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APPUNTI – AL MERCATO DELL’ESISTENZA

Dicembre 29, 2009 sbloggato Lascia un commento

Frugando le tasche
di vecchi jeans
alla ricerca
di briciole
di sogni
ancora da spendere
al mercato
dell’esistenza
dove loschi figuri
hanno preso il potere
con frasi fatte
e finti pensieri
rifilandoti
la brutta copia
di quel che vuoi
in cambio di te
e della tua essenza più reale
la tua speranza
no, non è avanzato niente
la legge del mercato
è sempre più avanti di te
sempre più importante
sempre più imponente
se non hai più sogni
da offrire
sei fuori fratello
se non li hai congelati
ed ora puzzano
sono cazzi tuoi
puoi ferirti la testa
o le braccia
non ci sarà nessuno
a soccorrerti
soccorriti da solo
fratello
c’è sempre qualcuno
che sa spendersi
meglio di te
ehi Lou
aspettami di sotto
scendo
vengo assieme a te
a farmi un giro
sul lato selvaggio
(e intanto
ragazze nere fanno:
du du-du du-du duddudu
ddu du du du-du)

APPUNTI – FLUSSI E RIFLUSSI

Giugno 1, 2009 sbloggato Lascia un commento

Tu mi presti la tua macchina e non mi dici che ha un angolo morto!?!?
(Biff Tannen)

Alla vita,
perchè alla fin fine
per quante volte puoi rifarla
esce sempre uguale.
Come la proprietà commutativa dell’addizione
cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.
O, per dirla alla me:
da ‘na mela ‘n’ ci può ’scì ‘na pera.

Ritrovare il tempo.
Il flusso, il flusso.

Trovarmi e ritrovarmi
lì dove ho venduto
i miei pensieri.

Restano parole dette.
Parole scritte.
Cerca in quelle taciute
in quelle non scritte.
Guarda dove è rimasto.
Il tempo, intendo.
Lascia perdere quel cazzo d’orologio.

In un pub irlandese
brindo con i miei nemici.
Offro io.
Pago con cose già dette
con cose già scritte.
Restano a terra
con cicche di sigaretta.
Spazziamole via.
Anzi, spazzale.
A me non va.

Si vende, si compra.
Compriamo, vendiamo.
Diocane, decidiamolo
sto cazzo di prezzo.
Una volta per tutte.
Dov’è la dignità?
In ciò che non si dice
per amor proprio?
La dignità
non è forse la verità?

O siamo tutti nanetti?
Ma dove cazzo vai?
Giovani bionde
attirano vecchi stempiati.
Io, giovane stempiato,
taccio.

E tu dove vai?
Stanchezza.
Hai ragione,
anch’io sono stanco.

Parole non dette,
parole non scritte.
Il silenzio non fa la storia.
La storia finisce
se non la compri.

Chi lo fa il prezzo?

Dormiamo.
Dormiamo.
Dormiamo.

Eccole le parole non dette.
Ecco le parole non scritte.
Parlano.
Leggi.

Leggi che non esisto.

Versi patetici,
sgrammaticati,
senza rime
senza metrica.
Senza un senso.

Ciò che non è non fa ombra.
Non puoi più ripararti
dietro di me.
Nè dal sole
nè dal vento.
E dove vanno a finire chi lo sa.

E tu che cazzo vuoi?
Non chiedermelo!
Non lo so!
E che cazzo!

Il flusso mi riporta lì
dove ho venduto me stesso,
dove mi hai portato via
le parole non dette
quelle non scritte.

Quando ho venduto
la mia dignità
in cambio di un po’ di tranquillità
per la mia autostima.
Lì c’era una spiaggia
una palma
e un chioschetto.

Oggi che ci torno,
oggi che il tempo non c’è.
Oggi c’è una statale.

Miriana al bordo della strada
per l’ultima volta ballerina
alza una gamba
salta
e viene spazzata via.
Un tir carico di frutta.
Un cieco rimane inorridito alla vista.
Un sordomuto mena il cieco.
Un bambino mangia un hotdog.

Ecco cosa mi hai lasciato.
Parole non dette e non scritte
di pensieri senza alcuna logica.

