UN POSTO DOVE ANDARE

Come scrittore ho fallito, questo credo sia ben chiaro. Ché poi, considerarsi scrittore, è un vezzo che non può appartenermi e, oltretutto, tirare le somme di una “carriera” alla soglia dei trent’anni, quando ancora ne mancano almeno cinquanta a crepare, dio ben voglia, mi pare un atto di una presunzione unica.

Credo il titolo nobiliare di scrittore possa essere assegnato solo a pochi. In fondo scrivere è un arte minore, una di quelle alla portata di tutti fin dai tempi delle elementari, ancor prima nel mio caso, complice l’aver vissuto in una casa piena di libri e lo svezzamento di una nonna maestra. Scrivere è semplice e, a volerlo complicare, si finisce per svilire solamente una funzione basilare della comunicazione umana, arte minore che arte non è.

Essere scrittori è solamente una scusa per non lavorare, o, almeno, lavorare il meno possibile, se non si vuole morire di fame. Una scusa per viaggiare, perder del tempo dietro idee astruse e storie altrui, per non morire di noia.

Ché poi è la noia la prima causa del voler fare, la spinta che mi porta a coltivare gli interessi più disparati, col rischio di diventare ogni giorno sempre più superficiale in ogni campo d’azione dell’esistenza. La noia non muore mai.

Mi considero fortunato ad aver coltivato quest’arte minore, per quanto questa non mi renderà mai ricco nè degno di menzione. Ho una produzione di periodi e parole sterminata della quale solamente una minima parte è conosciuta.

E se quella minima parte conosciuta arriverà a qualcuno, resterà dentro qualche persona, in fondo è un modo per non lasciar morire sensazioni ed emozioni violente che hai vissuto. Anche parlare di storie altrui è un modo di parlare di sé stessi, non c’è fantasia che regga, per quanto questa governi ogni forma di espressione. Celare sotto falsi nomi te stesso o coloro che per te contano qualcosa, è un modo come un altro per lanciare un segnale a dei neuroni troppo spesso inattivi. E credo ci sia del bene anche nel voler far male, anche nel voler uccidere, metaforicamente parlando.

Troppo spesso lasciamo assopire le nostre sensazioni ed emozioni. In questo senso, posso ritenermi fortunato. In un modo o nell’altro, anche attraverso le parole, non le ho lasciate morire, posso ripercorrerle e tenerle sempre con me, anche quelle che fanno più male, farmi accompagnare in questo girotondo, che forse non sarà grandioso nè di grandi aspettative, ma comunque degno di essere vissuto. Non ho alcun rimorso, forse qualche rimpianto, poco più. Il tempo passa, l’importante è non dimenticare.

E credo di esser stato fortunato anche a coltivare la scrittura passiva. Mi avrà forse portato sull’orlo della pazzia, arrivando a confondere la realtà con l’immaginazione, a vivere sensazioni ed emozioni (ci risiamo!) in modo molto distorto ma assolutamente vivace, sulla scia di quello che è un destino assegnato dalla mente di qualcun’altro alla mia, rielaboratrice attiva della vita altrui, che poi è la mia stessa, è la nostra. Posso vivere altre epoche ed altri luoghi restando sempre me stesso, con le mie idee, le mie posizioni, per quanto possano sembrare fuori dal tempo e dal contesto. Paradossali, nella vita come nella scrittura.

Sono in una fase di impasse con l’ennesimo romanzetto, il secondo blocco, per l’esattezza. Il primo blocco, forzoso, è nato dall’esigenza di scrivere qualcosa di diverso. Un’auto-analisi, molto meno costosa di medicinali e psicologi, scritta in fretta e furia per ricordarmi sempre chi sono, da dove vengo, dove vado, e che c’è sempre qualcosa più importante di me stesso.

Credo di aver voluto smorzare, in questo racconto lungo, romanzo breve, che dir si voglia, alcune chiavi irrisolte della mia esistenza, facendo riferimento a scenari conosciuti solo attraverso la carta e l’udito che, ahimè, mi sta abbandonando già in tenera età.

