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Articoli taggati ‘musica’

APPUNTI – THUNDER ROAD

Novembre 16, 2009 sbloggato Lascia un commento

La scena è di quelle già viste
già sentite in qualche parte della memoria
un deja-vu, la casa isolata
la porta aperta
tu che entri
e il vento muove il vestito di Mary.

E tu sei lì
con i tuoi mille e più libri letti
quei milioni di dischi ascoltati
e il tuo berimbau.

Potrai spiegarle quanto Marx e Nietzche
veramente vadano a braccetto
e che il materialismo storico
non prevedeva guerre di classe
ma lotte per agevolare un processo inevitabile,
che era quanto di più cristiano potesse esserci
un cristianesimo senza religione
non una contrapposizione
e che il materialismo dei sentimenti
è solo una gran cazzata.

Potrai farle vedere
in un dipinto
da dove viene l’ispirazione,
potrai mostrarle
che la musica che ascolta
non è altro che una riproposizione
di roba cotta e ricotta
che tutti hanno dimenticato.

Potrete guardare insieme un film
e farle notare la citazione
la colonna sonora
potrai spiegarle
che non c’è genio
senza immaginazione
e che non è genetica
o processo chimico
è mutazione e influenza
di uomini prima di te
e null’altro.

Nessuno è mai grande
e tu non lo sarai
non hai nient’altro da offrirle
che te, con quel che pensi, leggi, vedi e ascolti
riproponendo te stesso
in parole assurde
accompagnate dal tuo berimbau
riportato da un viaggio all’altro capo del mondo.

Non hai nient’altro da offrirle
se non tutti i tuoi risparmi
e tutto ciò che riuscirai a trovare per strada
per portarla via lontano da lì
da quella terra piena di vincitori
per le strade polverose
dove, giunti alla fine,
troverete l’altro capo del mondo,
quello dove anche i perdenti
sono considerati degli uomini
anche prima della morte
e non sono costretti a pulire i cessi
di lorsignori per sopravvivere.

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Now playing: Bruce Springsteen – Thunder Road
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 66 – ARTE FATUA

Novembre 14, 2009 sbloggato Lascia un commento

- Bello il locale, non trovi?

Tu avresti preferito scolarti tre o quattro Brugal in una qualsiasi bettola, ma non puoi fare a meno di annuire. Un grande salone, pareti ricoperte di librerie che si erigono dal pavimento fin sopra il soffitto. Libri che forse nessuno avrà aperto negli ultimi cinquant’anni, pensi tu, pieni di polvere e null’altro che ad aprirli rischi quasi di farli sgretolare tra le tue mani. Su un piccolo soppalco, un ragazzo che avrà all’incirca la tua età cerca, in una grande scatola di legno, qualche singolo da inserire nel giradischi 45 giri portatile, collegato, non sai come, a due grandi casse, utilizzate tuttavia neanche al trenta percento della loro potenza.

Ti siedi e lei, senza chiederti niente, ordina all’anziana e rotonda cameriera, richiamante la servitù inglese dell’epoca vittoriana, due “Earl gray”. Tu non sai cosa sia, speri sia un qualche genere di scotch, in realtà è un thè, dei più banali per giunta.

Il ragazzo ha un 45 giri in mano, sembra pronto per cambiare, l’”Hallelujah” di John Cale è all’ultima strofa, forse la penultima.

Lei ti fa – Mario, mi è sempre piaciuta questa canzone di Jeff Buckley

Tu queste cose non le accetti e non puoi fare a meno di ribattere, velando la stizza con un sorriso che la faccia sentire un’ebete – Cara, questo è Cale ed è solo una cover, non di Buckley Junior, di Cohen…

- Non li conosco e comunque sono certa sia di Jeff. Jeff è morto giovane sai?

- La gente muore ogni giorno. Dunque, sentiamo, sostieni anche che Cobain, in quanto morto, abbia scritto l’uomo che vendette il mondo?

- L’uomo che? Ha scritto una canzone in italiano? Durante la permanenza a Roma, quando tentò il suicidio?

Tu stai per rispondere, ancora in modo stizzoso. Nel frattempo la serva inglese del secolo scorso è arrivata con i due thè e il discorso si interrompe. Non è facile con quel giradischi cambiare disco, ma il ragazzo pare allenato e non ci vogliono più di dieci secondi di silenzio. Parte “Satellite of love” nella versione solista di Lou Reed. Forse il ragazzo ha una particolare propensione per i Velvet Underground, ma tu non pensi a questo in quel momento: hai solamente paura che lei dica “che bella canzone d’amore”.

