se tu avessi visto
gli occhi di quei contadini
non faticheresti a comprendere
che raccolto eccezionale sarebbe stato quello
senza la grandinata del cinquantasette
il campo pareva una distesa di sale
allora quelli guardavano fuori
e chi pensava a come porre rimedio
a disastro ormai consumato
chi imprecava contro quel dio
che fa il bello e il cattivo tempo
chi bestemmiava quel tempo
speso inutilmente a lavorare
il millenovecentocinquantasette
volevano essere risarciti del cinquantasette
questo pensavo mentre guardavo quella foto
un po’ come le stagioni
passano ti ammaliano
e poi ti voltano le spalle
senza neanche offrirti
un ultimo giro
e pensavo all’affettuoso cagnolino
spaventato dalla grandine
che corse via da quella gente
per non tornare mai più
diventò un cane piuttosto incazzoso
e le mezze-stagioni non furono più quelle di una volta
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LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 14/15
14
Margherita era andata via da qualche minuto ed io ero in imbarazzo. Ottavino ordinò due birre e cominciò a raccontare storie passate.
“Quel che non capisco è perché hai buttato via i nostri vecchi amici”
“Chi te l’ha detto?”
“Sei tu che mi metti in bocca le cose, non dimenticarlo”
Bevvi la mia birra di un sorso e ne ordinai un’altra.
“Sai” mi disse “ognuno fa la sua vita come sa. Non è detto che debba piacerti”
Sapevo a cosa alludeva. Nell’ennesimo ultimo atto di follia ed autodistruzione, avevo tirato fuori tutto il mio risentimento verso i miei vecchi amici, allontanando anche loro da me per sempre.
“Non ho difficoltà a farmene di nuovi”
“Questo lo so. Ma avresti potuto benissimo allontanarti da loro se non ti piace il loro modo di vivere. Non sei costretto ad accettare…”
Lo fermai con una mano. Accesi una sigaretta.
“Secondo te sono uno stronzo?”
“Sì. Se tu avessi preso una posizione per migliorare la loro vita, lo capirei. Che poi, la tua vita migliore è un’idea tutta tua. Tu hai voluto sentirti migliore di loro”
“Sinceramente, io capisco la difficoltà di chi non può farcela. Non sopporto chi si getta via e detesto chi se ne approfitta”
“Sono tutte chiacchiere. Tu odi”
“Io odio le persone che profittano sui disagi degli altri. Odio il mondo in cui è considerato migliore di me chi è più furbo. Odio il fatto che il premio spetti a chi incula l’altro più e meglio. Odio l’esaltazione della delinquenza”
“Ma tu non combatti. Sei un vigliacco, fai una guerra contro i mulini al vento”
“Sbaglio. Chiedo scusa”
“Non basta”
“Non voglio essere partecipe dai loro tentativi di fuga dall’infelicità”
“E tu che ci sguazzi dentro, nell’infelicità? Sei forse meglio?”
“No”, risposi sconsolato
“Non sto prendendo le loro difese. Ti sto solamente dicendo che ognuno prende la sua strada. E purtroppo è quasi sempre quella sbagliata. Tu ne hai presa una, loro un’altra. Ma sono entrambe sbagliate”
Pensai a mia sorella Caterina, alla sua caduta e alla sua risalita. Volevo dire ad Ottavio che non esistevano droghe di serie a e di serie b. Volevo dirgli che odiavo sentirli compatire mia sorella, parlarmene scrollando le spalle. Io ero orgoglioso di mia sorella, non di loro che, pur accettati dalla società perché normalizzati, da quello stato di dipendenza perenne non sarebbero mai usciti. Non dissi niente per non rovinargli i bei ricordi che aveva. Forse perché non riuscivo a convincermi davvero che tutto quello fosse solo un sogno. Forse perché mi sarebbe piaciuto averlo ancora lì davanti dal vivo, per dirgli quello che non gli avevo mai detto.
14 ½
Quando Ottavino morì io non c’ero. Ero lontano migliaia di chilometri dall’Italia, stavo mangiando delle patatine fritte. Mi chiamò uno di quegli amici che ora avevo allontanato. Mi sporcai con il ketchup e mi sentii perso. Mi sentii colpevole di non esserci come non c’ero stato nella sua vita per anni.
Era ipocrita sentirne allora la mancanze, quando non poteva esserci più per davvero. Era stato ipocrita cercare il suo tempo quando stava per terminare.
“Non è stato ipocrita” disse lui, leggendomi nel pensiero.
Mi sentii un verme, ancora una volta, per quel che ero. Il mio egoismo mi spingeva a mettergli in bocca le parole che volevo sentire.
