LE PAROLE PER TORNARE A CASA – 2/15

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Non so se la casa in cima alla coltre di nebbia mi ricordasse maggiormente quella di Psycho o la villa della Famiglia Addams.

Trovato il modo di salire fin lì sopra, posteggiammo la macchina nel cortile. Mi fermai nell’auto, pensando che l’uomo volesse darmi delle indicazioni. Mi guardò, sorrise ancora una volta e scese dall’auto. Restai fermo ancora qualche secondo. Mi feci coraggio, scesi anch’io.

La porta era aperta. Ottavio bussò ed aprì senza aspettare che alcuna voce dicesse “avanti”. Entrò. Io stavo dietro e, nel guardare l’interno di quella casa, infiniti confusi ricordi mi affollarono la mente.

La casa di Lisa. Era rimasta perfettamente uguale all’ultima volta. La sua famiglia era a cena.

Salve, mi chiamo Ottavio. Scusate il disturbo. Siamo in viaggio e siamo stati sorpresi dalla nebbia”

La padrona di casa lo interruppe “Siete i benvenuti, potete restare quanto tempo vi sarà necessario. Lisa, prendi due sedie per i nostri ospiti. C’è del minestrone, spero vi piaccia”.

Ottavio ringraziò. Io stavo a testa bassa, sperando che nessuno mi riconoscesse.

Ragazzo”, mi disse la signora, “tu come ti chiami?”

Alzai la testa e la guardai. Improvvisamente ricordai di non essere più l’uomo di un tempo. Ero un bimbo.

Si chiama Mike, disse Ottavio. E’ un po’ timido, aggiunse.

Americano?” chiese la madre di Lisa.

Mia madre era appassionata di telequiz”, spiegai io. Non me la sentii di mentire.

A volte, per darmi tono, dicevo “Mike, come Al Pacino ne Il Padrino”. Quelli che rispondevano con un “ah” prolungato, erano proprio quelli che non avevano mai visto il film e, dunque, l’effetto tonificante con loro non attaccava. Col tempo, avevo imparato a non farmene un cruccio. Mike era un nome come un altro.

Lisa ci portò le sedie, la signora andò in cucina e ci servì due scodelle di minestrone.

Ottavio diventò improvvisamente loquace e cominciò ad intrattenere tutti i commensali raccontando la sua vita. Nella sua storia, io ero suo figlio. Avrei voluto dire “Ehi, è un assassino”. Mi trattenni, intrappolato in quel corpo da ragazzino e nella visione di Lisa davanti a me con un altro uomo al suo fianco. Non era come la ricordavo. Era ancora bella, sì. Ma aveva perso il broncio che mi fece innamorare di lei. Sembrava felice. Anzi, era felice.

Mi si affollò la testa di ricordi: si fecero talmente pesanti che il mio cranio sprofondò nel minestrone e in un sonno profondo.

2 ½

Aprii gli occhi e avevo Lisa appoggiata su di me nel suo letto. Spinsi la testa tra i suoi capelli per sentirne l’odore ancora una volta. Le strinsi una mano, con l’altra presi a grattarle i fianchi. Le diedi un bacio sul collo.

Mike, lasciami perdere. Voglio dormire” disse lei.

Si voltò verso di me e sorrise. Avevo dimenticato come fosse bello il suo sorridere e, per un attimo, fui tentato di innamorarmi di nuovo di lei. Le stampai un bacio sulle labbra.

Lei aprì gli occhi sonnecchianti e, abbozzando un sorriso, mi rimproverò.

Ricordai dell’uomo che sedeva accanto a lei la sera prima, il suo nuovo -Lui-. Ricordai anche di essere un bambino.

Mi lesse nel pensiero “Sei tornato quel che sei sempre stato” e tornò felicemente a chiudere gli occhi.

Come mi hai riconosciuto?”

E’ un sogno Mike. Non riesci più a riconoscere la finzione dalla realtà?”

Scossi la testa. Lei rise e mi diede uno spintone gettandomi giù dal letto.

2 ¾

Ci ritroviamo nella macchina di Ottavio, lei è distesa con la testa sulle mie gambe e mi guarda dal basso, come quei giorni d’estate di qualche anno fa. Parliamo e sorride, come allora.

Il futuro, il nostro futuro. Quei giorni erano bellissimi per entrambi. Ridevamo e sognavamo.

