11
La sveglia suonò e fu il primo risveglio normale dopo tanto tempo. Il mio letto, le mie cose. Ero a Roma, nella città che mi aveva adottato e che detestavo amabilmente. Ero nella mia vera casa, di nuovo, come mai dall’inizio dell’incubo. Erano le sei del mattino ed ero pronto per andare a lavorare.
Bentornato nella realtà, pensai.
11 ½
Per arrivare a lavoro in tempo, dovevo prendere la metropolitana alle sette del mattino ed attraversare la città da un capo all’altro. Fortunatamente avevo una stazione della metro sotto casa, così potevo svegliarmi comodamente alle sei.
Preparavo la macchinetta per il caffè la sera prima di andare a letto. La mattina mi mettevo in piedi confuso, raggiungevo la cucina e accendevo il fornello. Quella mattina il caffè era lì, dove doveva. Ne bevvi due o tre tazzine e andai al bagno a fumare due o tre sigarette e ad espletare le mie funzioni vitali. Poi mi infilai sotto la doccia, mi vestii e corsi a prendere la metropolitana.
Tutte le mattine era la stessa storia. Quasi sempre il treno era in ritardo di una decina di minuti.
Stringevo le spalle per riscaldarmi e tenevo gli occhiali da sole a coprirmi il sonno, aspettando la metropolitana. Ogni mattino trovavo, lì ad aspettare con me, una ragazza alta sui vent’anni. Aveva lunghi capelli neri fin sopra il sedere e due bellissime labbra.
Era fin troppo giovane per me, nonostante ci separassero al massimo otto anni di vita. La cercavo con lo sguardo e andavo ad attendere l’arrivo del treno non troppo distante da lei, per prendere la sua stessa carrozza.
Lei scendeva sempre alla metà del mio viaggio. Credo mi avesse notato anche lei. Del resto era costretta a notare quest’individuo dalle calvizie pronunciate che le capitava affianco ogni mattino.
Quel mattino, trovai un posto a sedere e lei era in piedi vicino a me. Avevo il suo sedere in faccia, teneva le mani dietro la schiena strette al palo per aggrapparsi che le divideva esattamente le chiappe nel mezzo.
Tenevo sempre un taccuino in tasca con una biro nera, nel caso mi fosse presa l’ispirazione improvvisa per scrivere qualcosa. Presi a scrivere in fretta e furia una poesia sul suo culo che faceva, più o meno, così:
Attento
e lento
mi muovo
nell’assordante
vuoto
del tuo culo
alla ricerca
di fattezze
umane
attento
a lasciar fuori
almeno
le gambe
per non
oltrepassare
il punto
di non ritorno
Qualcosa del genere. Volgarmente sentimentale. Strappai il foglio, lo piegai in quattro parti e, con una mossa veloce, gliela infilai nella borsa che pendeva vicino al braccio. Lei guardava avanti immobile, non si accorse di niente. Una donna sulla cinquantina, seduta al posto vicino al mio, osservò il mio movimento, probabilmente pensando volessi rubare qualcosa alla ragazza assorta nei suoi pensieri. Compiuta la missione, le sorrisi. Si voltò dall’altra parte, imbarazzata. La ragazza dai lunghi capelli neri, dalle grandi labbra e dal bel culo sarebbe scesa alla stessa stazione dove era scesa in ogni giorno della sua vita con me.
Non avevo firmato la poesia. Nessun nome, nessun numero di telefono. Fu un errore perché non avrei mai saputo se l’avesse letto quel mio componimento, se le fosse piaciuto oppure no. Continuammo a viaggiare fianco a fianco ma non trovai il coraggio di dirle niente.
11 ¾
Al ritorno dal lavoro, il mercoledì di ogni settimana, mi fermavo ad un’edicola vicino la fermata della metropolitana ad acquistare l’Economist e l’Express. Li leggevo durante il viaggio, un po’ per tenermi allenato con le lingue, un po’ per convincermi ancor di più che il mio Paese faceva schifo. Un po’ anche per darmi le arie. Da colto. O da straniero. Dipendeva dalle esigenze.
Quel giorno, di ritorno dal lavoro, sfogliavo l’economist quando, alzando gli occhi all’altezza della stazione della Magliana scorsi il mio vecchio amico Fred. Stava seduto. Mi feci spazio tra i prigionieri della metro per avvicinarmi a lui.
Teneva sulle gambe una grande borsa. Fred era il pendolare perfetto. Sosteneva che un buon pendolare doveva avere sempre tutto ciò che poteva servirgli sotto mano. Così trovavano spazio nella sua borsa le cose più incredibili, da un coltellino svizzero alla carta igienica, dalla lampada tascabile ad un diaframma usato e dei fuochi d’artificio. E poi, vagonate di libri.
Fred sosteneva che jeans e camicia, a collo alto e lunghe maniche, naturalmente, fossero gli unici due indumenti adatti al viaggio breve ma continuo. Li indossava anche d’estate, su treni e metropolitane.
Fred passava metà della sua vita su mezzi pubblici di locomozione. Ne vedeva di tutti i colori, probabilmente.
Fred non mi riconobbe. Forse mi snobbò. Scese dopo poche fermate, io alcune dopo di lui.



