Un caffè. L’occasione per incontrarsi di nuovo dopo sei mesi o poco più. L’appartamento è quello di lui. La cucina è spoglia come quella di qualsiasi uomo che vive solo. Nel salotto adibito a studio, il computer è acceso. La schermata di un programma di videoscrittura è lì pronta con una pagina vuota. Pronta da cinque mesi. Poche idee ultimamente. Scrittore noir, o meglio, pseudo-scrittore noir: dal primo e ultimo romanzo pubblicato, un successo per la piccola casa editrice romana, sono passati ormai due anni.
Lei invece è laureata in economia e lavora per una multinazionale del petrolio. Sposata, una bella casa alla periferia della capitale, incontra ogni giorno persone di tutti i tipi e guadagna un bel po’.
Lui la vede invecchiata, diversa da come la ricordava, nonostante siano passati solo sei mesi. Lei lo vede sempre uguale. Immutabile. Forse perché era vecchio già quando lo aveva conosciuto. Il medesimo sguardo malinconico ed ironico allo stesso tempo.
Lei è più spigliata. Lui ha sempre un certo imbarazzo nel guardarla negli occhi. Lei parla del più e del meno, della sua vita, della sua famiglia, del suo lavoro.
Appena interrompe il suo monologo lui deve dire qualcosa. Allora dice la prima cosa che gli viene in mente. Che lui avrebbe avuto voglia di rivederla prima.
Lei lo guarda in modo strano. Gli dice che oggi non c’è tanto bisogno di vedersi quando si può restare in contatto con un cellulare.
Lui sa che ha ragione, anche perché non trova alcun valido motivo per vedersi. E non trova alcun valido motivo per il caffè di quel pomeriggio. Ma continua rimproverandole di aver voglia di vederlo solo quando ha bisogno di lui. Come in quel pomeriggio ad esempio.
Lei nemmeno ha nessun valido motivo per essere lì. Di certo non ha bisogno di lui e nemmeno di quel caffè. Lei si altera, offesa nell’animo e nell’orgoglio. Sono passati solo venti minuti da quando lei ha varcato l’uscio di casa. Spara parole a raffica, domandandogli: perché? Perché pensa che lei lo chiami ogni giorno? Perché lei sa che lui non sta bene, perché lei sa che lui soffre. E’ proprio per questa suo “essere umano” che lei vuole essergli vicino; è proprio per questa sua debolezza che lei lo ammira; è proprio per questa sua (in)sofferenza che lei gli vuole bene fin da quando l’ha conosciuto. Parecchi anni fa.
Lui pensa che lei non sa niente del male, della sofferenza, della vita perché non può capirle. E pensa che lei sia lì solo per una sorta di compassione. Lui bofonchia qualcosa di incomprensibile per qualsiasi orecchio umano tranne che per lei.
Lei è ancora più incazzata. Si alza in piedi ed incomincia ad urlare. Gli strilla in faccia la sua rabbia. Lui non capiva, non aveva mai potuto capire. Lui è un egocentrico. Lui è uno stronzo.
E lui non capisce più niente. Le parole di lei gli raspano il viso che si fa sempre più rosso fino ad esplodere in un gesto. Un gesto breve ma pieno di rabbia. Quattro rumorosi passi fino alla porta di casa. La apre. Esce. La chiude dietro di lui sbattendola più forte che può. E resta lì, sul corridoio, fuori di casa sua.
Dopo venti minuti è ancora lì. Senza chiavi, senza sigarette. Lei non esce. E lui cede. Non a lei ma al tabacco.
Suona. Nessuna risposta.
Suona di nuovo. E poi ancora.
Lei apre la porta e con due passi si ritrae indietro fino all’ingresso del salotto. Lui chiude la porta e ottemperano al loro dovere semestrale. Fanno l’amore. In quel loro atto che si ripete ciclicamente, rinnovano la loro sfida, quella guerra combattuta con una vita che è stata loro assegnata e non richiesta.
Mentre fanno l’amore, lei sta già pensando agli abiti di moglie, madre e manager che dovrà tornare a rivestire in poche ore.
Mentre fanno l’amore, lui riconosce il suo limite. Non può scrivere d’amore chi l’amore non ha mai conosciuto. E’ uno scrittore noir a metà. Sta già pensando che appena lei sarà fuori di casa tornerà davanti al computer ed inizierà il suo nuovo romanzo così: “Un caffè. L’occasione per incontrarsi di nuovo dopo sei mesi o poco più”.
Listening: dEUS – Hotellounge

Hanno scritto cazzate di recente