*Racconto scartato a più riprese. Si ringrazia V. per la sua consulenza (e la pazienza). E anche F., che mi chiese di scrivere qualcosa per un concorso. E ne uscì fuori questo.
Dopo la scomparsa della Vecchia e la fuga di Stefania, Totonno ha adibito a sua scrivania un vecchio tavolone da cucina e lo ha sistemato sotto un davanzale in salone. Guardando oltre la finestra, può intravedere, al di là del cortile, delle tende rosse. La Napoletana le apre una volta all’ora per fumare una sigaretta. Totonno è al lavoro e, ad intervalli regolari, getta uno sguardo fuori dalla finestra. Il ragazzo sta scrivendo e, a volte, sorride compiaciuto.
Totonno di mestiere scrive, in nero e senza diritto di firma, su una nota rivista culturale. Si occupa da anni di una rubrica chiamata “Ci hanno lasciato questo mese”, tra le più lette come tra le meno ambite. Il lavoro è ben semplice. Il ragazzo deve seguire le notizie battute dalle agenzie di stampa e preparare brevi ricordi di personaggi della letteratura e dell’arte più in generale. Appena trapassati.
Non perde occasione per esprimere giudizi taglienti sui morti ancora caldi, ma in redazione gli cassano ogni giudizio personale, anche quelli più morbidi. Così, ogni mese, vengono pubblicati pedissequi elenchi di gente seppellita di fresco, con le loro opere e riconoscimenti. Totonno si infuria, ogni volta si dice “Basta, mi licenzio”. Poi, arrivato in redazione, viene pagato e il suo ardore si spegne. Sta scrivendo un libro, Totonno, anche se nessuno lo sa.
I suoi genitori lo credono un brillante studente universitario, prossimo luminare della medicina e lui non fa niente per non illuderli. Non ha la più pallida idea di dove si trovi l’università.
Come tradizione vuole, da bravo ragazzo del sud, figlio unico di onesti e infaticabili lavoratori, era stato scortato da genitori, nonna paterna e nonno materno nel viaggio verso il suo futuro più prossimo. Roma, la capitale. Andarono per due giorni alla ricerca di una sistemazione. Visitarono diverse case di studenti e nessun ambiente pareva alla famiglia luogo sano dove far crescere il loro erede.
Al terzo giorno, venne fuori da Portaportese un annuncio di una vecchia vedova che affittava una camera in cambio di un po’ di compagnia. La Vecchia fece un’ottima impressione su tutta la famiglia. “Certo, forse è un po’ lontano dall’università, ma bastano due mezzi e un po’ di pazienza”. Il ragazzo non aveva mai visto sua madre così decisa. Lui non voleva, quasi gli veniva da piangere. L’accordo tra la sua famiglia e la Vecchia si chiuse in meno di dieci minuti.
Totonno sopravvisse ai folli pianti e sbaciucchiamenti da parte dei quattro. La famiglia si allontanò dalla casa e dalle mura vaticane senza voltarsi. Il ragazzo e la Vecchia rimasero soli in casa.
Totonno non parlava, allora la Vecchia gli offrì un cicchetto per brindare alla nuova convivenza. Poi un altro, poi un altro ancora. Totonno, che fino ad allora, a quanto ricordava, aveva bevuto solamente un bicchiere di vino, forse durante un pranzo di Natale, restò ammaliato dai piaceri dell’alcol.
La Vecchia gli creò una rete di stimoli che non aveva mai conosciuto: dopo l’alcol vennero le sigarette, poi il piacere della fantasia. Gli insegnò l’immaginazione attraverso la lettura. Dopo un po’ di tempo, un passo più in là, durante le sessioni di bevute notturne cominciarono ad inventare storie, a discuterne per poi metterle su carta, ognuno per suo conto. Alla fine le confrontavano, discutevano ancora, poi si mettevano sul divano a guardare un film. E poi arrivava l’alba, il momento perfetto per andare a letto, o così almeno sosteneva la Vecchia.
Nacque così, in quel ragazzo, la passione per la scrittura. La Vecchia, per incoraggiarlo, gli trovò quel lavoro forse poco appassionante ma, secondo lei, un buon trampolino di lancio verso una carriera favolosa.
Tutto procedeva secondo routine, finché, un giorno, non arrivò Stefania, entrata di corsa nella stesso treno della metropolitana su cui viaggiava Totonno per andare in redazione a ritirare il suo compenso. Se ne stavano uno attaccato all’altro, viso contro viso.
