più triste e molto più ristretto
ho ancora una bottiglia di cirò davanti
sono passati due anni e alla fine detesto
di trovarmi ancora qui e muammar è morto
allah non è più grande il dio vive
e giovanni lindo è adesso il suo profeta
ma in fondo a noi cosa ci frega
avrei fatto lo stesso del pelato
falsi miti guasconi e un po’ perversi
ci tocca solo ciò che non viviamo
e quello che tocchiamo un poco a pezzi
come la storia di chi non è mai stato
delle parole che scivolano di lato
di chi attacca il popolo per non toccare il governo
per avere un po’ di gioia effimera
così sul momento senza intaccar l’eterno
quello che abbiamo perso e non saremo
quello che siamo e quello che dobbiamo
a chi ti trova un poco ritardato
perchè provi a sentirlo per un momento
quell’animo che ti sbatte dal culo in testa
e credimi non sei la prima ci sono anch’io
a perdermi il pensiero dentro ad una festa
e scusami perchè sono io da lapidare
se non riesco a dire mai quello che penso
se uso le parole come bombardieri
se mi cospargo adesso d’incenso
e non so tornare a quel che era
ieri

Ma poi penso che, in fondo, se al mondo si può creare qualcosa come questo. Sì, al mondo deve esserci qualcosa di buono.

APPUNTI – L’AMORE AI TEMPI DEL BERLUSCONI IV

scappare un attimo con una scusa
bagno le labbra con il vino
una smorfia forzata a dirti che
me ne starò al bagno per un po’
e che fatica fingere di pisciare
da sotto la porta entra un sax
come stai cosa facciamo
dove sei adesso testa mia
bussano alla porta
qualcuno deve esser morto lì dentro
ecco un attimo faccio io
lavo le mani mi asciugo la testa
eccomi sono da te di nuovo
ne ordiniamo un altro ti va
certo ma lasciami finire
sorridi tesa un attimo
la donna dietro al banco
focalizzazione delle sue tette
non dovrei non potrei
ehi tettona riempine altri due
lasciaci bere ancora
nascondere un altro minuto
e poi uno di nuovo
la musica va avanti
batti il ritmo con il piede
la sera diventa notte
vado un attimo in bagno
ti dico
mi guardo allo specchio
una lampadina appesa
nervoso conato di vomito
passerà tempo ed altro vino
prima di poterti guardare ancora
senza credere di fissare
una pozzanghera
la mia pozza di errori
e di orrori
prima di potermi perdere ancora
con te
bussi tu alla porta del bagno
fai in fretta mi dici
resto dentro ancora un po’
some candy talking da sotto la porta
vorrei caderti dentro
sbattere il muso
farmi male
entra il bagno è libero
ehi tettona riempine altri due

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Now playing: Oscar Sulley & The Uhuru Dance Band – Bukom Mashie
via FoxyTunes

APPUNTI – DEVI DIVENTARE COME LOU REED

Vado sui due pacchetti
ormai

andando avanti così
ne fumerò
quattro
alla soglia dei cinquanta
ma ho tempo
per rilassarmi
e per pensare

ad esempio
penso
che se un giorno
avessi un figlio
e questo venisse
da me
e mi dicesse
“papà
io voglio diventare
come te”
lo prenderei
a schiaffi
e gli direi
“no cazzone
tu devi
diventare
come Lou Reed”
e lui
scuoterebbe
il capo
si chiederebbe
chi diavolo
è questo
Lu Rid
e resterebbe
in silenzio
per paura
che il padre
che pensava
di diventare
Berlinguer
Prevert
Bukowski
e Lou Reed
tutti insieme
gli spacchi
in testa
la bottiglia
di Johnny Walker
vuota
poggiata
lì accanto

IGNOTO NUMERO 67 – DIES IRAE

Lisa è solita indossare occhi neri e scarpe blu col tacco ed è quanto di più lontano possa immaginarsi dallo stereotipo della principessa caduta dal cielo.