Io ero quello che cercava di perdere il suo tempo quando altri uomini ne avrebbero voluto molto di più, Ottavio tra questi. E lo avrebbe meritato, Ottavio, quello che è dovuto diventare uomo subito e che affrontava ogni difficoltà con il sorriso.
Mi disse che i momenti bui li aveva passati, eccome. Ed aveva pianto anche lui, eccome. Mi raccontò che anche quando ti rendi conto di essere sul punto di morire pensi “Sì, sta arrivando il momento, ma viene tra un po’”. E mi disse che la vita era bella e che gli mancava. E tanto. Per gli imprevisti, le sorprese. Per le piccole cose. Per tutto quello che poteva accadere e che non avrebbe mai immaginato. Ad esempio, l’Inter campione d’Europa.
14 ¾
Io ed Ottavio avevamo condiviso la passione per la stessa squadra nei momenti più neri della sua storia. Ottavio non aveva mai visto l’Inter vincere una competizione importante. Neanche uno scudetto, se si escludono quelli fuori dall’età della ragione.
Stavo utilizzando Ottavio per mettermi al centro dell’attenzione. Ancora una volta non avevo trovato le parole giuste per riportarlo a casa, avevo trovato quelle adatte per avere da lui compagnia e conforto nella mia mente vagante.
Se c’era qualcosa di Ottavio, in quell’uomo che avevo davanti, gli dovevo ancora qualcosa. Ed allora ci gettammo in un attimo in piazza Duomo a Milano tra mille persone e bandiere. Lo guardai tornare il ragazzo che conoscevo, mentre mi chiedeva notizie di quegli sconosciuti in campo che vestivano la maglia che aveva tanto amato. Quando l’unico superstite della sua era nerazzurra alzò la coppa in cielo mi chiese stupito “Ma è tutto vero?”
Lo guardai sorridere felice ed urlare la sua gioia. Festeggiammo tutta la notte, poi ci fermammo stanchi su una panchina a parlare finché non si fece mattino.
Entrammo in un bar a fare colazione. Lui entrò in bagno. Attesi qualche ora che uscisse, quando andai a cercarlo non c’era più.
Abbassai la tavoletta del cesso e mi sedetti. Stetti per un po’ con la testa tra le mani, cercando di illudermi di aver dato un po’ di felicità a quell’amico che non c’era più. Me ne stavo sconsolato con gli occhi stretti per non piangere, poi, un calo di pressione.
LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 12/15
12
Le porte del vagone si aprirono e mi trovai di fronte una ragazza. Ci guardammo un attimo negli occhi. Impaurito da quel che vidi nei suoi, io abbassai lo sguardo rimanendo fermo. Da dietro, gli altri passeggeri cominciarono a spingere per passare. Io stavo fermo, la ragazza mi passò accanto e, giusto per pochi istanti, varcai la soglia prima che le porte si richiudessero.
Restai un attimo ancora immobile a testa bassa mentre il treno ripartiva dietro di me. Quando alzai gli occhi si parò dinanzi a me il mio incubo peggiore.
Ottavio, di nuovo lì. “Cuor di leone” mi disse.
Stavo per scoppiare in lacrime dall’angoscia di quel sogno ad occhi aperti. “Ma cosa vuoi da me?” gli dissi con la voce rotta dall’ansia.
“Mi hai chiamato, sono qua” mi disse sorridendo. Tirò fuori dalla tasca un foglio tenuto insieme solo da mille nastri di scotch. La mia calligrafia.
12 ½
che il tempo passa me ne accorgo
dai viraggi e dalle sfumature dei colori
le mattine diverse di anno in anno
ne ho sprecati litri per castronerie
goccia a goccia senza tappare mai le perdite
e continuo a farlo per giunta
c’è chi lo ha perso presto e non ha vinto niente
e non ho mai una parola per riportarlo a casa
ci sono io che conosco un sacco di cose
tutte le battute di ritorno al futuro
ogni momento del disco con la banana
i calciatori degli anni novanta
conosco come si uccide ma non so farlo
conosco come si ama ma non so pensarlo
le mie leggi morali del cazzo
il mio senso sfrenato del giusto sbagliato
io che non so dire -ti amo-
io che non so dire -ti odio-
stramaledetta noia ed abitudine
strade asfaltate per l’ultima tornata elettorale
dove mi persi un po’ di vita e un po’ di motore
strade che non mi dicono più niente
altri giri altre corse a vuoto ma sempre quelle
suonano i campanili da monte a valle
non tendermi la mano
prima che sia troppo tardi
mi dico -credo sia meglio sgocciolarlo ancora un po’-
ancora cado giù dormo e ricomincio
da capo
il resto continua a girare
La scrissi in una notte d’estate, di quelle calde che sei nudo su un copriletto che pare una piscina. Era una di quelle notti che capisci che la testa sta per mollarti, partendo per altre direzioni che tu non conosci.