—————-
Now playing: Giorgio Canali & Rossofuoco – Lezioni di poesia
via FoxyTunes

IGNOTO NUMERO 55 – AL MERCATO DI SOGNI

Settembre 2, 2008 sbloggato 4 commenti

“La vita ed i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare”
(Arthur Schopenhauer)

“I sogni non svaniscono, finché le persone non li abbandonano”
(Capitan Harlock)

“Se potessi ti comprerei una casa grande enorme capace di contenere la tua anima e la riempirei con tutti i tuoi sogni grandi e piccoli”
(David Grossman)

Dormo come un bambino. Il mio babbo ogni notte mi prende per mano e mi trascina nella stessa videoteca dove andavo venti anni fa. Oggi quella videoteca non c’è più e credo non ci sia più bisogno di attività commerciali del genere.

La videoteca è simile ma non è la stessa. Di notte quella videoteca diventa il mio personalissimo mercato di sogni.

Il mio babbo dice: “Che sogno vuoi stanotte?”

Io guardo le copertine e scelgo. Non so quale sia il motivo che mi spinge a scegliere un sogno piuttosto che un altro. Un incubo, un’avventura fantastica, un viaggio lontano, una chiacchierata tra amici, una sbronza, un amore, una morte, filosofate (o meglio, qualcosa che sembra non aver alcun senso apparente): forse un pensiero fisso della giornata, una qualche musica ascoltata, forse un’insana perversione, o forse solo la voglia di cambiare continuamente.

Il mio babbo e il mercante di sogni mi guardano spazientiti. Mi risento. Si,sto perdendo tempo ma ho sei anni e ne ho tutto il diritto.

E’ una notte da sogno autobiografico.

Comunico il titolo al mercante. Lui mi apre la porta dello sgabuzzino e mio babbo mi fa cenno di andare. Io lo saluto con la mano. Ormai non ho più paura, non ho più bisogno di essere accompagnato fin dentro.

Dietro la porta c’è una piccola scala di pietra che mi porta in un’altrettanto minuscola piazzetta dove pochi vecchi giocano a carte. Altre scalette ed un’altra piccola porta.

L’uomo dagli occhi storti mi aspetta. Mi fa cenno di accomodarmi. Non parla mai ma si vede che è alquanto stufo del suo lavoro. Monta la pizza e il sogno parte.

La mia vita, come forse è stata dai miei sei anni in poi, come forse l’avrei voluta io o come forse non l’avrei voluta. Alti e bassi continui. Una continua indecisione. Cosa fare della mia vita, dove andare, con chi andare. Cosa fare. Gli altri, me. Chi sono. Troppo per un povero bambino di sei anni. Peggio di un incubo. La vita, quella reale.

Mi giro verso l’uomo dagli occhi storti per dirgli di farla finita, che non mi piace. Posso cambiare, forse? Perfavore, ho ancora tempo per questo. Sono cose che devo ancora fare, ancora scegliere, ancora gestire. Perfavore, basta.

Lui non risponde. E allora metto le mani davanti agli occhi. Non basta. Stringo forte gli occhi e tappo le orecchie con i mignoli per qualche minuto.

Sembra non ci siano più rumori. Apro gli occhi e sono in macchina. Ero partito da qui per andare al mercato di sogni. Ora non ho più voglia di dormire. La radio è ancora accesa e passa Daniele Silvestri. Luci spente, spero nessun problema con la batteria. Tu sei ancora lì che dormi sulle mie gambe come una bambina di sei anni. Ogni tanto bofonchi qualcosa. Chissà che sogno ti avrà rifilato il tuo mercante di sogni. Se ti sei fatta convincere o se l’hai scelto tu.

Non ho voglia di svegliarti. Ti lascerò dormire ancora qualche minuto, qualche ora. Ti sfioro distrattamente e cerco di ascoltare il respiro di quella bambina che non c’è più. Domani ti sveglierai ed andrai via per l’ennesima volta ed io chissà dove andrò. Chissà che fine faremo, nella vita come nei sogni.

Chissà cosa farò. Per il momento sto bene così. Tu dormi, io torno un attimo dal mio mercante di sogni, ho avuto un’idea per questa notte.

Ci vediamo domani. Ci pensiamo domani.

IGNOTO NUMERO 51 – I MIEI PRIMI CINQUANT’ANNI

Giugno 12, 2008 sbloggato Lascia un commento

“So che faccio cose inopportune e a me non convenienti”
(Elettra, Sofocle)

Sette del mattino. Ho perso il mio lavoro da più di due settimane ormai, ma le vecchie abitudini faticano a morire. Con la coda dell’occhio guardo mia moglie vestirsi per uscire. Non ho voglia di alzarmi né del caffè che già mi ha preparato. I miei due figli vivono entrambi fuori. Studiano, beati loro. Passerò la mia prima mattinata da cinquantenne da solo.

