IGNOTO NUMERO 88 – FANTASIE (IL SAMBA DELLE PAROLE)*

*Racconto scartato a più riprese. Si ringrazia V. per la sua consulenza (e la pazienza). E anche F., che mi chiese di scrivere qualcosa per un concorso. E ne uscì fuori questo.

Dopo la scomparsa della Vecchia e la fuga di Stefania, Totonno ha adibito a sua scrivania un vecchio tavolone da cucina e lo ha sistemato sotto un davanzale in salone. Guardando oltre la finestra, può intravedere, al di là del cortile, delle tende rosse. La Napoletana le apre una volta all’ora per fumare una sigaretta. Totonno è al lavoro e, ad intervalli regolari, getta uno sguardo fuori dalla finestra. Il ragazzo sta scrivendo e, a volte, sorride compiaciuto.

Totonno di mestiere scrive, in nero e senza diritto di firma, su una nota rivista culturale. Si occupa da anni di una rubrica chiamata “Ci hanno lasciato questo mese”, tra le più lette come tra le meno ambite. Il lavoro è ben semplice. Il ragazzo deve seguire le notizie battute dalle agenzie di stampa e preparare brevi ricordi di personaggi della letteratura e dell’arte più in generale. Appena trapassati.

Non perde occasione per esprimere giudizi taglienti sui morti ancora caldi, ma in redazione gli cassano ogni giudizio personale, anche quelli più morbidi. Così, ogni mese, vengono pubblicati pedissequi elenchi di gente seppellita di fresco, con le loro opere e riconoscimenti. Totonno si infuria, ogni volta si dice “Basta, mi licenzio”. Poi, arrivato in redazione, viene pagato e il suo ardore si spegne. Sta scrivendo un libro, Totonno, anche se nessuno lo sa.

I suoi genitori lo credono un brillante studente universitario, prossimo luminare della medicina e lui non fa niente per non illuderli. Non ha la più pallida idea di dove si trovi l’università.

Come tradizione vuole, da bravo ragazzo del sud, figlio unico di onesti e infaticabili lavoratori, era stato scortato da genitori, nonna paterna e nonno materno nel viaggio verso il suo futuro più prossimo. Roma, la capitale. Andarono per due giorni alla ricerca di una sistemazione. Visitarono diverse case di studenti e nessun ambiente pareva alla famiglia luogo sano dove far crescere il loro erede.

Al terzo giorno, venne fuori da Portaportese un annuncio di una vecchia vedova che affittava una camera in cambio di un po’ di compagnia. La Vecchia fece un’ottima impressione su tutta la famiglia. “Certo, forse è un po’ lontano dall’università, ma bastano due mezzi e un po’ di pazienza”. Il ragazzo non aveva mai visto sua madre così decisa. Lui non voleva, quasi gli veniva da piangere. L’accordo tra la sua famiglia e la Vecchia si chiuse in meno di dieci minuti.

Totonno sopravvisse ai folli pianti e sbaciucchiamenti da parte dei quattro. La famiglia si allontanò dalla casa e dalle mura vaticane senza voltarsi. Il ragazzo e la Vecchia rimasero soli in casa.

Totonno non parlava, allora la Vecchia gli offrì un cicchetto per brindare alla nuova convivenza. Poi un altro, poi un altro ancora. Totonno, che fino ad allora, a quanto ricordava, aveva bevuto solamente un bicchiere di vino, forse durante un pranzo di Natale, restò ammaliato dai piaceri dell’alcol.

La Vecchia gli creò una rete di stimoli che non aveva mai conosciuto: dopo l’alcol vennero le sigarette, poi il piacere della fantasia. Gli insegnò l’immaginazione attraverso la lettura. Dopo un po’ di tempo, un passo più in là, durante le sessioni di bevute notturne cominciarono ad inventare storie, a discuterne per poi metterle su carta, ognuno per suo conto. Alla fine le confrontavano, discutevano ancora, poi si mettevano sul divano a guardare un film. E poi arrivava l’alba, il momento perfetto per andare a letto, o così almeno sosteneva la Vecchia.

Nacque così, in quel ragazzo, la passione per la scrittura. La Vecchia, per incoraggiarlo, gli trovò quel lavoro forse poco appassionante ma, secondo lei, un buon trampolino di lancio verso una carriera favolosa.

