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Articoli taggati ‘sinistra’

APPUNTI – AMICO, COMPAGNO, COMUNISTA

Novembre 16, 2009 sbloggato Lascia un commento

Sai, amico compagno
forse hai ragione tu
io Marx l’ho letto male
dovevo studiarlo di più
ho letto anche il Capitale
non credo lo stesso possa dirlo tu.

Ok, non è questo che fa grande un uomo
e grande non lo sarò mai
tu punti in alto, verso il successo
io scarto di lato, per me fa lo stesso
e poi, sai,
a camminar su teste
non vi ho trovato gusto mai.

Tu dirai che cerco consenso
che le mie son soltanto parole
ma il consenso te lo devi costruire
certe cose non nascono da sole.
Forse ce l’hanno detto in sezione
io non ascoltavo abbastanza
ma io guarda, ti giuro, non cambio.
Forse non prestavo la dovuta attenzione
ai discorsi sui voti di scambio
che basta un regalo, un cappello,
un simbolo di memoria
un urlo, un qualsiasi orpello.

Sai, sono fiero di aver la mia piccola approvazione
perchè sbaglio, insegno, imparo.
Mi inorgogliosisce essere per te un coglione,
il primo da fregare
perchè so ancora commuovermi,
soffrire, odiare,
amare.

Se vuoi cercarmi vieni tra gli uomini
io fin lassù non ci posso arrivare.
Lo so, questo mondo non è come credevamo
o lo credevo io? O forse tu questo sei sempre stato?
Quando sono cambiato? Quando sei cambiato?
E quanto?

Credi davvero di essere tu il comunista
tu che compri il tuo esserlo
con un oggetto
con il tuo aspetto
tu, arrivista?
Tu, buffo ometto?

Perchè sai, compagno
io non credo di esser di molto migliore
ma sai,
non si curano mai le ferite del cuore
e sono stufo del tuo piangere istituzionale
per le morti di uomini di cui non ti sei mai voluto curare.
Che te ne frega?
Perchè dovresti prenderti la bega
di levarti quella maschera di cera
e mostrare quel che c’è sotto.
Io so cosa c’è, più niente
e non lo dico a torto.

Io so chi ero,
so chi sono.
E non pensare che io stia dicendo
che di me non me ne frega niente,
anch’io ho a cuore me stesso
anch’io non voglio essere un perdente.
Ma io amo e odio la gente.
Tu amare non puoi
perchè sei solo e lo sarai sempre:
il successo fine a sè stesso,
ricorda,
è meno di niente.

Tu finirai seduto sul cesso
con il cuore ancora vicino al buco del culo
ad aspettare il conto.
Io attenderò di essermi stancato del mondo,
dell’uomo:
potrebbe esser domani, anche fra una settimana
ma non mi farò tendere l’imboscata
di farmi portare di là su una carriola.
Io ci andrò sulle mie gambe, camminando
con la bocca sempre vicina al culo
ma il cuore ancora altrove
dove tu non l’avrai mai
e se sarò stato io il niente
tristemente dirò “pazienza”.
Anche questo vuoi dirmi che lo sai?

—————-
Now playing: Lucio Dalla – Comunista
via FoxyTunes

IL RE CENSORE

Ottobre 20, 2008 sbloggato 2 commenti

Come qualcuno saprà, ogni tanto mi diletto a recensire qualche libro dietro giusto compenso. Naturalmente non tutte queste recensioni trovano spazio. Siccome mi dispiace buttar via qualche buon lavoro e siccome credo che, a volte, qualche libro meriti davvero di essere letto…

Bilal (Fabrizio Gatti – Rizzoli)

Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare (Charles Bukowski)

Dakar, Africa, Mondo: dalla capitale senegalese parte il lungo viaggio di Fabrizio Gatti, inviato de “L’Espresso”, che ha attraversato il Continente Nero e l’Europa tra i dimenticati del terzo millennio, i nuovi schiavi.

Ad un lettore superficiale, “Bilal” potrebbe apparire un buon romanzo d’avventura.

Al lettore più attento risulterà invece difficile andare a fondo in questo reportage dettagliato, in cui la storia di ogni singolo uomo è una coltellata al cuore del mondo occidentale.

Sono storie fatte di illusioni quelle di questi bambini, ragazzi e ragazze, uomini e donne che scelgono di mettere in gioco la propria vita nel deserto per raggiungere l’Europa, per dare un futuro alle loro famiglie e, soprattutto, a loro stessi.