Pensai ad Ottavio quella notte e a quelli come lui, quelli che non avevo mai trovato parole per riportarli a casa. Quelli che erano fuorigioco ormai e che avevo messo totalmente fuori dalla mia vita. Per non pensarci, non avere rimpianti.
E pensai al momento in cui sarei diventato come lui e come tutti gli altri che avevano perso il loro tempo per cause esterne, mentre io continuavo a perderlo volontariamente tra le mie cazzate. La paura di morire senza aver detto niente. Il terrore di morire senza aver fatto niente.
Ottavino, ora potevo riconoscerlo nonostante l’aspetto camuffato. Gli chiesi il perché di quel travestimento.
“Non lo so. Mi vedi come vuoi tu. Sei tu a dirigere la lanterna del gioco verso ciò che vuoi”
“Quale gioco, spiegati”
“Beh, tutto questo. Io sono qui perché lo vuoi tu. Tutto è qui perché lo vuoi tu”
“Sono dunque un dio? Mi stai dicendo questo?”
“Non montarti la testa. Ti dico che stai vedendo ciò che vuoi vedere. Sei tu a dirigere la luce verso le immagini che preferisci, verso ciò che preferisci vivere. Se sono qui è perché mi vuoi qui. Anche se non riesco a capire perché sei voluto arrivare fino a questo punto. Che bisogno c’era di una tale stronzata?”
Chiusi gli occhi un attimo. Dunque, ce l’avevo fatta per davvero?
12 ¾
Mi ero convinto di essere immortale e che certe cose potessero capitare solamente agli altri. Avevo cominciato a crederlo da bambino, sopravvivendo ad un cancro inesistente diagnosticatomi dopo una serie di lastre al cranio. Mi ero sempre più convinto sopravvivendo ad incidenti, stradali e di percorso, e soprattutto ai diversi goffi tentativi di suicidio incorsi nei momenti più bui: dal tentativo di tagliarmi le vene con un rasoio bic a quello di entrare in coma etilico bevendo una bottiglia di grappa corretta con un bastoncino di liquirizia.
Ero depresso e non avevo voglia di alzarmi dal letto, quella sera. Mi alzai per andare in bagno. Un momento, un attimo solo ed ero sul balcone.
Pensai ad un dialogo con il mio analista.
Analista: “Cosa faresti se io volessi gettarmi giù da un tetto?”
Io: “Cercherei di convincerti a non farlo”
Analista: “Testa di cazzo, se volessi gettarmi avrei certo un motivo. Sarebbe egoista fermarmi. Forse morire potrebbe essere la mia felicità, liberarmi dal mio male interiore. Impedirmelo sarebbe una privazione della mia libertà”
Io: “Non lo so, se io volessi uccidermi spererei fino all’ultimo di essere salvato”
Pensavo a quello mentre fumavo una sigaretta e pensavo che forse il mio analista non aveva tutti i torti. Poi giù, prima di ripensarci, prima che arrivasse qualcuno a salvarmi.
“Non ce l’hai fatta” mi disse Ottavino.
“Ho capito. Sono morto”
“No, non ce l’hai fatta ad ammazzarti”
Cazzo, pensai. E allora cos’era tutto quello? Cosa stavo vivendo?
“La tua testa continua a frullare, questa è una tua costruzione. Sei nella tua mente. Non puoi essere morto”
“Non sono morto, ma non sono neanche vivo”
“Smettila di farti domande e cerca di vivere questo. Ora. Potresti non avere altro tempo. Vuoi perderlo anche tu, come è successo a me?”
Ammutolii.
IGNOTO NUMERO 86 – L’ULTIMO MOMENTO
Era una sera come tante altre quella, anche se gli parve, per un attimo, mentre guardava la partita in televisione seduto sulla solita poltrona con una birra in mano, che il suo cuore non battesse più o, quantomeno, stesse battendo piano e più tristemente del solito. Fu solamente un attimo, quello, ma lo distrasse tanto da perdersi un meraviglioso colpo di tacco del centravanti della sua squadra del cuore. Allora bestemmiò, un po’ per esultanza un po’ per la distrazione facile e stupida, si alzò dalla poltrona, andò al frigo e prese una birra.
