sai che adesso non racconto più storie?
e quando mi sento solo vago per Roma e non parlo
prendo una birra ad un bar e fingo di aspettare qualcuno
osservo le genti ascolto quel che dicono
invento le loro vite le loro gioie le loro angosce
le loro scorie fino a farle quasi mie
riderne piangerne
ma ti dirò, mi interessa ancor di più osservare i palazzi
le finestre che si aprono mi guardano e si chiudono
quasi che siano lì per me ad aspettarmi
quasi che sia io il centro del mondo che va avanti
e negozi e locali che chiudono ogni giorno
ne aprono poi di nuovi e allora entro e guardo
e dico lì una volta c’era un divano
ricordo che c’eravamo stati insieme
ma non c’è alcuna emozione che risale
solo un ricordo che mi muore dentro
lo guardo con distacco e sto a pensare
che questo giorno passa un poco a stento
ma tira un po’ di vento
e allora riparto a vagare ancora
purtroppo non ho più vuoti da riempire
e tu chissà se sei ancora quella che eri
chi ha preso il mio posto dove e quando
ma scusami non ho rimpianti nè tempo per pensare
abbiamo abbastanza vita da spendere ancora
le spalle coperte da storie diverse
un’altra donna sul cuscino
che chiede un caffè al mattino
e non storie da raccontare
e ancora quel caldo che pare non andar via
poi quella pioggia che arriva un po’ all’improvviso
penso a quei racconti che non riesco a scrivere
provo a custodire i ricordi per non sbagliare
per non dimenticare dove si muore e non tornarci più
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LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 5/15
5
Avevo sabbia dappertutto, nel naso, in bocca, negli occhi. Nei polmoni. Tossii nel voltarmi, lentamente. Poi fu buio.
Un quintale di carne umana cadde su di me. Mi guardò. Mi fece cenno di stare giù.
Cadevano uomini dal cielo, mezzi cingolati passavano su di noi, granate che esplodevano in ogni dove.
E un pezzo infuocato arrivò su di noi, trapassando il piede del ragazzone sopra di me. Girò il viso per il dolore. Riconobbi i suoi occhi. Mi disse “Non muoverti più. Siamo morti. E se non siamo morti, moriremo”. Accettai il suo consiglio.
Passarono delle interminabili ore in quella buca. Il piede di mio nonno sanguinava. Ed io ero lì, a vivere il suo momento di gloria con lui.
Capii che non poteva esser vero ma mi piacque ugualmente rivivere un po’ i suoi racconti con lui.
5 ½
Mio nonno era un uomo che si era fatto da solo, un Berlusconi ante-litteram. Penultimo di quattordici fratelli, figlio di un ferroviere, aveva passato la gioventù a sciare, tirar di stecca e giocare a calcio quando con le pedate non si guadagnava ancora niente arrivando fino alla serie B. Poi scoppiò la guerra e, marcantonio di un metro e novanta, partì in guerra armato di paracadute, sopravvivendo ad El Alamein e tornando in Italia da fuggiasco.
Poi cominciò con sua moglie una vita di duro lavoro che lo portò a diventare ricco. Probabilmente, l’uomo più ricco che io abbia conosciuto in vita mia. Un uomo che si era fatto un culo così e che, nonostante tutto, amava la vita come nessuno mai. Come io non l’avevo mai amata. Si prese cura di mia madre nonostante non fosse sua figlia, ma l’amò come tale, sempre.
Era bello sentire parlare mio nonno anche quando, ormai vecchio ma sempre operativo sul lavoro, non sentiva più da nessuna delle due orecchie e mi raccontava della guerra, delle sue scappatelle, delle sue partite a calcio, a carte, a biliardo.
Un uomo di successo che a novant’anni, mentre sua moglie e tutti i suoi amici erano ormai sotto terra, girava in decappottabile, era il primo ad arrivare al suo negozio alla mattina e l’ultimo ad andarsene alla sera e non aveva mai perso la voglia di stare in compagnia e di ridere.
Amava le donne e, forse anche per questo, rimpiangeva la sua gioventù, mio nonno. Lo capii quando, una volta, lo accompagnai ad una manifestazione della Folgore dove, tra gli ultimi sopravvissuti di El Alamein, tra un centinaio di ragazzi della mia stessa età, in divisa, continuava a strillare, con tono fascista, “Folgore Folgore”. Mio nonno era un fascista romantico ed io, politicamente dall’altra parte, capivo benissimo quello che provava, con quale orgoglio continuasse a portare una spilla che il duce in persona gli aveva cucito sul petto.
Aveva vissuto una vita fantastica, ma quei giorni della sua gioventù erano stati, seppure con paura e, a volte, disperazione, i più belli della sua vita. Aveva continuato a vivere per il domani ma, alla fine dei suoi giorni, erano quelli più di altri i ricordi più belli. I giorni in cui rischiava la vita per avere ancora un altro giorno da vivere gli insegnarono a guardare sempre al futuro e ad impegnarsi per assicurare a sé e alla sua famiglia la migliore vita possibile.