Il titolo, “Le parole per tornare a casa”, parla di un viaggio alla ricerca di quel che si perde e si tralascia, perchè la noia e l’ossessione del ben vivere sono sempre in agguato. Parla delle emozioni sconosciute e scorrette e di quelle che si ritiene troppo poco ciniche e buoniste, quelle di cui si ha vergogna anche solo a pensarle. Non posso ritenerlo, per quanto lo abbia pensato nel momento in cui l’ho concepito, un racconto autobiografico, perchè tralascia fin troppe delle persone e degli avvenimenti rilevanti capitati nella mia vita, per quanto poi questi sarebbero fin troppo noiosi da essere raccontati senza provocare, perlomeno, un sonno profondo.

Un compendio di idee utilizzabili per diversi insulsi racconti dei miei, scritto frettolosamente e con stili diversi, che quasi parrebbe scritto da più mani e che forse riprenderò per puro sollazzo, un giorno.

Fuori e dentro il racconto, ci sono io, unico lettore a ritrovarci me stesso, unico fruitore reale di quelle parole che mi sono servite per trovare la strada di ritorno per casa e mettere un po’ di ordine dove l’ordine non può esserci.

Non dimenticarmi del mio futuro, questa è la parola d’ordine, gli intellettualismi mi sono serviti a poco.

Anzi, dirò di più, degli intellettualismi da strapazzo di cui mi faccio forza e di tutto ciò che non riguarda quella casa dove ancora faccio fatica a rientrare, di tutti quelli che ne sono rimasti fuori, per mia o loro scelta, je m’en fous, per dirla alla francese.

Tutti abbiamo bisogno di un posto dove andare e il mio voglio tenermelo stretto fin quando ne avrò forza.

IGNOTO NUMERO 75 – MARVIN LA NOTTE DI SAN PATRIZIO

La notte di San Patrizio avevo difficoltà a trovare la giusta chiave per rientrare a casa di Lisa. Lisa non c’era, ovviamente, ma quella era casa mia già da tempo e questa storia l’ho già raccontata. Andai in camera mia ma c’era qualcuno che russava. Avevo dimenticato di aver prestato la mia camera da letto a una coppia di ribelli curdi fuggiti dalla Turchia. Li aveva portati a casa un amico in comune, mi avevano promesso venti dollari al giorno. Non era tantissimo rispetto al prezzo da pagare se ci avessero beccato. Ma non avevo un lavoro, ed era abbastanza.

Avevo passato la serata a girare tra i locali del centro, cercando discendenti irlandesi da spennare al gioco delle tre carte in cambio di birre. Se aveva funzionato con il dio cristiano-cattolico doveva funzionare anche con loro. Funzionò e mi ubriacai come mai avevo fatto prima. Forse. No. Mi ubriacai un bel po’, come mai fatto prima mi pare eccessivo. Una volta mi addormentai sotto la neve la sera di Natale. Quella sì che fu una grande sbornia.

Dopo essermi ubriacato alle spalle degli irlandesi, tornai a casa, dicevo, e andai a dormire nella stanza degli ospiti. Tuttavia non avevo sonno. Decisi di non prendere alcun tranquillante quella sera. Poteva essere un’occasione per scrivere qualcosa.

Da quando avevo terminato il mio libro, quello sul coccodrillo che viveva tra gli alligatori e che, purtroppo, non trovava alcun editore, mi ero dedicato alla poesia. Purtroppo non avevo mai posseduto il senso della rima e della ritmica. Anzi, odiavo le rime. Perciò non si può dire che le mie fossero poesie ma perlopiù raccontini dove ogni due o tre parole andavo a capo. Si adattavano maggiormente alle mie esigenze. In questo momento confuso in cui Lisa non c’era più rappresentavano il modo migliore per raccontare le mie sensazioni. Non erano più parti, ma peti veloci carichi di tutto quello di cui mi ero cibato e che dovevo ancora espellere. Ma non mi piacevano più di tanto. Ripensandoci bene non mi piaceva neanche il mio modo di fare narrativa. Avevo buone idee, niente di più. Non ci lavoravo sopra perchè detestavo gli artefatti. Scrivevo di getto e allo stesso modo scrissi “Un coccodrillo”, un capitolo alla volta scritto senza fermarsi mai a riflettere. Quando rileggevo lo facevo solo per correggere errori grammaticali e qualche bruttura eccessiva. Ma se qualcosa anche non mi piaceva, restava lì. Era quello che dovevo cacciare. Punto.