Tornò a sedersi che ancora stavano replicando il gol da tutte le angolazioni, stappò la birra con l’accendino, la portò alla bocca e tirò un sorso. Il pavimento era pieno di bottiglie di birra vuote, il piccolo appartamento teneva stretto a sè il fumo delle sue mille sigarette perchè fuori era freddo e non aveva voglia di aprire la finestra.
Si accorse con sorpresa che era una partita importante, decisiva per la vittoria del campionato, così diceva il telecronista alla televisione parlando anche di giocatori della sua squadra che lui credeva morti e sepolti tempo addietro. Allora si appassionò ancora di più alla partita, sorrideva cretino sorseggiando la sua birra e lanciava colpi bassi a tutti i santi per ogni azione di gioco finita male.
Perso tra il televisore, la sua birra e la sua sigaretta, il cuore cominciò a battere all’impazzata, stavolta non triste ma attento e serio, quando sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla destra. Quando si voltò non vide nessuno e allora pensò maledetto me, maledette le mie ansie, lo pensò ad alta voce. La paura doveva essere stata tanta perchè svegliò la sua attenzione e si accorse solo allora di essere in mutande. Niente di serio. Era in casa sua e poteva fare quel che voleva, solo che era convinto di non essersi mai levato i pantaloni da quel mattino e allora pensò di avere problemi di memoria o che qualcosa stesse funzionando storto.
Perse l’attenzione dalla partita, lasciò la poltrona ma non la birra, andò in camera sua. Si infilò di nuovo i pantaloni che stavano sul letto e, tirandoli su, quasi non cadde a terra, anzi, cadde all’indietro e doveva aver colpito la testa perchè qualcosa non andava, vide il cielo ed era giorno ma non era un cielo che aveva già visto, anzi, pensò, del cielo non me ne è mai sbattuto il cazzo.
Una lunga strada dove non correvano automobili né persone, costeggiata da villette identiche, bianche splendenti con il tegolato di cotto rosso. Tutte avevano un giardino ed una macchina rossa nel cortile. Prese a camminare per quella strada, gettando un occhio qua e là per notare le differenze. Avanzando, ad ogni villetta l’erba diventava più verde e, penso che il detto popolare già lo conosciate, fatto sta che lui pensò a quel detto e notò che quel verde diventava sempre più accecante.
Continuò a camminare con gli occhi sempre più socchiusi quando una mano da dietro lo toccò ancora sulla spalla destra ma questa volta non si spaventò. Un vecchio uomo gli chiese di andare alla guerra. Io sono contro le guerre, gli disse. In realtà delle guerre non gliene fregava un cazzo, che gli uomini si sparassero tra di loro quando volessero, che gli sparassero una bomba atomica sulla testa anche in quel momento. Ma quel vecchio si fece talmente insistente che non potè fare altro che piazzargli un destro sul muso. Frantumò a terra quasi che un carroarmato gli fosse passato sopra, il vecchio. Spaventato, entrò nella prima villetta sulla sinistra, tenendo il braccio destro a pararsi gli occhi da quel fastidioso verde del prato.
La porta era aperta ed appena entrato gli sembrò non ci fosse nessuno. Restò per qualche minuto sulla porta poi sentì di nuovo la voce del telecronista della partita che scandiva di nuovo il nome del centravanti, come appena qualche minuto prima. Seguì quella voce ed entrò nella cucina, una piccola televisione accesa sul frigorifero. Lo aprì, trovò una birra, prese dalle tasche dei pantaloni, che ora aveva, il suo pacchetto di sigarette. Stette per un po’ a bere e fumare quando un guasto elettrico dovette aver spento la televisione, allora pensò di uscire dalla casa.
Stava tornando nel corridoio quando da un’altra stanza sentì delle voci. Entrando vide una donna di spalle che giocava con due bambini. Non lo notarono, lui pensò di andarsene, poi si avvicinò a loro per chiedere scusa per essersi intrufolato in casa loro. La donna si voltò, aveva un volto familiare ma lui non la riconobbe, lei gli disse, sei a casa tua, puoi bere quello che vuoi, anzi, andiamo di sopra a far l’amore, voi bambini restate qui.
Lui la seguì ed ebbe un’altra volta la stessa sensazione di qualche ora prima, che il cuore non battesse se non piano e quasi controvoglia. Si sentì quasi mancare salendo le scale, poi ebbe di nuovo le forze. Lei lo prese per mano con forza e lo trascinò in una stanza da letto. La vide spogliarsi e potè vedere il suo corpo mangiato che non aveva più niente da offrire. Lui si avvicinò, spaventato e incuriosito. Lei lo baciò e mentre lo faceva le cascarono i capelli. Fecero l’amore e poi lui corse in bagno a rigettare tutta la birra che aveva in corpo.
