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IGNOTO NUMERO 41 ORIGINALE – OSSESSIONE: CHIACCHIERE DA BAR

Giugno 19, 2008 sbloggato 3 commenti

“Un alcolizzato è qualcuno che non vi piace che beve quanto voi”
(Dylan Thomas)

“Non v’è nulla, senza dubbio, che calmi lo spirito come un rum e la vera religione”
(Albert Einstein)

Ricordi? Ero reduce dal silos di fettuccine del pranzo domenicale a casa di mia madre. Era appena finita una partita importante – un “big match”, come lo chiamano quelli della tv a pagamento. Incline al fanatismo, avevo lasciato travolgere quella piccola parte di me ancora integra da un tifo bestiale. Naturalmente, la squadra per cui facevo il tifo aveva perso la sua partita importante. L’ennesima mia partita importante.

Uscito dal covo di squinternati tifosi dove avevo assistito all’incontro, sentii subito il bisogno di recarmi al bar. Mi piacciono i bar. O meglio, mi piacevano. I bar di un tempo. Quei bar che erano un luogo di incontro ed aggregazione, dove bambini e ragazzi si dilettavano in biliardini, flipper, videogiochi e biliardi mentre i più vecchi si scambiavano birre e bicchieri di vino giocando a tressette. Oggi i bar non sono più quelli se non nella mia immaginazione. Mi piace pensare che nei bar si possa incontrare ancora qualcuno. Quel giorno accadde.

Reduce da una sbornia da sabato sera, inseguita e conquistata a colpi di rum (invecchiato sette anni), mi sedetti al bancone. Sedersi al bancone fa molto pub inglese, ma la globalizzazione ha fatto anche questo. Inutile lamentarsi a giochi fatti.

Dicevo, reduce da una sbornia di rum acquistato in un alimentari da quattro soldi (ma il rum non era da quattro soldi, bensì da ultimi soldi in tasca), chiesi un’aranciata amara e la feci mettere sul mio conto.

Fu allora, aranciata amara appena versata, che lei si sedette sullo sgabello accanto al mio. Lei, la mora. Poteva avere cinque, dieci o quindici anni meno di me. In realtà non potevo saperlo. Avvertivo solamente questa sua giovinezza. Se l’avessi paragonata a me dal suo lato esteriore – un paragone oggettivo, intendo – lei avrebbe potuto avere anche trent’anni meno di me. Io ne dimostravo già sessanta. A volte il lato esteriore riesce a mostrare ciò che le parole non potrebbero mostrare mai. Deluso da una vita che aspettavo grandiosa, deluse le aspettative di chi aveva creduto in me, risucchiato da una voragine di amicizie di malaffare, mostratosi il mondo per quel che era, ero diventato vecchio. Il vecchio che mai avrei voluto essere. Un vecchio brutto e cattivo.

Allora, dicevo, lei ordinò un’aranciata amara. Anche lei. – Cazzo – mi dissi. – Cazzo – ripetei ad alta voce. Lei mi guardò con lo sguardo di chi pensa che, in fondo, non sei normale. Lo stesso sguardo che probabilmente mostro io guardando chi gira su quei vistosi macchinoni, e poi spende e spande qui e lì, e poi ridono tra loro, e parlano di cose poco importanti atteggiandosi come professori universitari. E penso che forse della vita, loro, non abbiano capito proprio niente. E poi penso che anch’io ero come loro, che anch’io ero così nell’altra vita. Almeno nell’altra vita che ricordavo. Ricordi sbiaditi, non come questo. Ora sono un classista. Sono un razzista. Io sono un comunista.

Ordinò un’aranciata amara. Un segno del destino, pensai. Romanticismi? No, forse ero molto arrapato. Del resto, capita a tutti di essere arrapati e non mi vergogno certo di questo.