Mi misi a rileggere le ultime cose che avevo scritto e in tutte c’era qualcosa di Lisa. Credo che Lisa non avesse mai amato le cose che scrivevo. Faceva finta per non scontentarmi. Lisa faceva finta di tante cose per farmi sentire qualcuno. Io lo sapevo, ma al mio ego serviva farmi trattare da genio. Anche perchè non sapevo fare nient’altro.

Ora Lisa non c’era più e piano piano spariva ogni cosa di lei intorno a me. Non dormivo più nemmeno nel nostro letto, c’erano due ribelli curdi dentro. Stavo perdendo contatto con la realtà. Non avevo più neanche sensazioni nè emozioni, solo tristezza. Perciò, pensai, non potevo più scrivere poesie. Potevo tornare a scrivere brevi racconti. Raccontare storie vissute da altri, niente più. Quelli che incontravo ogni giorno, per caso, per strada. Potevo fingere che fossero storie mie ma non lo erano. Io non vivevo più, non era più il mio tempo. Sensa sensazioni, senza emozioni, non ero più nessuno. E ciò che era peggio non avevo voglia di provarne altre. Se avessi dovuto scrivere di me avrei scritto solo di ricordi, tristezze, malinconie, frustrazioni. Avevo sempre pensato di aver capito la vita in modo migliore rispetto agli altri. Fondamentalmente mi ero illuso di essere più intelligente. Non era così e Lisa me lo aveva dimostrato. Qualsiasi coglione inserito decentemente in un contesto sociale che accettava la vita per come era e si creava due o tre certezze indipendenti dalle altre persone era meglio di me. Per Lisa. Ma anche per tutti gli altri. Io avevo avuto Lisa come unica certezza. Il resto era contestazione, ricerca di giustizia e verità. Convinto non ci fosse nessuno meglio, distruggevo tutto e tutti, fregandomene delle loro storie e dei loro problemi. Io sapevo cosa era giusto. Ma non era vita, erano solo sciocchi ideali.

Lisa mi aveva lasciato un indirizzo dove mandarle le sue cose. Tuttavia non le rimandai niente se non due o tre cose che avevo scritto per lei. Immagino le abbia cestinate al volo, non so. Non riuscivo a spiegarmi perchè lei dovesse scegliere una vita al di sotto delle sue aspettative. Nessuno poteva darle una vita migliore di quella che potevo darle io, nessuno. Ed io da solo ero niente, insieme spaccavamo il mondo.

Presi a scrivere qualcosa su un bloc-notes. Me ne stavo steso sul letto, ma il cervello era pesante e triste così mi addormentai. Ad un certo punto qualcosa comincia a tirarmi giù dal materasso. Era la stanza degli ospiti e la conoscevo appena. Non sapevo chi o cosa vivesse lì dentro. Pensai ad un cane o a qualcosa del genere. La schiena sbatteva sul pavimento di mattonelle rosso slavato. Qualcosa mi tirava per la gamba verso un muro, a strattoni forti e distanziati nel tempo. Non potevo muovermi. Chiusi gli occhi e pensai che era un sogno e dovevo svegliarmi, ma quando li riaprivo ero sempre lì. Poi ebbi la sensazione che era il demonio. Allora aprii gli occhi per guardarlo in faccia ed era tale e quale a me. Spaventato, urlai. Ma i curdi dormivano. Poi all’improvviso riaprii gli occhi ed ero di nuovo steso sul letto con il blocco per le note sulla pancia.

Pensai che era ora di dormire sul serio. Un ultimo peto scarabocchiato, un addio veloce a Lisa senza offendere le sue scelte incomprensibili. Pensai che almeno uno tra noi aveva il diritto di essere felice. E pensai che se io quella felicità non l’avessi trovata da nessuna parte, quando non avessi avuto più nient’altro da scrivere, avrei potuto sempre utilizzare il vecchio trucco del buddista. Un’altra vita, da capo.