Oppressi da una vita costretta ad una povertà estrema, sono obbligati a vendere la propria dignità ed il proprio corpo per un viaggio senza ritorno sotto lo scacco di militari, scafisti senza scrupoli, organizzazioni mafiose e religiose che, alla luce del sole, gestiscono il traffico di uomini, per inseguire il loro sogno: una paga decorosa, una casa, una macchina, una fidanzata da trovare od una moglie da far arrivare.

Dopo un lungo e travagliato viaggio sui camion che attraversano il Sahara, a Gatti è reso impossibile entrare in Libia dal governo di Gheddafi in quanto “non africano”. Non può quindi concludere il suo viaggio come vorrebbe. Non può raccontare, da “clandestino” tra i clandestini, la traversata del Mediterraneo sui “barconi della morte” (il 12% delle persone imbarcate muoiono prima di toccare la terraferma), paradossalmente la strada più semplice per giungere in Europa. Racconta il giornalista, infatti, di due compagni di viaggio, con i documenti in regola, che tentano di entrare in modo regolare dalla Libia nel vecchio continente: torturati e costretti a rinunciare.

Tornato in Italia, Gatti diventa Bilal, clandestino curdo.

Bilal viene ripescato in mare al largo di Lampedusa e rinchiuso nel Centro di Permanenza Temporanea dell’isola, descritto da parlamentari italiani come “un albergo a cinque stelle” ma capace di richiamare alla mente l’Auschwitz di Primo Levi. Bilal e gli altri clandestini vivono tra liquami putrescenti, molto spesso presi in giro ed umiliati, costretti a crudeli e stupidi giochi per avere da mangiare. Pochi tra i militari che presidiano il Centro mostrano umanità verso “gli ospiti”, prigionieri in attesa di un foglio di via che permetterà loro di essere “liberi”, fino al prossimo arresto ed alla prossima prigionia.

Ma anche al di fuori della “gabbia” per i clandestini non esiste quella libertà desiderata. Diventano schiavi. Sottopagati, malnutriti, costretti a lavori faticosi ed a dormire in luoghi piccoli e sovraffollati, maltrattati. Non possono far valere i loro diritti per non rinunciare al loro sogno: agghiacciante è la storia di Pavel, rumeno, ridotto in fin di vita a sprangate dal suo datore di lavoro e poi arrestato perchè immigrato irregolare.

Una lettura da consigliare a tutti per due motivi. In primo luogo perché l’inviato de “L’espresso” fa del giornalismo come pochi hanno ancora il coraggio e la voglia di fare. In secondo luogo perché, anche se solo per la breve durata di 500 pagine, noi, uomini occidentali, siamo costretti a ridimensionare i nostri problemi quotidiani e ad interrogarci su una vita, la nostra, vissuta ad occhi chiusi, sostentata dalle risorse e dalla disperazione di altri uomini che altra colpa non hanno se non quella di essere nati nel posto sbagliato.

Il partito del cemento (Marco Preve e Ferruccio Sansa – Chiarelettere)

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela (Enrico Berlinguer, 1981)

Dal paradiso all’inferno il passo è breve e sembra non curarsene il trasversale “partito del cemento” raccontato dall’inchiesta di Marco Preve (giornalista de “La Repubblica”) e Ferruccio Sansa (“Il Secolo XIX”) sulla politica e la speculazione edilizia in Liguria.

I due giornalisti scavano tra inchieste giudiziarie e fatti di cronaca, incrociano incarichi pubblici con ruoli all’interno di aziende ed organizzazioni politiche, svelando così un sistema di affari e, presumibilmente, favori reciproci che coinvolge tutta la Liguria che conta, da destra a sinistra.

A quarantacinque anni da “La speculazione edilizia” di Calvino che denunciava la progressiva cementificazione della costa ligure, è ora annunciata una colata di tre milioni di metri cubi di cemento pronta a coinvolgere terra e mare, devastante per la vivibilità da parte dei cittadini e per un paesaggio pressoché unico che un tempo richiamava artisti da tutto il mondo.