– Buona quest’aranciata amara. Ci voleva proprio – dissi, guardandola. Lei disse solamente – Sì –. Bella risposta. Mi aveva fregato. Non riuscii a dire nient’altro.

Lei se ne andò, mi guardò in segno di saluto sorridendomi. Io ricambiai il sorriso. E quel sorriso trasformò l’arrapamento dell’ultima ora in qualcosa di più. Si trasformò in amore. Io la amavo, da quel momento. Sconcertato da me stesso tornai a casa. Mi stesi sul divano e quel che successe, successe.

Poi la mia mente corre dritta al mio indice che tremava. Il dito indice della mia mano destra, tengo a precisare. Da quel giorno della partita, del bar e dell’aranciata amara erano passati due lunghissimi mesi. Come arrivai a quel punto non lo so. O meglio, lo so, ma vorrei nasconderlo a me stesso. Tuttavia…

Dopo una notte insonne, il giorno dopo e quello dopo ancora vagai senza meta nella speranza di rincontrarla. Spesso credevo di riconoscerla, ma non era mai lei.

Fino a quando, un pomeriggio, tre giorni dopo, la scovai in uno di quei negozi d’abbigliamento che spacciano stracci di bassa qualità per capi d’abito di buona marca. Hai voluto la globalizzazione? Beccati anche questa.

Lei lavorava lì, almeno così intuii. Forse perché quando la vidi stava ripiegando dei maglioni scuri. Entrai. Lei alzò lo sguardo, ma fece finta di non riconoscermi. Probabilmente, pensandoci ora, non mi riconobbe. E perché avrebbe dovuto?

Un’altra commessa si avvicinò a me. Volevo vedere dei maglioni. Scuri. Me li mostrò. Mi finsi interessato. Finii per interessarmi realmente a quei maglioni e a dimenticarmi perché ero lì dentro. Mi ritrovai a litigare sui prezzi. – Uno straccetto di lana sintetica per cento euro? – gridai. Tutti si voltarono a guardarmi. Probabilmente ero abbastanza alticcio. Buttai tutto in aria ed uscii innervosito. Da principio non riuscivo a sopportare l’idea che un finto maglione costasse cento euro. Subito dopo realizzai la figura – lasciatemelo dire – di merda. Entrai in un bar lì vicino e ricominciai a bere. Fino all’ora di chiusura di quello stramaledetto negozio.

Da quel giorno quel bar diventò “Il mio bar” (ancora oggi mi chiedo cosa facesse – lei, intendo – in quello che al tempo era il mio bar proprio quel giorno: a questa domanda ancora oggi non ho risposta). Non parlavo con nessuno ma bevevo a lungo. Aspettavo l’ora di chiusura del negozio, mi affacciavo sulla porta fingendo di fumare una sigaretta e la guardavo mentre se ne andava da sola. A piedi. Non ebbi mai il coraggio di seguirla. O meglio, non lo ebbi per lungo tempo. Ogni giorno si ripeteva lo stesso copione. E appena lei svaniva dietro l’angolo, io mi avviavo a piedi verso casa mia.

Un’ora e mezzo di cammino fino a casa mia. Un’ora e mezzo che serviva. Ad immaginare cosa lei avrebbe fatto, quale libro avrebbe letto, quale film avrebbe visto, quale disco ascoltava quando voleva sognare. Ed immaginavo di progettare con lei dei viaggi, un futuro insieme. E mi incazzavo con lei, perché la vedevo, mentre ascoltava l’ultimo disco di Tiziano Ferro e leggeva Moccia. E cercavo di spiegarle che avrebbe dovuto leggere Bukowski o Fante, o Edgar Lee Master o Garcia Marquez, e che, se proprio la musica angloamericana degli anni ’70 non le piaceva, se proprio i testi non riusciva a comprenderli… beh, glieli avrei potuti tradurre o avrebbe potuto ascoltare Conte, Guccini o De Andrè. E poi c’è tanto bel “progressive” italiano. E c’è sempre Lindo Ferretti a salmodiare, che si parli di comunismo o di Dio. Questo nella mia mente.