Lisa aveva necessità di essere felice nella sua unica vita. Io no, conoscevo il trucchetto, potevo smettere e ricominciare quando volevo. Dicevo così, tra me e me, ma inconsciamente, temevo che in altre vite e in altre forme, di altre Lise non ne avrei incontrate: cominciai a ragionare sull’opportunità di andarmene in paradiso per passare l’eternità ad inseguirla e rinunciare ai segreti che avevo conosciuto la prima volta che morii. Ma mi avrebbero voluto in paradiso?

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APPUNTI – SAGGIO PRESUNTUOSO SU BUKOWSKI E FANTE

La Feltrinelli si è presa la briga di pubblicare in Italia “Azzeccare i cavalli vincenti” (traduzione insensata di “Portions from a Wine-Stained Notebook”), raccolta di saggi e scritti di Bukowski tra il 1944 e il 1990.

Tra questi, mi soffermo un po’ su “Incontro il Maestro”, nel quale Chinaski (l’alter-ego di Bukowski) incontra tale John Bante (John Fante) autore di “Un vero spasso? eh?” (il celebre “Chiedi alla polvere”). Chinaski incontrò la scrittura dello sconosciuto Bante durante le sue lunghe giornate nelle biblioteche di Los Angeles. Innamoratosi dei suoi libri, ne acquisisce lo stile e, una volta affermato, propone al suo editore di ripubblicare il pressochè invenduto capolavoro di Bante. E’ l’occasione per incontrare il suo idolo, ormai cieco e senza gambe, semi-morente.

La storia è parzialmente corrispondente a come andarono i fatti (Bukowski scrisse anche due poesie sul loro incontro), ma non è su questo che vorrei soffermarmi, quanto sul fatto che personalmente ho sempre considerato Fante e Bukowski molto vicini tra loro e, per quanto possibile, “miei modelli”.

Entrambi hanno una scrittura asciutta e diretta, entrambi raccontano le loro vite e le vite di quelli che non ce la faranno mai. Fante da un risvolto romanticamente speranzoso alle sue storie, Bukowski è duro e puro e fin troppo pessimista sulla vita e sul mondo e, a parer mio, riesce ancor meglio nella poesia che nella prosa. Tuttavia, Bukowski è quasi sicuro di essere meglio degli altri e per battere se stesso si crea un alter ego (Chinaski) che ne è certo e che è “un fottutissimo genio”. Fante non ne ha la consapevolezza, ha bisogno di essere sostenuto e si crea un alter ego (Bandini) che lo sostiene e che forse ci prova molto di più di quanto lui non ci provasse realmente. Caratteri diversi, inclinazioni diverse, atteggiamenti diversi.

In fondo basta poco per scrivere, no? Per scrivere basta saper raccontare la propria vita e sapersela immaginare, non si deve entrare nella merda fin sopra la testa, basta conoscerla, la merda.

Bukowski e Fante non sono dei letterati in senso proprio, anzi, non hanno niente dei letterati. Linguaggio secco, a volte irritante, diretto.  Non studiano, non ricercano.

Personalmente, detesto i letterati, come detesto gli scienziati dell’arte. Non credo in chi studia le tecniche, le forme, non credo in chi ricerca parole. Odio dover leggere scritti altrui perchè la maggior parte delle volte so che non mi piaceranno, e non avrò il coraggio di dir loro che sono una schifezza o, se lo dirò, li ferirò, perchè ognuno crede in ciò che fa e spesso c’è gente che glielo fa credere. In buona fede, il mondo è pieno di deficienti. Detesto persino rileggere la maggior parte delle cose che ho scritto io, che non sono un letterato. Io purtroppo non avrò mai quella prontezza di Bukowski e Fante e forse la mia vita non me la saprò mai immaginare bene, le mie cose le tengo lì in buona vista, giusto perchè ogni giorno è giusto ricordare quanto si possa esser stati coglioni, per averne la consapevolezza. Nonostante ciò, so di saper scrivere meglio, anzi, molto meglio della maggior parte di coloro che si dichiarano poeti o scrittori. Io non lo sono e non lo sarò mai. E non voglio esserlo. Io racconto e basta.

