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IGNOTO NUMERO 51 – I MIEI PRIMI CINQUANT’ANNI

Giugno 12, 2008 sbloggato Lascia un commento

“So che faccio cose inopportune e a me non convenienti”
(Elettra, Sofocle)

Sette del mattino. Ho perso il mio lavoro da più di due settimane ormai, ma le vecchie abitudini faticano a morire. Con la coda dell’occhio guardo mia moglie vestirsi per uscire. Non ho voglia di alzarmi né del caffè che già mi ha preparato. I miei due figli vivono entrambi fuori. Studiano, beati loro. Passerò la mia prima mattinata da cinquantenne da solo.

Mia moglie sbatte la porta ed io mi alzo dal letto. Non ho voglia di sentirla, cercate di capirmi. Ho voglia di fare le mie cose con calma, molta calma.

Ed ora, che sono le undici, prendo la mia Settimana Enigmistica, una Bic verde e me ne vado al Parco della lungimiranza, giusto qui dietro casa.

E’ estate e fa caldo. Del bel parco che era è rimasta qualche panchina malmessa, pochi alberi e pochi fiori. Ma a me piace.

Vedo una panchina vuota. Di fronte è seduto il Matto. Il Matto dorme. E’ un uomo di una certa età, esile ma dagli “addominali” gonfi. Beve molto, ha capelli lunghi che fanno un tutt’uno con la barba. Ha una busta piena di lattine di Coca Cola che nessuno cercherà mai di rubargli. La lascia lì, vicino a lui incustodita. Forse a fargli compagnia, non lo abbandonerà mai.

Mi siedo sulla panchina vuota e comincio a fare le parole crociate. Quelle della prima pagina, le più semplici. E poi passo al primo grande schema.

Il sole picchia. Chiudo la Settimana Enigmistica e chiudo gli occhi.

Li apro e sono steso. Ho indosso il pigiama, il letto è il mio. Il mio di quarant’anni fa. La stanza è simile a come la ricordavo. Forse i muri avevano una sfumatura diversa, c’era qualche poster in meno. Ma è simile.

La stanza è piena di persone. Persone che parlano tra loro e sembrano non curarsi della mia presenza. Con le braccia mi alzo e mi metto seduto sul letto.

Li osservo. Non conosco nessuno. Tocco la spalla ad un signore di mezza età e chiedo:

- Cosa succede?

- Niente signore. E’ una riunione di condominio.

Mi pare strano ma non trovo nessun motivo per replicare e scacciarli.

In realtà sembra più una festa. Tutti hanno un bicchiere in mano, brindano tra di loro come niente fosse.

Poi vedo un volto più familiare. Mi si avvicina e mi fa:

- Amico mio!

- Oddio, ma sei tu?

Non lo vedevo da molto tempo. Io sono invecchiato, lui è ancora come era una volta. I capelli brizzolati li aveva già molto tempo fa e sicuramente veste in modo molto più giovanile di me. So che sono in pigiama, il paragone non si può fare. Ma credetemi, quelle polo e quei pantaloni di stoffa credo lui non li indosserebbe mai.

- E’ tanto che non ci vediamo…

- Sì, proprio tanto…

- Eheh… stavo pensando

E giù ricordi. Parliamo di tutto. Prendiamo in giro ancora i vecchi amici come una volta. Parliamo di cinema, di libri, di musica.

E poi un brivido mi attraversa la schiena. Mi paralizza. Ricordo tutto. Gli faccio:

- Shining!

- Shining?

- Sì, tu sei Mister Grady…

- Capisco…

- Eh si che capisci… ma perché?

- Perché cosa?

- Perché hai deciso così?

- Tu certe cose non le puoi capire. Sei fatto così. Non le hai capite prima non puoi capirle ora…

- Le avevo capite invece…

- E perché non hai detto niente? Perché non hai fatto niente? Cristo, non sai ora quanto ti invidio…

- Invidi me? Ma guardami…

- Si ti invidio. Hai pensato a te, solo a te.

- Ma non ho niente.

- Hai molto invece. Io non ho più niente.

- Perdonami se puoi. Non volevo, non sapevo che sarebbe andata così. Ho preferito girare al largo, far finta di niente. Ho preferito non parlare. Non ci riuscivo… e poi cosa volevi facessi? Cosa potevo fare?