Preve e Sansa individuano i paladini del cemento nei due potentissimi Claudii (il Governatore di centrosinistra Burlando e l’attuale Ministro dello sviluppo economico di centrodestra Scajola) che paiono guidare le rispettive aree politiche in un unico teatrino dove le parti vengono cambiate continuamente lasciando intatti non solo obiettivi e prospettive ma anche l’apparentemente radicato sistema clientelare.

A chi non vuole pensar male, possono sembrare coincidenze la condivisione di automobile e casa di Burlando con Lazzarini, socio della Ital Brokers, società di brokeraggio che ottiene molte commesse ed appalti dalla Regione Liguria e che conta tra gli altri soci molti iscritti all’associazione culturale della sinistra ligure “Maestrale”. Coincidenze possono apparire anche i rapporti tra l’imperiese Scajola e Caltagirone e gli incroci familiari e di amicizia all’interno della Porto di Imperia spa che, assieme all’Acquamare (società dell’imprenditore romano), ottiene l’appalto per la costruzione del porto d’Imperia (o meglio, di Oneglia), il più grande porto turistico del Mediterraneo.

Nel 2000 sulla costa ligure si contavano 14500 posti barca, oggi 20500 ma è in cantiere la costruzione di altri 8000 posti, avallata dal Piano della costa regionale elaborato ed approvato da amministrazioni di destra e sinistra: un posto barca ogni cinquantacinque abitanti circa. Piano che prevede, ad esempio, la realizzazione di un porticciolo turistico con annesse residenze nella caletta di Margonara: un grattacielo di 120 metri che sorge dal mare progettato da Fuksas, vicino a Rifondazione, convinto della necessità di tale struttura dal fatto che “ormai il possesso di una barca è nella possibilità di tutto il ceto medio italiano, il 70% della popolazione”.

I due giornalisti insistono molto sul binomio “Liguria – Italia”. E forse, alla luce anche delle recenti inchieste giudiziarie in Abruzzo, non sbagliano nel credere che la realtà ligure non sia molto diversa da quella del resto d’Italia.

La nuova ondata di speculazioni finanziarie e lottizzazione nell’edilizia, avallata dal convincimento che il progresso passi solo attraverso la costruzione, è sotto gli occhi di chiunque viaggi sulle strade italiane, nelle montagne e colline scavate e nelle campagne una volta intatte dove sorgono in pochissimo tempo complessi residenziali od interi quartieri, quasi mai volti ad un’edilizia popolare.

Il clientelarismo è ancora radicato e i tentativi di “inciuci” tra le parti politiche sono certamente aumentati come conseguenza della perdita del carattere ideologico dei partiti. E’ reale la necessità per la sinistra italiana, persa la spinta ideale del passato, la riapertura al suo interno della cosiddetta “questione morale”.

PERCHE’ VOTO A SINISTRA

Aprile 9, 2008 sbloggato 6 commenti

Io voterò “La Sinistra”. Sembrerebbe scontato: lo afferma uno che è iscritto a Rifondazione… pensa un po’! Invece tanto scontato non è.
Per due motivi. Il primo: a detta di molti, sembra che votare sinistra sia sinonimo di votare Berlusconi. Niente di più falso: Berlusconi (ne sono sicuro) perderà voti in favore degli “ex alleati” e del Partito Democratico. Il risultato non è poi molto certo. E poi non si può votare contro, ma per qualcosa, per qualcuno (anzi, per qualcuno no… ora è impossibile), per un’idea.
Il secondo: io non mi sento rappresentato nè dai Verdi nè da Diliberto. Ma non mi sbilancio qui perchè non mi sembra il caso.
Dunque… perchè votare Sinistra?
Perchè non mi va giù… non mi va giù che un certo modo di pensare il mondo, un certo modo di pensare l’Italia scompaia in favore di chi non pensa ad altro che al proprio interesse: perchè non mi va giù che si perdano i valori della solidarietà e dell’uguaglianza in nome del profitto. Non mi va giù un futuro bicolore. Due colori sbiaditi ma molto simili. Due bandiere che si spartiscono il controllo delle banche e del denaro in nome di due differenti gruppi di interessi. Io non voglio che questo accada. Che poi lo faccia Berlusconi o Veltroni poco mi interessa (che poi preferisca il secondo al primo per ragioni quantomeno di prossimità e, se vogliamo, di rispetto della legalità… questo è un altro discorso). E poi perchè credo che la sinistra debba continuare ad esistere. Chè ha ancora un ruolo questa sinistra. Un ruolo di controllo. Un ruolo di spinta. Un ruolo di rappresentanza. Deve rappresentare le istanze dei più deboli, che una volta erano gli operai e che oggi sono i precari, e di tutte quelle persone che non hanno voce per farsi sentire. Deve spingere gli investimenti verso il lavoro e non verso la finanza che crea soldi inesistenti in tasca a chi detiene il potere. Non deve permettere che i diritti civili vengano calpestati in nome di una ragion di Stato (Pontificio) che dovrebbe essere defunta da quasi due secoli. Deve soprattutto esigere che esistano prospettive, che esista il lavoro, che esista uno stato sociale. Che le possibilità siano le stesse per tutti.
In democrazia un voto per la Sinistra non è un voto perso, quantomeno per chi vuole che una parvenza di democrazia sopravviva in questo Paese alla deriva.
I nostri valori delle origini erano talmente grandi che ancora oggi farebbero breccia su milioni di persone. Non continuiamo a derivare su strade ormai consumate. Non chiamiamolo comunismo, socialismo… non chiamiamola rivoluzione (ma voi vi siete mai immaginati in piazza col fucile sotto il braccio? Ma siamo seri…). Chiamiamola Sinistra. Facciamola la nostra piccola rivoluzione culturale: torniamo al ruolo che ci compete, torniamo ai nostri valori e a rappresentarli attivamente.
Un voto per la Sinistra è un voto per la speranza di un futuro per il nostro Paese. Un futuro che può apparire lontano ma che poi così lontano non è.

