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IGNOTO NUMERO 64 – 27 POLLICI TUBO CATODICO

Ottobre 29, 2009 sbloggato Lascia un commento

Televisione, televisione. 17 pollici ellecciddì. 24 pollici tubo catodico. 30 pollici ellecciddì. 26 plasma. Alex, Alex, manca il plasma. 26 plasma. Manca qua. Manca manca. Ok sto calmo. Grazie Alex. Quante televisioni. Televisioni, televisioni. 42 pollici ellecciddì. Grande, grande. Grande televisione. La più grande. Una festa. Sì alex, una festa. La mia festa. Sì, la festa di Alex. Alex. Casa di Alex. C’è la televisione? Sì Alex. Grande, grande. Quante televisioni ha Alex. Grazie Alex. Alex ha tante televisioni. Vorrei abbracciare forte forte Alex. Quante televisioni ha Alex. Grazie Alex. Grazie. Televisione. 35 pollici ellecciddì.

 

Che festa mesta, ‘na bella festa sto cazzo. Sì, ridi brutta troia. Ridi. Un’ora e vado, un’ora e me la do. E poi qua che cazzo ci sto a fare? Ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho. Tutti miei. Lui no. Quello vicino a quel televisore del cazzo. Ridi troia che sto stronzo de fori è mio.

- Ciao, piaciere, me chiamo Sergia -

 

Sergia, Sergia. Alex ha tanti televisori. 48 pollici ellecciddì. Grande, grande.

 

- Grande -

 

Grande Alex.

 

Sì, spiritoso. Grande sto cazzo. Che cazzo di nome. Mi madre stava sotto agli acidi. Sergia, che nome del cazzo. Su vieni co mme. Vieni qua ddentro.

- Grande davvero -

 

Grande, grande. Televisione. Alex. 42 pollici ellecciddì.

 

- 27 pollici tubo catodico -

 

- E nun te vantà… -

E buttate a terra stronzo. Ecco, grande. Bravo. Sta giù bbuono ce penso io.

 

42 pollici ellecciddì. 35 pollici plasma. 17 pollici tubo catodico.  —————–

 

Manco venticinque secondi, e che cazzo!

- Me sei durato meno de quello stronzo de Alex -

 

Alex, Alex. 27 pollici ellecciddì, 17 pollici plasma.

 

- Resta qqua, viè dopo de là, a ‘mbecille -

 

Mbecille, mbecille. Sergia, Sergia. 18 pollici tubo catodico.

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Now playing: Tre allegri ragazzi morti – In amore con tutti
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 56 – REINTERPRETAZIONE ONIRICA: MORIRESTI PER ME?

Ottobre 21, 2008 sbloggato 1 commento

«Adesso viene il peggio» come disse quello che aveva mangiato una roncola, appena finito di cacare il manico (Roberto Benigni)

Lui è tornato a casa. Davanti al computer, finge di lavorare. La vita prosegue regolare, mai tanto regolare come in quel periodo: casa, scuola e chiesa come dicono certi vecchi. La vita riprende il suo corso.

Ad un certo punto squilla il telefono. Suoneria del cazzo, una sigla di un vecchio telefilm anni ’80. Non l’ha scelta lui ma è rimasta lì. Per pigrizia. Per disinteresse soprattutto.

Il nome che compare sul display non se lo aspettava più. Risponde.

- Pron..

- Vieni qua, corri

- Aspe…

- Corri ti ho detto!

Fine della conversazione. Prova a richiamare, nessuna risposta. Si dice che non gli importa un cazzo, se la veda lei. Forte, il ragazzo. Debole, l’uomo. Mette su giusto una giacca ed esce di casa così come è vestito, senza salutare nessuno. Salta in macchina e si prepara per 300-400 km.

Tutto il tempo di pensare. Sosta al primo autogrill per un caffè, due pacchetti di sigarette sul cruscotto per ammazzare il tempo. Cd da viaggio, di quelli per non addormentarsi. Quelli con tutte canzoni da cantare.

Fare un cd da viaggio non è difficile. Basta selezionare tutte le canzoni che per rilassarvi o per piacere non ascoltereste mai e di cui ricordate bene o male le parole.

Lui è in macchina e non fa altro che pensare al fatto che la benzina costi assai e che quello scherzetto preleverà altri soldi dal suo portafogli. Ma dove sta andando? Cosa sta facendo? Cosa vuole adesso lei?

Perché sta andando? Difficile dirlo se lui stesso aveva deciso di chiuderle tutte le porte in faccia. Per orgoglio, per onore. Non sa.

“Quando non va non va”. Era questo il pensiero che continuava a convincerlo della mossa giusta. “Ma quale mossa giusta?” si chiedeva il suo alter-ego interiore. Difficile nella vita, nei rapporti, porre dei confini. Lui li aveva messi quegli steccati, per trovare qualche certezza. E aveva convinto anche lei, superando sentimenti e vita reale.