Mia moglie sbatte la porta ed io mi alzo dal letto. Non ho voglia di sentirla, cercate di capirmi. Ho voglia di fare le mie cose con calma, molta calma.

Ed ora, che sono le undici, prendo la mia Settimana Enigmistica, una Bic verde e me ne vado al Parco della lungimiranza, giusto qui dietro casa.

E’ estate e fa caldo. Del bel parco che era è rimasta qualche panchina malmessa, pochi alberi e pochi fiori. Ma a me piace.

Vedo una panchina vuota. Di fronte è seduto il Matto. Il Matto dorme. E’ un uomo di una certa età, esile ma dagli “addominali” gonfi. Beve molto, ha capelli lunghi che fanno un tutt’uno con la barba. Ha una busta piena di lattine di Coca Cola che nessuno cercherà mai di rubargli. La lascia lì, vicino a lui incustodita. Forse a fargli compagnia, non lo abbandonerà mai.

Mi siedo sulla panchina vuota e comincio a fare le parole crociate. Quelle della prima pagina, le più semplici. E poi passo al primo grande schema.

Il sole picchia. Chiudo la Settimana Enigmistica e chiudo gli occhi.

Li apro e sono steso. Ho indosso il pigiama, il letto è il mio. Il mio di quarant’anni fa. La stanza è simile a come la ricordavo. Forse i muri avevano una sfumatura diversa, c’era qualche poster in meno. Ma è simile.

La stanza è piena di persone. Persone che parlano tra loro e sembrano non curarsi della mia presenza. Con le braccia mi alzo e mi metto seduto sul letto.

Li osservo. Non conosco nessuno. Tocco la spalla ad un signore di mezza età e chiedo:

- Cosa succede?

- Niente signore. E’ una riunione di condominio.

Mi pare strano ma non trovo nessun motivo per replicare e scacciarli.

In realtà sembra più una festa. Tutti hanno un bicchiere in mano, brindano tra di loro come niente fosse.

Poi vedo un volto più familiare. Mi si avvicina e mi fa:

- Amico mio!

- Oddio, ma sei tu?

Non lo vedevo da molto tempo. Io sono invecchiato, lui è ancora come era una volta. I capelli brizzolati li aveva già molto tempo fa e sicuramente veste in modo molto più giovanile di me. So che sono in pigiama, il paragone non si può fare. Ma credetemi, quelle polo e quei pantaloni di stoffa credo lui non li indosserebbe mai.

- E’ tanto che non ci vediamo…

- Sì, proprio tanto…

- Eheh… stavo pensando

E giù ricordi. Parliamo di tutto. Prendiamo in giro ancora i vecchi amici come una volta. Parliamo di cinema, di libri, di musica.

E poi un brivido mi attraversa la schiena. Mi paralizza. Ricordo tutto. Gli faccio:

- Shining!

- Shining?

- Sì, tu sei Mister Grady…

- Capisco…

- Eh si che capisci… ma perché?

- Perché cosa?

- Perché hai deciso così?

- Tu certe cose non le puoi capire. Sei fatto così. Non le hai capite prima non puoi capirle ora…

- Le avevo capite invece…

- E perché non hai detto niente? Perché non hai fatto niente? Cristo, non sai ora quanto ti invidio…

- Invidi me? Ma guardami…

- Si ti invidio. Hai pensato a te, solo a te.

- Ma non ho niente.

- Hai molto invece. Io non ho più niente.

- Perdonami se puoi. Non volevo, non sapevo che sarebbe andata così. Ho preferito girare al largo, far finta di niente. Ho preferito non parlare. Non ci riuscivo… e poi cosa volevi facessi? Cosa potevo fare?

Stringo gli occhi per paura. Per piangere. E ricordo come lo immaginai quando mi chiamarono. Stramazzato a terra su un pavimento di marmo e gli occhi spalancati. E tutti intorno a guardare come fosse un fenomeno da baraccone.

Riapro gli occhi e lui non c’è più. Ci sono ancora tutte quelle persone che non riconosco. Non ho voglia di alzarmi da quel maledetto letto. Ho voglia di svegliarmi. Ci provo con tutte le forze. Il mio corpo reale lo sento provare a muoversi ma è bloccato.