Nella realtà, quando tornavo a casa, era sempre la stessa storia. Mal di testa. Una forte emicrania. Forse dovuta all’alcool, forse alla consapevolezza che non potevo andare avanti così. Non potevo.

Erano passati due mesi, ormai. Ero steso sul divano, come sempre. Un’altra domanda cui non trovo risposta: chissà perché mai comprai un letto. Non per soldi, non per scelta. Chissà.

Ad ogni modo, ero sul divano. Il giorno dopo non sarei andato al bar. Avevo deciso. Dovevo rientrare nella mia vita, ne avevo già persa troppa per una sgualdrina che non sapevo neanche come si chiamava. Mi svegliai tardi quel lunedì, dopo due mesi. Mi svegliavo presto in quel periodo, in tempo per arrivare al bar prima dell’apertura del suo maledettissimo negozio. E la domenica riposavo, rinunciando al supplizio dell’insalatiera piena di fettuccine di mia madre. Povera mamma.

Mi svegliai. Volevo andare. Andare, vedere, scoprire. Allora presi il fucile d’assalto tedesco da collezione lasciatomi in eredità da mio padre. Lo infilai in uno zaino da campeggio.

Uscii di casa, a piedi, come sempre. Arrivato al bar mi feci servire un numero che non saprei proprio dirvi di digestivi. A stomaco vuoto.

Aspettai la fine del suo turno di lavoro e la seguii per almeno duecento metri. Chissà dove diamine abitava. E con chi diamine abitava. Ma mi avrebbe sentito… eccome se mi avrebbe sentito!

Ad un certo punto, presi a correre, con quello zaino sulle spalle che conteneva la mia arma di liberazione. La superai. Mi chiesi cosa stessi facendo. Mi voltai, tornai indietro. La guardai. Lei mi guardò.

Non mi riconobbe neanche quella volta, credo. Non ero per lei il tizio del bar. Non ero per lei quello che imprecava contro i prezzi di quegli schifosi maglioni. Non ero per lei, soprattutto, quello che aspettava sull’uscio del bar tutte le sere che uscisse dal lavoro. Non ero nessuno.

La sorpassai di nuovo, mi voltai e la presi alle spalle. Lei si agitò. Io mi agitai. Lei svenne. Tra le mie braccia. Nel momento in cui la ebbi più vicina, in quel momento, la avvertii subito non più mia. La sua fragilità di donna e di essere umano mi sconvolse. La poggiai a terra pensando a cosa fare.

Suonarono le campane. Odio le campane. Mi fermai ad accendermi una Cesta – così chiamo la mia sigaretta, non so se ve l’ho già detto. Faccio – Cazzo…l’accendino! -. Era lì in tasca, troppo agitato per trovarlo. Feci due tiri e dietro il fumo la guardai stesa a terra, sul marciapiede.

Probabilmente erano già tutti a cena. O meglio, tutte le persone normali. Io e lei eravamo lì. Io e lei e qualche automobile che, seppure l’avesse vista a terra, non si sarebbe fermata. Perché? Perché a Roma non frega niente a nessuno del prossimo. In soldoni, eravamo io, lei e gli automobilisti che sfrecciavano verso casa. Tutte persone fuori dal comune.

Mi presi ancora del tempo. Lei non riprendeva i sensi. Mi fermai ad osservare la vetrina lì a fianco. Pensavo ai prezzi delle scarpe. – Ma che cosa ci devi fare con un altro paio di scarpe? – mi chiedevo. Non lo so e non lo saprai mai era la risposta. Una risposta, finalmente.

Mi ero preso il mio tempo. La portai in un vicolo, sfondai il portone di una vecchia cantina. Quanta forza si può avere quando si ha paura. Quanta forza si può avere quando il cervello non è capace di dirti che non ce la farai mai. Oggi non ne sarei capace.