P.S. : già pubblicato su Rifondazione Comunista – Alatri. Insomma, per cercare di convincere qualcuno anche qui…

AL PREFETTO DI TORINO

Novembre 6, 2007 sbloggato 7 commenti

Cavalcando l’ondata emotiva, chiedo al prefetto di Torino di espellere l’immigrato ceco Pavel Nedved, estremamente pericoloso per l’incolumità di tutti i calciatori che giocano in serie A e in Coppa Italia (fortunato chi milita in club non italiani quest’anno…), seguendo le direttive sulla sicurezza del Governo.

In quanto contrario a certe oscure pratiche, chiedo inoltre che non siano perseguiti gli altri cechi presenti in Italia.

Hanno detto con fare eccessivamente garantista: “Si… insomma… prende il giocatore, non può prendere il pallone… ma… insomma, Nedved ne fa di peggiori, non è poi un fallo così cattivo per uno come lui”.

P.S. : fuori tema. Ieri sera non so chi di voi abbia ascoltato il Presidente della Camera Bertinotti da Giuliano Ferrara. Sono sempre più convinto che con lui fuori dai giochi la sinistra abbia perso il suo leader naturale, il suo interprete più lucido. Purtroppo non vedo nessuno a sinistra capace di sostituirlo e sono molto preoccupato per un declino che mi appare inesorabile. Mi unisco, per quel che vale, all’apprezzamento del Presidente per la famiglia della donna morta a Roma. Pur sperando che fatti simili non accadano più mi sarebbe piaciuto più spesso ascoltare parole simili, persone che mettono da parte la rabbia e la sete di vendetta, che chiedono giustizia non per odio ma per pace ed amore della vita . E intanto un altro grande giornalista se ne è andato per sempre, discutibile nelle posizioni a tratti e per alcuni, ma esempio per tutti di onestà intellettuale e professionalità. In un Italia in cui l’informazione è alla mercè di vendite, lobby ed umori bassi se ne è sentita e se ne sentirà la mancanza.

P.P.S. : un’interessante segnalazione da naqoyqatsi, da vedere.

RIFLESSIONI SOCIO-POLITICO-ECONOMICHE – PUNTATA NUMERO 1

Settembre 12, 2007 sbloggato 3 commenti

Il Grillo e le cicale

Io non apprezzo Grillo per quanto fa. Posso apprezzarlo come uomo geniale. Perchè geniale lo è sicuro. Ha captato i rumori della pancia dell’italiano medio, quello che vuole farsi intelligentia quando intelligentia non è, dell’italiano borghese, ceto medio, anche radical-chic. Perchè l’Italia sta male, ed è vero. Probabilmente sta anche peggio di quanto non stesse cinque o dieci anni fa. Ma i grilli non salvano i popoli. Grillo è un qualunquista che dice tutto e il contrario di tutto. Dice quello che voi volete. Come finiranno i V-Day? O con una discesa di Grillo in campo come fece qualcun’altro anni fa. O con un ritorno dei popoli vaffanculisti a casa. Che bisogna cambiare è certo, non doveva dirlo Grillo. Non aspettate che siano i media a parlare. Se veramente di cambiare sentite l’esigenza, non andate più a votare questa classe politica. Quello è un segnale forte. Un 10% di votanti da un segnale forte, da un segnale ad una classe politica che non rappresenta più un popolo. O scendete in campo voi, mandateli fuori. Scendete in piazza tutti insieme, ma senza capipopolo, per carità, che di altri capipopolo la nostra storia non ha bisogno.