E vedo lei. Questa donna ben più anziana di me che mi saluta dall’altro lato della stanza. Ha i capelli corti e qualche ruga di troppo. Ma la riconosco. Non dovrebbe essere così anziana, oggi avrebbe quarantasette, forse quarantotto anni. Una vita difficile, forse. Ma è vestita bene ed è ancora bella così. Ha un casco da motociclista in mano. Mi si avvicina piano piano, si siede sul letto accanto a me e mi da un bacio sulla guancia con fare materno. E mi dice:

- Ciao rospo…

- Ciao bella, come stai?

- Saranno trent’anni che non ci si vede… io sto bene e tu?

- Bene, a parte tutto questo…

Indico la gente, lei annuisce e mi sorride. Quel sorriso in cui mi ero perso più volte tanto, troppo tempo fa, mi sembra ora più certo, più deciso. Nonostante sia manifestamente vecchia mi sembra più solare di allora, per quanto sia possibile. Impressioni, solo stupide impressioni, oggi come allora. Mi dice:

- Hai saputo di me, cosa faccio ora? Sono la presidentessa dell’Istituto Cultura Italiana di New York, vivo lì…

- Io ho perso il lavoro da poco…

- Mi dispiace…

- Beh, però sono contento per te… Hai avuto fiducia in te stessa, come ti avevo detto io. “Lascia perdere le altre persone, anche me… lascia stare quello che dicono, quello che pensano. Ne troverai tante altre. Tu pensa a te stessa che ce la puoi fare”.

- E ce l’ho fatta… ma mica è stato merito tuo…

- Eh sì, solo tuo…Poi sei partita e non sei tornata più.

- Eheh… sì, è stato il momento più bello della mia vita…

- Mi sei mancata un po’, sai?

- Ma dai…

- Si invece… lo sai che non sono del tutto normale…

- Sei solo masochista… E poi tu dicevi che ognuno doveva fare la sua vita, pensare a se stesso…

- Io penso a me stesso ogni secondo della mia vita. Distrattamente, ma in ogni secondo.

- E a me ci pensi ogni tanto?

- Solo ogni tre secondi, ma ogni tre secondi ti penso molto intensamente.

- Sei il solito bugiardo… infantile e bugiardo…

Sì, solite bugie, solite cose. Ancora oggi non so cosa sono, cosa penso. Chi sono. E mi incazzo, oggi come allora.

- Sì, sono un bugiardo. Non penso né a me stesso né agli altri. Sono un coglione e…

E mi sento mancare il respiro. Devo alzarmi dal letto, devo bere qualcosa. Mi precipito verso la cucina facendomi largo tra la gente. La cucina è vuota. C’è solo un tavolo in mezzo dove mio padre e mia madre borbottano fumando. Intanto un ragazzo sta pitturando le pareti.

Dimentico dell’acqua.

- Di cosa parlate?

Mia madre non alza lo sguardo. Risponde papà:

- Del fatto del lavoro…

- Papà, lascia perdere… è un casino…

- Ma cosa vuoi fare della tua vita? Eh? Ti sembrano questioni di principio da farsi?

- Papà, io non voglio capi nella mia vita…

- Tu non vuoi niente… Tu pensi, rifletti… sconclusionato… non si campa di filosofia… non si campa di cazzate… E gli altri? Agli altri non ci pensi? Non valgono niente le promesse, le speranze, le aspettative…

- Hai ragione papà…

Mia madre alza gli occhi perché vorrebbe dire qualcosa. Forse fermare la furia di mio padre. Ma anche mio padre ha negli occhi lo stesso sguardo. Hanno uno sguardo che non dimentico, uno sguardo che nei momenti di rabbia, nei momenti di gioia, quando ci hanno visto cadere e rialzarci hanno sempre mantenuto. Lo sguardo dell’amore che avevano anche guardando una nostra foto. La voglia di esporsi per noi, di battersi per noi. Quel che io non riesco ad avere per i miei figli e che vorrei con tutto il cuore avere. Ma non riesco a dire niente.

Di nuovo il mancamento, mi sento soffocare. Mi volto verso la porta della cucina e tutte quelle persone sono lì fuori dalla porta ad attendermi. Li riconosco tutti. Ragazzi e ragazze, anziani, bambini. Sono tutti lì per me a ricordarmi un’emozione, un momento, un errore. Li ricordo tutti in un solo momento. La mia vita. Insopportabile. Chiudo gli occhi di nuovo sperando di riaprirli e non trovarli più.