La cantina puzzava ed era quasi completamente buia. La stesi per terra. Non si riprendeva. Aprii lo zaino, montai il fucile in meno tempo di quanto prevedessi, aiutato dalla poca luce che entrava da una grata a livello marciapiede, e lo caricai. Le infilai la canna nella bocca. L’indice cominciò a tremare. Tremavo tutto, a dir la verità. Lei non riprendeva conoscenza. Due, tre minuti. Forse era già morta. Un infarto? Difficile, donna e troppo giovane. Troppo giovane anche per me. Non sparai. Poggiai il fucile, lasciai lì lo zaino. Scappai.

Questo era ieri. Ora sono qui, in questo che diventerà da oggi il mio bar, a più di cento chilometri da dove forse si svolsero i fatti che vi ho raccontato. Sono qui a raccontarvi le mie fantasie e la mia ossessione per un po’ di compagnia ed un buon bicchiere di rum.

IGNOTO NUMERO 51 – I MIEI PRIMI CINQUANT’ANNI

Giugno 12, 2008 sbloggato Lascia un commento

“So che faccio cose inopportune e a me non convenienti”
(Elettra, Sofocle)

Sette del mattino. Ho perso il mio lavoro da più di due settimane ormai, ma le vecchie abitudini faticano a morire. Con la coda dell’occhio guardo mia moglie vestirsi per uscire. Non ho voglia di alzarmi né del caffè che già mi ha preparato. I miei due figli vivono entrambi fuori. Studiano, beati loro. Passerò la mia prima mattinata da cinquantenne da solo.

Mia moglie sbatte la porta ed io mi alzo dal letto. Non ho voglia di sentirla, cercate di capirmi. Ho voglia di fare le mie cose con calma, molta calma.

Ed ora, che sono le undici, prendo la mia Settimana Enigmistica, una Bic verde e me ne vado al Parco della lungimiranza, giusto qui dietro casa.

E’ estate e fa caldo. Del bel parco che era è rimasta qualche panchina malmessa, pochi alberi e pochi fiori. Ma a me piace.

Vedo una panchina vuota. Di fronte è seduto il Matto. Il Matto dorme. E’ un uomo di una certa età, esile ma dagli “addominali” gonfi. Beve molto, ha capelli lunghi che fanno un tutt’uno con la barba. Ha una busta piena di lattine di Coca Cola che nessuno cercherà mai di rubargli. La lascia lì, vicino a lui incustodita. Forse a fargli compagnia, non lo abbandonerà mai.

Mi siedo sulla panchina vuota e comincio a fare le parole crociate. Quelle della prima pagina, le più semplici. E poi passo al primo grande schema.

Il sole picchia. Chiudo la Settimana Enigmistica e chiudo gli occhi.

Li apro e sono steso. Ho indosso il pigiama, il letto è il mio. Il mio di quarant’anni fa. La stanza è simile a come la ricordavo. Forse i muri avevano una sfumatura diversa, c’era qualche poster in meno. Ma è simile.

La stanza è piena di persone. Persone che parlano tra loro e sembrano non curarsi della mia presenza. Con le braccia mi alzo e mi metto seduto sul letto.

Li osservo. Non conosco nessuno. Tocco la spalla ad un signore di mezza età e chiedo:

- Cosa succede?

- Niente signore. E’ una riunione di condominio.

Mi pare strano ma non trovo nessun motivo per replicare e scacciarli.

In realtà sembra più una festa. Tutti hanno un bicchiere in mano, brindano tra di loro come niente fosse.

Poi vedo un volto più familiare. Mi si avvicina e mi fa:

- Amico mio!

- Oddio, ma sei tu?