Le parole vanno apprese, masticate e poi vanno usate, ma sempre al momento giusto. Ecco la differenza. Fante e Bukowski hanno sempre le parole giuste al momento giusto. Non sono ricercate, non ci sono ripensamenti. E’ scrittura diretta e va giù come una birra fresca in un giorno che il caldo ti ammazza la testa. E’ proprio questo il motivo per il quale possono non essere apprezzati (per quanto i due siano ormai oggetto di culto e di moda, sono sempre “letteratura bassa”- Bukowski ancor più di Fante) dagli scienziati della letteratura , quelli che trovano del genio nella bella forma e nelle belle parole, nelle frasi lunghe senza punteggiatura che si ritorcono su loro stesse e che, alla fine, belle come sono non ti lasciano niente. Colpisce l’occhio di chi non sa scrivere e non sa leggere, la scrittura del vuoto. E chi non sa scrivere e non sa leggere, per quanto l’analfabetismo ufficiale sia stato debellato, secondo le mie stime rappresenta l’80% della popolazione mondiale e, tra questi, c’è anche molta gente che scrive e molte persone che studiano l’arte. Odio gli studi sull’arte. Osservare, far proprie le idee altrui ed elaborarle, questa è l’arte. Non servono studi, non serve niente di niente. L’arte vera non la può spiegare nessuno. Quella finta può esser spiegata facilmente da chi la studia, come un falegname può spiegare come si fa un tavolo.

L’arte viene dallo stomaco: quando viene espulsa, a culo ancora sporco, quella è arte. Potete anche avere belle storie da raccontare, ma non avete niente dentro per poterle dire, siete come i no-global con i rasta e l’i-pod, come quelli che ammazzano e poi chiedono scusa, siete gente che campate di simboli: l’arte stitica, per quanto mi riguarda, la lascio a voi, perchè non è arte, è atteggiarsi. Perchè sono presuntuoso. E perchè l’unica cosa che mi interessa adesso è l’aver scoperto che la messicana di “Chiedi alla polvere” tornò e saltò fuori che “era una lesbica del cazzo”.

Questi sono i veri piaceri del conoscere la letteratura.

IGNOTO NUMERO 67 – DIES IRAE

Lisa è solita indossare occhi neri e scarpe blu col tacco ed è quanto di più lontano possa immaginarsi dallo stereotipo della principessa caduta dal cielo.

Anche quel giorno indossava occhi neri e scarpe blu col tacco, finito il pranzo cominciò a pulir la cucina e a preparare la macchinetta per il caffè, mentre io che non ero andato a lavorare cercavo di battere qualche tasto sulla macchina da scrivere. Quel giorno Lisa indossava un vestitino chiazzato color del grano e del fuoco di qualche taglia fa, ed era facile notarlo anche a chi non l’avesse mai conosciuta, il suo personale strabordava in ogni dove e le dava un’aria che ritenevo, personalmente, volgare.

Mi disse “Marvin, accendi il fornello sotto la macchinetta e controlla il caffè, io ho da fare”.

In piedi davanti al divano si spogliò completamente restando vestita solo di un completo intimo rosso, anche quello di un po’ di taglie fa ma per fortuna, per il momento, di quello potevo accorgermi soltanto io. Quel giorno avevo deciso di ascoltare solamente il Dies Irae del Requiem di Mozart, pensavo mi avrebbe ispirato per continuare quel romanzo che da due anni mi tormentava e, per il quale, spesso rifiutavo di andare a lavorare. Ero fortunato, il padrone del magazzino dove lavoravo era il padre di lei.

Lisa si sedette sul divano, io controllavo il caffè e la vedevo mentre si depilava. Non doveva farlo da molto, aveva dei lunghi peli sulle gambe, comunque sempre più corti di quelli sulle braccia, per sua fortuna poco visibili per via della carnagione scura.

Io continuavo ad osservare la macchinetta del caffè che sbuffava, lanciando un occhio verso Lisa che si depilava e tenendo un orecchio al Dies Irae. Ad un certo punto Lisa mi disse “Marvin, vieni qua”. Mi disse “Mangiami qua” indicandomi un punto alla base del collo.

Io presi a mangiarla e continuai addentandola verso il basso, fin tra i due seni dove teneva una pietra che le regalò il mio capo, che poi era suo padre, tanti anni fa. Lei diceva che era una pietra miracolosa. Arrivato fin lì mi disse “Basta, devo andare a lavoro”.