Il corpo finalmente torna a muoversi. Intorpidito, riapro gli occhi e sono sempre su quella panchina. Non so che ore siano, non porto l’orologio da parecchio tempo.

Non so che faccia possa io avere in questo momento, ma il Matto è sveglio e mi fissa. Ho dormito tenendo in mano penna e rivista. Faccio per alzarmi. Sono tutto sudato, la mia polo è una pozza di sudore. Il Matto mi guarda con gli occhi spalancati ma quasi assenti. Con voce impastata mi fa’:

- Ognuno fa quello che capisce!

- Eh si amico mio… e purtroppo di Delorean volanti non se ne vedono più da un pezzo in circolazione…

LA DANZA DEL LOMBRICO

Febbraio 19, 2008 sbloggato 2 commenti

Attenzione: non è un racconto. Sono riflessioni disorganizzate, dunque di difficile lettura e incomprensibili ai più. A volte anche a me. Manca anche di punteggiatura: dunque se non avete pazienza, non leggete. E se non capite non preoccupatevi. Se non avete voglia di leggere andate direttamente a fine post, oppure chiudete il browser (apprò, rivoglio Netscape! Di certe cose ne senti la mancanza solo quando non puoi utilizzarle più! E anche Eudora e i newsgroups di Free Agent… e Ws_ftp e la chat di Irc… e… no, forse no. Vorrei solo avere un Mac in questo momento).

Io ormai quando scrivo pubblico. E me ne frego.

Nella mia attività di presunto recensore mi sono imbattuto in un bel libro. “Bilal” di Fabrizio Gatti. Lo consiglio caldamente a tutti. A margine faccio questa riflessione.

Africa. Non siamo forse tutti un po’ ipocriti? E’ la domanda che ci facciamo più o meno tutti. Banale, anche un po’ qualunquista (alla Grillo, per intenderci). Però vale la pena rifletterci su. Riflettere sul perché il mondo occidentale che si autodefinisce mondo di ispirazione cristiana si sia eletto ebraicamente a popolo eletto escludendo il suo prossimo (nero). C’è da chiedersi quanto valgano donazioni e sensibilizzazioni se non seguite da atti concreti (che non riesco ad immaginare, purtroppo non ho un’immaginazione fervida né abbastanza volontà, credo) volti a migliorare la situazione di tutti quei popoli che noi abbiamo ricacciato in questa situazione. C’è da chiedersi perché gli schiavi moderni siano gli stessi di duemila anni fa e percorrano ancora le stesse strade. E perché muoiano ancora come duemila anni fa. E perché scappino. Da cosa scappino. Dov’è la nostra responsabilità. Nell’utilizzare le loro risorse umane e naturali per vivere la nostra vita occidentale non offrendogliene neanche un mozzico, se non per fargli venire ancora più fame. Nella nostra non rinuncia al superfluo. In questo ripetersi ciclico della storia in cui non sembra cambiare niente e che mi lascia basito. Mi chiedo cosa si possa fare. Cosa potrei fare. Poi smetto di chiedermelo e torno a campare, da buon occidentale. E’ stato un momento. Chiudo gli occhi e torno a vivere.

La nostra società. Non mi interessa più di tanto la nostra situazione politica. L’Italia ha quel che si merita. Una campagna elettorale che sembra un calcio mercato, con Bargiggia che annuncia gli ultimi acquisti di Berlusconi o di Veltroni. Fatti loro. Fatti nostri. Nessuno mi vieta di andarmene da qui. O meglio, per adesso. E’ questo “per adesso” a preoccuparmi.

Come tutte le persone che reputo stupide sono diventato un disilluso ed anche un fatalista. Me ne sono reso conto. Mi rendo conto di molte cose, poi tendo a dimenticarmene. Pochi giorni dopo il mio compleanno, quasi un mese fa ormai, è venuta a mancare mia nonna. Me ne è dispiaciuto molto solamente molto dopo. Quando mi sono fermato a riflettere. Ero molto (anche troppo rispetto a tutti gli altri, direi) preparato all’evento. Anzi sinceramente meravigliato dai tanti anni passati a convivere con il malattia. E stupito di quella voglia di vivere sempre un giorno di più, di quella voglia di crederci. Qualcosa che credo di aver ereditato. Insomma, l’eutanasia per me va bene. Ma per gli altri. A me, finché respiro, finché muovo gli occhi, finché posso ascoltarvi, non toccatemi. Ché la vita è una ed una sola. Ciò che mi dispiace è di non aver compreso mai che, alla fine della sua vita nonna, avrebbe voluto un nipote amorevole, quantomeno un nipote che le rendesse l’affetto. Non una persona che la trattasse come una sua pari, una persona che pretendeva, uno che “fa il filosofo” senza fermarsi mai a riflettere. Ciò che è fatto è fatto, dicono loro, i saggi. Sì, ma mi dispiace, dico io, che saggio certo non sono.