Tuttavia lei non dice niente, tu guardi il tuo thè, prendi il cucchiaino per la parte concava e con il manico cominci a disegnare. E’ un regalo per lei. La sua vita, come la vorrebbe lei. La sua vita come sarà, è il tuo regalo.

Lei ti dice – Cosa fai? Prendi bene quel cucchiaino, non fare il pazzo, non mi far vergognare.

Tu la ignori, stai facendo qualcosa per lei. Un casolare in campagna, colline, un fiume vicino. Forse sei un po’ influenzato dalle pubblicità della Mulino Bianco, ma è quella la vita che vorrebbe lei.

- Guarda – fai tu

- Cosa? -

- Quello che ho disegnato, per te -

- Non fare lo scemo -

- Guarda, il casolare, le colline, il fiume, i bambini a pascolare in giardino

- A pascolare?!?

- A giocare, scusa

- Io non vedo niente. Tu stai uscendo matto

La cameriera vittoriana, passando di lì, getta un occhio e dice – Che meraviglia! Cosa sono quelle? Capre?

E tu sei imbarazzato, perchè nella tua mente dovevano essere bambini, i vostri bambini, ma non puoi fare a meno di annuire e dire – Sì!

Lei vi guarda come foste matti, getta di soppiatto due zollette di zucchero nel tuo thè e ti dice di girarlo e di smettere di fare il cretino.

Tu ti alzi chiedendo scusa e vai in bagno. Ti getti dell’acqua fredda in faccia, ti guardi allo specchio e ti dici – Perchè è tutto così invisibile per lei e lei solo? Potrebbe scambiare colline per giraffe, casolari per pianeti. Mi andrebbe anche bene, ma perchè lei e lei solo non vede niente?

Esci dal bagno e lei con le sue zollette ha distrutto la tua piccola opera d’arte. Lei già beve il thè, sai già che lei si aspetta tu inizi a mescolare, invece riprendi il cucchiaino in mano e ricominci. Disegni. Nervoso, incazzato. Disegni. Scrivi. Espressionismo. Molto naif, a dir la verità.

Lei ti dice – Guarda che si fredda… non è Estathè

E tu vorresti ribattere che quello non era Jeff Buckley e che lei lo conosce solo perchè è morto, ma ti interessa di più esprimerti. E disegni.

Nel frattempo è giunta quasi alla fine un’altra canzone di Bob Dylan, “Just like a woman”. Per fortuna, a quanto ricordi, nessun morto ne ha mai fatta una cover, almeno lei non interverrà in campi che non le competono. Tuttavia pensi che in quei momenti ci vorrebbe una canzone di qualcosa tipo i Melvins, tanto rumore e tanta rabbia, perchè interpretano bene il tuo stato d’animo e perchè hai un modo per non sentire il silenzio o affrontarlo per finta, perchè tanto nessuno comprenderebbe cosa stai dicendo. Conversazioni mute. Ma il silenzio, quello spaventa.

Disegni, scrivi. Un’opera rabbiosa. La cameriera torna al tavolo accompagnata da un suo collega vittoriano che realmente avrà duecento anni. Lei gli dice – Vedi? Guarda cosa fa questo ragazzo…

E lui – Io queste opere d’arte contemporanee non le capisco proprio…

- Ma non vedi quanta rabbia c’è? Solo un grande amore, o un grande odio, possono esprimere qualcosa del genere

Tu la guardi e le strizzi l’occhio. Un po’ te ne penti, vista la mole e l’età della donna. Certamente non potrà essere una forma di tradimento verso quella donna davanti a te che non ti vede, non ti sente e non vede niente nel tuo thè.

Eppure sai che la ami, non sai perchè ma è così. E allora ti sforzi, le avvicini piano la tazza del thè cercando di non smuoverla troppo per non rovinare il tuo lavoro, mentre il ragazzo al giradischi ha inserito il “Blues di Tom Traubert” di Tom Waits e tu hai paura che lei dirà qualcosa tipo “ah, Waltzing Matilda” o, peggio ancora, “ah, Matilda” e tu dovrai spiegarle che la prima è una canzone popolare australiana, la seconda una rumba di Belafonte e che Waits ha sicuramente fatto riferimento alla prima, ma per parlare di guerra.