Stringo gli occhi per paura. Per piangere. E ricordo come lo immaginai quando mi chiamarono. Stramazzato a terra su un pavimento di marmo e gli occhi spalancati. E tutti intorno a guardare come fosse un fenomeno da baraccone.

Riapro gli occhi e lui non c’è più. Ci sono ancora tutte quelle persone che non riconosco. Non ho voglia di alzarmi da quel maledetto letto. Ho voglia di svegliarmi. Ci provo con tutte le forze. Il mio corpo reale lo sento provare a muoversi ma è bloccato.

E vedo lei. Questa donna ben più anziana di me che mi saluta dall’altro lato della stanza. Ha i capelli corti e qualche ruga di troppo. Ma la riconosco. Non dovrebbe essere così anziana, oggi avrebbe quarantasette, forse quarantotto anni. Una vita difficile, forse. Ma è vestita bene ed è ancora bella così. Ha un casco da motociclista in mano. Mi si avvicina piano piano, si siede sul letto accanto a me e mi da un bacio sulla guancia con fare materno. E mi dice:

- Ciao rospo…

- Ciao bella, come stai?

- Saranno trent’anni che non ci si vede… io sto bene e tu?

- Bene, a parte tutto questo…

Indico la gente, lei annuisce e mi sorride. Quel sorriso in cui mi ero perso più volte tanto, troppo tempo fa, mi sembra ora più certo, più deciso. Nonostante sia manifestamente vecchia mi sembra più solare di allora, per quanto sia possibile. Impressioni, solo stupide impressioni, oggi come allora. Mi dice:

- Hai saputo di me, cosa faccio ora? Sono la presidentessa dell’Istituto Cultura Italiana di New York, vivo lì…

- Io ho perso il lavoro da poco…

- Mi dispiace…

- Beh, però sono contento per te… Hai avuto fiducia in te stessa, come ti avevo detto io. “Lascia perdere le altre persone, anche me… lascia stare quello che dicono, quello che pensano. Ne troverai tante altre. Tu pensa a te stessa che ce la puoi fare”.

- E ce l’ho fatta… ma mica è stato merito tuo…

- Eh sì, solo tuo…Poi sei partita e non sei tornata più.

- Eheh… sì, è stato il momento più bello della mia vita…

- Mi sei mancata un po’, sai?

- Ma dai…

- Si invece… lo sai che non sono del tutto normale…

- Sei solo masochista… E poi tu dicevi che ognuno doveva fare la sua vita, pensare a se stesso…

- Io penso a me stesso ogni secondo della mia vita. Distrattamente, ma in ogni secondo.

- E a me ci pensi ogni tanto?

- Solo ogni tre secondi, ma ogni tre secondi ti penso molto intensamente.

- Sei il solito bugiardo… infantile e bugiardo…

Sì, solite bugie, solite cose. Ancora oggi non so cosa sono, cosa penso. Chi sono. E mi incazzo, oggi come allora.

- Sì, sono un bugiardo. Non penso né a me stesso né agli altri. Sono un coglione e…

E mi sento mancare il respiro. Devo alzarmi dal letto, devo bere qualcosa. Mi precipito verso la cucina facendomi largo tra la gente. La cucina è vuota. C’è solo un tavolo in mezzo dove mio padre e mia madre borbottano fumando. Intanto un ragazzo sta pitturando le pareti.

Dimentico dell’acqua.

- Di cosa parlate?

Mia madre non alza lo sguardo. Risponde papà:

- Del fatto del lavoro…

- Papà, lascia perdere… è un casino…

- Ma cosa vuoi fare della tua vita? Eh? Ti sembrano questioni di principio da farsi?

- Papà, io non voglio capi nella mia vita…

- Tu non vuoi niente… Tu pensi, rifletti… sconclusionato… non si campa di filosofia… non si campa di cazzate… E gli altri? Agli altri non ci pensi? Non valgono niente le promesse, le speranze, le aspettative…

- Hai ragione papà…

Mia madre alza gli occhi perché vorrebbe dire qualcosa. Forse fermare la furia di mio padre. Ma anche mio padre ha negli occhi lo stesso sguardo. Hanno uno sguardo che non dimentico, uno sguardo che nei momenti di rabbia, nei momenti di gioia, quando ci hanno visto cadere e rialzarci hanno sempre mantenuto. Lo sguardo dell’amore che avevano anche guardando una nostra foto. La voglia di esporsi per noi, di battersi per noi. Quel che io non riesco ad avere per i miei figli e che vorrei con tutto il cuore avere. Ma non riesco a dire niente.

