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Non so se la casa in cima alla coltre di nebbia mi ricordasse maggiormente quella di Psycho o la villa della Famiglia Addams.
Trovato il modo di salire fin lì sopra, posteggiammo la macchina nel cortile. Mi fermai nell’auto, pensando che l’uomo volesse darmi delle indicazioni. Mi guardò, sorrise ancora una volta e scese dall’auto. Restai fermo ancora qualche secondo. Mi feci coraggio, scesi anch’io.
La porta era aperta. Ottavio bussò ed aprì senza aspettare che alcuna voce dicesse “avanti”. Entrò. Io stavo dietro e, nel guardare l’interno di quella casa, infiniti confusi ricordi mi affollarono la mente.
La casa di Lisa. Era rimasta perfettamente uguale all’ultima volta. La sua famiglia era a cena.
“Salve, mi chiamo Ottavio. Scusate il disturbo. Siamo in viaggio e siamo stati sorpresi dalla nebbia”
La padrona di casa lo interruppe “Siete i benvenuti, potete restare quanto tempo vi sarà necessario. Lisa, prendi due sedie per i nostri ospiti. C’è del minestrone, spero vi piaccia”.
Ottavio ringraziò. Io stavo a testa bassa, sperando che nessuno mi riconoscesse.
“Ragazzo”, mi disse la signora, “tu come ti chiami?”
Alzai la testa e la guardai. Improvvisamente ricordai di non essere più l’uomo di un tempo. Ero un bimbo.
Si chiama Mike, disse Ottavio. E’ un po’ timido, aggiunse.
“Americano?” chiese la madre di Lisa.
“Mia madre era appassionata di telequiz”, spiegai io. Non me la sentii di mentire.
A volte, per darmi tono, dicevo “Mike, come Al Pacino ne Il Padrino”. Quelli che rispondevano con un “ah” prolungato, erano proprio quelli che non avevano mai visto il film e, dunque, l’effetto tonificante con loro non attaccava. Col tempo, avevo imparato a non farmene un cruccio. Mike era un nome come un altro.
Lisa ci portò le sedie, la signora andò in cucina e ci servì due scodelle di minestrone.
Ottavio diventò improvvisamente loquace e cominciò ad intrattenere tutti i commensali raccontando la sua vita. Nella sua storia, io ero suo figlio. Avrei voluto dire “Ehi, è un assassino”. Mi trattenni, intrappolato in quel corpo da ragazzino e nella visione di Lisa davanti a me con un altro uomo al suo fianco. Non era come la ricordavo. Era ancora bella, sì. Ma aveva perso il broncio che mi fece innamorare di lei. Sembrava felice. Anzi, era felice.
Mi si affollò la testa di ricordi: si fecero talmente pesanti che il mio cranio sprofondò nel minestrone e in un sonno profondo.
2 ½
Aprii gli occhi e avevo Lisa appoggiata su di me nel suo letto. Spinsi la testa tra i suoi capelli per sentirne l’odore ancora una volta. Le strinsi una mano, con l’altra presi a grattarle i fianchi. Le diedi un bacio sul collo.
“Mike, lasciami perdere. Voglio dormire” disse lei.
Si voltò verso di me e sorrise. Avevo dimenticato come fosse bello il suo sorridere e, per un attimo, fui tentato di innamorarmi di nuovo di lei. Le stampai un bacio sulle labbra.
Lei aprì gli occhi sonnecchianti e, abbozzando un sorriso, mi rimproverò.
Ricordai dell’uomo che sedeva accanto a lei la sera prima, il suo nuovo -Lui-. Ricordai anche di essere un bambino.
Mi lesse nel pensiero “Sei tornato quel che sei sempre stato” e tornò felicemente a chiudere gli occhi.
“Come mi hai riconosciuto?”
“E’ un sogno Mike. Non riesci più a riconoscere la finzione dalla realtà?”
Scossi la testa. Lei rise e mi diede uno spintone gettandomi giù dal letto.
2 ¾
Ci ritroviamo nella macchina di Ottavio, lei è distesa con la testa sulle mie gambe e mi guarda dal basso, come quei giorni d’estate di qualche anno fa. Parliamo e sorride, come allora.
Il futuro, il nostro futuro. Quei giorni erano bellissimi per entrambi. Ridevamo e sognavamo.
Io ero stramaledettamente pazzo di lei. Non solo. Ero pazzo anche da un punto di vista patologico. Mi disse un’analista, un giorno, che io ero vittima delle mie ansie e del mio senso di colpa. Per evitare di affrontare i problemi creavo castelli in aria pieni di altre piccole questioni da risolvere. Questioni di principio, perlopiù.
Io volevo essere perfetto per Lisa. Ogni giorno le creavo nuove situazioni, nuovi interessi. Cercavo di crearle tutte giornate completamente diverse l’una dall’altra. Volevo per lei una vita piena di sorprese. E quasi ogni sera si concludeva con me e lei nel suo cortile, in quella stessa posizione, a sognare di noi.
Anche quando eravamo a letto insieme, sognavamo di noi. Ci accarezzavamo, parlavamo. Dormivamo. Avevo paura di deluderla. Le mie ossessioni e le mie manie mi condussero a creare problemi e questioni di principio per evitarmi una brutta figura a letto con la persona che amavo più di ogni altra al mondo. Cominciai ad aggredirla.
Alla fine la ebbi vinta. Lei non poté far altro che allontanarsi gradualmente da me. Non contento, non accettavo neanche che lei potesse rifarsi una vita e fare l’amore con altri, nemmeno nel momento in cui lei non mi voleva più.
Lisa era con la testa sulle mie gambe in quel momento. Le diedi un bacio. Le chiesi scusa. Fu la prima cosa da uomo che feci in vita mia.