Quando tornò nella stanza da letto la donna non c’era più. Allora corse giù per le scale e la trovò ai suoi piedi, distrutta, senza vita. I bambini piangevano, lui li prese a sberle, poi prese la donna tra le sue braccia e nel sentire le sue ossa tra le mani, il suo peso inesistente, pensò che tutto ciò non fosse giusto. Pensò che ci dovrebbe essere sempre un ultimo momento, un momento per abbracciarsi e ridere o piangere o comunque un momento per abbracciarsi e basta, in silenzio, prima di dividersi. E lo pensò talmente forte che avvertì quasi un desiderio di svegliarsi, e sentì il suo cuore battere a mille ed i suoi occhi che proprio non ce la facevano, non ce la potevano fare, le gambe ferme, bloccate, intorpidite. Allora restò nel vuoto ancora per un po’, stringendo forte il tempo a sé, avanti, indietro, adesso, dopo, prima. Qui.
IGNOTO NUMERO 85 – LA SINDROME DI MABULCHEDOSTAR
Gli riscontrarono la sindrome di Mabulchedostar, una patologia mentale molto rara. Era il secondo uomo al mondo a soffrirne, il primo del genere Homo Sapiens Sapiens.
Mabulchedostar era stato il primo.
Ultimo uomo scimmia della steppa mongola, sua madre era morta dandolo alla luce. Dopo pochi anni, anche il padre lo lasciò, soffocato cercando di ingoiare un gerbillo per intero. Non aveva fatto a tempo ad apprendere alcun linguaggio e, quando entrò finalmente in contatto con la civiltà, le sue cellule celebrali erano troppo vecchie e consumate da poter apprendere. Ciò fa supporre che il passato di Mabulchedostar fosse del tutto ignoto ai medici che lo presero in cura e che hanno raccontato tali fatti. Dunque ciò che stiamo riportando qui deve esser preso per quello che è: una fandonia.
Fatto sta che Mabulchedostar nella steppa non aveva granchè da fare. Viveva probabilmente con grande lentezza giornate infinite. A volte dormiva. A volte camminava. A volte mangiava quel che trovava. A volte, addirittura, guardava al cielo. La sua avanzata senza meta dal punto in cui era venuto alla luce proseguì lentamente fino ad un’età apparente di sessantaquattro anni, momento nel quale giunse ad Ulan Bator.
Quasi tutta la popolazione mongola vive ad Ulan Bator. Ricordiamo qui che Mabulchedostar non era di etnia mongola, bensì ultimo degli uomini-scimmia, dunque “non c’è alcun motivo”, era scritto sulla sua cartella medica, “per cui un uomo-scimmia debba vivere ad Ulan Bator”.
Con estrema lentezza si addentrò nella città. Impiegava venti minuti ad attraversare una strada, provocando la paralisi totale del traffico. Il traffico ad Ulan Bator non era mai stato un problema fino ad allora, la comparsa di Mabulchedostar in città costrinse il sindaco ad assumere ben due vigili urbani che aiutassero a smaltire gli ingorghi. La situazione peggiorò inesorabilmente, finchè un comitato civico non ebbe l’idea di far trovare all’uomo scimmia un’automobile.
Stava attraversando la piazza del parlamento da tre giorni quando, all’improvviso, una folla inferocita si avventò su di lui prendendolo di forza per i peli e spingendolo dentro una Ritmo ultimo modello. Dopo mesi di prove, Mabulchedostar capì finalmente il funzionamento dell’autovettura. Partì e non si fermò più. Ora ognuno aveva paura di attraversare la strada perchè l’uomo scimmia correva all’impazzata per le strade di Ulan Bator non fermandosi davanti ad essere umano. E allora stavano tutti chiusi in casa, gli abitanti di Ulan Bator. Aveva fretta Mabulchedostar, fretta di andare. Iniziò a vivere a gran velocità. Era ormai vecchio quando si fermò e tutti e due gli scienziati della capitale giunsero appena in tempo per poterlo sottoporre a dei brevi test. Dieci minuti, poi morì, nella sua Ritmo. Ulan Bator tornò a vivere. I due scienziati pubblicarono su un’importante rivista americana uno studio sulla vita dell’uomo che non conobbe mai la giusta andatura. Gli diedero nome Mabulchedostar che, in antica lingua mongola, vuol dire “Cazzo, non hai visto le strisce pedonali?”. Fu l’ultimo evento di una certa importanza nella comunità scientifica del Paese.