Lei non dice niente, per fortuna. Forse non immagina neanche chi sia Tom Waits e per te, in questo, non c’è niente di grave. Tuttavia, c’è qualcosa di grave se lei non legge neanche nel tuo secondo disegno qualcosa. Una minima cosa. Scambiare la rabbia per amore, sarebbe già un passo avanti. Niente. Per lei tu sei un matto che ha trovato due persone sciroccate a dargli retta. Lei prende il suo cucchiaino e dice – Va bene, basta con le buffonate. Il thè te lo giro io

Tu chiedi permesso e dici – Vado in bagno, ho dei problemi con lo stomaco

E lei – Se non la smetti con questi Brugal, farai una brutta fine!

“La brutta fine la farò io” pensi tu, ma non dici niente, vai in bagno, ti getti dell’acqua in faccia e ti guardi allo specchio e parli a te stesso – Che uomo sono io se non so dare il mio amore, se non so dare il mio odio? Che uomo sono io se i miei sentimenti sono intellegibili a tutti e non a lei? Che uomo sono io se per parlare di me ho bisogno di disegnare o di bere almeno tre o quattro Brugal?

E pensi che non vale la pena di far la guerra, chè in guerra non c’è mai vincitore. Ci sono uomini che parlano lingue diverse che si guardano e si sparano senza alcun motivo. Gli uomini muoiono, come Jeff Buckley. Gli uomini si amano e si odiano. Si odiano amandosi, si amano odiandosi. Non si conoscono. Vale la pena ballare un ultimo valzer con Matilda, vale la pena invitarla ad un ultimo ballo?

Ti guardi nello specchio, sei tranquillo. Tom Waits sta finendo il suo lamentoso inno alla pace, tu appoggi le mani sullo specchio, tiri la testa indietro. Poi di colpo, una botta avanti e tutto si rompe.

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Now playing: Charlotte Gainsbourg & Calexico – Just Like a Woman
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 54 – SUONA NICOLA

Giugno 23, 2008 sbloggato Lascia un commento

“Dove le parole finiscono, inizia la musica”
(Heinrich Heine)

Parco della Lungimiranza si trova alla periferia della provincia, presso il lago di Sal. Ogni giorno, fino a poco tempo fa, potevi trovarci Nicola a suonare.

Nicola era uno strano già da bambino. Alcuni parenti pensavano fosse sordo, altri autistico. Non rispondeva ad alcuno stimolo esterno. I genitori, per assicurargli un futuro da possibile uomo, a cinque anni lo caricarono sulla loro automobile e lo portarono a centinaia di chilometri dal posto dove era nato, a scuola dai preti. Pagando una retta mensile molto alta, Nicola appena tredici anni dopo era diplomato con il massimo dei voti. Mai interrogato, mai un compito in classe. Stava chiuso nella sua stanza e mangiava quello che gli portava Don Berto, il responsabile del suo piano. Tredici anni. Una volta diplomato, i preti avvisarono la sua famiglia. Questi decisero di lasciarlo lì. I preti lo misero alla porta. Niente soldi, niente alloggio.

Parco della Lungimiranza non è vicino solamente al lago di Sal, ma anche alla scuola dei preti. Quando Nicola lasciò la scuola, era già un parco poco curato e semi-abbandonato dagli uomini e da Dio. Vi arrivò per caso dopo cinque minuti di cammino. Si accomodò sotto una quercia per ripararsi dal sole cocente. L’erba era molto alta. Iniziò a muovere le mani sui fili d’erba seguendo la corrente di un leggero scirocco. Una melodia meravigliosa. Imparò a suonare l’erba. Muoveva le mani quasi danzasse e chiunque passasse di lì si fermava a guardarlo. Qualcuno pensava fosse matto. Fatto sta che divenne per tutti un elemento stabile del parco. Suonava notte e giorno, dormendo solo poche ore a settimana. Amava la sua musica. Scoprì nuovi arrangiamenti ed accompagnamenti: altri venti, la pioggia, la grandine, la neve. Quando Don Berto, passeggiando, lo scoprì sotto la quercia, cominciò a fargli visita quasi ogni giorno. Ogni tanto gli portava da mangiare. Se il prete provava a parlargli, lui, non voltando nemmeno lo sguardo, continuava a suonare per ringraziarlo di tanto affetto. Il prete, grasso e misericordioso, aveva pena per lui: pensava che quel figlio del signore non avesse anima.