Uno scontro irreale, sul niente, sulla paura. Se la canta e se la suona. Andata precipitosa e ritorno veloce. Scelte precipitose. Amarezza, molta amarezza.

A volte si cerca troppo di fare la cosa giusta. Di fare una cosa bella. In realtà forse le cose belle sono quelle meno forzate. Non che lui si fosse forzato poi troppo, quel tanto che bastava per rendere tutto idealmente bellissimo. Non per lei.

Cosa mancava? Ma lei che voleva? Ma che cazzo di domande si faceva lui, soprattutto? Era stato lui a non volerlo scoprire, a voler mollare tutto. Lui non voleva sapere dove andava a finire.
Sapeva però dove andava a finire la sua auto. Fuori da un casello autostradale, palazzo a poche centinaia di metri.

Suona e sale le scale. Entra nell’appartamento, gli apre una sua amica. Lei è nella stanza. Bussa ed entra. E’ agitato, un po’. Sa che anche questa sera andrà a finir male. Perché forse c’è qualche problema da risolvere e lui non saprà risolverlo. O forse perché a lei mancano i litigi e vorrà litigare tutta la notte. Ogni argomento è un buon pretesto per litigare quando si vuole.

Lui sta per dire qualcosa, “che è successo”, probabilmente. Ma lei lo zittisce subito con un dito sulla bocca. Lo prende e lo bacia. E lo getta sul letto.

Lui non capisce un cazzo. Ancora una volta ha tutto in mano lei ed è inutile ragionare. Inutile pensare a loro, ci si può pensare dopo.

Lui sente qualcosa di freddo tra le lenzuola arancioni ed il suo corpo, ma non se ne cura. Lei è sopra di lui, lo spoglia velocemente e lo fa impazzire.

La mente non pensa più a loro. La mente pensa a lei che adesso gli sembra decisamente troppo per lui. Pensa a lei che improvvisamente è tornata chiaramente speciale.

Lui è sotto e non ragiona. Lei sfila un revolver da sotto le lenzuola. Quel freddo dietro la schiena non c’è più, era solo una canna di una stupida pistoletta del cavolo.

Lei lo guarda e gli punta il revolver alla tempia. Lui ragiona ancora meno ora.

Lei gli chiede:

- Tu moriresti per me?

Lui non sa far altro che annuire e dire un sì convinto anche se di difficile articolazione.

- Questo volevo sapere – dice lei.

E spara. Ora sono rilassati. In questo momento si sono voluti bene davvero. Si sono amati per la prima volta.

IGNOTO NUMERO 45 – CICLI

Novembre 19, 2007 sbloggato 7 commenti

Un caffè. L’occasione per incontrarsi di nuovo dopo sei mesi o poco più. L’appartamento è quello di lui. La cucina è spoglia come quella di qualsiasi uomo che vive solo. Nel salotto adibito a studio, il computer è acceso. La schermata di un programma di videoscrittura è lì pronta con una pagina vuota. Pronta da cinque mesi. Poche idee ultimamente. Scrittore noir, o meglio, pseudo-scrittore noir: dal primo e ultimo romanzo pubblicato, un successo per la piccola casa editrice romana, sono passati ormai due anni.

Lei invece è laureata in economia e lavora per una multinazionale del petrolio. Sposata, una bella casa alla periferia della capitale, incontra ogni giorno persone di tutti i tipi e guadagna un bel po’.

Lui la vede invecchiata, diversa da come la ricordava, nonostante siano passati solo sei mesi. Lei lo vede sempre uguale. Immutabile. Forse perché era vecchio già quando lo aveva conosciuto. Il medesimo sguardo malinconico ed ironico allo stesso tempo.

Lei è più spigliata. Lui ha sempre un certo imbarazzo nel guardarla negli occhi. Lei parla del più e del meno, della sua vita, della sua famiglia, del suo lavoro.

Appena interrompe il suo monologo lui deve dire qualcosa. Allora dice la prima cosa che gli viene in mente. Che lui avrebbe avuto voglia di rivederla prima.

Lei lo guarda in modo strano. Gli dice che oggi non c’è tanto bisogno di vedersi quando si può restare in contatto con un cellulare.

Lui sa che ha ragione, anche perché non trova alcun valido motivo per vedersi. E non trova alcun valido motivo per il caffè di quel pomeriggio. Ma continua rimproverandole di aver voglia di vederlo solo quando ha bisogno di lui. Come in quel pomeriggio ad esempio.

Lei nemmeno ha nessun valido motivo per essere lì. Di certo non ha bisogno di lui e nemmeno di quel caffè. Lei si altera, offesa nell’animo e nell’orgoglio. Sono passati solo venti minuti da quando lei ha varcato l’uscio di casa. Spara parole a raffica, domandandogli: perché? Perché pensa che lei lo chiami ogni giorno? Perché lei sa che lui non sta bene, perché lei sa che lui soffre. E’ proprio per questa suo “essere umano” che lei vuole essergli vicino; è proprio per questa sua debolezza che lei lo ammira; è proprio per questa sua (in)sofferenza che lei gli vuole bene fin da quando l’ha conosciuto. Parecchi anni fa.