Tutto procedeva secondo routine, finché, un giorno, non arrivò Stefania, entrata di corsa nella stesso treno della metropolitana su cui viaggiava Totonno per andare in redazione a ritirare il suo compenso. Se ne stavano uno attaccato all’altro, viso contro viso.

Sostiene Totonno che le donne possano essere misurate attraverso una scala che parte dalla marcetta militare e arriva al samba. Ecco, Stefania era un samba, ma uno di quelli che sembrano suonati da Dio. Non erano solo le scosse del treno a spingere Totonno sempre più vicino a Stefania in quel breve viaggio. Il ragazzo, imbarazzato da tanta attrazione, abbassò lo sguardo nel chiederle scusa per tanta vicinanza. La ragazza rise. Scesero alla stessa fermata, presero un caffè assieme.

A volte si creano dei meccanismi indefinibili che sovvertono ogni logica, fatto sta che quella stessa sera i due cenarono insieme e fecero l’amore a casa di lei.

Al mattino Totonno tornò dalla Vecchia ma questa non c’era più. Durante i primi giorni “senza-Vecchia” si sentì in colpa per averla abbandonata.

Poi si fece forza. “Ho perso la verginità, sono diventato un uomo. Non ho più bisogno di lei, posso farcela da solo”. Convinse Stefania a trasferirsi da lui, cominciando una difficilissima convivenza, provando a trasformarla in un alter-ego della Vecchia, benché molto più attraente dal punto di vista sessuale.

Il samba ha un ritmo sincopato, cambia direzione in ogni momento e resta difficile ingabbiarlo in dei movimenti fissi. Puoi solo inseguire il ritmo della musica, se ti fermi sei perduto. Una notte anche Stefania andò via, adducendo motivazioni poco plausibili, sbattendo la porta in modo violento per farsi sentire. Totonno, completamente sbronzo, ci pensò un attimo, poi tornò sul divano a dormire come un bambino.

Il ragazzo cominciò a ragionare per giorni sull’amore e si convinse che non avrebbe amato mai più, perché, sosteneva, si può amare solo chi non si può avere mai del tutto ed è inutile affaticarsi a rincorrere. Per essere felice, si diceva, mi basta trovare una donna che accetti quello che sono, che poi sia una marcetta da banda di paese, chi se ne frega.

Ed eccolo Totonno, adesso sta lì che scrive, nel salone dell’appartamento della Vecchia ormai adibito a monolocale, dove lavora, mangia, beve, fuma, dorme. Resta quasi infastidito quando deve attraversare il corridoio per andare in bagno.

Getta un occhio alla tenda rossa della dirimpettaia. Fuma. Non riesce a concentrarsi sul lavoro. Sta scrivendo un coccodrillo per un neo-strutturalista albanese morto di recente. Getta un’altra occhiata fuori dalla finestra ed eccola, la Napoletana che fuma. Completamente nuda, come sempre.

Totonno abbassa lo sguardo e si accende una sigaretta. Troppo sfrontata la ragazza, figuriamoci per uno come lui che non riesce neanche a fare l’amore con le luci accese.

La Napoletana riceve uomini in casa. Lo sa perché ha chiesto informazioni al portiere del suo palazzo. La chiamano così perché ostenta un curioso mix linguistico di napoletano e spagnolo ma il suo aspetto la colloca naturalmente in un altro emisfero. Ha la pelle scura e due grandi occhi, ride quando si accorge che Totonno getta un occhio verso di lei, soprattutto verso i suoi seni tondi. Finita la sigaretta, chiude le tende di nuovo, si prepara per un altro cliente.

La Napoletana non lo sa ma Totonno sta scrivendo un libro su di lei. Lo ha intitolato “Fantasie”, nome d’arte di una prostituta, da pronunciare alla francese, anagramma di un nome che, nonostante la sua ferrea volontà, si ostina a non voler dimenticare. Ha scritto già oltre duecento pagine, una sorta di diario di quella ragazza che fuma alla finestra. I suoi incontri, i suoi pensieri, i suoi desideri. Come tutto possa crollare all’improvviso e poi riprendersi ancora. Vuole concludere questo romanzo dando alla sua inconsapevole musa un nuovo inizio verso una prospettiva di felicità.