Un giorno passava di lì Ada. Ada era una puttana. Arrivata da chissà quale paese dell’Africa da non molto tempo, viveva la notte e dormiva di giorno. Conosceva poco italiano ma conosceva il mondo e le bastava per sopravvivere. Una notte di quelle, si appartò con un cliente nel parco. Mentre il cliente la prendeva da dietro cominciò a sentire una meravigliosa melodia che parlava di gioia per la vita. Quando l’uomo ebbe sganciato quei pochi soldi e fece per andarsene, Ada cominciò a seguire le note ed arrivò fin lì, fin sotto la quercia. Provò a domandargli chi fosse. Lui non la degnò di uno sguardo. Lei rimase ore a sentirlo. Poi prese coraggio, si alzò e cominciò a suonare la quercia quasi fosse un contrabbasso. Nicola smise di suonare. Si voltò a guardarla e cominciò ad ascoltare il duetto della quercia e della ragazza di colore. Era una melodia triste. Non trapelava gioia per la vita. C’era disprezzo. In quelle note, c’era un mondo che Nicola non conosceva e non aveva mai conosciuto. Nicola le si avvicinò per darle una carezza sul viso. A lei scappò una lacrima.

Mentre Ada ancora suonava la sua quercia, Nicola cominciò a camminare via lontano da lì.

Con le gambe intorpidite arrivò poco lontano. Sbatté la faccia a terra e lì rimase.

IGNOTO NUMERO 42 – DUE CESSI

Ottobre 4, 2007 sbloggato 8 commenti

Si infilò sotto la doccia bollente. Amava le docce di lunga durata. Godeva dell’acqua bollente e del vapore che invadeva il bagno chiuso rigorosamente a chiave. Che poi in quella casa immensa viveva solo lui e nessun altro. E poi di consumare l’acqua gliene fregava poco. I soldi li aveva, un bello stipendio anche e poi se quell’acqua non l’avesse utilizzata lui, non l’avrebbe di certo bevuta un poveretto che soffriva la sete.

L’hai vista tu la luna a mare chiaro… l’ho vista sì e abbiamo pure chiacchierato…”. Era l’ultimo successo di Sergio Caputo. Risaliva a vent’anni prima e questo lo lasciava abbastanza perplesso. Emise un peto veramente rumoroso. Ma questo particolare non c’entra niente con la storia che stiamo qui raccontando.

Mentre era sotto la doccia si intrufolarono in casa due briganti con l’intenzione di rubare tutto ciò che potevano.

Come faceva quella canzone?”, parlava da solo e ricominciava a cantare, “Le donne di modena hanno larghi i fianchi…”. Dunque possiamo comprendere che amava i cantautori italiani di un certo livello. Ma non sono i suoi interessi musicali né la sua contorta psiche ad interessarci.

Ci interessano invece i briganti. L’uomo era sotto la doccia. I briganti nel salotto due piani sotto di lui. La casa sembrava vuota ai due, i quali si gingillavano tra un posacenere e le posate. Cosa prendere? Cosa non prendere? Era una decisione importante. Nel dubbio, la decisione di uno dei due fu di andare al bagno.
Cacare compare

Compa’, e va… perdio”.

Cosa successe dopo noi non lo sappiamo e non lo vogliamo sapere. A nessuno può interessare una storia del genere. Che cazzata…

IGNOTO NUMERO 41/B – OSSESSIONE

Settembre 30, 2007 sbloggato 1 commento

Questo è il sequel di “Chiacchiere da bar“. O meglio, un riadattamento di quello che doveva essere il racconto originario. Distinti saluti

L’indice tremava – il dito indice della mia mano destra, tengo a precisare. Da quel giorno della partita, del bar e dell’aranciata amara erano passati due lunghissimi mesi. Come arrivai a quel punto non lo so. O meglio, lo so ma vorrei nasconderlo a me stesso.

Dopo una notte insonne, il giorno dopo e quello dopo ancora vagai senza meta nella speranza di rincontrarla. Spesso credevo di riconoscerla, ma non era lei. Fino a quando, tre giorni dopo, la scovai in uno di quei negozi d’abbigliamento che spacciano stracci di bassa qualità per capi d’abito di grande marca. Lei lavorava lì, almeno così intuii dal fatto che ripiegava dei maglioni scuri. Entrai. Lei alzò lo sguardo ma fece finta di non riconoscermi. Probabilmente, pensandoci ora, non mi riconobbe. E perché avrebbe dovuto? Un’altra commessa si avvicinò a me. Volevo vedere dei maglioni. Scuri. Me li mostrò. Mi finsi interessato. Mi ritrovai a litigare sui prezzi. – Uno straccetto di lana sintetica per cento euro? – gridai. Si girarono tutti. Ero abbastanza alticcio. Buttai tutto in aria ed uscii incazzato. Non per il finto maglione ma per la figura – lasciatemelo dire – di merda. Entrai in un bar lì vicino e ricominciai a bere. Fino all’ora di chiusura del negozio.