Ed io ero lì a viverli con lui. Io, che non avevo il coraggio di dirgli quello che pensavo, per paura che non capisse. Io, che quando ero depresso, mi vergognavo di farmi vedere in quello stato. Io che non ero bravo nello sport né nello studio. Io ero la sua delusione più amata. Forse non avrebbe mai capito, se gli avessi parlato delle mie scelte, del mio modo di vedere la vita e le cose in modo così diverso dal suo. O forse l’avrebbe fatto. Aveva la mente elastica: era stato sempre il più giovane della famiglia, a dispetto dell’età anagrafica.
In quei momenti con lui giù nel deserto, mi resi conto di quanto fossi fortunato ad aver conosciuto un uomo tanto pieno di vita e di storie. L’unico rimpianto che avevo era non avergli mai detto che non poteva esistere al mondo un uomo più grande di lui.
5 ¾
Era freddo quando alla sera i tedeschi passarono a prenderci morti per portarci fuori dal campo di battaglia. Io e mio nonno eravamo stati in silenzio per ore. Ci accatastarono su un carro tra i cadaveri. Io tenevo gli occhi chiusi, stretti stretti, come nessun cadavere avrebbe mai.
Mio nonno mi stava salvando la vita. Stava sotto di me. Sopra di me, carcasse umane. Non potendo parlare, mi persi tra i pensieri. Mi persi talmente che caddi addormentato.
LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 2/15
2
Non so se la casa in cima alla coltre di nebbia mi ricordasse maggiormente quella di Psycho o la villa della Famiglia Addams.
Trovato il modo di salire fin lì sopra, posteggiammo la macchina nel cortile. Mi fermai nell’auto, pensando che l’uomo volesse darmi delle indicazioni. Mi guardò, sorrise ancora una volta e scese dall’auto. Restai fermo ancora qualche secondo. Mi feci coraggio, scesi anch’io.
La porta era aperta. Ottavio bussò ed aprì senza aspettare che alcuna voce dicesse “avanti”. Entrò. Io stavo dietro e, nel guardare l’interno di quella casa, infiniti confusi ricordi mi affollarono la mente.
La casa di Lisa. Era rimasta perfettamente uguale all’ultima volta. La sua famiglia era a cena.
“Salve, mi chiamo Ottavio. Scusate il disturbo. Siamo in viaggio e siamo stati sorpresi dalla nebbia”
La padrona di casa lo interruppe “Siete i benvenuti, potete restare quanto tempo vi sarà necessario. Lisa, prendi due sedie per i nostri ospiti. C’è del minestrone, spero vi piaccia”.
Ottavio ringraziò. Io stavo a testa bassa, sperando che nessuno mi riconoscesse.
“Ragazzo”, mi disse la signora, “tu come ti chiami?”
Alzai la testa e la guardai. Improvvisamente ricordai di non essere più l’uomo di un tempo. Ero un bimbo.
Si chiama Mike, disse Ottavio. E’ un po’ timido, aggiunse.
“Americano?” chiese la madre di Lisa.
“Mia madre era appassionata di telequiz”, spiegai io. Non me la sentii di mentire.
A volte, per darmi tono, dicevo “Mike, come Al Pacino ne Il Padrino”. Quelli che rispondevano con un “ah” prolungato, erano proprio quelli che non avevano mai visto il film e, dunque, l’effetto tonificante con loro non attaccava. Col tempo, avevo imparato a non farmene un cruccio. Mike era un nome come un altro.
Lisa ci portò le sedie, la signora andò in cucina e ci servì due scodelle di minestrone.
Ottavio diventò improvvisamente loquace e cominciò ad intrattenere tutti i commensali raccontando la sua vita. Nella sua storia, io ero suo figlio. Avrei voluto dire “Ehi, è un assassino”. Mi trattenni, intrappolato in quel corpo da ragazzino e nella visione di Lisa davanti a me con un altro uomo al suo fianco. Non era come la ricordavo. Era ancora bella, sì. Ma aveva perso il broncio che mi fece innamorare di lei. Sembrava felice. Anzi, era felice.
Mi si affollò la testa di ricordi: si fecero talmente pesanti che il mio cranio sprofondò nel minestrone e in un sonno profondo.
2 ½
Aprii gli occhi e avevo Lisa appoggiata su di me nel suo letto. Spinsi la testa tra i suoi capelli per sentirne l’odore ancora una volta. Le strinsi una mano, con l’altra presi a grattarle i fianchi. Le diedi un bacio sul collo.
“Mike, lasciami perdere. Voglio dormire” disse lei.
Si voltò verso di me e sorrise. Avevo dimenticato come fosse bello il suo sorridere e, per un attimo, fui tentato di innamorarmi di nuovo di lei. Le stampai un bacio sulle labbra.
Lei aprì gli occhi sonnecchianti e, abbozzando un sorriso, mi rimproverò.
Ricordai dell’uomo che sedeva accanto a lei la sera prima, il suo nuovo -Lui-. Ricordai anche di essere un bambino.
Mi lesse nel pensiero “Sei tornato quel che sei sempre stato” e tornò felicemente a chiudere gli occhi.
“Come mi hai riconosciuto?”
“E’ un sogno Mike. Non riesci più a riconoscere la finzione dalla realtà?”