Comincia a scrivere il capitolo finale. Suonano alla porta. Apre. La Napoletana completamente nuda. Sorride. La fa entrare, si gira per guardarle i fianchi. Perfetti. Dietro ogni perfezione si nasconde una bugia, pensa lui. La ragazza dalla pelle scura si siede sul suo divano, gli fa “Offrimi qualcosa”. Bevono, fumano. Lei parla, lui è imbarazzatissimo, non gli riesce di non arrossire di fronte alle sue nudità. Poi lei lo imbriglia, lo bacia, gli dice “Voglio fare l’amore con te”. E lui, sentendosi mancare il fiato, “Sì, ma prima spegniamo le luci”. Ancora samba, un’ultima volta e per sempre. Ora dormono. Fine.

UN POSTO DOVE ANDARE

Come scrittore ho fallito, questo credo sia ben chiaro. Ché poi, considerarsi scrittore, è un vezzo che non può appartenermi e, oltretutto, tirare le somme di una “carriera” alla soglia dei trent’anni, quando ancora ne mancano almeno cinquanta a crepare, dio ben voglia, mi pare un atto di una presunzione unica.

Credo il titolo nobiliare di scrittore possa essere assegnato solo a pochi. In fondo scrivere è un arte minore, una di quelle alla portata di tutti fin dai tempi delle elementari, ancor prima nel mio caso, complice l’aver vissuto in una casa piena di libri e lo svezzamento di una nonna maestra. Scrivere è semplice e, a volerlo complicare, si finisce per svilire solamente una funzione basilare della comunicazione umana, arte minore che arte non è.

Essere scrittori è solamente una scusa per non lavorare, o, almeno, lavorare il meno possibile, se non si vuole morire di fame. Una scusa per viaggiare, perder del tempo dietro idee astruse e storie altrui, per non morire di noia.

Ché poi è la noia la prima causa del voler fare, la spinta che mi porta a coltivare gli interessi più disparati, col rischio di diventare ogni giorno sempre più superficiale in ogni campo d’azione dell’esistenza. La noia non muore mai.

Mi considero fortunato ad aver coltivato quest’arte minore, per quanto questa non mi renderà mai ricco nè degno di menzione. Ho una produzione di periodi e parole sterminata della quale solamente una minima parte è conosciuta.

E se quella minima parte conosciuta arriverà a qualcuno, resterà dentro qualche persona, in fondo è un modo per non lasciar morire sensazioni ed emozioni violente che hai vissuto. Anche parlare di storie altrui è un modo di parlare di sé stessi, non c’è fantasia che regga, per quanto questa governi ogni forma di espressione. Celare sotto falsi nomi te stesso o coloro che per te contano qualcosa, è un modo come un altro per lanciare un segnale a dei neuroni troppo spesso inattivi. E credo ci sia del bene anche nel voler far male, anche nel voler uccidere, metaforicamente parlando.

Troppo spesso lasciamo assopire le nostre sensazioni ed emozioni. In questo senso, posso ritenermi fortunato. In un modo o nell’altro, anche attraverso le parole, non le ho lasciate morire, posso ripercorrerle e tenerle sempre con me, anche quelle che fanno più male, farmi accompagnare in questo girotondo, che forse non sarà grandioso nè di grandi aspettative, ma comunque degno di essere vissuto. Non ho alcun rimorso, forse qualche rimpianto, poco più. Il tempo passa, l’importante è non dimenticare.

E credo di esser stato fortunato anche a coltivare la scrittura passiva. Mi avrà forse portato sull’orlo della pazzia, arrivando a confondere la realtà con l’immaginazione, a vivere sensazioni ed emozioni (ci risiamo!) in modo molto distorto ma assolutamente vivace, sulla scia di quello che è un destino assegnato dalla mente di qualcun’altro alla mia, rielaboratrice attiva della vita altrui, che poi è la mia stessa, è la nostra. Posso vivere altre epoche ed altri luoghi restando sempre me stesso, con le mie idee, le mie posizioni, per quanto possano sembrare fuori dal tempo e dal contesto. Paradossali, nella vita come nella scrittura.

Sono in una fase di impasse con l’ennesimo romanzetto, il secondo blocco, per l’esattezza. Il primo blocco, forzoso, è nato dall’esigenza di scrivere qualcosa di diverso. Un’auto-analisi, molto meno costosa di medicinali e psicologi, scritta in fretta e furia per ricordarmi sempre chi sono, da dove vengo, dove vado, e che c’è sempre qualcosa più importante di me stesso.