Non lo vedevo da molto tempo. Io sono invecchiato, lui è ancora come era una volta. I capelli brizzolati li aveva già molto tempo fa e sicuramente veste in modo molto più giovanile di me. So che sono in pigiama, il paragone non si può fare. Ma credetemi, quelle polo e quei pantaloni di stoffa credo lui non li indosserebbe mai.

- E’ tanto che non ci vediamo…

- Sì, proprio tanto…

- Eheh… stavo pensando

E giù ricordi. Parliamo di tutto. Prendiamo in giro ancora i vecchi amici come una volta. Parliamo di cinema, di libri, di musica.

E poi un brivido mi attraversa la schiena. Mi paralizza. Ricordo tutto. Gli faccio:

- Shining!

- Shining?

- Sì, tu sei Mister Grady…

- Capisco…

- Eh si che capisci… ma perché?

- Perché cosa?

- Perché hai deciso così?

- Tu certe cose non le puoi capire. Sei fatto così. Non le hai capite prima non puoi capirle ora…

- Le avevo capite invece…

- E perché non hai detto niente? Perché non hai fatto niente? Cristo, non sai ora quanto ti invidio…

- Invidi me? Ma guardami…

- Si ti invidio. Hai pensato a te, solo a te.

- Ma non ho niente.

- Hai molto invece. Io non ho più niente.

- Perdonami se puoi. Non volevo, non sapevo che sarebbe andata così. Ho preferito girare al largo, far finta di niente. Ho preferito non parlare. Non ci riuscivo… e poi cosa volevi facessi? Cosa potevo fare?

Stringo gli occhi per paura. Per piangere. E ricordo come lo immaginai quando mi chiamarono. Stramazzato a terra su un pavimento di marmo e gli occhi spalancati. E tutti intorno a guardare come fosse un fenomeno da baraccone.

Riapro gli occhi e lui non c’è più. Ci sono ancora tutte quelle persone che non riconosco. Non ho voglia di alzarmi da quel maledetto letto. Ho voglia di svegliarmi. Ci provo con tutte le forze. Il mio corpo reale lo sento provare a muoversi ma è bloccato.

E vedo lei. Questa donna ben più anziana di me che mi saluta dall’altro lato della stanza. Ha i capelli corti e qualche ruga di troppo. Ma la riconosco. Non dovrebbe essere così anziana, oggi avrebbe quarantasette, forse quarantotto anni. Una vita difficile, forse. Ma è vestita bene ed è ancora bella così. Ha un casco da motociclista in mano. Mi si avvicina piano piano, si siede sul letto accanto a me e mi da un bacio sulla guancia con fare materno. E mi dice:

- Ciao rospo…

- Ciao bella, come stai?

- Saranno trent’anni che non ci si vede… io sto bene e tu?

- Bene, a parte tutto questo…

Indico la gente, lei annuisce e mi sorride. Quel sorriso in cui mi ero perso più volte tanto, troppo tempo fa, mi sembra ora più certo, più deciso. Nonostante sia manifestamente vecchia mi sembra più solare di allora, per quanto sia possibile. Impressioni, solo stupide impressioni, oggi come allora. Mi dice:

- Hai saputo di me, cosa faccio ora? Sono la presidentessa dell’Istituto Cultura Italiana di New York, vivo lì…

- Io ho perso il lavoro da poco…

- Mi dispiace…

- Beh, però sono contento per te… Hai avuto fiducia in te stessa, come ti avevo detto io. “Lascia perdere le altre persone, anche me… lascia stare quello che dicono, quello che pensano. Ne troverai tante altre. Tu pensa a te stessa che ce la puoi fare”.

- E ce l’ho fatta… ma mica è stato merito tuo…

- Eh sì, solo tuo…Poi sei partita e non sei tornata più.

- Eheh… sì, è stato il momento più bello della mia vita…

- Mi sei mancata un po’, sai?