Volevo essere Berlinguer

E’ di uomini come Berlinguer che avremmo bisogno. Berlinguer è stato la guida per lungo tempo del più grande partito comunista mondiale. Lui ha fatto del Pci il più grande partito comunista al mondo. Lui, togliattiano, abbandonò la dottrina di Togliatti, si discostò fortemente ed egualmente così dal fallimentare e terribile comunismo sovietico che lo aveva cresciuto, così dalla via maoista. Lui non interpretò gli umori della classe operaia italiana che da sola andava a finire da tutt’altra parte. Berlinguer traghettò il suo Partito, ottenendo infine il massimo sostegno possibile, verso una sua idea di comunismo, una sua idea di sinistra. La sinistra, in linea di massima, dovrebbe essere questa: eguali possibilità per tutti, un’equa distribuzione delle risorse tra tutti. Una sinistra che si contrappone alla destra dei migliori, dei più: dei più forti, dei più furbi, dei più abili… chi è più deve aver di più, questa è la destra, che tanto somigliava a quel comunismo propagandato in Unione sovietica, quel comunismo che era poco per il popolo e tanto per la burocratia. Tra una destra ed una sinistra così io non avrei dubbi su cosa scegliere. Oggi dei dubbi ne ho. Ho dubbi perché vedo i figli di Berlinguer (ché di nipoti non ne vedo l’ombra) avvicinarsi sempre di più verso una destra democratica. Vedo che hanno dimenticato la questione morale, che si fanno voce dei potenti. Vedo che si spingono verso una deriva populista, alla Grillo tanto per intenderci. Che vanno contro, ma non propongono. Vanno contro se stessi. Non hanno né intelligenza di potere né onestà politica. Ciò mi lascia abbastanza perplesso. Protestano contro ciò che stanno facendo loro. Vogliono abolire una legge fatta male, la cosiddetta Biagi, ma non propongono alternative. Propongono quartieri chiusi per le prostitute ma niente che salvaguardi queste merci che arrivano dai paesi sottosviluppati. Hanno dimenticato il loro ruolo. Il loro ruolo di difesa delle fasce di popolazione più deboli, che abbiano le stesse possibilità delle altre. Litigano tra loro, quando l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è di un partito che si occupi di lavoro e stato sociale. Un partito unico. Fatto di gente nuova che non passi il tempo ad intitolare strade e palazzi a grandi menti del passato. Che si ricordino di loro anche senza targhe e che applichino i loro insegnamenti alla realtà moderna. Che si facciano da parte se non ne sono capaci, senza che nessun Grillo glielo chieda. Che l’onestà intellettuale serve, anche a dormire tranquillamente la sera. Che si ricordino di essere figli di un uomo che ha lottato contro suo padre per inseguire un’idea d’Italia (e di mondo) migliore.

La fine del lavoro

Ed è questa la grande questione che ci troviamo davanti. Gran parte dei lavori come li conoscevamo non servono e non serviranno più. Possiamo abolire quante leggi vogliamo ed inseguire posti a tempo indeterminato, ma tra vent’anni i lavori manuali, fisici, probabilmente, non esisteranno più. Serviranno solo lavori intellettuali. E allora tutti ai licei, tutti all’università. Ma non sono così tanti i posti di lavoro. Anzi, sono veramente pochi. Quale soluzione? Le prospettive sono due: un supercapitalismo in cui i ricchi avranno sempre di più e i poveri sempre di meno (ma chi compra se non si ha denaro? Cosa si produce? Chi si arricchisce?); una diversa distribuzione delle risorse non basata sul lavoro (ma su cosa?). E’ su questo che la politica dovrebbe lavorare oggi. Sembra un mondo tanto lontano ma non lo è.