Credo di aver voluto smorzare, in questo racconto lungo, romanzo breve, che dir si voglia, alcune chiavi irrisolte della mia esistenza, facendo riferimento a scenari conosciuti solo attraverso la carta e l’udito che, ahimè, mi sta abbandonando già in tenera età.

Il titolo, “Le parole per tornare a casa”, parla di un viaggio alla ricerca di quel che si perde e si tralascia, perchè la noia e l’ossessione del ben vivere sono sempre in agguato. Parla delle emozioni sconosciute e scorrette e di quelle che si ritiene troppo poco ciniche e buoniste, quelle di cui si ha vergogna anche solo a pensarle. Non posso ritenerlo, per quanto lo abbia pensato nel momento in cui l’ho concepito, un racconto autobiografico, perchè tralascia fin troppe delle persone e degli avvenimenti rilevanti capitati nella mia vita, per quanto poi questi sarebbero fin troppo noiosi da essere raccontati senza provocare, perlomeno, un sonno profondo.

Un compendio di idee utilizzabili per diversi insulsi racconti dei miei, scritto frettolosamente e con stili diversi, che quasi parrebbe scritto da più mani e che forse riprenderò per puro sollazzo, un giorno.

Fuori e dentro il racconto, ci sono io, unico lettore a ritrovarci me stesso, unico fruitore reale di quelle parole che mi sono servite per trovare la strada di ritorno per casa e mettere un po’ di ordine dove l’ordine non può esserci.

Non dimenticarmi del mio futuro, questa è la parola d’ordine, gli intellettualismi mi sono serviti a poco.

Anzi, dirò di più, degli intellettualismi da strapazzo di cui mi faccio forza e di tutto ciò che non riguarda quella casa dove ancora faccio fatica a rientrare, di tutti quelli che ne sono rimasti fuori, per mia o loro scelta, je m’en fous, per dirla alla francese.

Tutti abbiamo bisogno di un posto dove andare e il mio voglio tenermelo stretto fin quando ne avrò forza.

IGNOTO NUMERO 81 – MANI IN MANO

“Se ne stavano strette, l’una all’altra, dietro la schiena”. L’incipit di un mio racconto. La storia di due mani. Scrissi altre quattro righe, ne descrissi i movimenti, poi mi bloccai. Noioso, troppo monotono. Il destino di una mano destra è quasi sempre strettamente legato a quello della rispettiva mano sinistra: nascono, crescono, muoiono insieme.

Un giorno, anzi, una notte, la mano sinistra mi diede modo di riprendere quella vecchia bizzarra idea di raccontare una storia di mani, anzi, la storia delle mie mani. Presumibilmente annoiata da quel ripetersi meccanico di gesti e movimenti, la mia sinistra abbandonò il mio letto per andarsene in giro per il mondo. Quando ci svegliammo, io e la mia mano destra, non potemmo che constatare la sua fuga. Dove sarà andata, mi chiedevo, ma non feci a tempo a domandarmelo che già dovetti preoccuparmi per il destino della destra, che giaceva a peso morto, distrutta. Depressa per la perdita della compagna, entrò in aspettativa. Io mi ritrovai, di un colpo solo, senza due mani, una andata via, una in catalessi.

La sinistra, nel frattempo, aveva già preso la metropolitana. Se ne stava aggrappata, attenta a non cadere a terra, quando una mano destra la sfiorò appena. La guardò. Aveva lunghe dita da pianista ed unghie ben curate, tutto il contrario di lei, povera tozza. La mia sinistra arrossì mentre la destra, con il suo mignolo lungo quanto il mio medio, giocava con lei, accarezzandole quasi l’indice.

La sinistra perse la testa per lei, disse alla destra, Sono in fuga, ti prego scappa con me, non posso vivere senza di te. Per andare dove, chiese la destra, incuriosita. A vedere il mondo, ad avere una vita tutta per noi. Bastò questo poco, alla destra, per convincersi.

La mia sinistra stava girando il mondo con un’altra destra, mentre la mia, di destra, era ancora in aspettativa. Non reagiva, restava in attesa del ritorno dell’amata compagna. Cercai in tutti i modi di spiegarle, La vita è così, c’è chi viene, c’è chi va, ne troveremo un’altra (mi ero messo in lista per un trapianto).