E poi negli atti meccanici di quei giorni, lì ho riflettuto. Non sulla morte di mia nonna, ma sulla vita. Quella vita che sfugge, quel corpo che resta solamente un oggetto e nient’altro. Quella vita che non c’è più e che non va da nessuna parte. Siamo solo un ingranaggio di quella vita che è più grande, quella del genere umano. E’ per questo che la vita è grandiosa, perché è vita comune. Perché insegnando, sbagliando, attraverso l’amore per gli uomini possiamo trasmettere non solo il nostro corredo genetico ma anche una vita migliore. E’ tutto un gioco, un gioco ad andare avanti. Tutti insieme.

E io ora faccio tante cose. Sono molto attivo. Sto cercando di prendere un’altra laurea, scrivo anche e con buoni risultati. Faccio concorsi. Presto partirò per un mese alla volta del “Nuovo mondo”, ma dall’altra parte dell’emisfero. Al caldo, ché qui fa fin troppo freddo.

Forse sto bene. Forse. Ma quando vado a letto non riesco a dormire. Forse è solo la paura che la vita scorra veloce e alla fin fine “non si sia detto un cazzo”. Forse è solo la paura che siano esclusivamente i miei narcisismi ed egocentrismi a portarmi a riflessioni interminabili che mi fanno sentire “così intelligente”, a farmi sentire sempre vicino e coinvolto dai problemi degli altri. Forse è la paura di sentirmi solo un granello di questo polverone incasinato da cui non trovo uscita. E’ la sensazione di sentirti sempre in debito verso qualcuno, qualcosa, verso tutti a volte. E’ la paura di non riuscire a risarcire questi debiti per intero. E’ la paura di non riuscirci che ti porta a voler partire. E poi c’è il ritornare, che ti riporta quella paura che avevi lasciato. E poi c’è il sogno. Che è quello che ti fa contento di vivere. E’ quello per cui non molli mai tra tutte le cose che non ti vanno, tra tutte le mancanze che hai, tra tutti i pasticci che fai. E’ quello per cui fai un sorriso quando ti svegli. Ti guardi allo specchio, sei brutto ma ti senti bello. Ti racconti una bugia, ne racconti una agli altri. Per atteggiarti triste. O perché forse sei proprio contento. Ogni giorno. Parli, ridi, dimentichi. Esci di casa, cammini ed osservi la varietà del mondo umano. E sei felice di farne parte. Anche in quegli ultimi momenti, credo, quando sai che non resterà niente di te. Chiudi un attimo gli occhi e ti rimetti a sognare. Anche in quell’ultimo momento un sorriso viene fuori.

Se non ve ne siete già andati,
a questo punto sarete arrivati…
penso ci rivedremo per aprile.
Io me ne vado in Brasile.

P.S. : dicevo, sono piuttosto schifato dal calciomercato della politica. In tutto questo c’è però qualcosa di buono. Il fatto che penso ci siamo levati dai coglioni quel Fini che si atteggiava a statista fino a poco tempo fa. In pochi mesi ha perso tutta la levatura che si era guadagnato nel tempo. Meglio, uno di meno. Ed ora i suoi voti? Quelli che volevano una destra conservatrice e giustizialista forse punteranno su Casini (pensa tu…), visto che la destra conservatrice in Italia non esiste, o almeno non si presenta alla competizione canora del 13 aprile, e Forza Italia ha sempre incarnato un garantismo eccessivo (almeno per i suoi…). I vecchi fascisti troveranno casa da Storace (che fortuna!). E il povero Fini? I voti di quella “lobby” che lui rappresenta li prenderà. I voti di chi ha un interesse diretto. Risucchiato da Berlusconi, tenterà di nuovo di risalire. Senza riuscirci. Questo predico e di questo sono sicuro. Ne sono contento, se lo merita. Scusate ma lo volevo dire.