Io ero stramaledettamente pazzo di lei. Non solo. Ero pazzo anche da un punto di vista patologico. Mi disse un’analista, un giorno, che io ero vittima delle mie ansie e del mio senso di colpa. Per evitare di affrontare i problemi creavo castelli in aria pieni di altre piccole questioni da risolvere. Questioni di principio, perlopiù.

Io volevo essere perfetto per Lisa. Ogni giorno le creavo nuove situazioni, nuovi interessi. Cercavo di crearle tutte giornate completamente diverse l’una dall’altra. Volevo per lei una vita piena di sorprese. E quasi ogni sera si concludeva con me e lei nel suo cortile, in quella stessa posizione, a sognare di noi.

Anche quando eravamo a letto insieme, sognavamo di noi. Ci accarezzavamo, parlavamo. Dormivamo. Avevo paura di deluderla. Le mie ossessioni e le mie manie mi condussero a creare problemi e questioni di principio per evitarmi una brutta figura a letto con la persona che amavo più di ogni altra al mondo. Cominciai ad aggredirla.

Alla fine la ebbi vinta. Lei non poté far altro che allontanarsi gradualmente da me. Non contento, non accettavo neanche che lei potesse rifarsi una vita e fare l’amore con altri, nemmeno nel momento in cui lei non mi voleva più.

Lisa era con la testa sulle mie gambe in quel momento. Le diedi un bacio. Le chiesi scusa. Fu la prima cosa da uomo che feci in vita mia.

IGNOTO NUMERO 87 – QUEL SORRISO DA PUTTANA

Camminavano per le vie del centro verso un inutile incontro formale. Lui svogliato, lei un’istante lo strinse e gli sorrise puttana guardandolo negli occhi, e questo fu proprio nel momento in cui una commessa, per la verità molto carina, stava sistemando la vetrina di una boutique di una nota e costosa griffe spagnola. Lui guardava la ragazza dietro la vetrina, lei uno straccetto verde, allora gli strinse il braccio tra le poppe – Mi starebbe bene secondo te? -. Lui tirò una boccata di aria dalla sua sigaretta e mosse la testa come a dire di no. Lei si ritrasse un po’, fingendo di essere mortificata, lui non fece niente per recuperare. Allora lei lo strinse ancora e lo guardò di nuovo con fare da troia, istinto primordiale di ogni donna. Esclusa Julie.

Julie non aveva bisogno di niente per essere felice. Era una donna talmente discreta, per usare un eufemismo, che anche lui, che pure l’aveva sposata, spesso faticava ad accorgersi della sua esistenza. Julie viveva di luce riflessa e tanto bastava a lui per sentirsi appagato. Aveva anche avuto una certa notorietà in un determinato periodo della sua carriera, Julie, intendo. “La donna che non appariva mai”. In realtà, in quasi ogni fotografia pubblicata dai giornali, stava al fianco di suo marito, sebbene nessuno l’avesse mai notata. Alcuni, per così dire, giornalisti, si misero sulle sue tracce, poi un giorno se la trovarono davanti. Niente.

Julie era una donna insignificante, difficile a trovarne due di donne così in una vita. Poi, all’improvviso, si ammalò. Lui dovette accorgersene forzatamente, in una notte nella quale fu svegliato da un’inquietante presenza. Era lei, la donna che non aveva mai capito se esistesse veramente, la donna che aveva sposato, quando e dove lo ricordava bene, ma non come e, soprattutto, perchè. Stava con gli occhi spalancati poggiata nel letto accanto a lui, testa contro il soffitto, e i suoi occhi, che lui non aveva mai guardato così a fondo, illuminavano tutto. Ebbe quasi paura, poi si fece coraggio, la sollevò e vide che gli occhi le sporgevano fuori dalle orbite sempre più, quasi stessero per cadere a terra, anzi, lo stavano facendo e poi, quando furono proprio per precipitare, la rimise distesa. Non cambiava espressione, quella donna minuta. Chiamò un’ambulanza. Quando arrivò, nessuno poteva credere ai propri occhi. Un uomo solo, malato, sull’orlo di una crisi di nervi. Lei non la guardarono neanche.