Anche quel giorno indossava occhi neri e scarpe blu col tacco, finito il pranzo cominciò a pulir la cucina e a preparare la macchinetta per il caffè, mentre io che non ero andato a lavorare cercavo di battere qualche tasto sulla macchina da scrivere. Quel giorno Lisa indossava un vestitino chiazzato color del grano e del fuoco di qualche taglia fa, ed era facile notarlo anche a chi non l’avesse mai conosciuta, il suo personale strabordava in ogni dove e le dava un’aria che ritenevo, personalmente, volgare.

Mi disse “Marvin, accendi il fornello sotto la macchinetta e controlla il caffè, io ho da fare”.

In piedi davanti al divano si spogliò completamente restando vestita solo di un completo intimo rosso, anche quello di un po’ di taglie fa ma per fortuna, per il momento, di quello potevo accorgermi soltanto io. Quel giorno avevo deciso di ascoltare solamente il Dies Irae del Requiem di Mozart, pensavo mi avrebbe ispirato per continuare quel romanzo che da due anni mi tormentava e, per il quale, spesso rifiutavo di andare a lavorare. Ero fortunato, il padrone del magazzino dove lavoravo era il padre di lei.

Lisa si sedette sul divano, io controllavo il caffè e la vedevo mentre si depilava. Non doveva farlo da molto, aveva dei lunghi peli sulle gambe, comunque sempre più corti di quelli sulle braccia, per sua fortuna poco visibili per via della carnagione scura.

Io continuavo ad osservare la macchinetta del caffè che sbuffava, lanciando un occhio verso Lisa che si depilava e tenendo un orecchio al Dies Irae. Ad un certo punto Lisa mi disse “Marvin, vieni qua”. Mi disse “Mangiami qua” indicandomi un punto alla base del collo.

Io presi a mangiarla e continuai addentandola verso il basso, fin tra i due seni dove teneva una pietra che le regalò il mio capo, che poi era suo padre, tanti anni fa. Lei diceva che era una pietra miracolosa. Arrivato fin lì mi disse “Basta, devo andare a lavoro”.

Lisa mi scostò pesantemente. Andò in camera nostra a vestirsi. Tornò vestita completamente di nero, abbigliamento da funerale, lo chiamo io, ma era un vestito adatto alla sua taglia, il che, perlomeno, la rendeva meno volgare e forse anche più sensuale. Nel frattempo avevo dimenticato il caffè che era bruciato con tutta la macchinetta. Lei mi diede qualche vestito da stirarle. Mi disse “Marvin, non torno a cena. Devo uscire con certi pazzi, un giorno te li farò conoscere. Vorrei tanto una sera poter stare qui, ma sai, ci vuole tempo per organizzare queste mostre e…”. Bla bla bla. Io in realtà già dopo il “non torno a cena” ero più concentrato sul Requiem. Disse “E impegnati su questo libro. Sarà un successo e finalmente potremo metter su famiglia, comprare quella casa che ci piace tanto…”. Bla bla bla. Piacerà a te forse. Requiem.

Uscita di casa lei, cominciai a bere. Partii da delle birre. Ero davanti alla macchina da scrivere e non battevo niente. All’ora di cena cominciai a scolarmi due bottiglie di Passerina. Ormai sbronzo, sentivo il mondo che girava attorno a me. Battei giusto qualche parola “La Passerina aperta, se non bevuta subito, diventa aceto”. E con il romanzo non c’entrava niente.

Gettatomi sul letto quasi esanime, la sentii rientrare. L’acida Lisa sapeva che ogni sera mi avrebbe trovato sbronzo. Io facevo finta di dormire. Con gli occhi chiusi, mi lasciavo a peso morto e mi facevo spostare dalla mia parte del letto. Mi copriva con una coperta mentre che l’uomo che aveva beccato quella sera si spogliava. Lei lo gettava sulla sua parte di letto, gli saliva sopra rumorosamente e si lasciava andare, urlava, convinta che non mi sarei mai svegliato. Io ascoltavo e pensavo che il giorno dopo non sarei andato a lavorare. Nella mia mente passava ancora il Dies Irae.