- Ma dai…

- Si invece… lo sai che non sono del tutto normale…

- Sei solo masochista… E poi tu dicevi che ognuno doveva fare la sua vita, pensare a se stesso…

- Io penso a me stesso ogni secondo della mia vita. Distrattamente, ma in ogni secondo.

- E a me ci pensi ogni tanto?

- Solo ogni tre secondi, ma ogni tre secondi ti penso molto intensamente.

- Sei il solito bugiardo… infantile e bugiardo…

Sì, solite bugie, solite cose. Ancora oggi non so cosa sono, cosa penso. Chi sono. E mi incazzo, oggi come allora.

- Sì, sono un bugiardo. Non penso né a me stesso né agli altri. Sono un coglione e…

E mi sento mancare il respiro. Devo alzarmi dal letto, devo bere qualcosa. Mi precipito verso la cucina facendomi largo tra la gente. La cucina è vuota. C’è solo un tavolo in mezzo dove mio padre e mia madre borbottano fumando. Intanto un ragazzo sta pitturando le pareti.

Dimentico dell’acqua.

- Di cosa parlate?

Mia madre non alza lo sguardo. Risponde papà:

- Del fatto del lavoro…

- Papà, lascia perdere… è un casino…

- Ma cosa vuoi fare della tua vita? Eh? Ti sembrano questioni di principio da farsi?

- Papà, io non voglio capi nella mia vita…

- Tu non vuoi niente… Tu pensi, rifletti… sconclusionato… non si campa di filosofia… non si campa di cazzate… E gli altri? Agli altri non ci pensi? Non valgono niente le promesse, le speranze, le aspettative…

- Hai ragione papà…

Mia madre alza gli occhi perché vorrebbe dire qualcosa. Forse fermare la furia di mio padre. Ma anche mio padre ha negli occhi lo stesso sguardo. Hanno uno sguardo che non dimentico, uno sguardo che nei momenti di rabbia, nei momenti di gioia, quando ci hanno visto cadere e rialzarci hanno sempre mantenuto. Lo sguardo dell’amore che avevano anche guardando una nostra foto. La voglia di esporsi per noi, di battersi per noi. Quel che io non riesco ad avere per i miei figli e che vorrei con tutto il cuore avere. Ma non riesco a dire niente.

Di nuovo il mancamento, mi sento soffocare. Mi volto verso la porta della cucina e tutte quelle persone sono lì fuori dalla porta ad attendermi. Li riconosco tutti. Ragazzi e ragazze, anziani, bambini. Sono tutti lì per me a ricordarmi un’emozione, un momento, un errore. Li ricordo tutti in un solo momento. La mia vita. Insopportabile. Chiudo gli occhi di nuovo sperando di riaprirli e non trovarli più.

Il corpo finalmente torna a muoversi. Intorpidito, riapro gli occhi e sono sempre su quella panchina. Non so che ore siano, non porto l’orologio da parecchio tempo.

Non so che faccia possa io avere in questo momento, ma il Matto è sveglio e mi fissa. Ho dormito tenendo in mano penna e rivista. Faccio per alzarmi. Sono tutto sudato, la mia polo è una pozza di sudore. Il Matto mi guarda con gli occhi spalancati ma quasi assenti. Con voce impastata mi fa’:

- Ognuno fa quello che capisce!

- Eh si amico mio… e purtroppo di Delorean volanti non se ne vedono più da un pezzo in circolazione…

IGNOTO NUMERO 40 – LE QUATTRO ESSE DI HARRY

Settembre 14, 2007 sbloggato 1 commento

Credo fosse una calda estate del cinquantasei, forse del cinquantasette, l’estate in cui Harry entrò per la prima volta nel mio bar. Io ero da sola, non avevo neanche un aiutante. Entrò declamando poesie un po’… forse un po’ troppo poco realistiche per i miei gusti, ecco. Forse è che gli ha detto male ad Harry. Gli ha detto male ad arrivare a Los Angeles in quel periodo. Non era un bel posto per vivere Los Angeles alla fine degli anni ’50. Tante possibilità, per carità. Ma ci devi saper fare. Ed Harry non ci sapeva fare.