Allora lui, presa a cuore la faccenda, chiese aiuto ad un sedicente amico che aveva sostenuto tre esami di medicina all’università in gioventù, il quale diagnosticò a Julie un esaurimento nervoso. La riempì di pasticche e di attenzioni, ma Julie non parlava, non reagiva. Ed ebbe quasi paura che un esaurimento nervoso stesse venendo a lui, ora che sapeva che Julie esisteva, ora che non poteva più portarsi a letto tutte quelle ragazzine affascinate non tanto da lui, non tanto dalle sue parole, dal suo ruolo, dal suo essere quanto dalla sua posizione, perchè sapeva che in quel letto c’era anche lei, Julie. E chissà cosa aveva dovuto sopportare Julie nell’essere protagonista consapevole di triangoli immaginari. Aveva sofferto troppo quella donna. Doveva fare qualcosa.

Come un cavallo zoppo viene abbattuto per non soffrire, così lui fece con Julie. Le trafisse il cuore, forte, ed era un cuore talmente striminzito, dal tempo, dalla sofferenza, forse per costituzione, che lo trapassò e finì con la lama fin oltre la schiena, squarciando persino il materasso. Non urlò, non parlò, non un gemito. Gli occhi tornarono al proprio posto. Morì.

Poi, però, lui fu colto da terrore pensando a ciò che aveva appena fatto. E fu tutto così strano e diverso per lui in quel momento che la paura lo portò a fare una cosa sciocca, caricarsela sulle spalle, poi in ascensore, trascinarla davanti al portiere, andare in strada, davanti a tanta gente e buttarla in un cassonetto per la raccolta differenziata. Nei giorni a seguire non uscì di casa pensando continuamente a quella stupidaggine. Sbarazzarsi di un cadavere in quel modo era veramente da imbecille, non era da lui. La polizia non andò a cercarlo in tutti quei giorni e allora poi si fece forza, chiamò al telefono una ragazza e dopo un po’ era lì, dove l’avevamo lasciato all’inizio.

Continuavano a camminare per le vie del centro, lui e la ragazza. Arrivarono a destinazione, un fotografo chiese “Signor Hood, una foto per lei e sua figlia?”. Lui la abbracciò. Julie non li aveva mai visti tanto uniti in vita sua.

E poi si placò il mare, che distava pochi chilometri da lì, ma non c’era nessuno per vederlo. Nel contempo, accaddero tutte insieme un po’ di quelle cose che, si sa, devono succedere al termine di una storia a lieto fine.

IGNOTO NUMERO 85 – LA SINDROME DI MABULCHEDOSTAR

Gli riscontrarono la sindrome di Mabulchedostar, una patologia mentale molto rara. Era il secondo uomo al mondo a soffrirne, il primo del genere Homo Sapiens Sapiens.

Mabulchedostar era stato il primo.

Ultimo uomo scimmia della steppa mongola, sua madre era morta dandolo alla luce. Dopo pochi anni, anche il padre lo lasciò, soffocato cercando di ingoiare un gerbillo per intero. Non aveva fatto a tempo ad apprendere alcun linguaggio e, quando entrò finalmente in contatto con la civiltà, le sue cellule celebrali erano troppo vecchie e consumate da poter apprendere. Ciò fa supporre che il passato di Mabulchedostar fosse del tutto ignoto ai medici che lo presero in cura e che hanno raccontato tali fatti. Dunque ciò che stiamo riportando qui deve esser preso per quello che è: una fandonia.

Fatto sta che Mabulchedostar nella steppa non aveva granchè da fare. Viveva probabilmente con grande lentezza giornate infinite. A volte dormiva. A volte camminava. A volte mangiava quel che trovava. A volte, addirittura, guardava al cielo. La sua avanzata senza meta dal punto in cui era venuto alla luce proseguì lentamente fino ad un’età apparente di sessantaquattro anni, momento nel quale giunse ad Ulan Bator.

Quasi tutta la popolazione mongola vive ad Ulan Bator. Ricordiamo qui che Mabulchedostar non era di etnia mongola, bensì ultimo degli uomini-scimmia, dunque “non c’è alcun motivo”, era scritto sulla sua cartella medica, “per cui un uomo-scimmia debba vivere ad Ulan Bator”.