Una sera, quando ormai non ce l’aspettavamo più, sentimmo bussare alla porta di casa nostra. La destra riconobbe subito il tocco e mi fece correre ad aprire. La mia tozza mano sinistra con una bella mano destra da donna. Li feci entrare. Ci annunciarono il loro grande amore, ci mostrarono foto scattate in ogni dove. Poi, la mia destra chiese di poter parlare da sola con la sinistra. Io e la sinistra ci allontanammo, andammo in cucina e bevemmo del caffè. Quando ne uscirono, entrambe rosse, la destra tornò da me. Avrebbe voluto abbracciarmi, piangere, se solo avesse potuto. La mia ormai ex sinistra strinse la nuova compagna, fece un cenno di saluto, uscì di casa.

Al mattino dopo, la mia destra uscì dal suo torpore definitivamente. Ricominciò a lavorare, ed io con essa. Di quel tete-a-tete della sera prima seppi molto poco, solamente quello che la mia destra volle scrivere sulla loro storia. Un racconto d’amore, un allontanamento, un ritorno per non lasciarsi mai più. Una storia tipica e finta, come tante altre.

Una notte, mentre dormiva un sonno disturbato, scrisse sul lenzuolo che non poteva assistere inerme alla morte di una parte di sé. Preoccupato per il suo stato di salute mentale, la presi di petto. Mi scrisse, Ehi coglione, non ti preoccupare, io voglio vivere, abbiamo ancora tante cose da fare assieme, ad esempio scrivere una storia che parli di noi. Come questa.

IL RE CENSORE: STEFANO SGAMBATI – IL PAESE BELLO

A volte capita di leggere qualcosa e dire “Cazzo, avrei voluto scriverlo io”. Capita, ad esempio, leggendo “Il paese bello” di Stefano Sgambati.

Io e Stefano Sgambati siamo “amici su facebook”. Ai vostri occhi malati una relazione tanto stretta potrebbe, inevitabilmente, condizionarmi nel giudizio. Perciò mi farò obiettivo fino allo stremo, considerandolo un perfetto sconosciuto.

Leggo quel che scrive Stefano da un po’ di tempo. Scriveva su un blog ormai chiuso, Noantri, uno tra i migliori sulla scena romana del web.

Dicevo che “cazzo, avrei voluto scriverlo io” perchè Stefano non solo scrive bene ma riesce ad essere anche, e benissimo, un grandissimo figlio di puttana. Nasconde dietro al cinismo, qualità perduta ed oggi considerata un difetto, una sensibilità fuori dal comune (altro difetto insopportabile per il cittadino medio italiano). Sgambati, soprattutto, ragiona e cerca di far riflettere il lettore sulla tragicommedia della vita nostra.

Altro punto a favore. Una raccolta di racconti e introspezioni difficilmente troverebbe mai un editore. Venderebbe poco. Una raccolta di storie brevi e pensieri, solitamente, trova pubblicazione solo quando un autore si è già affermato. Questa è invece un’opera prima, pubblicata da un editore non a pagamento. Se qualcuno ha deciso di investire su Sgambati e non su di me, un motivo ci sarà anche, no?

E dicevo “cazzo, avrei voluto scriverlo io” perchè vale la pena di spendere una decina di euro per ritrovarsi, attraverso le parole di un altro, nelle nostre storie di tutti i giorni. Chissà, lo avessi scritto io, forse sarei diventato ricco. Chissà, forse diventerà ricco Stefano Sgambati. Chissà, forse sarebbe ora, per voi, di spendere pochi soldi per un libro che sa darvi qualcosa di più del codice da vinci.

Chissà che non sia stato proprio Stefano, e non Erika, a vendere la sua bocca a Dio per avere l’esclusiva su certe idee. Mistero della fede. Comprate, leggete e, poi, moltiplicatevi. Amen.

APPUNTI – SCRIVERE (ULTIMI DIVI DEL CINEMA MUTO)

ubriacarsi di pensieri
poggiarsi sul letto
e la capa che gira
ingoiare
saliva
ingoiare
saliva
ingoiare
saliva
rigettare
parole a mo’ di dita
ti sfiorano
ti carezzano
ti schiaffeggiano
soffocano noi
ultimi divi
del cinema muto

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