Harry cercava lavoro. Voleva fare lo scrittore, l’attore. Qualsiasi cosa finisse con “ore” lo affascinava. Ed ogni giorno, da quel primo giorno d’estate… forse era luglio se non ricordo male, forse sulla ventina… Harry veniva nel mio bar tutti i pomeriggi, con una faccia che parlava di morte. Ma la sua bocca non trovava tregua mai. Beveva, beveva, beveva… e qualche volta mangiava, se gliel’offrivo io… e poi cantava all’improvviso, declamava poesie, a volte anche in latino… o forse non era latino, ma lui diceva così… del resto io, povera ignorante, cosa potevo dire… e poi si metteva a scrivere.

Entrava tutti i giorni con un libro preso alla biblioteca cittadina di Los Angeles… una bella biblioteca, un bel posto per chi sa leggere e scrivere… ma a Los Angeles o si campa male o si campa troppo bene, non c’è tempo per leggere e scrivere neanche per chi sa farlo. Solo Harry trovava questo tempo. Riusciva a trovarlo anche per leggere i giornali delle scommesse sportive. Quel poco che riusciva a guadagnare ogni tanto con qualche lavoretto saltuario lo investiva lì. Diceva che in fondo piuttosto che vivere un giorno da mediocre era meglio viverne uno da signore, altrimenti non viverlo per niente. Ogni tanto mi pagava qualcosa. Io lo tenevo lì, anche se non pagava. Perché alla gente piaceva. Da quando c’era lui, i ragazzi venivano, accorrevano per sentirlo parlare. Forse lo prendevano in giro, qualcuno lo prendeva anche sul serio. Le persone di passaggio restavano affascinate dal suo parlare. Anch’io, se devo dire la verità. Lui lo capì e provò a portarmi a letto.

Tentò di farmi ubriacare. Io ci sarei anche andata a letto… non è che mi capitino spesso queste possibilità… ma purtroppo tra un whiskey e un altro lui crollò. Ed io, ubriaca ma ancora capace di intendere e volere, lo misi a dormire sui sacchi di farina che tengo lì in cucina. Chiusi il locale e me ne andai. Il giorno dopo la ragazza che avevo dovuto assumere per colpa di Harry lo trovò ancora lì, ancora a dormire.

Poi qualcosa è successo. Qualcosa è successo ad Harry. Erano quasi dieci anni che veniva al mio bar e non l’avevo mai visto così. Muto. Era invecchiato sì, ma era muto. Non parlava più. Un giorno, fui chiamata dalla commessa del mio bar. Mi disse di correre, Harry voleva spararsi. Non dovevo correre poi tanto, abitavo sopra il bar. Comunque scesi. Harry farneticava ubriaco più del solito. Non crollò come quella sera. Farneticava di un mondo che non andava bene, di nessuno che apprezzava le sue parole, il suo genio, i suoi racconti, le sue liriche. Nessuno capiva il suo mondo immaginario di sbornie, sigari, sporcizia e scopate. Il mondo delle quattro esse, lo chiamava lui. Quando tentai di avvicinarmi a lui premette il grilletto.

Da allora in poi non l’ho più visto. Ora frequenta un bar all’altro angolo della strada. Non morì il povero Harry. La pistola non era carica. Harry aveva il senso della buffonata. In quell’istante Harry aveva fatto calare il sipario sulla nostra vita insieme, in un bar, io da una parte, lui dall’altra.

IGNOTO NUMERO 35 – ESSERE JOHN DOE

Giugno 27, 2007 sbloggato 6 commenti

Ero l’ottavo figlio maschio della famiglia Doe. Mio padre e mia madre erano stanchi di assegnare nomi, così decisero per un nome comune. John. John Doe.