Con estrema lentezza si addentrò nella città. Impiegava venti minuti ad attraversare una strada, provocando la paralisi totale del traffico. Il traffico ad Ulan Bator non era mai stato un problema fino ad allora, la comparsa di Mabulchedostar in città costrinse il sindaco ad assumere ben due vigili urbani che aiutassero a smaltire gli ingorghi. La situazione peggiorò inesorabilmente, finchè un comitato civico non ebbe l’idea di far trovare all’uomo scimmia un’automobile.

Stava attraversando la piazza del parlamento da tre giorni quando, all’improvviso, una folla inferocita si avventò su di lui prendendolo di forza per i peli e spingendolo dentro una Ritmo ultimo modello. Dopo mesi di prove, Mabulchedostar capì finalmente il funzionamento dell’autovettura. Partì e non si fermò più. Ora ognuno aveva paura di attraversare la strada perchè l’uomo scimmia correva all’impazzata per le strade di Ulan Bator non fermandosi davanti ad essere umano. E allora stavano tutti chiusi in casa, gli abitanti di Ulan Bator. Aveva fretta Mabulchedostar, fretta di andare. Iniziò a vivere a gran velocità. Era ormai vecchio quando si fermò e tutti e due gli scienziati della capitale giunsero appena in tempo per poterlo sottoporre a dei brevi test. Dieci minuti, poi morì, nella sua Ritmo. Ulan Bator tornò a vivere. I due scienziati pubblicarono su un’importante rivista americana uno studio sulla vita dell’uomo che non conobbe mai la giusta andatura. Gli diedero nome Mabulchedostar che, in antica lingua mongola, vuol dire “Cazzo, non hai visto le strisce pedonali?”. Fu l’ultimo evento di una certa importanza nella comunità scientifica del Paese.

APPUNTI – STORIA DELLA CAREZZA E DEL BASTONE E DELL’INTERVENTO SALVIFICO DI SPENCER TRACY

scalando la collina dei ricordi
un sasso dietro l’altro scappava giù
sentiva mancare l’appiglio
il ragazzino si contò le dita
trovandone uno in meno

sull’altro versante invece
la vita procedeva tranquilla
quasi indifferente ai tonfi
del marmocchio che ostinato
cercava salvezza sulla vetta

sulla cima stava seduta una donna
uno dietro l’altro distruggeva a zampate
la mostra personale dei fallimenti
di quel bambino di oltre cent’anni
contemporaneo messner
senza inflessione tedesca

arrivato in cima il vecchio infante
le spiattellò in faccia il suo amore
e tutta la fatica patita per arrivarci
le diede una carezza sul cuore
inorridita lei
tronfia della propria saggezza
lo colpì con un bastone sui fianchi

guardando la scena
dall’alto della sua sbornia celeste
il vecchio spencer tracy
calò su di loro barcollando
e in un insolito latino

ego vos absolvo a amoribus tuis

ego vos dono indifferentia

e adesso dormite ragazzi
ci saranno colline ancora da scalare
carezze e bastonate da scambiare
ovunque sarete in ogni tempo

non è niente di più
dell’ennesimo brutto sogno

spencer tracy tornò a bere
loro rimasero a sonnecchiare per un po’

APPUNTI – NATALE 1919

il capitano stava fumando
quando l’onda tra le onde
la più grande del decennio
sputò via il suo peschereccio
come una palla di cannone
lui invece a senso inverso
sì portò via di sopra al mare
infreddolito sì alzò nel cielo
senza gettare la sua sigaretta
cadde poi e una volta steso a terra
sfiorò col dito il labbro superiore
la cicatrice ancora lì dove doveva
frantumò la cicca nella sabbia
restò un po’ a guardare il cielo
senza chiedersi dove fosse
e come poi poter tornare a casa
era una notte come un’altra quella
per rendersi conto che ad essere felici
non ci vorrebbe poi molto
basterebbe un solo altro essere umano
penetrazione delle due menti
più erotica di qualsiasi fantasia
scontro di sogni e diffidenti differenze
armonia di incubi e dolorose gioie
saper cazzeggiare all’unisono
mentre il tempo come il mare
sballotta i corpi di qua e di là
-dovunque sia ora quell’essere umano-
pensava grattandosi la coscia ferita
-che me ne frega, è sempre qui con me-
restò lì ancora un po’
ad immaginare la felicità dell’uomo
che penetrò la sua mente
con altre mille menti umane
poi smise di sognare
sì alzò in piedi
sì guardò attorno
e capì di essere solo
a pochi chilometri da casa
zoppicante prese la strada