Di nuovo il mancamento, mi sento soffocare. Mi volto verso la porta della cucina e tutte quelle persone sono lì fuori dalla porta ad attendermi. Li riconosco tutti. Ragazzi e ragazze, anziani, bambini. Sono tutti lì per me a ricordarmi un’emozione, un momento, un errore. Li ricordo tutti in un solo momento. La mia vita. Insopportabile. Chiudo gli occhi di nuovo sperando di riaprirli e non trovarli più.

Il corpo finalmente torna a muoversi. Intorpidito, riapro gli occhi e sono sempre su quella panchina. Non so che ore siano, non porto l’orologio da parecchio tempo.

Non so che faccia possa io avere in questo momento, ma il Matto è sveglio e mi fissa. Ho dormito tenendo in mano penna e rivista. Faccio per alzarmi. Sono tutto sudato, la mia polo è una pozza di sudore. Il Matto mi guarda con gli occhi spalancati ma quasi assenti. Con voce impastata mi fa’:

- Ognuno fa quello che capisce!

- Eh si amico mio… e purtroppo di Delorean volanti non se ne vedono più da un pezzo in circolazione…

FAME

Maggio 15, 2008 sbloggato 1 commento

A FANCULO… INSULTI VARIEGATI

Maggio 11, 2008 sbloggato 2 commenti

Mi sono stancato di sentir chiedere sicurezza da chi non può permetterselo.

Mi sono stancato di sentire chi passa la vita a tirar su dire che questi stranieri che arrivano a fare gli spacciatori non riescono proprio a mandarli giù. Eh no, è più forte di loro.

Mi sono rotto i coglioni di ascoltare fascisti ed ultras, che passano le loro giornate a non fare un cazzo per la strada e la domenica allo stadio, a rompere i suddetti al prossimo per sfogare la propria frustrazione, lamentarsi degli stranieri che invadono le “strade italiane” e che molestano la quiete delle persone “anormali” (le persone oneste, le persone tranquille, che rispettano le libertà altrui: anormali, appunto).

Mi stressano i puttanieri pieni di soldi che si riempiono la bocca di belle parole sulla famiglia e poi vanno a prostitute quasi tutte le sere (lamentandosi il giorno dopo, naturalmente, dell’invasione delle nostre strade di ragazzine straniere sfruttate da balordi stranieri).

E poi ne ho piene le palle anche di tutti quelli che “i potenti sono tutti imbroglioni” e poi gli leccano il culo, gli danno il voto, perchè mi danno sei mesi di lavoro, mi rifanno la strada.

E di tutti quelli che non cercano di diventare dei “potenti” perchè non possono.

E di tutti quelli che non denunciano niente, non per amicizia o per quieto vivere, che questo lo capirei anche. Non lo fanno per non rischiare di essere denunciati loro stessi.

Mi sono rotto i coglioni di sentire di morti sul lavoro, di lavori a nero, di precarietà. Mi sono rotto i coglioni di sentir parlare di poveri pensionati che non arrivano a fine mese e non di poveri giovani per cui il mese non comincia mai. Mi sono rotto i coglioni di sindacalisti, dirigenti socialisti e comunisti che rincorrono gli intellettuali e non la gente “vera”. Non indicano una strada, non parlano ai cuori. E allora restate fuori dalle istituzioni. Ognuno ha quel che si merita.

E mi avete rotto i coglioni voi “zecche” che passate una vita nell’odio del diverso da voi appellandovi ai diritti civili. Voi che cercate una vita “al meno”, chè tutti abbiano di meno. Quando si dovrebbe cercare una vita “al più” per tutti. Affogatevi.