Lui pensa che lei non sa niente del male, della sofferenza, della vita perché non può capirle. E pensa che lei sia lì solo per una sorta di compassione. Lui bofonchia qualcosa di incomprensibile per qualsiasi orecchio umano tranne che per lei.

Lei è ancora più incazzata. Si alza in piedi ed incomincia ad urlare. Gli strilla in faccia la sua rabbia. Lui non capiva, non aveva mai potuto capire. Lui è un egocentrico. Lui è uno stronzo.

E lui non capisce più niente. Le parole di lei gli raspano il viso che si fa sempre più rosso fino ad esplodere in un gesto. Un gesto breve ma pieno di rabbia. Quattro rumorosi passi fino alla porta di casa. La apre. Esce. La chiude dietro di lui sbattendola più forte che può. E resta lì, sul corridoio, fuori di casa sua.

Dopo venti minuti è ancora lì. Senza chiavi, senza sigarette. Lei non esce. E lui cede. Non a lei ma al tabacco.

Suona. Nessuna risposta.
Suona di nuovo. E poi ancora.

Lei apre la porta e con due passi si ritrae indietro fino all’ingresso del salotto. Lui chiude la porta e ottemperano al loro dovere semestrale. Fanno l’amore. In quel loro atto che si ripete ciclicamente, rinnovano la loro sfida, quella guerra combattuta con una vita che è stata loro assegnata e non richiesta.

Mentre fanno l’amore, lei sta già pensando agli abiti di moglie, madre e manager che dovrà tornare a rivestire in poche ore.

Mentre fanno l’amore, lui riconosce il suo limite. Non può scrivere d’amore chi l’amore non ha mai conosciuto. E’ uno scrittore noir a metà. Sta già pensando che appena lei sarà fuori di casa tornerà davanti al computer ed inizierà il suo nuovo romanzo così: “Un caffè. L’occasione per incontrarsi di nuovo dopo sei mesi o poco più”.

Listening: dEUS – Hotellounge

IGNOTO NUMERO 24 – UN GENIO DI NOME HANK

- Il mio nome è Hank

- Cazzo di nome è Hank ?

- Hank è un nome come un altro

Sbronzo , accettai ciò che quei ragazzi avevano da offrirmi. Un altro whisky.

Barcollavo su quel seggiolino. Appoggiai i gomiti al bancone , stando attento a non spostarli per non perdere l’equilibrio. Con la testa incastonata tra le mani , chiesi ai ragazzi un altro whisky. Novellini.

Non sorseggiai. Bevvi. Guardai la cameriera. Mi prudeva il cazzo.

Stetti il tempo di un altro whisky ad osservarla. E ascoltavo i ragazzi parlare di lei , di come lei scopasse chiunque gli passasse sotto tiro.

- Bella , mi metti un altro whisky ?

- Certo – disse lei , ancheggiando verso le bottiglie

- Io lo infilo dentro e lo sfilo come nessuno

- Ma se non ti si alza nemmeno – disse , versandomi un altro whisky

La pancia cominciò a brontolare

- Mi si alza eccome. Possiamo offrirti un whisky?

Non avevo un dollaro. Ma me ne fregavo. I ragazzi erano lì per me. Mi adoravano.

- No , grazie. Una Pepsi.

- Una Pepsi? Una che beve una Pepsi deve avere una figa molto stretta. Non devi scopare molto cara…

- Come si permette? Qual’è il suo nome?

- Il mio nome è Charles. Charles Bukowski.

- Signor Bukonski , lei è un gran cafone

- Se permette sono un genio.

- Ma tu avevi detto di chiamarti Hank… – Intervenne uno dei ragazzi

- Fatti i cazzi tuoi e bevi , questo giro lo offro io – ma non avevo i soldi , cane di un giuda

- Genio o no , questi apprezzamenti non mi vanno giù. Lei avrà il doppio della mia età.

- E scopo ancora il doppio di lei cara mia

- Ma se è un barbone!

- Si , ma un barbone scopatore. E un genio , cara. Non lo dimentichi

IGNOTO NUMERO 22 – I TEMPI DELL’AMORE

Febbraio 10, 2007 sbloggato 3 commenti

A quindici anni le ragazze scopavano con i ventenni. Pensavano ” Arriverò anch’io a vent’anni “.

Da ventenni le quindicenni scopavano con i quindicenni. Pensavano ” Cazzo che sfiga “.

Al quarto di secolo le quindicenni erano troppo piccole , le ventenni scopavano ancora con i quindicenni dei loro quindici anni , quelle della loro età stavano per diventare madri , mogli o , in tempi di pacs , conviventi.

Arrivò l’estate ed emigrarono.

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