Lisa mi scostò pesantemente. Andò in camera nostra a vestirsi. Tornò vestita completamente di nero, abbigliamento da funerale, lo chiamo io, ma era un vestito adatto alla sua taglia, il che, perlomeno, la rendeva meno volgare e forse anche più sensuale. Nel frattempo avevo dimenticato il caffè che era bruciato con tutta la macchinetta. Lei mi diede qualche vestito da stirarle. Mi disse “Marvin, non torno a cena. Devo uscire con certi pazzi, un giorno te li farò conoscere. Vorrei tanto una sera poter stare qui, ma sai, ci vuole tempo per organizzare queste mostre e…”. Bla bla bla. Io in realtà già dopo il “non torno a cena” ero più concentrato sul Requiem. Disse “E impegnati su questo libro. Sarà un successo e finalmente potremo metter su famiglia, comprare quella casa che ci piace tanto…”. Bla bla bla. Piacerà a te forse. Requiem.

Uscita di casa lei, cominciai a bere. Partii da delle birre. Ero davanti alla macchina da scrivere e non battevo niente. All’ora di cena cominciai a scolarmi due bottiglie di Passerina. Ormai sbronzo, sentivo il mondo che girava attorno a me. Battei giusto qualche parola “La Passerina aperta, se non bevuta subito, diventa aceto”. E con il romanzo non c’entrava niente.

Gettatomi sul letto quasi esanime, la sentii rientrare. L’acida Lisa sapeva che ogni sera mi avrebbe trovato sbronzo. Io facevo finta di dormire. Con gli occhi chiusi, mi lasciavo a peso morto e mi facevo spostare dalla mia parte del letto. Mi copriva con una coperta mentre che l’uomo che aveva beccato quella sera si spogliava. Lei lo gettava sulla sua parte di letto, gli saliva sopra rumorosamente e si lasciava andare, urlava, convinta che non mi sarei mai svegliato. Io ascoltavo e pensavo che il giorno dopo non sarei andato a lavorare. Nella mia mente passava ancora il Dies Irae.

APPUNTI – UN’ALTRA BOTTIGLIA DI VINO, PER FAVORE

E la vita strisciava avanti
come un lombrico nero
a colpi di ventre
strusciato al suolo
lasciando a terra
squame avvinate.

Io stavo lì
davanti a un foglio di carta
l’unico posto
dove riuscivo ancora
ad ignorare
il tempo che strisciava
e che mi corrodeva corpo
ed anima.

Avevo chiesto al cartolaio
una penna comune
“brutta” disse lui
“serve per scrivere”
risposi io
e comprai quella penna orrenda
antiestetica, che poi ero io.

Pagai il riscatto
e il cartolaio mi diede indietro
la mia vita come era
quando la vendetti ad un grossista
di articoli da disegno
per prendermi una bottiglia di vino
al bar sotto casa.

Quella bottiglia di Cirò
di pessima annata
mi convinse per una notte
che un giorno sarei stato diverso
sarei riuscito ad essere
come quelli che ce la fanno
come quelli che non temono
come quelli che non impazziscono mai.

Quella notte
la luna prese ad ulularmi contro
quasi si fosse innamorata di me
ed io lì, lupo
quasi mi spaventai
e presi a scappare
impaurito da ciò che la luna
mi avrebbe chiesto
ed avrebbe ottenuto.

Il mio pelo si faceva grigio
e quando tornai
uomo tra gli uomini
mi accorsi di quanto io
fossi un uomo ancor peggiore
di quello che avessi mai creduto.

La paura aveva fatto spazio alla rabbia
di un lombrico che non avrebbe mai saputo
tornar lupo.

Le squame avvinate restavano al suolo
aggrappate all’asfalto
rifiutando di tornare a coprire
il mio corpo ridicolo
la mia mente imbarazzante
il continuo flusso di pensieri
di chi per paura del mondo
ha rifiutato se stesso.

E io stavo lì
con la mia penna
ed il mio foglio davanti
ad immaginarmi lombrico
solo per aver la sensazione
di avere ancora qualcosa avanti a me
a sperare che un piede
schiacciasse il lombrico
per farlo venire a nuova luce
o per farlo tacere per sempre.

Rivendo la mia vita al grossista.

Barista
un’altra bottiglia di vino
per favore.

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