E mi avete scassato i “marroni” voi italiani che meritate Berlusconi, Veltroni, Storace e Bertinotti (sic!). Vi meritate tutto, anche il ministro hobbit. Voi italiani che volete meno tasse e meno servizi, e non stipendi più alti e più servizi. Voi italiani con le vostre università che uscite e non sapete fare un cazzo. Voi italiani senza un lavoro, senza una vita. Voi italiani con i vostri ragazzini strafatti di coca e acidi, e soprattutto idioti.

E andate tutti a fanculo, voi. Amici e amiche. Nemici e nemiche. Voi italiani tutti. Io non mi fido di chi rinuncia al suo futuro.

Io non sono come voi. Non voglio esserlo. Io sono diverso da voi. E voglio esserlo.

ITALIANI FUORI DALL’ITALIA

Novembre 13, 2007 sbloggato 4 commenti

Avevo cominciato a scrivere un racconto intitolato “Io, rumeno”. Ho lasciato perdere, perplesso dal fatto che, in un’Italia che mi spaventa terribilmente, sulla copertina on-line di uno dei due più importanti quotidiani italiani campeggia da tre giorni la notizia che le donne formose sono certamente più intelligenti delle altre. Ad ogni modo, qualche riflessione è d’obbligo.

Innanzitutto sulla malavita-ultras. Riporto un commento lasciato da me qui e qui:

Io interromperei il campionato per un anno, impedirei le trasferte organizzate per un periodo di almeno cinque anni e costringerei le società a prendere seri provvedimenti pena la radiazione, investendo sul controllo della sicurezza come è stato fatto in Inghilterra, casomai imponendo un limite agli stipendi del calcio, perdendo forse campioni ma facendo investire i soldi risparmiati in questo ambito. Purtroppo una minoranza di chi frequenta gli stadi, pur consistente, è pericolosa per se e per gli altri, fomentati dalla cosiddetta “ideologia ultras”, persone che hanno il calcio e l’odio per il rivale come stile di vita o ancor peggio “idea”. Ma fino a che punto può arrivare il degrado culturale e sociale? Fino a che punto può l’uomo arrivare ad essere demente?

Sono seriamente preoccupato e questo si ripercuote sulla mia vita già incasinata di per sè. Forse incasinata proprio da questo degrado culturale e sociale dell’Italia. E mi preoccupa questo mondo in cui la vita umana non conta niente, in cui nessuno ha niente da perdere, in cui le responsabilità penali da singole diventano collettive quasi vivessimo in un revival degli anni ‘30. Uno Stato in cui ogni giorno si perdono punti di riferimento importanti, uno Stato in cui non si può dare niente per certo. Una repubblica delle banane e delle caldarroste.

Uno Stato in cui la folla è trascinata dalla follia dei media che ci bombardano di messaggi di odio e di bugie di persone e organizzazioni quantomeno discutibili. E allora… vi dico la mia. In modo generalista, come fanno i media nostrani. Ma almeno in modo dissonante. E sincero.

Ad esempio sulla storia di Perugia. A Perugia ci siete mai stati? Siete mai stati a Perugia in piazza di sera? E’ un ricettacolo di tossici e delinquenti. Però nessuno vuole dirlo e quando qualcuno ci prova tutti lo zittiscono. Città multi-etnica, multi-culturale. Sarà anche vero. Ma è una città dove l’illegalità è sotto gli occhi di tutti. Una delle tante ormai in Italia. Non c’è da stupirsi se anche nei piccoli paesi, dove il controllo sociale è sempre stata la forza per un buon vivere, come ad esempio Alatri, da dove provengo, l’illegalità è sotto gli occhi di tutti, cittadini e forze dell’ordine. Solidarietà nelle società italiane odierne è non intervenire?

La sicurezza è messa in difficoltà dagli immigrati? Cazzate, i reati in Italia sono addirittura diminuiti negli ultimi dieci anni. Cazzate. Sono lo Stato e la giustizia italiana a non reggere, a non prevenire, in nome di una politica e di leggi “ad-personas”. Le forze dell’ordine non sono efficienti, a volte si comportano da sceriffi, altre volte da ignavi. Perchè? Le istituzioni non devono essere messe in discussione dall’esterno ma dall’interno. Ma sembra non sia possibile. E poi abbiamo tantissimi corpi che si dividono ingenti fondi. Chi deve proteggere realmente la nostra sicurezza, mette a rischio la sua vita e lavora per uno stipendio che quasi non ti permette di avere una famiglia. Perchè non unire i corpi diminuendo le spese ed aumentando gli stipendi? Perchè mantenere strutture che non servono, non rendono servizi e non producono?