Sostiene Totonno che le donne possano essere misurate attraverso una scala che parte dalla marcetta militare e arriva al samba. Ecco, Stefania era un samba, ma uno di quelli che sembrano suonati da Dio. Non erano solo le scosse del treno a spingere Totonno sempre più vicino a Stefania in quel breve viaggio. Il ragazzo, imbarazzato da tanta attrazione, abbassò lo sguardo nel chiederle scusa per tanta vicinanza. La ragazza rise. Scesero alla stessa fermata, presero un caffè assieme.
A volte si creano dei meccanismi indefinibili che sovvertono ogni logica, fatto sta che quella stessa sera i due cenarono insieme e fecero l’amore a casa di lei.
Al mattino Totonno tornò dalla Vecchia ma questa non c’era più. Durante i primi giorni “senza-Vecchia” si sentì in colpa per averla abbandonata.
Poi si fece forza. “Ho perso la verginità, sono diventato un uomo. Non ho più bisogno di lei, posso farcela da solo”. Convinse Stefania a trasferirsi da lui, cominciando una difficilissima convivenza, provando a trasformarla in un alter-ego della Vecchia, benché molto più attraente dal punto di vista sessuale.
Il samba ha un ritmo sincopato, cambia direzione in ogni momento e resta difficile ingabbiarlo in dei movimenti fissi. Puoi solo inseguire il ritmo della musica, se ti fermi sei perduto. Una notte anche Stefania andò via, adducendo motivazioni poco plausibili, sbattendo la porta in modo violento per farsi sentire. Totonno, completamente sbronzo, ci pensò un attimo, poi tornò sul divano a dormire come un bambino.
Il ragazzo cominciò a ragionare per giorni sull’amore e si convinse che non avrebbe amato mai più, perché, sosteneva, si può amare solo chi non si può avere mai del tutto ed è inutile affaticarsi a rincorrere. Per essere felice, si diceva, mi basta trovare una donna che accetti quello che sono, che poi sia una marcetta da banda di paese, chi se ne frega.
Ed eccolo Totonno, adesso sta lì che scrive, nel salone dell’appartamento della Vecchia ormai adibito a monolocale, dove lavora, mangia, beve, fuma, dorme. Resta quasi infastidito quando deve attraversare il corridoio per andare in bagno.
Getta un occhio alla tenda rossa della dirimpettaia. Fuma. Non riesce a concentrarsi sul lavoro. Sta scrivendo un coccodrillo per un neo-strutturalista albanese morto di recente. Getta un’altra occhiata fuori dalla finestra ed eccola, la Napoletana che fuma. Completamente nuda, come sempre.
Totonno abbassa lo sguardo e si accende una sigaretta. Troppo sfrontata la ragazza, figuriamoci per uno come lui che non riesce neanche a fare l’amore con le luci accese.
La Napoletana riceve uomini in casa. Lo sa perché ha chiesto informazioni al portiere del suo palazzo. La chiamano così perché ostenta un curioso mix linguistico di napoletano e spagnolo ma il suo aspetto la colloca naturalmente in un altro emisfero. Ha la pelle scura e due grandi occhi, ride quando si accorge che Totonno getta un occhio verso di lei, soprattutto verso i suoi seni tondi. Finita la sigaretta, chiude le tende di nuovo, si prepara per un altro cliente.
La Napoletana non lo sa ma Totonno sta scrivendo un libro su di lei. Lo ha intitolato “Fantasie”, nome d’arte di una prostituta, da pronunciare alla francese, anagramma di un nome che, nonostante la sua ferrea volontà, si ostina a non voler dimenticare. Ha scritto già oltre duecento pagine, una sorta di diario di quella ragazza che fuma alla finestra. I suoi incontri, i suoi pensieri, i suoi desideri. Come tutto possa crollare all’improvviso e poi riprendersi ancora. Vuole concludere questo romanzo dando alla sua inconsapevole musa un nuovo inizio verso una prospettiva di felicità.
Comincia a scrivere il capitolo finale. Suonano alla porta. Apre. La Napoletana completamente nuda. Sorride. La fa entrare, si gira per guardarle i fianchi. Perfetti. Dietro ogni perfezione si nasconde una bugia, pensa lui. La ragazza dalla pelle scura si siede sul suo divano, gli fa “Offrimi qualcosa”. Bevono, fumano. Lei parla, lui è imbarazzatissimo, non gli riesce di non arrossire di fronte alle sue nudità. Poi lei lo imbriglia, lo bacia, gli dice “Voglio fare l’amore con te”. E lui, sentendosi mancare il fiato, “Sì, ma prima spegniamo le luci”. Ancora samba, un’ultima volta e per sempre. Ora dormono. Fine.