Da quel giorno quel bar diventò il mio bar (e mi chiedevo: cosa faceva in quel bar quel giorno? A questa domanda ancora oggi non ho risposta) . Non parlavo con nessuno ma bevevo a lungo. Aspettavo l’ora di chiusura del negozio, mi affacciavo sulla porta fingendo di fumare una sigaretta e la guardavo mentre se ne andava da sola. A piedi. Non ebbi mai il coraggio di seguirla. O meglio, non lo ebbi per lungo tempo. Ogni giorno la stessa storia. E appena lei svaniva dietro l’angolo, io mi avviavo a piedi verso casa mia.

Un’ora e mezzo di cammino che mi servivano. Per immaginare cosa lei avrebbe fatto, quale libro aveva letto, quale film aveva visto, quale disco ascoltava quando voleva sognare. E mi incazzavo con lei perché la vedevo mentre ascoltava l’ultimo disco di Tiziano Ferro e leggeva Moccia. E cercavo di spiegarle che avrebbe dovuto leggere Bukowski o Fante, o Edgar Lee Master e che, se proprio la musica angloamericana degli anni ’70 non le piaceva, se proprio i testi non riusciva a comprenderli… beh, che avrebbe potuto ascoltare Conte, Guccini o De Andrè. Questo nella mia mente.

Nella realtà, quando tornavo a casa, era sempre la stessa storia. Mal di testa. Una forte emicrania. Forse dovuta all’alcool, forse alla consapevolezza che non potevo andare avanti così. Non potevo. Erano passati due mesi. Ero steso sul divano come sempre. Chissà perché mai comprai un letto. Ad ogni modo, ero sul divano. Il giorno dopo non sarei andato al bar. Era deciso. Dovevo rientrare nella mia vita, ne avevo già persa troppa per una sgualdrina che non sapevo neanche come si chiamava. Mi svegliai tardi, dopo tanto tempo – mi svegliavo presto, giusto in tempo per arrivare al bar prima dell’apertura del suo negozio del cazzo. Si, sono ancora incazzato. Mi svegliai.

Volevo andare. Andare, vedere, scoprire. Allora presi il fucile lasciatomi da mio padre. Lo infilai in uno zaino da campeggio. Uscii di casa, a piedi, come sempre. Aspettai la fine del suo turno di lavoro e la seguii per almeno duecento metri. Chissà dove cazzo abitava. E con chi cazzo abitava. Ad un certo punto presi a correre, con quello zaino sulle spalle che conteneva la mia arma di liberazione. La superai. Mi chiesi cosa stessi facendo. Mi voltai, tornai indietro. La guardai. Lei mi guardò. Non mi riconobbe neanche quella volta, credo. Non ero per lei il tizio del bar. Non ero per lei quello che imprecava contro i prezzi di quegli schifosi maglioni. Non ero per lei, soprattutto, quello che la aspettava sull’uscio del bar tutte le sere. La sorpassai di nuovo, mi voltai e la presi alle spalle. Lei si agitò. Io mi agitai. Lei svenne. Per fortuna per strada, tranne poche automobili, non si vedeva nessuno.

La portai dentro un vicolo, sfondai il portone di una vecchia cantina. Quanta forza hai quando non capisci niente. Oggi non sarei capace. La cantina puzzava ed era quasi completamente buia. La stesi per terra. Non si riprendeva. Aprii lo zaino, rimontai il fucile e lo caricai. Le infilai la canna in bocca. L’indice cominciò a tremare. Tremavo tutto, a dir la verità. Lei non si riprendeva. Due, tre minuti. Forse era già morta, chi lo sa. Un infarto? Difficile, donna e troppo giovane. Troppo giovane anche per me. Non sparai. Poggiai il fucile, lo zaino. Scappai.

Questo era ieri. Oggi sono qui, in questo bar, a cento chilometri da dove si svolsero i fatti che vi ho raccontato. Sono qui a raccontarvi le mie fantasie e la mia ossessione per un po’ di compagnia ed un buon bicchiere di rum.