Si parla d’integrazione, di immigrati che non vogliono integrarsi. Ma chi deve integrarli? Non dovremmo essere noi ad integrarli? O forse dovrebbero integrarsi da soli senza che nessuno tenda una mano?

E poi… in cosa devono integrarsi? In una società che non ha moralità, in una società che non è società? Nel nostro individualismo esasperato? Nelle nostre follie di massa? Nel nostro Paese di merda?

Ma vaffanculo!

DIARIO DI BORDO – PRIMA, ULTIMA MA NECESSARIA PUNTATA (PER ME)

Settembre 30, 2007 sbloggato 2 commenti

Avevo già pronta la seconda parte di “Chiacchiere da bar”. In realtà quest’ultimo ignoto è solamente un estratto di un racconto un po’ lunghetto intitolato “Ossessione”. Era la storia di un tizio che conosciuta una ragazza per caso (conosciuta è dir troppo), impazziva per lei che non lo filava per niente. Finiva con un fucile in bocca alla ragazza e l’impossibilità per lui di sparare. Poi lui si sarebbe dato alla macchia. Niente violenza (?!?), un amore platonico finito nel peggior modo possibile. Era un racconto troppo lungo. Un romanzo sarebbe stato troppo scontato. In realtà era una “ciofeca”. Così ho tagliato la parte migliore e forse ne è uscito uno dei miei più bei racconti.

So già che mi pentirò a star per scrivere tutto ciò, che con questo diamine di blog non c’entra un cazzo. Ad ogni modo questo ci vuole, anche per comunicare qualcosa di reale. C’è una cosa vera nel mio ultimo racconto: io sono un vecchio brutto e cattivo. Non mi sono mai sentito realmente vittima e non vorrei mai esserlo. Ho cercato sempre di dare il massimo per ogni cosa io facessi. In ogni realtà io mi trovi mi adatto alla situazione, difficilmente (quasi mai) mi trovo da solo. Forse ho una naturale attitudine al dialogo, ancor più naturale allo scontro. Nonostante questo mi sento molto solo. Mi sento un vecchio brutto e cattivo che nessuno è capace di capire, al di fuori del suo tempo. E mi vergogno a scriverne qui ma è come un parlarne con qualcuno, ché nessuno penso riuscirebbe a comprendermi. Nessuno delle tante persone che conosco. Tante, troppe. Forse così tante che mai ho trovato una persona leale con me. Qualcuna ne ho trovata ma dove non avevo vincoli. Penso a volte che forse aveva ragione quel mio amico che diceva che tutti ti vogliono per i tempi più bui (non in questi termini ma questo era il senso). Dunque mi diceva di non fidarmi di nessuno ma solo di me stesso. In realtà penso che nessuno si fidi di me. Nessuno ha fiducia in me e in quel che sono. Penso che forse ho deluso tanti e che tanti abbiano goduto di questo. Penso che non so quel che faccio, quel che dico e perché lo faccio o perché lo dico. Penso che tutto stia andando in malora e che uno come me non debba essere qui. Penso che potenzialmente non sarò mai apprezzato per quel che penso ma solo per quel che rappresento. Io penso. Sono una persona egocentrica. Penso di avere le chiavi del mondo. Sono uno all’antica. Uno che pensa di conoscere il bene per se e per gli altri, che si dispera quando vede gli altri non cercare il proprio bene, ché cercano una distruzione. Io avevo promesso a me stesso che avrei fatto qualcosa. Finora sono riuscito a fare poco di quel che mi ero promesso. Tante persone non me l’hanno permesso. Tante volte ho paura di tradire il mio quieto vivere. E dico va bene, ok. Ma sento la testa che mi scoppia. E che mi dice che non ce la fa più. E allora cerchi una soluzione e non la trovi. E dici ok, ancora una volta. Ora non ci sono più svolte, quelle che hai preso sono già andate. La vita è quel che è. Pensa a te e fai il bene per te. Agli altri qualcuno provvederà. Penso. E poi amen.