Scossi la testa. Lei rise e mi diede uno spintone gettandomi giù dal letto.
2 ¾
Ci ritroviamo nella macchina di Ottavio, lei è distesa con la testa sulle mie gambe e mi guarda dal basso, come quei giorni d’estate di qualche anno fa. Parliamo e sorride, come allora.
Il futuro, il nostro futuro. Quei giorni erano bellissimi per entrambi. Ridevamo e sognavamo.
Io ero stramaledettamente pazzo di lei. Non solo. Ero pazzo anche da un punto di vista patologico. Mi disse un’analista, un giorno, che io ero vittima delle mie ansie e del mio senso di colpa. Per evitare di affrontare i problemi creavo castelli in aria pieni di altre piccole questioni da risolvere. Questioni di principio, perlopiù.
Io volevo essere perfetto per Lisa. Ogni giorno le creavo nuove situazioni, nuovi interessi. Cercavo di crearle tutte giornate completamente diverse l’una dall’altra. Volevo per lei una vita piena di sorprese. E quasi ogni sera si concludeva con me e lei nel suo cortile, in quella stessa posizione, a sognare di noi.
Anche quando eravamo a letto insieme, sognavamo di noi. Ci accarezzavamo, parlavamo. Dormivamo. Avevo paura di deluderla. Le mie ossessioni e le mie manie mi condussero a creare problemi e questioni di principio per evitarmi una brutta figura a letto con la persona che amavo più di ogni altra al mondo. Cominciai ad aggredirla.
Alla fine la ebbi vinta. Lei non poté far altro che allontanarsi gradualmente da me. Non contento, non accettavo neanche che lei potesse rifarsi una vita e fare l’amore con altri, nemmeno nel momento in cui lei non mi voleva più.
Lisa era con la testa sulle mie gambe in quel momento. Le diedi un bacio. Le chiesi scusa. Fu la prima cosa da uomo che feci in vita mia.
APPUNTI – IDA (CHISSA’)
se solo i tuoi capelli potessero parlarci
di quando temevamo i nostri stessi pensieri
di quando spargevamo i nostri nomi
tra mille sogni e cento desideri
come a gettare sale per la strada
perchè poi il ghiaccio non ci portasse via
non ricordo più nemmeno la tua voce
forse il tuo odore le tue gambe
come arrivare al monte
qualche canzone da me rovinata
il peso del tuo cuore sul mio
di quell’amore naso lungo e gambe corte
ma adesso che altre facce hanno preso i nostri volti
con quel tuo nuovo po’ di felicità permanente
e la mia patente da matto appena rinnovata
adesso che siamo grandi e abbiamo vinto il male
ora che non so più se ti ho mai amata per davvero
come vorrei alcune volte scappare ancora
in notti di corse cazzate vini e nomi stronzi
per finire a ridere piangere o ad urlare
contro noi stessi e contro quel nostro mondo
dove anche i fiori avevan paura di sbocciare
un massaggio un abbraccio un bacio
i miei capelli lasciati a terra
tenerci in equilibrio mentre dormi
una manciata di semi di buon passato
che crescano poi su quello malato
o ida, quanto vorrei tornar bambino
e chissà cosa ci siamo lasciati
se un tuo figlio sarà un po’ mio
se mia figlia avrà un po’ di te
chissà
magari un giorno si incontreranno
per un amore gambe lunghe e naso corto
chissà
forse un giorno i tuoi capelli parleranno
chissà
che non li chiuda in un cassetto
chissà
forse un giorno o l’altro ci convinceremo
di non esserci mai odiati per davvero
chissà
che non sia stata soltanto sfortuna
chissà
che buona vita ci aspetterà
che nuove passioni e che nuove genti
nonostante tutto
quanto siamo lontani adesso
solo un ricordo senza più ritmo
che non ha più niente da dire
APPUNTI – SONNENUNTERGANG (IL SOLE NON SCENDE SUL MARE A CALHAU)
e chi se ne fregava del calendario
natale pasqua ferragosto
sarebbe bastato il momento
potevamo vivere poche ore
dormire giorni interi
ridere piangere ridere
amarci ammazzarci
sbatterci di sudore
nei letti d’estate
e cento duecento centomila
altri milioni di cazzate
ora ho più barba che capelli
lo sguardo di chi non ne sa niente
i miei calzoni sempre quelli
decine di storie nella mente
e vorrei potertele mostrare
mi diresti -sei sempre uguale-
identico a ieri prima di partire
vorrei incontrarti e dirti che ti odio
per poi dirti -ciao- più facilmente
e perdermi di nuovo nel tuo tempo
e poi rotolarmici dentro ancora
spremermi fino all’osso
a cercare quello che non va
e ti direi che non è colpa tua
che è stato così per tutti
e poi guardare quei tuoi occhi
rivolti altrove
con me che non so sentire
e che da trent’anni ogni sera
su quest’isola figlia dell’illusione
quando ho messo le mie donne a letto
e non c’è più niente da fare
me ne vado sulla spiaggia ad aspettarti
in quel giorno in cui anche qui
il sole calerà dritto a picco sul mare
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