Io, John Doe, sono morto ormai ben trent’anni fa. Ero giovane, avevo vent’anni. Ero stanco delle risatine dei compagni di classe ad ogni appello. Ero diventato un violento. Violento verso me stesso. Autolesionista, schizofrenico, paranoico. Così dicevano gli psichiatri, ma io non ero un pazzo. Me la prendevo con me stesso, mi odiavo, per il mio essere così, perchè volevo essere una persona.

Volevo qualcuno si accorgesse del mio essere. Al punto che all’età di sedici anni mi ricoverarono in una di quelle cliniche dove ti imprigionano con dei giubbotti che non ti lasciano via d’uscita. E tu sei lì, a sentire quelle cazzate, mentre mi sparavano dentro tutto ciò che potevano gettarci. Ma io non volevo parlare con nessuno. Gli urlavo: “Sono John Doe, lasciatemi stare”. Nessuno leggeva il mio dolore in quel messaggio.

Io non esistevo. Ero una risata sulla bocca di qualcuno. Qualcuno che non conoscevo, che non volevo conoscere. Io ero John Doe. Volevo restare solo, anonimo. Quando mi cacciarono da quella gabbia di pazzi avevo vent’anni appunto. Vent’anni. Mio padre e mia madre vennero a prendermi. Per loro era forse stato un sollievo, solo undici figli da mantenere, anche se alcuni forse ormai erano già sposati. Quelle facce familiari ma così lontane, i miei fratelli. Ma loro, i miei genitori, non mi conoscevano, non mi consideravano. Erano costretti dalla legge, non dall’amore per me. Io ai loro occhi ero uno dei dodici. Come un san Bartolomeo qualsiasi tra gli apostoli. Che io ci fossi o no era indifferente. Per me, per loro.

Uscivo ed entravo di casa come volevo. Non si preoccupavano, al massimo mi avrebbero rinchiuso ancora. Uscii l’ultima volta che c’era sole qui in Rhode Island. Me ne andai su un promontorio e mi gettai. Suicidio banale, anonimo. Quando mi ritrovarono ero ancora e solamente un John Doe tra migliaia di John Doe.

Per chiarire il racconto rimando alla voce John Doe su Wikipedia.

IGNOTO NUMERO 27 – L’UOMO CHE SOGNAVA DI ATTRAVERSARE L’OCEANO A NUOTO

Marzo 29, 2007 sbloggato 4 commenti

L’uomo che sognava di attraversare l’oceano a nuoto quel giorno si svegliò di buon mattino. Guardò il cielo , limpido come non mai. Sentiva i gabbiani chiamarlo all’impresa. Poteva essere il giorno buono.

La moglie intanto gli aveva preparato la colazione. Niente colazione , pericoloso è nuotare a stomaco pieno. Era sardo ma aveva sposato una donna di Palos , dunque viveva a Palos. E gli spagnoli non fanno colazione come gli italiani. Tutt’altro.

L’uomo salutò la moglie dicendo che quel giorno avrebbe trovato lavoro. Non era difficile trovare lavoro in Spagna. Se ti accontentavi di fare lavori umili. Ma lui non era umile.

Uscì di casa. Si recò al porto di Palos. Si spogliò. Nudo. Qualcuno iniziò a sghignazzare , qualcuno ad urlare , qualcun’altro gli scrutava in profondità le parti intime.

Furono quindici secondi. Venti forse. Si gettò nell’oceano. Una , due , tre bracciate. Fece un chilometro , poi i chilometri diventarono due , tre. A tre chilometri e poco più affogò.

A noi , che abbiamo assistito a questi assurdi fatti , viene da pensare che forse , con una buona colazione , ce l’avrebbe fatta. O forse con delle buone pinne , sarebbe arrivato al di là dell’oceano. Dove tutti possono farcela , anche chi vuole attraversare l’oceano a nuoto. Basta essere americani. O dotati di un minimo senso logico.